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” DIO CON NOI ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI

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Redazione – Dio è disceso in una “mangiatoia”, ammiccamento di ciò che sarebbe stato di lui. Inoltre, egli nacque a Betlemme, che in ebraico vuol dire “casa del pane”. Cristo è il pane di vita, cibandosi del quale si vivrà in eterno.

Dio Figlio (Cristo) muore in croce come sacrificio rivolto a Dio Padre per il perdono dei nostri peccati. È da questo atto sacrificale che origina la salvezza per tutto il mondo, che si rinnova in ogni Messa nel mistero del pane eucaristico.

In quasi tutte le religioni vi è il sacrificio, ed è sempre un rito capitale.

Leggiamo nel Ṛg-Veda (I.164.35), il più antico dei Veda, i testi sacri dell’induismo, ove è scritto in sanscrito vedico:

iyaṃ vediḥ paro antaḥ pṛthivyā ayaṃ yajño bhuvanasya nābhiḥ | ayaṃ somo vṛṣṇo aśvasya reto brahmāyaṃ vācaḥ paramaṃ vyoma ||

“L’altare è l’ultimo limite della terra;

questo sacrificio compiuto da noi è il centro del mondo;

Soma è il seme prolifico, essenza di virilità;

la nostra preghiera è il cielo più alto dove abita la Parola”.

In Ṛg-Veda IV.23.10 si gioca sul valore del termine vedico ṛta, che oscilla tra “rito” e “ordine cosmico”, in uno splendido metro nicṛttriṣṭup:

ṛtaṃ yemāna ṛtam id vanoty ṛtasya śuṣmas turayā u gavyuḥ | ṛtāya pṛthvī bahule gabhīre ṛtāya dhenū parame duhāte ||

“L’(adoratore cerimoniale) che sottopone ṛta (alla sua volontà) gode veramente di ṛta; la forza ṛta è (sviluppata) con velocità ed è desiderosa di (possedere) acqua; a ṛta appartengono il cielo e la terra ampi e profondi; vacche sublimi, cedono il loro latte a ṛta”.

Il sacrificio vedico è l’atto cultuale più importante che ci sia in quanto permette la armonia dell’universo. Così si legge nel Śatapatha Brāhmaṇa XIV.3.2.1:

sarveṣām vā eṣa bhūtānām sarveṣāṃ devānāmātmā yadyajñastasya

“Tutto ciò che è, compresi gli esseri celesti,

ha un solo principio di Vita, un solo Sé: il Sacrificio”.

In ebraico bet (donde bet lechem, “casa del pane”, stato costrutto) non significa solo “casa” ma anche “tempio” e “discendenza”. Nel Nuovo Testamento Dio si manifesta nell’uomo, che quindi diviene Tempio di Dio. E si manifesta anche in una discendenza, quella davidica: Cristo per via del padre putativo Giuseppe è discendente di Davide, al quale Dio promise un trono reso stabile per sempre. Dio Figlio e Dio Padre sono uniti per opera di Dio Spirito Santo nella Persona di Cristo. Cristo è una unica Persona in due nature (umana e divina), intrinsecamente unite, tanto che Maria può considerarsi realmente Madre di Dio.

Il termine lechem vuol dire originariamente “cibo”, e poi “pane”. Quindi Dio non sceglie solo una casa tra di noi, ma si fa cibo per antonomasia.

Nella tradizione ebraica lechem indica la Torah, la Legge che Dio ha dato agli uomini per guidarli lungo il cammino. Ricordiamo che la Madonna che appare a Kibeho si definisce Madre del Verbo. Verbo è una parola che deriva dal termine latino verbum, che vuol dire “parola” in genere, in greco logos (Giovanni 1, 1: “All’inizio era il Verbo”).

Il sacrificio di Cristo inizia in qualche maniera dalla sua nascita e si perfeziona quando verrà appeso alla croce. Il sacrificio cruento avvenne duemila anni fa in Palestina, ma si rinnova in maniera non cruenta durante ogni Santa Messa. Il “memoriale” della Messa deriva dal sostantivo ebraico zikkaron, che non significa solo un ricordo lontano nel passato ma un evento di ieri che si ripropone nella sua interezza anche oggi.

Secondo la tradizione ebraica le cose create prima della creazione del mondo sono: Torah, Geenna, Eden, Trono della Gloria, Tempio, Conversione, Nome del Messia.

Gli ebrei attendono tuttora il Messia e lo stanno aspettando dall’eternità. Il popolo ebraico aspetta la sua manifestazione proprio a Betlemme.

Dio entra in una mangiatoia, altro termine fondamentale nel mondo ebraico. In ebraico è awus, legato a “nutrire”, mentre in greco è fathne, anche questa parola è legata al “nutrire”.

Il segno che l’angelo dà ai pastori è legato alla “mangiatoia”: Oggi il Salvatore è nato nella città di Davide e il segno è un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia. Perché la mangiatoia è un segno? Nella tradizione ebraica il Messia deve mostrare con dei segni che è veramente l’inviato di Dio. Nella cultura ebraica il segno (ot) dei profeti equivaleva alla realtà stessa. Lo stesso Ezechiele diceva di sé di essere un segno.

Gesù è presentato in vista del suo mistero pasquale, in una coincidenza di termini che solo Dio può aver ideato: morte, sepoltura e risurrezione. In quel tempo le mangiatoie erano di pietra e quindi simili ai sarcofagi. Anche le fasce alludono alla morte, cioè alla preparazione del cadavere durante la sepoltura.

Isaia 1, 3: “Là il bue conosce il suo creatore e l’asino la mangiatoia del suo signore, ma Israele non ha compreso e il mio popolo non ha conosciuto”. Il participio ebraico qone-w, “suo creatore”, è la resa filologica più adatta, in quanto il verbo ebraico vuol dire proprio “creare”. Infatti in Proverbi 8, 22 la Sapienza dice di sé stessa: “Il Signore mi ha creato (qanani) all’inizio della sua attività”.

Il popolo ebraico non si è nutrito di Dio, del pane della Torah, bensì degli idoli.

Come notano gli studiosi, il verbo ebraico “conoscere” (yadach) non indica una conoscenza astratta ma per contatto, mediante i sensi, come risulta evidente anche con l’esempio degli animali, che conoscono per abitudine la loro mangiatoia. Associata a Dio, si tratta di una “esperienza” religiosa, ma in sostanza consiste nell’adesione ai suoi progetti e esigenze etiche (vd. la riscrittura del decalogo in Osea 4, 1-2). Perciò la non-conoscenza non è una semplice ignoranza, ma una volontaria inadempienza dei comandi di Dio.

Siamo sicuri che noi cristiani siamo molti diversi dagli ebrei del tempo di Isaia? Andiamo quindi a Messa per nutrici e della Parola di Dio e del Pane del Cielo! E preghiamo la Vergine Santissima Maria che ci tolga sempre più gli appetiti del mondo e ci accenda della fame di Dio! Anche le bestie riconoscono il loro padrone, ma noi, che non riconosciamo Dio come Signore, siamo peggiori degli animali!

Quale grande amore di Dio verso le sue povere creature! Sant’Antonio da Padova diceva che “Gesù è stato dato a noi solo dalla misericordia di Dio Padre”.

Secondo l’Antico Testamento il Messia viene per risollevare i poveri e gli sfiduciati, gli afflitti e i miserabili, è la categoria degli ‘anawim, letteralmente i “curvi”, sotto la sferza dell’arroganza e del potere iniquo, ma anche perché dallo spirito puro e quindi in retta adorazione di Dio.

Di più, Cristo stravolge ogni attesa, ribalta ogni logica, perché afferma che è venuto a chiamare addirittura non i giusti ma i peccatori. Dio ci ama così come siamo, nelle nostre miserie creaturali e spirituali: vuole solo che, per amor suo, ci inginocchiamo di fronte alla sua regalità divina e cambiamo vita.

Quindi si comprendono le parole di Papa Leone XIV in apertura della Esortazione Apostolica “Dilexit te”:

«Ti ho amato» (Ap 3,9), dice il Signore a una comunità cristiana che, a differenza di altre, non aveva alcuna rilevanza o risorsa ed era esposta alla violenza e al disprezzo: «Per quanto tu abbia poca forza […] li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi» (Ap 3,8-9). Questo testo richiama le parole del cantico di Maria: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili. Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,52-53).

Il Dio incontenibile, infatti, si è fatto contenere in una mangiatoia e andrà a morire su un patibolo, la croce, di origine persiana e riservata ai peggiori criminali, tanto che i dominatori romani vi esentavano i delinquenti di cittadinanza romana. E tutto questo solo per amore di una umanità che addirittura non lo vuole riconoscere, oggi come allora.

Il Salmo 33 esalta la parola e prefigura la Parola di Dio che è Cristo:

1Esultate, o giusti, nel Signore;

per gli uomini retti è bella la lode.

2Lodate il Signore con la cetra,

con l’arpa a dieci corde a lui cantate.

3Cantate al Signore un canto nuovo,

con arte suonate la cetra e acclamate,

4perché retta è la parola del Signore

e fedele ogni sua opera.

5Egli ama la giustizia e il diritto;

dell’amore del Signore è piena la terra.

6 Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,

dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.

7Come in un otre raccoglie le acque del mare,

chiude in riserve gli abissi.

8Tema il Signore tutta la terra,

tremino davanti a lui gli abitanti del mondo,

9perché egli parlò e tutto fu creato,

comandò e tutto fu compiuto.

10Il Signore annulla i disegni delle nazioni,

rende vani i progetti dei popoli.

11Ma il disegno del Signore sussiste per sempre,

i progetti del suo cuore per tutte le generazioni.

12Beata la nazione che ha il Signore come Dio,

il popolo che egli ha scelto come sua eredità.

13Il Signore guarda dal cielo:

egli vede tutti gli uomini;

14dal trono dove siede

scruta tutti gli abitanti della terra,

15lui, che di ognuno ha plasmato il cuore

e ne comprende tutte le opere.

16Il re non si salva per un grande esercito

né un prode scampa per il suo grande vigore.

17Un’illusione è il cavallo per la vittoria,

e neppure un grande esercito può dare salvezza.

18Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,

su chi spera nel suo amore,

19per liberarlo dalla morte

e nutrirlo in tempo di fame.

20L’anima nostra attende il Signore:

egli è nostro aiuto e nostro scudo.

21È in lui che gioisce il nostro cuore,

nel suo santo nome noi confidiamo.

22Su di noi sia il tuo amore, Signore,

come da te noi speriamo.

Qui abbiamo un’eco della teologia egiziana menfita (gli ebrei erano stati schiavi degli egiziani e avevano sicuramente mutuato qualche loro concezione), per la quale il dio Ptah crea la realtà con la sua parola. In egiziano antico “parola” è med, raffigurata dal geroglifico del bastone, come a dire che solo i decreti di Dio danno affidamento. È significativo che in arabo “amico” si dice ṣadiq, da una radice che vuol dire “dire la verità”. Ora solo Cristo è il vero amico che dice sempre la verità, che non tradisce mai, in quanto Dio.

Dopo questo quadro mastodontico in cui la Parola di Dio quasi come una ipostasi divina, si staglia all’orizzonte dei tempi e del cosmo, il v. 11 dello stesso Salmo 33 pone una colossale antitesi: la ‘eṣah di Dio e quella delle nazioni, termine ebraico che vuol dire “progetto”.

Gli uomini devono seguire il progetto di Dio per essere felici e avere la pace (dei cuori e quella esterna), e devono subordinare i progetti propri alla Parola di Dio, in cui si esprime la volontà del creatore. Ai vv. 10-11 si afferma che i “ragionamenti”, i “piani” di Dio, in ebraico maḥsebot, durano per sempre, al contrario di quelli degli uomini! Significativo che in Isaia 9, 6, all’apparire del Messia, la pace non avrà fine.

In Isaia 11,3 si dice del Messia che “si compiacerà del timore del Signore” (traduzione CEI): è una frase ebraica di difficile resa, alla lettera potrebbe essere “il suo profumo è nel timore del Signore”. vale a dire che la cosa più bella per il Messia, come un dolce profumo, è avere timore di Dio, cioè rispetto della sua Parola, obbedienza alla sua Legge. Gli uomini dovrebbero essere come il Messia annunciato da Isaia! “Principio della sapienza è il timore del Signore” (Proverbi 9, 10).

Ogni Natale la Parola di Dio viene tra noi: Cristo nasce nei nostri cuori. Di più, in ogni Messa possiamo mangiare questa Parola, farla nostra. È su quell’altare che poggia il senso recondito del nostro esistere sulla terra, in attesa della nostra Gloria in cielo.

Cristo prima diviene un bambino duemila anni fa, poi il sacerdote invoca (epiclesi) lo Spirito Santo sul pane e sul vino e rende presente Cristo tra noi, veramente, realmente e sostanzialmente. Ma, di più, la seconda epiclesi della Messa è quando il sacerdote invoca lo Spirito per rendere i cristiani un solo corpo in Cristo.

È in quella mangiatoia, dove lo possiamo mangiare fino ad oggi, che si consuma il mistero inaccessibile della nostra salvezza.

Infatti 1 Giovanni 3 rivela:

1Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.

3Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro. 4Chiunque commette il peccato, commette anche l’iniquità, perché il peccato è l’iniquità. 5Voi sapete che egli si manifestò per togliere i peccati e che in lui non vi è peccato. 6Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non l’ha visto né l’ha conosciuto.

Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 59 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.

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