Redazione- Osservando con attenzione ciò che accade oggi nei contesti scolastici, emerge un dato sempre più evidente: il disagio degli studenti non nasce all’improvviso, ma si costruisce nel tempo, spesso all’interno di relazioni fragili, disattente o frammentate. In molti casi non è il conflitto aperto a produrre le conseguenze più gravi, ma il silenzio. Un silenzio fatto di parole mancate, di ascolti rinviati, di responsabilità educative che restano sospese tra famiglia e scuola senza una reale integrazione.
È in questo spazio che bambini e adolescenti iniziano a portare emozioni complesse che non sanno ancora riconoscere né gestire. Paura, rabbia, frustrazione, senso di esclusione restano spesso senza nome e senza contenimento. Le scienze dell’educazione e le neuroscienze concordano su un punto essenziale: lo sviluppo emotivo non è automatico. Il cervello in età evolutiva si struttura attraverso relazioni significative e attraverso adulti capaci di dare senso all’esperienza emotiva. Quando questo processo manca, le emozioni non elaborate cercano altre vie di espressione, e spesso è il comportamento a parlare al posto delle parole.
Il bullismo si inserisce proprio in questo vuoto educativo. Raramente nasce come violenza intenzionale; più spesso prende avvio come gioco ambiguo, come relazione asimmetrica che nel tempo perde ogni confine. Il dolore non riconosciuto diventa invisibile, l’empatia si indebolisce e la relazione si trasforma in uno spazio di sopraffazione. Se questi segnali non vengono intercettati, il comportamento si ripete, si consolida e può evolvere in forme di violenza sempre più strutturate, con ricadute profonde sul benessere individuale e collettivo.
In questo scenario, famiglia e scuola non possono essere pensate come mondi separati. Sono parti di un unico sistema educativo. Quando il dialogo tra adulti si interrompe o viene ridotto a una gestione emergenziale, lo studente resta solo a fronteggiare vissuti che non ha ancora gli strumenti per comprendere. È qui che il disagio rischia di trasformarsi in problema conclamato, richiedendo interventi tardivi e spesso più complessi.
Per questo è necessario ribadire un principio educativo fondamentale: prevenire è meglio che curare. Non perché la cura non sia necessaria – lo è, e lo psicologo ha un ruolo imprescindibile quando il disagio si è già strutturato in sofferenza o disturbo – ma perché arrivare solo alla cura significa intervenire quando il problema è già esploso. La prevenzione appartiene invece al campo educativo e richiede continuità, competenze specifiche e figure professionali adeguatamente formate.
L’educazione emotiva non può essere improvvisata né affidata a chi non possiede una formazione accademica riconosciuta in ambito educativo e pedagogico. Ogni professione ha confini chiari: i docenti insegnano discipline, gli psicologi intervengono sul piano clinico, mentre educatori e pedagogisti operano sul versante educativo-preventivo, occupandosi dello sviluppo delle competenze emotive, relazionali e sociali. Confondere i ruoli o sovrapporli produce interventi frammentari e, talvolta, inefficaci.
Per questo la scuola avrebbe bisogno di figure educative stabili, educatori e pedagogisti che affianchino i docenti nel lavoro quotidiano, contribuendo alla costruzione di un clima relazionale sano, alla prevenzione del disagio, alla mediazione tra scuola e famiglia. Dove queste figure sono presenti in modo strutturato, il disagio viene intercettato prima, i conflitti vengono letti e accompagnati, e l’intervento non è più emergenziale ma realmente educativo.
È da questa visione che nasce anche il lavoro che, insieme ad altri professionisti, porto avanti all’interno dell’APEI. APEI è una realtà nazionale che tutela i diritti professionali di educatori e pedagogisti iscritti a un albo/registro professionale associativo, dotato di codice identificativo personale, quale strumento di riconoscibilità, trasparenza e garanzia per le istituzioni, le famiglie e i contesti educativi. L’iscrizione attesta il possesso di titoli di studio coerenti con i percorsi universitari previsti dall’ordinamento italiano e l’adesione a criteri etici e professionali condivisi.
In questo senso, APEI svolge una funzione di tutela non solo dei professionisti, ma anche dell’utenza, contrastando l’improvvisazione e promuovendo una cultura educativa fondata su competenze certificate, responsabilità e formazione continua. Essere parte di APEI significa contribuire a una visione dell’educazione come competenza scientifica, sociale ed etica, e non come attività occasionale o delegabile a figure prive di adeguata qualificazione.
In questa stessa direzione, nella regione Abruzzo, stanno prendendo forma percorsi di sensibilizzazione rivolti al territorio. Con l’Associazione Essere Oltre ETS, insieme al Movimento Creazionismo per una Nuova Era, e con il contributo di professionisti dell’area educativa e sociale, si stanno programmando incontri e conferenze aperti a famiglie, scuole e cittadinanza, per riportare al centro il valore dell’educazione emotiva come bene collettivo e come strumento concreto di prevenzione.
Questi percorsi dialogano anche con esperienze formative consolidate a livello nazionale, come quelle sviluppate all’interno della Scuola Nazionale Artedo, diretta dal Dott. Stefano Centonze, che nel tempo hanno contribuito alla diffusione di una formazione strutturata sull’educare alle emozioni, oggi riconosciuta anche a livello ministeriale.
Investire sull’educazione emotiva significa investire sulla prevenzione, sulla qualità delle relazioni e sulla salute sociale. Significa riconoscere che educare non è un atto improvvisato, ma una responsabilità che richiede competenze, titoli, riconoscimento professionale e lavoro di rete. In un tempo in cui il silenzio rischia di trasformarsi in indifferenza, restituire dignità all’educazione emotiva è una scelta culturale che riguarda tutti.
