” IL SENSO RELIGIOSO ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI
Redazione- Il senso religioso è quello sbigottimento di fronte al mondo che spinge l’anima a trascenderlo. Da dove veniamo? Dove andiamo? Chi siamo? Il senso religioso dice alla nostra anima che non siamo di questo mondo, ma proveniamo e siamo destinati a qualcosa di altro. Questo “altro” è Dio.
Nel mondo abbiamo tanti scopi ma l’unica cosa necessaria è ritornare alla Sorgente dalla quale proveniamo. San Camillo de Lellis prima della conversione era un soldato di ventura dedito al vizio e al gioco: egli si convertì il 2 febbraio 1575 sentendo un frate che gli diceva che la cosa più importante è salvare l’anima.
Lo stesso Gesù dice in Marco 8, 36:
“Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?”.
Le religioni costituiscono dei metodi per ritornare alla nostra Origine divina. La parola italiana “regola” deriva dal sostantivo latino regŭla, in origine “assicella di legno”, associata alla nozione di linea retta. Pertanto il termine veicola l’idea della correttezza. Allora la regola è quel sistema che ci indica la via giusta da seguire.
La “disciplina” che si esprime in regole mortali non serve a togliere la libertà agli uomini ma a trasformarli in “discepoli”. La regola è ciò che “regge”, che sostiene il nostro cammino verso Dio.
Il precetto religioso ha la funzione di salvaguardare la nostra anima. Stessa cosa si può dire del rito liturgico.
Nell’anno 2025 si celebra il Giubileo. È un tempo di grazia e di misericordia, un’esperienza del perdono di Dio, che promuove la santità di vita, consolida la fede, alimenta la speranza. È un anno in cui il messaggio della riconciliazione non solo interessa la vita interiore dei credenti, ma coinvolge e rinnova aspetti della vita sociale e politica, che si lascia provocare e interrogare da un ideale di conversione, solidarietà, giustizia e fraternità. Il Giubileo non si riduce ad un atto liturgico o ad un rito, ma intende lasciare tracce in un’esperienza di carattere etico e sociale.
“Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia” (Levitico 25,10): così disse Dio a Mosè e al popolo di Israele, promettendo l’inizio di un periodo di rinnovamento, annunciato dal suono di un corno di ariete, lo yobel, appunto, da cui arriva la parola “giubileo”.
Questo anno speciale, scandito da riti particolari, ha lo scopo di rinnovare la nostra anima e la nostra società.
La stessa santa Rita da Cascia, la Santa dei casi impossibili, non perse l’occasione di vivere in pienezza il Giubileo, nel lontano 1450. Nonostante l’età avanzata e le sofferenze fisiche, dovute alla ferita della spina sulla fronte, datale da Cristo pe rivivere la passione di Nostro Signore, Rita non si lasciò sfuggire la possibilità di “far acquisto di questo santo Giubileo”. Come racconta il biografo seicentesco Cavallucci, Rita chiese alla madre abbadessa di intraprendere il pellegrinaggio verso Roma, insieme alle sue consorelle; le fu concesso il permesso a condizione che guarisse la piaga sulla fronte: “e così guarita con un semplice unguento miracolosamente procurato da lei s’inviò verso Roma”. Ma appena rientrata nel monastero a Cascia, al termine del pellegrinaggio, ricomparve la ferita sulla fronte.
Il tempo datoci da Dio su questa terra serve a riscoprire il Signore che ci ha creati cosicché ritorniamo a Lui. Lo scopo del nostro pellegrinaggio terreno è quello di ricordarci di Dio! Tra la redenzione del mondo e la sua fine c’è il tempo intermedio, “il tempo presente” (Romani 3, 26). Questo è stato inaugurato dalla morte e risurrezione di Cristo e dalla discesa dello Spirito Santo. Si tratta del “momento favorevole” (2Corinzi 6, 2), nel quale possiamo incontrare il nostro Dio mediante la chiesa ed essere santificati già su questa terra per la vita eterna in Paradiso.
Anche la sofferenza può rientrare nel tempo di grazia, in quanto “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio” (Romani 8, 28). Ogni sofferenza procurataci da qualsiasi male possa colpirci nella vita, se accettata con amore e offerta a Dio, volge il male in bene. Infatti “il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria” (2Corinzi 4, 17), mentre completiamo nella nostra carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la chiesa (cfr. Colossesi 1, 24).
Dio si manifesta nella storia dell’uomo e la Bibbia è la testimonianza dell’incontro che l’umanità ha fatto con il suo Creatore. I Patriarchi della Bibbia hanno fatto esperienza di Dio e ognuno di loro ha tramandato un tassello in più della conoscenza del Signore. Però la rivelazione definitiva è avvenuta in Cristo Risorto, vivo oggi e sempre, il quale continua ad essere presente nel mondo in seno alla chiesa cattolica.
Il semplice precetto religioso e il rito liturgico si trasformano mediante l’esperienza che abbiamo del Risorto: da norma vincolante e da azione esterna si trasfigurano in esperienza “della straordinaria ricchezza della sua grazia” (Efesini 2, 7). In questi modi l’anima devota, incontrando con gli occhi interiori il suo Maestro e Signore, il suo Dio ricco di amore misericordioso, esprime la gratitudine a Dio, “che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale in Cristo” (Efesini 1, 3).
La vita sulla terra non ha senso se è staccata dalla Fonte divina dalla quale proviene. Il pensiero del mondo dice che nasciamo senza volerlo, soffriamo e poi stramazziamo al suolo. Questo ha un senso? È qualcosa che ci fa venire la “nausea”, come scrive il filosofo francese Sartre.
Ma nella vita di tutti splende una luce ineffabile, anche se i più la ignorano: è la Provvidenza di Dio, che “provvede” alle nostre necessità. Prendere coscienza che i nostri giorni sono contati da Dio, uno per uno, ci fa esclamare con il Salmo 90, 12:
“Signore, insegnaci a contare i nostri giorni, e acquisteremo un cuore saggio”.
Il nostro cuore è fatto per Dio e Dio ci invita ad amare la verità e i fratelli. Sant’Agostino (Il combattimento cristiano, 33, 35) scrive:
La perfetta carità non ha né la cupidigia del secolo, né il timore del secolo, cioè né la cupidigia per accaparrarsi le cose temporali, né il timore di perderle. Attraverso queste due porte entra e regna il nemico, il quale deve essere cacciato prima col timore di Dio e poi con la carità. Dobbiamo pertanto desiderare una chiarissima ed evidentissima conoscenza della verità tanto più ardentemente, quanto più ci accorgiamo di progredire nella carità e avere il cuore purificato dalla sua semplicità, in quanto proprio attraverso l’occhio interiore si vede la verità: Beati i puri di cuore, dice il Signore, perché essi vedranno Dio. In questo modo radicati e fondati nella carità possiamo comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza e la lunghezza e l’altezza e la profondità; sapere l’altissima scienza della carità di Cristo, per essere riempiti di tutta la pienezza di Dio, e dopo queste battaglie col nemico invisibile, poiché per quelli che vogliono e amano il giogo di Cristo è soave e il suo fardello è leggero, possiamo meritare la corona della vittoria”.
Il concetto di redenzione è quello per cui Cristo è venuto a prendere i nostri pesi per salvarci. E noi con le opere buone dobbiamo fare la stessa cosa per i nostri fratelli. Per amore di Dio dobbiamo amare i nostri fratelli come noi stessi. San Paolo in 1Corinzi 13 presenta questo stupendo inno alla carità (il sostantivo latino caritas vuol dire “amore”, traduce quello greco agapē):
“1Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.
13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”.
Con il battesimo Dio ci ha dato un “cuore di carne”, cioè ci ha conferito il suo Spirito. Nella Lettera a Diogneto (7) è scritto che Dio ha inviato il suo Verbo e lo ha stabilito nei nostri cuori. Questo vuol dire che, se Dio è amore (1Giovanni 4, 8), allora è sceso nei nostri cuori l’amore stesso di Dio.
In virtù di questo è possibile praticare il comandamento dell’amore (Giovanni 13, 34-35):
“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri”.
Il rito religioso ha una funzione capitale in quanto ci avvicina a Dio nella adorazione e, da Dio, riceviamo quell’amore necessario ad amare i fratelli e quindi a cooperare per una società più giusta e più equa.
Già il Ṛg-Veda, il più antico dei Veda, i testi sacri dell’induismo, recita con il metro virāṭtrisṭup (I.164.35):
iyaṃ vediḥ paro antaḥ pṛthivyā ayaṃ yajño bhuvanasya nābhiḥ | ayaṃ somo vṛṣṇo aśvasya reto brahmāyaṃ vācaḥ paramaṃ vyoma ||
“L’altare è l’ultimo limite della terra;
questo sacrificio compiuto da noi è il centro del mondo;
Soma è il seme prolifico, essenza di virilità;
la nostra preghiera è il cielo più alto dove abita la Parola”.
Il Ṛg-Veda è uno dei libri più antichi dell’umanità. Quindi l’uomo già agli inizi riconosce il grande valore del sacrificio offerto alle divinità. Il sostantivo latino ritus condivide la radice indoeuropea con una parola vedica fondamentale, ṛta, che vuol dire “ordine cosmico”.
In Ṛg-Veda IV.23.10 si gioca sul valore del termine vedico che oscilla tra “rito” e “ordine cosmico”, in uno splendido metro nicṛttriṣṭup:
ṛtaṃ yemāna ṛtam id vanoty ṛtasya śuṣmas turayā u gavyuḥ | ṛtāya pṛthvī bahule gabhīre ṛtāya dhenū parame duhāte ||
“L’(adoratore cerimoniale) che sottopone ṛta (alla sua volontà) gode veramente di ṛta; la forza ṛta è (sviluppata) con velocità ed è desiderosa di (possedere) acqua; a ṛta appartengono il cielo e la terra ampi e profondi; vacche sublimi, cedono il loro latte a ṛta”
Il senso di ogni sacrificio di ogni religione è quello di orientarsi a Dio ma per ricevere benefici per la terra. La religione di ogni tempo è a due versanti: il senso religioso ci fa avvicinare a Dio ma Dio ha cura degli uomini, in quanto egli è amante della vita. È significativo che il sostantivo ebraico berit, “alleanza” (tra Dio e gli uomini) derivi da una preposizione accadica che vuol dire “tra”, esprimendo quindi la reciprocità dei diritti e dei doveri che prevede un patto di mutuo scambio.
Gesù vuole che gli uomini servano gli altri uomini, nei quali vi è Lui medesimo. “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere” (Matteo 25, 35). Quando avviene questo? Quando diamo da mangiare e da bere a un nostro fratello sulla terra.
Il sacerdote che offre il pane eucaristico (sacrificio a Dio) deve ricordarsi anche del fratello che è povero e affamato. Lo ricorda san Paolo in 1Corinzi 11:
“20Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. 21Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. 22Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!”.
Non può esserci autentico senso religioso se ci si dimentica del fratello indigente. È vero che alla fine l’amore verso Dio deve essere esclusivo e, come diceva sant’Ignazio di Loyola, “bisogna farci indifferenti verso tutte le cose create”. Ma fin quando viviamo nel mondo, pur non essendo del mondo, bisogna prendersi cura dei fratelli per amore di Dio. Questo è il nostro dovere! Ci si salva mediante le opere buone!
Il servo di Dio don Oreste Benzi ha detto che bisogna avere un occhio fisso su Gesù e uno sui poveri. Più volte Papa Francesco ricorda che l’amore per Dio e l’amore per il prossimo sono inseparabili. Costituiscono il fondamento della morale cristiana. Matteo 22, 36-40:
“Gesù gli disse: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: Ama il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti»”.
Il più grande amore è quello che le creature nutrono verso Dio. Per Aristotele il Bene “è ciò a cui tutto tende” (Etica Nicomachea I, 1, 1094 A, 2-3). San Tommaso d’Aquino riprende la definizione di Aristotele e sentenzia (Summa Theologiae I q5 a1):
Ratio enim boni in hoc consistit, quod aliquid sit appetibile
“La ragione di Bene consiste nel fatto che una cosa è desiderabile”.
Pertanto Dio, essendo Sommo Bene, è l’oggetto primo di ogni forma di amore da parte delle sue creature.
Sempre San Tommaso scrive (Summa Theologiae I-II q27 a1):
“L‘amore appartiene a una facoltà appetitiva, che è una potenza passiva. Quindi l‘oggetto si rapporta ad essa come la causa del suo moto, o del suo atto. Propriamente, quindi, la causa dell‘amore è l‘oggetto dell‘amore,. Ma l‘oggetto proprio dell‘amore è il bene: poiché l‘amore comporta una connaturalità o compiacenza dell‘amante rispetto all‘amato, e per ciascun essere è bene quanto è ad esso connaturale e proporzionato. Quindi si deve concludere che il bene è la causa propria dell‘amore, unde relinquitur quod bonum sit propria causa amoris”.
Ora, l’amore nei confronti del prossimo è conseguenza dell’amore per Dio, come rileva anche Sant’Agostino. Chi ama sé stesso ama anche Dio, quindi può amare il prossimo come sé stesso. Uno infatti ama il prossimo suo come sé stesso, se ama Dio; perché se non ama Dio, non ama neppure sé stesso.
Ecco la riflessione di Sant’Agostino (Discorso 90/A, 12):
“Non essendo possibile che chi vuol amare il prossimo lo ami veramente se prima non ama Dio, per questo motivo fu necessario che i due precetti della carità venissero formulati insieme. Chi ama Dio non può amare l’iniquità poiché, amando l’iniquità, odierebbe la sua anima. Se non ama l’iniquità, amerà la giustizia, e amando la giustizia amerà Dio. Egli pertanto non cerchi Dio con gli occhi del corpo: lo cerchi con la mente e lo ami in maniera sempre crescente con l’affetto del cuore. Non costruiamoci [con la fantasia] divinità che non sono Dio, se non vogliamo amare anche chi non è Dio, se non vogliamo amare vani fantasmi. Non dobbiamo cadere in errore immaginando cose di questo genere; non dobbiamo formarci un Dio a misura delle nostre voglie naturali né costruircelo a nostro talento. Per distoglierci da queste fantasticherie ci dice la Scrittura: Dio è amore. Se dunque ami, ama chi ti dà il potere di amare, e allora ami Dio. Non hai udito che chi ama l’iniquità odia la sua anima? Ebbene, se ami, ama colui che ti dona di poter amare, e ami Dio. Il principio per cui ami è infatti la carità. Tu ami in forza della carità: ama dunque la carità e così ami Dio, perché Dio è carità, e chi dimora nella carità dimora in Dio. Ecco perché fu necessario che venissero inculcati distintamente i due precetti. Di per sé sarebbe stato sufficiente menzionarne uno: Amerai il prossimo tuo come te stesso, ma l’uomo si sarebbe potuto ingannare su questo amore del prossimo non sapendo amare rettamente se stesso. Per questo motivo il Signore, quando volle dare una forma all’amore con cui ami te stesso, la trovò nell’amore che si ha verso Dio. Stabilito questo, ti affidò il prossimo perché tu lo amassi come te stesso”.
Ci sono tre modi per amare il prossimo, segni dell’amore per Dio: l’azione, la parola e la preghiera.
Possiamo contribuire al bene dei fratelli soprattutto con la preghiera, in quanto è Dio il Signore di tutto. Dio aspetta anche di essere pregato per esaudire le richieste dei suoi figli.
La preghiera più importante del cristiano è la Santa Messa. I mistici si accorgono che durante l’Offertorio l’angelo custode si stacca invisibilmente dal fianco sinistro del fedele e si avvicina all’altare per presentare a Dio l’intenzione della celebrazione eucaristica.
La seconda preghiera più importante è il Rosario alla Beata Vergine Maria. Maria Santissima in persona fece 15 promesse a chi recita con devozione il suo Santo Rosario. Il più importante codificatore del Rosario è stato il monaco domenicano Alano de la Roche, che morì nel 1475 ed è considerato l’apostolo della devozione per il Rosario in diverse nazioni europee. Nelle sue memorie, Alano narra di aver ricevuto direttamente dalla Vergine 15 promesse valide per tutti i devoti del Santo Rosario, tuttora di grande attualità e che manifestano l’intensità dell’amore che la Madonna nutre per tutti noi. Esse sono:
- “Chi recita con grande fede il Rosario riceverà grazie speciali.
- Prometto la mia protezione e le grazie più grandi a chi reciterà il Rosario.
- Il Rosario è un’arma potente contro l’inferno, distruggerà i vizi, libererà dal peccato e ci difenderà dalle eresie.
- Farà fiorire le virtù e le buone opere e otterrà alle anime le più abbondanti misericordie divine; sostituirà nei cuori l’amore di Dio all’amore del mondo, elevandoli al desiderio dei beni celesti ed eterni. Quante anime si santificheranno con questo mezzo!
- Colui che si affida a me con il Rosario non perirà.
- Colui che reciterà devotamente il mio Rosario, meditando i suoi misteri, non sarà oppresso dalla disgrazia. Peccatore, si convertirà; giusto, crescerà in grazia e diverrà degno della vita eterna.
- I veri devoti del mio Rosario non moriranno senza i Sacramenti della Chiesa.
- Coloro che recitano il mio Rosario troveranno durante la loro vita e alla loro morte la luce di Dio, la pienezza delle sue grazie e parteciperanno dei meriti dei beati.
- Libererò molto prontamente dal purgatorio le anime devote del mio Rosario.
- I veri figli del mio Rosario godranno di una grande gloria in cielo.
- Quello che chiederete con il mio Rosario, lo otterrete.
- Coloro che diffonderanno il mio Rosario saranno soccorsi da me in tutte le loro necessità.
- Io ho ottenuto da mio Figlio che tutti i membri della Confraternita del Rosario abbiano per fratelli durante la vita e nell’ora della morte i santi del cielo.
- Coloro che recitano fedelmente il mio Rosario sono tutti miei figli amatissimi, fratelli e sorelle di Gesù Cristo.
- La devozione al mio Rosario è un grande segno di predestinazione”.
In definitiva la via proposta dal cristianesimo è all’insegna della unione: dell’uomo con Dio, i fratelli e il creato. La stessa unione che il peccato vuole ledere dal profondo, come si vede nelle pagine iniziali della Genesi: l’uomo per via della seduzione del serpente perde l’amicizia con Dio, con il prossimo e con il creato, quando viene scacciato dall’Eden.
Non per nulla la parola “diavolo” deriva dal greco diabolos, un sostantivo che proviene dal verbo greco dia-ballein, che vuol dire “gettare in mezzo”, cioè “dividere”.
La lotta contro il demonio, che cerca in tutti i modi di dividere l’uomo da Dio e da tutto ciò che c’è di bello, è furibonda. La persona che inizia il cammino di fede viene attaccata in tutti i modi, oltre che dal demonio, anche dal mondo e dalla carne. Sono i tre nemici della santità. E i sacerdoti sono attaccati ancor più ferocemente da queste tre entità malvage, in un combattimento spirituale terribile.
Quando la lotta diviene molto dura è molto facile cadere, ma nel Credo professiamo ogni domenica come verità di fede “il perdono dei peccati”. I peccatori non vanno giudicati in quanto Satana le studia tutte per corrompere un’anima, bensì bisogna pregare per loro.
Per ottenere il perdono dei peccati e iniziare una nuova vita bisogna confessarsi e le condizioni, affinché la confessione sia valida, sono due:
- Attrizione: voler cambiare radicalmente vita per paura dell’inferno e delle altre pene cui va incontro il peccatore;
- Contrizione: voler cambiare radicalmente vita per il dispiacere di avere offeso Dio.
È sufficiente almeno la attrizione per ottenere il perdono dei peccati da Cristo mediante il sacramento impartito dal sacerdote. È più perfetto provare contrizione, ma non è necessario.
Spesso l’anima vuole cambiare per via della bruttura della vita peccaminosa. L’unica cosa necessaria è Dio e una vita lontano da Dio, in quanto penosa, può scatenare il risveglio del senso religioso. Fa talmente schifo essere lontani da Dio che molti si convertono: il male può far risvegliare la coscienza, per grazia di Dio. E iniziano a evitare ogni compromesso con il peccato. San Domenico riceve da Dio la possibilità di capire quanto sia agghiacciante la sorte dei peccatori, sia adesso sia dopo la morte nell’inferno, quindi prega incessantemente per la loro conversione.
Un’anima più perfetta, che magari ha conosciuto profondamente l’amore misericordioso di Dio, inizia ad amarlo disinteressatamente e, nella caduta, prova dolore per aver offeso un Padre così buono.
La vita è una grande lotta. È che nella vita siamo sempre costretti a “decidere”. Questo termine italiano deriva da un verbo latino che significa “tagliare”. È il senso tragico del mondo, in cui bene e male sono tra loro commisti: in ogni scelta abbiamo paura di tagliare via qualcosa di necessario o che ci torna utile o che crediamo tale, quindi non decidiamo in piena libertà.
Per questo i teologi cristiani rilevano che commettere un peccato mortale è alquanto raro: per via della tragicità della vita, le nostre decisioni non sono sempre pure, bensì condizionate da tanti fattori. Invece per commettere un peccato mortale occorre scegliere liberamente e risolutamente di fare il male. Però spesso nella vita scegliamo qualcosa per convenienza o per evitare un male che ci fa paura.
Anche per questo non bisogna mai giudicare gli altri, il giudizio appartiene solo a Dio. Gli uomini possono solo condannare gli atti e mai l’intenzione. È Dio il giudice delle anime e mai gli uomini!
Il libro del profeta Isaia è il più usato nel primo giudaismo, e anche in età protocristiana ha avuto una importanza capitale. È il solo libro conservato completo in un rotolo di Qumran (1 QIsa A); parti consistenti si trovano pure in un secondo rotolo (1 QIsa B); ci sono poi molti altri frammenti presenti in svariati manoscritti. Oltre al rotolo completo, nessun altro manoscritto può essere datato al II secolo a.C., mentre molti risalgono al I. Uno di essi è su papiro (4 Q69). Nel manoscritto 4 Q57, recente, il tetragramma è scritto in caratteri ebraici antichi. Queste e altre particolarità lasciano intendere che è da ricondurre a una Vorlage notevolmente più antica. Il manoscritto completo di Isaia è stato datato al carbonio 14 (sicuro al 76%) che assegna il materiale agli anni tra il 250 e il 103 a.C. Comunemente gli studiosi lo datano tra il 150 e il 125 a.C.[1]
Dato che Isaia si esprime spesso sulla richiesta di un culto puro, questo invito deve essere stato molto sentito presso gli ebrei, e lo è tuttora. Dio vuole un atteggiamento cristallino, vuole essere amato sinceramente e per questo si manifesta nella storia. Isaia 29:
“13 Dice il Signore: «Poiché questo popolo
si avvicina (niggaš) a me solo a parole
e mi onora con le labbra,
mentre il suo cuore è lontano da me
e il culto che mi rendono
è un imparaticcio di usi umani,
14 perciò, eccomi, continuerò
a meravigliare questo popolo, meraviglia su meraviglia;
perirà la sapienza dei suoi sapienti
e si eclisserà l’intelligenza dei suoi intelligenti»”.
Il cuore dei più è falso, considera la religione un tornaconto. Cosa fa Dio? Dio non abbandona nessuno, ma continua a “meravigliare” gli uomini cosicché possano convertirsi sinceramente.
Al versetto 14 compare per tre volte la radice ebraica della “meraviglia” (pala’). Per essere esatti si tratta della parola ebraica per “miracolo”. Dio continua a operare miracoli affinché gli uomini tornino a lui in verità.
Al versetto 14 vi è anche una costruzione ebraica anomala. “Ecco io continuo”, hinni yosip, dove la particella “ecco” (hinni), con suffisso di prima persona, ha il verbo (yosip) alla terza persona (anziché alla prima, come ci si aspetterebbe). Quindi la traduzione greca e quella latina correggono con una prima persona (idou egō prosthēsō, ecce ego addam). La traduzione siriaca presenta una più conveniente forma participiale (mwsp). La costruzione ebraica non è errata ma anomala. Perché? Probabilmente qui Isaia vuole stupire il lettore con una sintassi ardita, che il profeta poi utilizza in altri passi. È talmente alto il messaggio che Isaia sta richiamando l’attenzione.
Spesso nella Bibbia Dio si lamenta di un culto fatto solo con la bocca: il verbo ebraico niggaš, “si avvicina”, è termine tecnico del linguaggio cultuale. In Esodo 24, 2 è scritto: “Poi Mosè si avvicinerà (we- niggaš) solo verso il Signore, ma gli altri non si avvicineranno e il popolo non salirà con lui”.
I santi riferiscono di aver incontrato un Dio “pazzo di amore” per le sue creature. Santa Margerita Alacoque dice che Dio vuole elemosinare amore, come un mendicante.
Dio fa di tutto per manifestarsi al suo popolo, non perde occasione, sia in grandi segni sia nella quotidianità, è Lui quella vocina della coscienza che ci rimprovera quando sbagliamo e ci approva quando percorriamo il sentiero giusto.
Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 56 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.
- J. Maier, Le Scritture prima della Bibbia, Brescia 2003. ↑
