IL RACCONTO DELLA TESSITURA DELLA LANA – DI VALTER MARCONE
Redazione – Sabato 9 agosto 2025 alle ore 17.30,con il patrocinio del Comune di Castel del Monte è stato presentato , presso il Teatro Comunale “F. Giuliani” di Castel del Monte, il volume Il racconto della tessitura della lana a Castel del Monte, capitale della transumanza, scritto da Fulgo Graziosi e Carmela de Felice, promosso e sostenuto dal CESTAQ-ETS Centro Studi delle Tradizioni della Provincia dell’Aquila, nell’ambito delle sue attività di valorizzazione delle tradizioni locali, edito dalla Daimon Edizioni e realizzato con il contributo della Fondazione Carispaq.
Il volume contiene anche le introduzioni di: Domenico Taglieri, Presidente Fondazione Carispaq, Roberto Santangelo, Assessore Regione Abruzzo alla Formazione Professionale, Istruzione, Ricerca e Università, Politiche Sociali, Enti Locali e Polizia locale, Edilizia scolastica, Beni e Attività Culturali e di Spettacolo, Angelo Caruso, Presidente della Provincia dell’Aquila e Vicepresidente dell’UPI – Unione delle Province d’Italia,Pierluigi Biondi, Sindaco dell’Aquila,Matteo Pastorelli, Sindaco del Comune di Castel del Monte,Antonella Ballone, Presidente Camera di Commercio del Gran Sasso d’Italia, Gianni Frattale, Presidente ANCE L’Aquila
Un racconto dell’antica arte della tessitura svolto con un avvincente descrizione propri0 delle varie fasi della tessitura con un telaio manuale . Un itinerario arricchito da foto di pastori , tratturi e attrezzi risalenti al Settecento come il telaio , forse l’unico superstite, di proprietà di Fulgo Graziosi e custodito nella sua abitazione di Preturo Uno strumento del Settecento insieme anche a diplomi : oggetti che compongono una mappa di pensieri e sottintendono gesti ricchi di saperi arrivati fino a noi . Un prezioso volume dedicato alla storia e alla conoscenza della tessitura della lana a Castel del Monte e nell’Abruzzo aquilano, un’opera che va oltre la semplice narrazione di un’arte antica, ma si propone come un ponte tra passato e futuro, tra le radici di una comunità e le vocazioni di un territorio.
Un libro voluto e curato dallo stesso Presidente del Centro Studi delle Tradizioni della Provincia dell’Aquila, Carmela De Felice , nell’ambito delle attività di valorizzazione delle tradizioni locali da parte del Centro medesimo ..Tra le quali appunto , senza dubbio , la produzione e la tessitura della lana di armenti che costituivano la ricchezza del territorio di Castel Del Monte che ospitava fino a 35 mila capi più cinquemila della Diocesi , contro i quindicimila dell’intera Baronia di Carapelle. Un allevamento che si giovava della tecnica della transumanza – riconosciuta Patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’Unesco nel 2019 – e che ha constribuito alla nascita e crescita di un patrimonio culturale e di tradizioni, valori imprescindibili per rafforzare l’identità di un paese in continua evoluzione, ma saldamente ancorata alla sua storia.
Una storia che racconta anche le caratteristiche di un animale, la pecora , una razza selezionata nel tempo fino ad arrivare alla cosiddetta “gentile di Puglia “ che rappresentò l’esito finale di alcuni incroci voluti soprattutto dagli Aragonesi. Una razza dunque che produceva una qualità pregiata di lana con spessori che si aggiravano intorno ai 19-21 micron .
Un patrimonio di ovini che si giovava di un ambiente ricco di pascoli e pietre elementi costitutivi di valli e monti a poca distanza dalla Piana di Campo Imperatore ad una altitudine che varia dai 1500 ai 2100 metri, data la sua notevole estensione . Un altopiano che a ragione si può definire uno dei luoghi più belli e famosi d’Abruzzo ,ricco dal punto di vista naturale ma anche per la sua storia. Basti ricordare la grancia cistercense, di cui si rintracciano ancora i ruderi , di Santa Maria del Monte che si trovav appunto su tale altopiano con dipendenze più in basso, nel comune di Santo Stefano di Sessanio situato a 1619 metri di altitudine., Una grancia fondata intorno al 1222 e attiva forse fino al 1568. Le grancie cistercensi erano strutture agricole fondamentali per il sostentamento delle abbazie e si trovavano in posizioni strategiche per la gestione del territorio e della transumanza. Oltre a Santa Maria del Monte, altre grancie cistercensi si trovavano in prossimità di L’Aquila, come quella annessa all’abbazia di Santo Spirito d’ Ocre . Queste strutture, spesso dotate di chiesa, chiostro, magazzini e stalle, rappresentavano veri e propri centri di produzione agricola e pastorale, essenziali per l’economia e l’organizzazione delle comunità monastiche.
Nel 1997 Fabio Redi ,professore di Archeologia cristiana e medievale dell’Università di L’Aquila ha condotto alcuni scavi sulla Piana che hanno evidenziato una struttura di circa 2.000 metri quadrati.: la Grancia cistercense di S. Maria del Monte. Un impianto probabilmente diviso , come suggeriscono alcuni studi successivi, in due parti: una riservata ai monaci con una chiesa e un chiostro, l’altra dedicata alle attività produttive con un cortile, magazzini, stalle e ambienti per il lavoro. Durante il periodo invernale, a causa delle proibitive condizioni atmosferiche i monaci e i conservi che abitavano e lavoravano nella grancia si trasferivano in località Le Condole, vicino Santo Stefano di Sessanio (L’Aquila), dove ancora oggi sono visibili piccoli e modesti insediamenti di pietra..
In particolare S. Maria del Monte era una struttura cardine nel sistema della transumanza, svolgendo la funzione di centro di smistamento delle greggi che, attraverso il Tratturo Magno, si spostavano nelle pianure pugliesi durante i mesi invernali .
Le locce sono delle grotte , scavate sui pendii delle colline con un architrave a protezione dell’ingresso e servivano da riparo per i pastori o per gli attrezzi . Le condole erano invece le abitazioni dei monaci. Alcuni toponimi dei luoghi circostanti ricordano ancora la presenza dei monaci: Valle dei Monaci e Fossa del Frate.
L’ordine dei Cistercensi che dette vita a queste attività in realtà nacque dalla riforma di un ordine religioso benedettino francese precisamente da Cîteaux in Borgogna, in latino Cistercium, abbazia fondata nel 1098. . Il nuovo ordine si organizzò ben presto in una ramificazione di case, le cosiddette filiazioni diffondendosi per l’intera Europa : Nel 1140 la conquista normanna dell’Abruzzo favorì gli insediamenti dei cistercensi con quattro abbazie: Santa Maria di Casanova, Santi Vito e Salvo, Santa Maria Arabona e di Santa Maria della Vittoria, centri da cui si svilupparono,come avvenne per le locce di Santo Stefano di Sessanio sulla Piana di Campo Imperatore, dipendenze che costituirono una rete di produzione a sostentamento di monaci e conservi..
Il territorio di Castel Del Monte fu terra di insediamento degli antichi romani che vi costruirono un villaggio chiamato Città delle Tre Corone, forse per via di una triplice fortificazione.
Intorno all’800 d.C., per sfuggire all’invasione dei barbari, il villaggio fu abbandonato e fu costruito il Ricetto, che compone l’attuale centro storico di Castel Del Monte .
Durante il Medioevo il paese divenne proprietà prima dei conti di Acquaviva , poi dei Piccolomini e infine dei Medici che proprio per sfruttare la ricchezza della lana prodotta, si impadronirono o comprarono altri centri del territorio tanto che i loro possedimenti furono denominati “Stato di Capestrano”. Nel 1743 Castel Del Monte passò sotto il dominio dei Borboni, nel Regno delle Due Sicilie fino al 1861, anno dell’Unità d’Italia.
Castel del Monte, un paese in cui uomini e pecore da sempre hanno vissuto in simbiosi dando vita a produzioni d’eccellenza come il Pecorino Canestrato che viene esportato in tutto il mondo. Fino ai primi del ‘900 era un paese tra i più grandi produttori di lana italiana, dal vello dei suoi animali si ricavavano i tessuti per aristocratici romani e per i papi. Tessuti dai disegni e colori specialmente per quanto riguarda le coperte prediletti e adottati per esempio anche dalla moda nazionale in tempi moderni come per la confezione di giacche, giacconi e cappotti da Missoni . Un mondo che alla fine degli anni novanta del Novecento è entrato in crisi a causa di diversi fattori. Tra i quali il prezzo di vendita della lana fermo tra i 20 e i 30 centesimi al chilo .Un prezzo non remunerativo che non copre nemmeno il costo della tosatura per cui la lana non viene più utilizzata e spesso smaltita come rifiuto speciale. In un contesto produttivo che vede comunque l’Abruzzo al secondo posto tra le regioni italiane per il numero di ovini – circa 350.000 capi secondo l’ISTAT – con una curva purtroppo in discesa dagli anni Ottanta del Novecento . .
Quella lana così aristocratica non viene più lavorata viene smaltita come rifiuto speciale . Un handicap a cui sta tentando di porre rimedio Valeria Gallese, la nuora di Ruggero, 71 anni, di Barisciano, pastore da sempre, uno dei pochi che ancora salgono ogni anno in quota per la monticazione. Quest’anno è partito l’11 giugno, come sempre con il gregge e i suoi cani. Gallese sta rilanciando una filiera: seleziona le pecore, trasforma la lana selezionata in filati colorati naturalmente nella sua bottega a Santo Stefano di Sessanio, per poi spedire la sua Aquilana in tutto il mondo.
Castel Del Monte dunque, un paese che proprio per affermare, tutelare e valorizzare il suo patrimonio culturale di cui il poeta pastore Francesco Giuliani, ne è il cantore ha realizzato il Museo della pastorizia in cui sono esposti oggetti utilizzati per la produzione di lana e formaggi e pannelli che raccontano la transumanza, la migrazione a fine estate di pecore e pastori dai monti abruzzesi alle valli fino a raggiungere la Puglia.
Castel Del Monte capitale della transumanza per la sua importanza è stato uno dei centri di manifattura laniera che hanno contrassegnato la tradizione artigiana dell’intera regione, sia per la qualità tecnica che, in alcuni casi, per le particolarità decorative delle loro produzioni. Come Sulmona, Scanno, Castel di Sangro, Pescocostanzo. .
Con testimonianze archeologiche ancora vive di quella attività armentizia che produceva dunque la materia prima per tale manifattura come per esempio il tratturo oltre che la tessitura della lana di cui ci stiamo occupando .Il Regio Tratturo L’Aquila – Foggia è anche chiamato Tratturo Magno per la sua estensione, dato che è tratturo più esteso del meridione raggiungendo i 244 km. Parte da L’Aquila nei pressi della Chiesa di Santa Maria di Collemaggio e da Sant’Elia prosegue tra la SS17 ed il fiume Aterno fiancheggiando la ferrovia ed il Vivaio della Forestale Mammarella verso Bazzano, Onna e San Gregorio. Qui il percorso diventa interno su vie sterrate tra Poggio Picenze e san Demetrio ne’ Vestini e prosegue oltrepassando il Vivaio della Forestale Pie’ delle Vigne di Barisciano e raggiungendo l’antica Peltuinum nei pressi Prata d’Ansidonia. In questo tratto fino a Navelli, il tracciato del tratturo si sovrappone a quello dell’antica via romana Claudia Nova.
Un monumento dunque il tratturo che racconta la storia della transumanza come racconta la storia della pastoriza, per esempio, nello stesso territorio aquilano , un altro insediamento che merita di essere citato : il villaggio pastorale delle Capanne di Pietra. nei pressi di Villa Santa Lucia.
Ma torniamo alla presentazione del volume di Graziosi e De Felice che è stata impreziosita da una introduzione di Mario Basile e da una dotta relazione di Paolo Giuliani . In particolare Giuliani nell’illustrare la tecnica della tessitura ha mostrato alcune coperte appartenenti alla sua collezione descrivendone la manifattura.
In particolare il suo racconto della tessitura è stato un viaggio all’indietro nel tempo , nella vita di Castel del Monte degli anni del secolo scorso ma anche e soprattutto il ricordo del lavoro femminile . Non c’era famiglia che non avesse un telaio e non c’era donna che non sapesse usare questa macchina manuale . Un lavoro domestico destinato all’autoconsumo. Ogni famiglia possedeva un telaio che veniva ereditato tramandato da una generazione all’altra. Il telaio veniva costruito da un falegname in solido legno di quercia e come per esempio per i costruttori di carretti, anche per i telai si erano sviluppate tecniche e competenze e saperi che hanno permesso di realizzare macchine efficentissime e soprattutto utili e necessarie sia per l’economia familiare sia per la produzione di tessuti destinati al commercio .
Scrive Fulgo Graziosi : “ Il compito di filare la lana per la realizzazione del filo ritorto, di solito, veniva affidato alle donne più anziane del nucleo familiare per interessarle e per non farle sentire inutili nella gestione dell’economia familiare.
Queste anziane donne si calavano perfettamente nel ruolo e nella parte dimostrando, ad ogni effetto, l’utile partecipazione al sostegno dell’economia della famiglia. Filavano dalla mattina alla sera, anche quando camminavano per recarsi a trovare una parente o un’amica.”
Ed è lo stesso Graziosi in un suo scritto che descrive il telaio : “Il telaio abruzzese, era formato da due massicci cavalletti sui quali erano fissati due assi verticali che reggevano due piccole travi longitudinali; su queste poggiavano le aste di legno trasversali che portavano i licci e il battente con il pettine. Man mano che si tesseva, la trama veniva stretta ed infittita con dei colpi di pettine, come si osserva dalla ricostruzione. L’abilità maggiore della tessitrice consisteva nel muovere nel giusto ordine i pedali, seguendo uno schema che era fissato solo nella sua memoria.”
E proprio attraverso il lavoro femminile Paolo Giuliani ha ripercorso e descritto le varie fasi di lavorazione della lana per arrivare ad un tessuto,una pezza per vari usi. . Dopo la tosatura, la lana veniva attentamente lavata e allentata manualmente. Poi veniva effettuata la cardatura .La lana, passando attraverso degli aghi infissi in una tavola fissa e una oscillante, veniva resa soffice e priva di ogni legame. Successivamente veniva posata in una apposita conocchia, sfilacciata e legata ad un fuso, al quale veniva impressa una rotazione sempre nello stesso verso. Da questa operazione si otteneva il filo ritorto. Si sceglieva il disegno e i colori e si procedeva alla tinta della lana con l’impiego di tinte “autarchiche”. Si passava, quindi, all’esecuzione delle operazioni più delicate e strutturali, la preparazione dell’ordito.
Prima di tessere, bisognava ordire la tela. L’orditura si sviluppava in due momenti: la preparazione dell’ordito e la sua sistemazione sul telaio. Per la preparazione si usava il portaspole, “l’urditore”.E a proposito dell’ordito Giuliani ha richiamato l’attenzione sul fatto che questa operazione era importantissima e preziosa tanto da rappresentare un bene comune , un patrimonio dell’intera comunità. Tanto che tecnicamente alcuni urditori erano realizzati sui muri delle case , sulla pubblica via proprio a rappresentare il valore collettivo di una perizia che produceva un vero e proprio patrimonio figurativo . . Per la fase successiva, cioè per tendere l’ordito sul telaio, erano necessarie più persone: si fissavano i fili al subbio dell’ordito, poi si facevano passare ad uno ad uno attraverso i licci e si avvolgevano ben tesi all’altro subbio.
I fili, in verticale, venivano disposti secondo i colori e il disegno prescelto. Alla fine, il tutto veniva avvolto in appositi rulli che venivano collocati nella parte terminale del telaio. Ogni filo doveva passare al centro dei registri, in dialetto definiti “licci” e, successivamente, inseriti ordinatamente tra i denti del pettine. Alla fine venivano legati in un altro rullo, posto all’altra estremità del telaio, in corrispondenza del posto della tessitrice. Il movimento dei registri, regolato da una apposita pedaliera, disponeva l’incrocio dei fili tra i quali veniva fatta scorrere una “navicella” che, all’interno, recava un cannello sul quale era stata arrotolata la lana che, passando da una parte all’altra costituiva la trama e, quindi, la tessitura finale. Una volta realizzato il telo, questo veniva adeguatamente tagliato e cucito per la definitiva realizzazione della coperta, alla quale veniva applicata una frangia realizzata ad uncinetto con la stessa lana della coperta. In alcuni casi, in base ai gusti della committente, veniva applicato del velluto di adeguato colore.
Per lavorare al telaio, erano necessarie doti che si acquistavano con l’esperienza: la precisione nell’eseguire i disegni della trama e la resistenza fisica, indispensabile per azionare il telaio e restarvi sedute per ore.
E come abbiamo detto era compito delle donne, instancabili in questo lavoro . Come già accennato, proprio sul ruolo della donna, ha messo l’accento Paolo Giuliani che ha arricchito il racconto della tessitura della lana con citazioni dal mondo dell’arte ma soprattutto attraverso un excursus storico della transumanza, Un fenomeno antico che prevedeva lo spostamento degli armenti su diversi territori a secondo della stagione atmosferica.Una transumanza verticale per raggiungere i pascoli di alta quota per gli armenti che in inverno erano custoditi in stalle al piano e una transumanza orizzontale sia nella campagna romana che nel Tavoliere delle Puglie durante la stagione invernale. Dopo il periodo romano ,appunto dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, le strade percorse dalle greggi transumanti divennero insicure a causa delle incursioni di predoni e banditi per cui questa tecnica di allevamento ebbe una sospensione durante quasi tutti gli anni del Medioevo ,
Furono gli aragonesi che regnavano sul Regno delle Sicilie a istituire la Mena delle pecore , ovvero una serie di postazioni lungo il cammino delle greggi dall’Abruzzo al Tavoliere delle Puglie che è la più grande stensione di terra del nostro paese dopo la Pianura Padana. . Alfonso I nel 1447 affidò l’incarico di Doganiere a Francesco Montluber, che appunto doveva soddifare due condizioni poste anche dai pastori per rendere sicura la transumanza nella Capitanata.
Garantire un percorso sicuro dall’Abruzzo alle Puglie contro il pagamento di una tassa di otto ducati per cento pecore ma anche l’assegnazione di un pascolo sufficiente dove permanere fino alla primavera inoltrata quando doopo la tosatura le greggi facevano ritorno nel luogo di provenienza. I pastori erano inoltre obbligati a vendere a Foggia, sede della Dogana, i loro prodotti e cioè lana, agnelli, capretti, formaggi.
Per realizzare le condizioni richieste dai pastori che quindi si asseggettavano volientieri al pagamento di una specie di dogana : la protezione durante il viaggio dalle terre di origine in Capitanata e relativo ritorno, e la possibilità di trovare pascoli sufficienti per tutto il periodo invernale,l’amministrazione aragonese oltre all’istituzione di un “ tabulato censuario “ per i pascoli, una specie di catasto mise in atto un esperimento amministrativo. Prevedendo che i pascoli regi potevano rivelarsi insufficienti ,stipulò con baroni, università e privati un vero e proprio contratto per acquisire in perpetuum il pascolo invernale, cosiddetto “vernotico”, dei loro erbaggi.. Tale accordo dunque prevedeva che quelle terre venissero per così dire prestate al demanio nella stagione invernale per ospitare fino a due milioni di ovini . Le terre tornavano poi automaticamente dal 9 maggio al 29 settembre, in possesso dei legittimi proprietari che potevano esercitare la “statonica”, cioè il pascolo estivo.
Veniva così istituita la “Regia Dogana della mena delle pecore” che Ferrante d’Aragona, figlio di Alfonso conserverà e perfezionerà con l’acquisto , per conto della Dogana dei passi sui feudi, città, terre e castelli attraverso i quali dovevano necessariamente passare le greggi nei loro periodici spostamenti, fino a trasferire la sede della Dogana da Lucera a Foggia.Si partiva dunque fine settembre e si tornava inizio maggio . Un viaggio dunque che nei decenni costituì un punto di riferimento culturale , sociale, economico e religioso.Un viaggio dal quale venivano novità riportate nei paesi dell’Aquilano. Castel Del Monte per esempio era un paese modernissimo perchè raccoglieva e applicava tutte le novità che i pastori riportavano i dai centri che toccavano durante il loro viaggio transumante. Fino a quella devozione per S. Michele Arcangelo al cui santuario,la grotta di Montesantangelo in Capitanata , si svolgevano pellegrinaggi il 29 settembre e l’8 maggio. Date che segnavano anche la partenza e il ritorno dalla transumanza in Capitanata . La devozione dei pastori verso S. Michele Arcangelo è molto sentita, specialmente in Italia meridionale, dove il santo è considerato protettore del loro lavoro e dei loro greggi Il santo, guerriero contro Satana, veniva visto come un protettore contro le paure legate all’ignoto e alla natura selvaggia che i pastori affrontavano durante la transumanza. Fino a ntrodurre tale devozione con la creazione di un santuario a Bominaco un centro vicino l’Aquila e lungo il percorso del Trattuto Magno , sulla Piana di Navelli : l’eremo di San Michele, con la sua grotta e la chiesa di Santa Maria Assunta, come un punto di riferimento per le celebrazioni della transumanza, con benedizioni del bestiame e riti religiosi.
Al termine della presentazione del volume il Sindaco ha dato lettura della deliberazione del Cosniglio comunale con la quale è stata conferita a Fulgo Graziosi la cittadinanza onoraria di Castel Del Monte. Un riconoscimento adun cittadino che pur essendo nato in un comune vicino ha lavorato incessantemente per il bene della comunità di Castel Del Monte mettendo a disposizione non solo le sue capacità e competenze ma esprimendo uno spirito di appartrenenza che lo lega indissolubilmente a. quella comunità.
