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DOPO LA FINE: “IL PICCOLO RESTO” – PROF.SSA GABRIELLA TORITTO

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Redazione-  Il 28 dicembre scorso a “Soul”, rubrica televisiva di TV2000, Ernesto Galli della Loggia, autore di “Dopo la fine. Il declino pubblico del Cattolicesimo in Italia.” è stato intervistato dalla conduttrice Monica Mondo.

Non ho seguito l’intera intervista ma per ciò che ho avuto modo di ascoltare (a trasmissione già iniziata) il dialogo mi è sembrato molto interessante, di grande attualità e profondità.

Ernesto Galli della Loggia, storico, preside e docente universitario, importante editorialista di Corriere della Sera, è un osservatore severo del panorama culturale e politico italiano, controcorrente, fautore del Cattolicesimo e del liberismo attuali, dopo una gioventù nell’estrema sinistra, abbandonata ai tempi del terrorismo. Il professore ha condotto una disamina sui comportamenti e sulle scelte degli adulti contemporanei, allontanatisi dal Cattolicesimo. Ha affermato che il Cristianesimo si è trasmesso grazie alle famiglie di un tempo e attraverso esse, più che grazie agli ecclesiastici. Ha denunciato il Cristianesimo dei nostri tempi come troppo timido, poco determinato, politicamente non all’altezza dei tempi. Ha evocato lo stesso clero come culturalmente inadeguato alla società complessa delle grandi sfide in cui viviamo. E, date tali premesse, ha paventato il declino pubblico del Cristianesimo in Italia.

In “Dopo la fine. Il declino pubblico del Cattolicesimo in Italia” l’autore riflette sul tema dell’identità e della patria, e sulle radici giudaico-cristiane dell’Occidente.

Consapevole che oggi i cattolici italiani contano poco o nulla in politica, richiama l’attenzione sulla “profezia” di papa Benedetto XVI. Osserva che i valori dei cattolici (caratterizzati da non poche differenze tra gli stessi credenti) appaiono sempre più quelli di una minoranza anche sul piano dei comportamenti diffusi, degli stili di vita e delle opinioni.

L’autore ripercorre il cammino che ci ha condotti a tale punto attraverso quell’orientamento che ha guidato la società tutta e le scelte dottrinali e pastorali compiute dalla Chiesa dopo il Concilio Vaticano II.

Dopo quasi mezzo secolo con pontefici di altre nazionalità, contro quanti auspicavano la scelta di un italiano per il soglio pontificio, l’elezione del cardinale statunitense Prevost ha confermato il trend in corso. Infatti, l’evento costituisce un segnale ancora più evidente del ridimensionamento dell’influenza cattolica italiana nel contesto ecclesiale mondiale.

L’Italia, epicentro e cuore della cristianità di un tempo, oggi assiste all’isolamento della propria voce sia nella politica nazionale sia nei grandi processi decisionali della Chiesa universale. Tutto ciò conferma la crisi strutturale profonda che il Cattolicesimo italiano sta attraversando.

La diagnosi sulla condizione del Cattolicesimo nell’attuale vita pubblica italiana, argomento su cui l’autore riflette da circa quaranta anni, è severa ma obiettiva.  I cattolici, un tempo protagonisti della scena politica e culturale del Paese, oggi sono confinati in una posizione marginale, appaiono “smarriti” in una società laica.

A mio avviso la società in cui viviamo si presenta sempre più pagana, rapace, prepotente. In essa il dio-denaro “divide et impera”, ‘compra’ tutto e tutti e ogni regola della civile convivenza è saltata. I mezzi di comunicazione e i social hanno poi ‘completato’ l’opera. Credo fermamente che ci sia stato un disegno occulto, ben congegnato, per disperdere l’umanità. Già si parla di transumanesimo ma la Storia ci insegna che l’uomo è uno ‘scolaro’ svogliato, non apprende bene e, ancor peggio, usa il più delle volte a scopo malefico ciò che impara, scopre o inventa.

Il professore Galli della Loggia analizza il ruolo del cosiddetto “pensiero laico, antagonista e avversario del Cattolicesimo”. Si autodefinisce un “cosiddetto laico”, sottolineando che l’Italia, di antica tradizione cattolica, vanta più interpretazioni sia del laicismo sia dello stesso cattolicesimo.

L’autore riconosce di essere culturalmente e spiritualmente legato al Cristianesimo cattolico (sicuramente per educazione e retaggio familiare) pur sottolineando che la Chiesa istituzionale ha tradito il proprio ruolo storico ed è stata poco trasparente attraverso i secoli. Secondo Galli della Loggia, la Chiesa ha abbandonato la propria missione primitiva di guida spirituale e culturale dell’Occidente, preferendo adottare un approccio “mondialista che la avvicina a organizzazioni come le Nazioni Unite”, rischiando di esserne stravolta e svuotata di significato.

La ricerca dei prodromi di tale crisi inizia già dal XVI secolo con la Riforma Protestante, per poi arrivare alla “questione romana” post-unitaria, nonché alla crisi determinante del Cattolicesimo politico (a cavallo dell’inizio del nuovo millennio) con la fine della Democrazia Cristiana, partito politico che per decenni ha dominato la scena politica italiana. Dopo lo scioglimento della DC, avvenuto negli anni Novanta del secolo scorso, in seguito agli scandali di Tangentopoli, il mondo cattolico non è stato capace di intraprendere una riflessione profonda e di sottoporsi a un ‘je m’accuse’. Eppure quei cattolici hanno contribuito tantissimo, anche attraverso immani sacrifici e il martirio, a concepire, scrivere e lasciarci in eredità la nostra bellissima Costituzione (mai del tutto seriamente implementata) e la Repubblica.

“Mentre i post-comunisti seppero reinventarsi e mantenere un ruolo significativo nella politica italiana, i cattolici si dispersero in formazioni minori, incapaci di proporre una visione unitaria e innovativa”.

Secondo il Professor Galli della Loggia il fallimento è da ricercare in due errori strategici: la scelta dei cattolici di schierarsi prevalentemente con il centrosinistra, abbandonando la tradizione centrista della DC, divenendo così subalterni al Partito Democratico, e l’incapacità di aprirsi a nuove culture politiche, in un’autoreferenzialità che li ha persi.

Mentre l’Islamismo, anche quello più radicale, e altre religioni vanno diffondendosi nel mondo, la secolarizzazione dell’Occidente e, in particolare, dell’Europa scristianizzata annullerà secoli e secoli di una grande Storia. Dinanzi a tale scenario quasi apocalittico la Chiesa cattolica sembra incapace di leggere i ‘segni dei tempi’ e di offrire una risposta efficace alla sfida che le si impone.

L’autore critica l’approccio “irenico-democratico” del post-Concilio Vaticano II, giudicato “troppo ottimista e inadatto a confrontarsi con la drammaticità della realtà contemporanea”  tuttavia auspica che il Cattolicesimo non scompaia dalla scena pubblica italiana, nonostante i toni critici e severi delle proprie considerazioni e obiezioni. Anzi vorrebbe che la critica sollevata contribuisse a invertire la rotta della crisi perdurante, fornendo una riflessione approfondita e costruttiva. Temendo l’impoverimento se non la “fine” della cattolicità, suggerisce ai credenti della Chiesa cattolica di accettare di liberarsi dalla tutela della gerarchia ecclesiastica, di agire in autonomia nel campo politico e di rinunciare all’ambizione di rappresentare un “mondo cattolico” unitario, collaborando con chi condivide valori compatibili.

Osservando la realtà e i comportamenti, le ambizioni e le ipocrisie, personalmente temo che non tutti i cattolici di oggi siano preparati a tale assunzione di responsabilità e capaci della predetta “liberazione”.

Durante l’intervista c’è un richiamo alla “profezia” di Papa Benedetto XVI. Papa Ratzinger, tuttavia, non profetizzò la fine imminente del Cristianesimo in senso apocalittico, bensì evocò una profonda crisi della Chiesa, “un enorme sconvolgimento”, dal quale sarebbe emersa una “Chiesa piccola”, “più spirituale”, ridotta alle sue origini, con il rischio della perdita di tutti i suoi edifici e privilegi, rinata purificata e più fedele alla propria originaria missione, concentrata sulla fede autentica in Gesù Cristo.

Qualora la condizione di “purificazione” e di “rinascita” non avvenisse, la fine della Chiesa, così come la conosciamo oggi, sarebbe ineluttabile.

Della “Chiesa piccola”, o meglio, del “Piccolo Resto”, concetto biblico e teologico, si è parlato a lungo in quanto fa riferimento a una comunità di credenti fedeli, “sentinelle”, che sopravvivono ad un’apostasia o a un grave disastro, da cui può rinascere la speranza e il rinnovamento dello Spirito. Il “Piccolo Resto” è stato trattato come elemento di fedeltà e speranza nell’antico contesto biblico, così come lo è ai nostri giorni. Vi fanno riferimento, ad esempio, San Luigi Grignon de Monfort ma anche Don Stefano Gobbi, “parroco del mondo”, come lo definì Giovanni Paolo II.

In quanto alla “perdita di edifici e privilegi” cui alluse Papa Benedetto XVI, vi sono precedenti storici come, ad esempio, il Quirinale oppure i tanti storici, plurisecolari conventi, memori di tante gloriose vestigia, oggi convertiti in resort di lusso. Se poi immaginiamo le stratosferiche ricchezze accumulate dalla famiglia del ‘tycoon’ o dai suoi players costruttori e tecnocrati anche attraverso le cryptovalute, dai magnati delle tecnologie informatiche o dagli sceicchi arabi attraverso i petrodollari, allora ce n’è da fare tremare i polsi.

Ratzinger riteneva che la Chiesa stesse vivendo un’epoca analoga a quella successiva all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese: “Siamo a un enorme punto di svolta nell’evoluzione del genere umano. Un momento rispetto al quale il passaggio dal Medioevo ai tempi moderni sembra quasi insignificante”.

Fin dal lontano 1969 il pontefice riteneva necessaria, vitale la “purificazione” che avrebbe reso la Chiesa più spirituale e meno mondana, con un ritorno alle origini, “agli inizi”. E se è vero che la Chiesa “Piccola” potrebbe perdere il suo potere sociale ed economico, è pur vero che tornerebbe a essere più autentica, vitale comunità di credenti radicali, fedeli al messaggio evangelico di Cristo.

Papa Ratzinger non previde la disfatta del Cristianesimo, bensì una trasformazione radicale da una Chiesa grande e pervasiva a una più piccola, povera e più autenticamente evangelica: un “nuovo inizio”, dopo un periodo di declino e crisi.

La vera “fine” potrebbe avvenire qualora la Chiesa perdesse la conoscenza di Gesù e del suo messaggio, strumentalizzato e ridotto a mera ideologia o assistenza sociale, trasformando i sacerdoti in “assistenti sociali”. Il Cristianesimo è un atto di fede. La fede è un dono. È uno stato di grazia conquistato attraverso l’apertura e l’umiltà del cuore.

L’impresa che spetta al clero di oggi è di grave responsabilità, più che mai ardua poiché, oltre a recuperare l’originale messaggio evangelico, è chiamato ad essere ‘uomo fra gli uomini’, oltre che “struttura sociale” che accoglie e non emargina: come Cristo, come Francesco di Bernardone, come Papa Bergoglio, al fine della conversione dei cuori. Di qui il richiamo e l’invito di papa Leone XIV ai cardinali, in occasione degli auguri natalizi, a fare comunione, a superare le divisioni, a testimoniare Cristo nella Curia Romana: “non è il vostro orto”, esortando a servire con umiltà e unità, allontanandosi da ambizioni personali per abbracciare il messaggio di Cristo che porta speranza e vicinanza, nascendo tra i poveri.

F.to Gabriella Toritto

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