E LA PAROLA SI FECE CARNE (TERZA PARTE) DI VALTER MARCONE
Redazione- Nella seconda parte di queste breve antologia poetica sul Natale ho trascritto due composizioni medievali. Voglio qui ricordare proseguendo il percorso che arriva fino ai giorni nostri che fu
San Francesco d’Assisi che realizzò a Greccio, nel 1223, il primo presepe. In quell’occasione volle ricreare l’ambiente che lo aveva affascinato a Betlemme, da dove era tornato qualche anno prima. La fonte da cui abbiamo informazioni su questo è la Leggenda maggiore scritta da Bonaventura da Bagnoreggio che si rifà a una delle vite che Tommaso da Celano ha scritto su Francesco d’Assisi. Ecco un riferimento:
« I frati si radunano, la popolazione accorre; il bosco risuona di voci, e quella venerabile notte diventa splendente di luci, solenne e sonora di laudi armoniose. L’uomo di Dio [Francesco] stava davanti alla mangiatoia, pieno di pietà, bagnato di lacrime, traboccante di gioia, Il rito solenne della messa viene celebrato sopra alla mangiatoia e Francesco canta il Santo Vangelo. Poi predica al popolo che lo circonda e parla della nascita del re povero che egli […] chiama “il bimbo di Betlemme”. Un cavaliere virtuoso e sincero, che aveva lasciato la milizia e si era legato di grande familiarità all’uomo di Dio, messer Giovanni di Greccio, affermò di avere veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo bimbo addormentato che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno. »
(Bonaventura, Legenda maior, XX.)
Ma con le scelte delle composizioni siamo già arrivati al Cinquecento. La prima di questa terza parte è una composizione di Vittoria Colonna.
Vittoria Colonna era nata intorno al 1490-1492 la data certa non l’abbiamo e da giovanissima aveva sposato Fernando, detto Ferrante Francesco D’Avalos di famiglia spagnola , scriveva e parlava regolarmente spagnolo anche se viveva alla corte di Napoli .Non ebbero
figli, perché Vittoria Colonna era stata dichiarata sterile, se ne accorsero dopo il matrimonio, e tuttavia fu un’unione molto felice .Dopo la morte del marito Vittoria visse una vita appartata nelle residenze di proprietà e molte volte soggiornò anche in conventi.
La poetessa fu circondata dai migliori artisti e letterati del secolo, tra cui Michelangelo Buonarroti,Ludovico Ariosto, Jacopo Sannazzaro e molti altri.
Maria Teresa Guerra Medici scrive di Vittoria Colonna: “Profondamente colpita dalla perdita del consorte, Vittoria decise di onorarne la memoria con la poesia nella quale si fa sempre più evidente il misticismo; le sue poesie segnano la fondazione del ‘petrarchismo sacro’, un genere letterario che riscuoterà molto successo. Dopo la morte del marito, infatti, si erano accentuati gli interessi spirituali e religiosi di Vittoria che aveva annodato relazioni con persone le cui idee avrebbero influenzato il resto della sua vita.
Negli anni Trenta a Roma Vittoria incontrò Michelangelo Buonarroti con il quale strinse una forte amicizia che durò tutta la vita. Fu in relazione anche con Pietro Bembo, Baldassarre Castiglione, con il vescovo Giberti, colto letterato umanista e diplomatico e poi solerte vescovo di Verona dedito alla riforma dei costumi e alla diffusione di un più intimo e sentito senso religioso. (…)La forte spiritualità di Vittoria si manifesta anche nelle lettere. Il carteggio di Vittoria Colonna è vasto, importante e conosciuto; le sue lettere erano dirette non solo ai famigliari ma anche all’imperatore e al papa. La poetessa fu in rapporto epistolare con Giukia Gonzaga alla quale scrive ringraziandola per aver inviato a Viterbo una copia del commentario di Valdes alle epistole paoline. A Viterbo, dove dimorò per circa tre anni, la principessa romana alloggiò nel convento di Santa Caterina e fu in contatto con il circolo valdesiano del cardinale legato Reginald Pole frequentato anche da Pietro Carnesecchi, dal cardinale Gasparo Contarini e da Marcantonio Flaminio. Era un ambiente in cui predominavano le idee spirituali e religiose che si erano diffuse in altre regioni e avevano dato vita a una sorta di Repubblica delle Lettere di stampo religioso.
Nel 1544 lasciò Viterbo per Roma, dove prese alloggio presso le monache benedettine di Sant’Anna. Negli ultimi anni di vita riprese con più intensità il rapporto con il Buonarroti con il quale si intratteneva in lunghe conversazioni, come testimonia il pittore Francisco de Hollanda…”( 1),
VITTORIA COLONNA
(Roma 1490 – Roma 1547)
SONETTO XXI
«Qui non è il loco umil, nè le pietose»Qui non è il loco umil, né le pietose
Braccia della gran Madre, né i Pastori,
Né del pietoso Vecchio i dolci amori,
Né l’Angeliche voci alte e gioiose;
Nè dei Re sapienti le pompose
Offerte, fatte con soavi ardori:
Ma ci sei tu, che te medesmo onori,Signor, cagion di tutte l’altre cose.
So che quel vero, che nasceti, Dio
Sei qui, nè invidio altrui, ma ben pietade
Ho sol di me; non ch’io giungessi tardo:
Non è il tempo infelice, ma son’io
Misera, che per fede ancor non ardo,
Come essi per vederti in quella etade.
Il Martiriologio romano dice di San Giovanni della Croce : “Sembra sia nato nel 1540, a Fontiveros (Avila, Spagna). Rimase orfano di padre e dovette trasferirsi con la mamma da un luogo all’altro, mentre portava avanti come poteva i suoi studi. A Medina, nel 1563, vestì l’abito dei Carmelitani. Ordinato sacerdote nel 1567 dopo gli studi di filosofia e teologia fatti a Salamanca, lo stesso anno si incontrò con santa Teresa di Gesù, la quale da poco aveva ottenuto dal priore generale Rossi il permesso per la fondazione di due conventi di Carmelitani contemplativi (poi detti Scalzi), perchè fossero di aiuto alle monache da lei istituite. Il 28 novembre 1568 Giovanni fece parte del primo nucleo di riformati a Duruelo, cambiando il nome di Giovanni di San Mattia in quello di Giovanni della Croce. Vari furono gli incarichi entro la riforma. Dal 1572 al 1577 fu anche confessore-governatore del monastero dell’Incarnazione di Avila. Venne erroneamente incolpato e incarcerato per otto mesi per un incidente interno al monastero. Fu in carcere che scrisse molte delle sue poesie. Morì a 49 anni tra il 13 e il 14 dicembre 1591 a Ubeda.
Sul sito web dei Carmelitani scalzi ordine a cui appartenne San Giovanni della Croce si legge : “A Giovanni piaceva più parlare che scrivere su argomenti spirituali; la sua vocazione più profonda è il magistero orale. Ha scritto spontaneamente i Detti di luce e amore, le Lettere, le Cautele e poco altro, mentre i grandi trattati: Salita-Notte, Cantico e Fiamma li ha composti dietro richiesta di frati, monache e laici.
Per farsi un’idea della produzione letteraria di san Giovanni della Croce basta prendere una delle buone edizioni che circolano attualmente. Normalmente si dividono tra Opere maggiori e Scritti brevi.Le Opere minori si chiamano anche Scritti brevi, ma ciò non significa che siano meno importanti o abbiano un contenuto inferiore agli altri scritti; si chiamano così solo per la minore quantità di pagine.Se tra gli Scritti brevi inseriamo le Poesie e in particolare i poemi che sono la base delle grandi opere e il loro commento, comprenderemo meglio il valore delle Opere minori.
La spiritualità di San Giovanni della Croce è eminentemente teologale. Lo schema teologale che il santo fissa in 2S (Secondo libro della Salita al Monte Carmelo) cap. 6, illumina e organizza perfettamente tutto il suo magistero. Da questo capitolo fino al termine della Salita, si delinea una chiara dottrina teologale, imbevuta della Parola di Dio, di cui Giovanni della Croce è innamorato; in questa stessa chiave presenta i misteri della fede (le “lampade di fuoco” degli attributi divini), il mondo dell’innamoramento reciproco tra Gesù Cristo e la persona, quale appare nei dittici Salita-Notte e Cantico-Fiamma. Con esattezza si è scritto del magistero sangiovanneo: “La vita teologale è attualizzazione e formazione degli atteggiamenti e dei comportamenti della persona attraverso le tre virtù teologali. Queste integrano, orientano, danno impulso e trasformano la persona e la vita, proiettandola totalmente verso Dio. Vita di fede, speranza e carità con tutto ciò che comporta di esigenze divine e rinunce umane, spirituali e terrene” (Isaia Rodríguez, “La vida teologal según el Vaticano II y San Juan de la Cruz”, in Revista de Espiritualidad 27 (1968), 477). (2)
SAN GIOVANNI DELLA CROCE
(Fontiveros 1542 – Ubeda 1591)
«Della nascita»Poiché era arrivato il tempo
In cui nascere doveva,
Come uno sposo novello,
Dal talamo se n’uscì.Abbracciava la sua sposa,
Che tra le braccia portava,
Mentre la Madre graziosa
Nel presepe lo posava.Alcuni animali intorno
Se ne stavano quel giorno.
Canti dagli uomini uscivano,
Dagli angeli melodia:Del matrimonio gioivano
Che tra questi due accadeva.
Però nel presepe Dio
Stava piangendo e gemeva,Gioie queste che la sposa
Al matrimonio portava.
E la Madre era stupita
Quando il baratto osservava;Il pianto dell’uomo in Dio
E nell’uomo beatitudine,
Ciò che dell’uno e dell’altro
Era insolita abitudine.
(1)http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/vittoria-colonna-marchesa-di-pescara/
Vittoria Colonna, Carteggio, (a cura di E. Ferrero e G. Müller), Torino, Loescher 1892
P. Giovio, La vita del marchese di Pescara, in Vite di XIX huomini .ill., (traduzione L. Domenichi), Venezia, G. de’ Ferrariis 1559
P. E. Visconti, Le rime di Vittoria Colonna pubblicate con la vita della medesima, Roma, Tip. Salvucci 1840
A. Reumont, Vittoria Colonna, (traduzione G. Muller, E. Ferrero), Torino, Loescher 1892
S. Bianchi (a cura di) Poetesse italiane del Cinquecento, Milano, Mondadori 2003
B. Croce, in Poesia popolare e poesia d’arte. Studi sulla poesia italiana dal Tre al
Quattrocento, Bari, Laterza 1957
S. Therault, Un Cènacle umaniste de la Renaissance autour de Vittoria Colonna chatelaine d’Ischia, Firenze, Ed. Sansoni Antiquariato 1968
(2)https://www.carmelitaniscalzi.com/chi-siamo/fondatori/san-giovanni-della-croce/
