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CAMMINARE INSIEME PER ANNUNCIARE IL VANGELO (QUINTA PARTE )

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Redazione- Il primo sottocapitolo del terzo capitolo della esortazione di Papa Francesco Evangeli gaudium    afferma  “Tutto il popolo di Dio annuncia il Vangelo” e tratta dell’evangelizzazione, compito della Chiesa, non solo come istituzione organica e gerarchica, ma come «…popolo in cammino verso Dio.» Riprendendo in citazioni numerosi documenti dei pontefici che l’hanno preceduto, di conferenze episcopali e del Concilio Vaticano II, papa Francesco sviluppa il concetto di Chiesa come Popolo di Dio, sostenendo che ogni popolo deve poter sviluppare la fede secondo la propria cultura: «Quando una comunità accoglie l’annuncio della salvezza, lo Spirito Santo ne feconda la cultura con la forza trasformante del Vangelo. In modo che come possiamo vedere nella storia della Chiesa, il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale…”

Il documento preparatorio del Sinodo che stiamo esaminando in queste riflessioni  pubblicate a puntate  afferma : “ Lo Spirito di Dio che illumina e vivifica questo “camminare insieme” delle Chiese è lo stesso che opera nella missione di Gesù, promesso agli Apostoli e alle generazioni dei discepoli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica. Lo Spirito, secondo la promessa del Signore, non si limita a confermare la continuità del Vangelo di Gesù, ma illuminerà le profondità sempre nuove della sua Rivelazione e ispirerà le decisioni necessarie a sostenere il cammino della Chiesa (cfr. Gv 14,25-26; 15,26-27; 16,12-15). Per questo è opportuno che il nostro cammino di costruzione di una Chiesa sinodale sia ispirato da due “immagini” della Scrittura. Una emerge nella rappresentazione della “scena comunitaria” che accompagna costantemente il cammino dell’evangelizzazione; l’altra è riferita all’esperienza dello Spirito in cui Pietro e la comunità primitiva riconoscono il rischio di porre limiti ingiustificati alla condivisione della fede. L’esperienza sinodale del camminare insieme, alla sequela del Signore e nell’obbedienza allo Spirito, potrà ricevere una ispirazione decisiva dalla meditazione di questi due momenti della Rivelazione.”

Il commento della Commissione teologica internazionale al cammino di sinodalità nella Chiesa, appunto in tema di evangelizzazione e di  ascolto delle scritture  dice: “ Le fonti normative della vita sinodale della Chiesa nella Scrittura e nella Tradizione attestano che al cuore del disegno divino di salvezza risplende la vocazione all’unione con Dio e all’unità in Lui di tutto il genere umano che si compie in Gesù Cristo e si realizza attraverso il ministero della Chiesa. Esse offrono le linee di fondo necessarie per il discernimento dei principi teologici che debbono animare e regolare la vita, le strutture, i processi e gli eventi sinodali. Su questa base, si tratteggiano le forme di sinodalità sviluppate nella Chiesa nel corso del primo millennio e poi, nel secondo millennio, nella Chiesa cattolica, richiamando alcuni dati circa la prassi sinodale vissuta nelle altre Chiese e Comunità ecclesiali”

E continuando  delinea un  percorso  : “L’Antico Testamento attesta che Dio ha creato l’essere umano, uomo e donna, a sua immagine e somiglianza come un essere sociale chiamato a collaborare con Lui camminando nel segno della comunione, custodendo l’universo e orientandolo alla sua meta (Gen 1,26-28). Sin dal principio, il peccato insidia la realizzazione del progetto divino, infrangendo la rete ordinata di relazioni in cui si esprimono la verità, la bontà e la bellezza della creazione e offuscando nel cuore dell’essere umano la sua vocazione. Ma Dio, nella ricchezza della sua misericordia, conferma e rinnova l’alleanza per ricondurre sul sentiero dell’unità ciò che è stato disperso, risanando la libertà dell’uomo e indirizzandola ad accogliere e vivere il dono dell’unione con Dio e dell’unità con i fratelli nella casa comune del creato (cfr. ad es. Gen 9,8-17; 15; 17; Es 19–24; 2Sam 7,11).Nell’attuazione del suo disegno, Dio convoca Abramo e la sua discendenza (cfr. Gen 12,1-3; 17,1-5; 22,16-18). Questa convocazione (קָהָל/עֵדָה – il primo termine spesso tradotto in greco con ἐκκλησία), sancita nel Patto di alleanza al Sinai (cfr. Es 24,6-8; 34,20ss.), dà rilievo e dignità di interlocutore di Dio al Popolo liberato dalla schiavitù, che nel cammino dell’esodo si raduna attorno al suo Signore per celebrarne il culto e viverne la Legge riconoscendosi sua esclusiva proprietà (cfr. Dt 5,1-22; Gs 8; Ne 8,1-18).La קָהָל/עֵדָה è la forma originaria in cui si manifesta la vocazione sinodale del Popolo di Dio. Nel deserto, Dio ordina il censimento delle tribù d’Israele, a ciascuno assegnando il suo posto (cfr. Nm 1–2). Al centro dell’assemblea, unica guida e pastore, vi è il Signore che si fa presente attraverso il ministero di Mosè (cfr. Nm 12; 15–16; Gs 8,30-35) a cui altri vengono associati in modo subordinato e collegiale: i Giudici (cfr. Es 18,25-26), gli Anziani (cfr. Nm 11,16-17.24-30), i Leviti (cfr. Nm 1,50-51). L’assemblea del Popolo di Dio comprende non solo gli uomini (cfr. Es 24,7-8), ma anche le donne e i bambini come pure i forestieri (cfr. Gs 8,33.35). Essa è il partner convocato dal Signore ogni volta che Egli rinnova l’alleanza (cfr. Dt 27-28; Gs 24; 2 Re 23; Neh 8). Il messaggio dei Profeti inculca nel Popolo di Dio l’esigenza di camminare lungo le traversie della storia in fedeltà all’alleanza. I Profeti invitano perciò alla conversione del cuore verso Dio e alla giustizia nei rapporti con il prossimo, specie i più poveri, gli oppressi, gli stranieri, a testimonianza tangibile della misericordia del Signore (cfr. Ger 37,21; 38,1).Perché ciò si realizzi, Dio promette di donare un cuore e uno spirito nuovi (cfr. Ez 11,19) e di aprire dinnanzi al suo Popolo un nuovo esodo (cfr. Ger 37–38): allora Egli stipulerà un’alleanza nuova, non più incisa su tavole di pietra ma sui cuori (cfr. Ger 31,31-34). Essa si dilaterà su orizzonti universali, poiché il Servo del Signore radunerà le genti (cfr. Is 53), e sarà sigillata dall’effusione dello Spirito del Signore su tutti i membri del suo Popolo (cfr. Gl 3,1-4).

 Dio realizza l’alleanza nuova che ha promesso in Gesù di Nazaret, il Messia e Signore, il quale rivela con il suo kérygma, la sua vita e la sua persona che Dio è comunione di amore che con la sua grazia e misericordia vuole abbracciare nell’unità l’umanità intera. Egli è il Figlio di Dio, dall’eternità proiettato nell’amore verso il seno del Padre (cfr. Gv 1,1.18), fatto uomo nella pienezza dei tempi (cfr. Gv 1,14; Gal 4,4) per portare a compimento il divino disegno della salvezza (cfr. Gv 8,29; 6,39; 5,22. 27). Non agendo mai da solo, Gesù realizza in tutto il volere del Padre: il quale, dimorando in Lui, compie Egli stesso la sua opera mediante il Figlio che ha inviato nel mondo (cfr. Gv 14,10).”

Quindi  : “ Il disegno del Padre si compie escatologicamente nella pasqua di Gesù, quand’Egli dona la sua vita per riprenderla nuova nella risurrezione (cfr. Gv 10,17) e parteciparla quale vita filiale e fraterna ai suoi discepoli nell’effusione «senza misura» dello Spirito Santo (cfr. Gv 3,34). La pasqua di Gesù è il nuovo esodo che raduna in unità (συναγάγῃ εἰς ἕν) tutti coloro che nella fede credono in Lui (cfr. Gv 11,52) e che Egli conforma a sé mediante il Battesimo e l’Eucaristia. L’opera della salvezza è l’unità da Gesù chiesta al Padre nell’imminenza della passione: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi uno in noi perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21).” (1)

Il documento  preparatorio del Sinodo proprio rifacendosi a questa storia  sacra  ricorda   : “ Nel suo impianto fondamentale, una scena originaria appare come la costante del modo con cui Gesù si rivela lungo tutto il Vangelo, annunciando l’avvento del Regno di Dio. Gli attori in gioco sono essenzialmente tre (più uno). Il primo naturalmente è Gesù, il protagonista assoluto che prende l’iniziativa, seminando le parole e i segni della venuta del Regno senza fare «preferenza di persone» (cfr. At 10,34). In varie forme, Gesù rivolge una speciale attenzione ai “separati” da Dio e agli “abbandonati” dalla comunità (i peccatori e i poveri, nel linguaggio evangelico). Con le sue parole e le sue azioni offre la liberazione dal male e la conversione alla speranza, nel nome di Dio Padre e nella forza dello Spirito Santo. Pur nella diversità delle chiamate e delle risposte di accoglienza del Signore, il tratto comune è che la fede emerge sempre come valorizzazione della persona: la sua supplica è ascoltata, alla sua difficoltà è dato aiuto, la sua disponibilità è apprezzata, la sua dignità è confermata dallo sguardo di Dio e restituita al riconoscimento della comunità.

L’azione di evangelizzazione e il messaggio di salvezza, in effetti, non sarebbero comprensibili senza la costante apertura di Gesù all’interlocutore più ampio possibile, che i Vangeli indicano come la folla, ossia l’insieme delle persone che lo seguono lungo il cammino, e a volte addirittura lo inseguono nella speranza di un segno e di una parola di salvezza: ecco il secondo attore della scena della Rivelazione. L’annuncio evangelico non è rivolto solo a pochi illuminati o prescelti. L’interlocutore di Gesù è “il popolo” della vita comune, il “chiunque” della condizione umana, che Egli mette direttamente in contatto con il dono di Dio e la chiamata alla salvezza. In un modo che sorprende e talora scandalizza i testimoni, Gesù accetta come interlocutori tutti coloro che emergono dalla folla: ascolta le appassionate rimostranze della donna cananea (cfr. Mt 15,21-28), che non può accettare di essere esclusa dalla benedizione che Egli porta; si concede al dialogo con la Samaritana (cfr. Gv 4,1-42), nonostante la sua condizione di donna socialmente e religiosamente compromessa; sollecita l’atto di fede libero e riconoscente del cieco nato (cfr. Gv 9), che la religione ufficiale aveva liquidato come estraneo al perimetro della grazia.”

Gesù è il pellegrino,dice la relazione della Commissione Teologica internazionale , che proclama la buona novella del Regno di Dio (cfr. Lc 4,14-15; 8,1; 9,57; 13,22; 19,11) annunciando «il cammino di Dio» (cfr. Lc 20,21) e tracciandone la direzione (Lc 9,51-19,28). È anzi Egli stesso «la via» (cfr. Gv 14,6) che porta al Padre, comunicando agli uomini nello Spirito Santo (cfr. Gv 16,13) la verità e la vita della comunione con Dio e coi fratelli. Vivere la comunione secondo la misura del comandamento nuovo di Gesù significa camminare insieme nella storia come Popolo di Dio della nuova alleanza in corrispondenza al dono ricevuto (cfr. Gv 15,12-15). Un’icona viva della Chiesa come Popolo di Dio, guidato lungo la via dal Signore risorto che lo illumina con la sua Parola e lo nutre con il Pane della vita, è tratteggiata dall’evangelista Luca nel racconto dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35).

 Il Nuovo Testamento fa uso di un termine specifico per esprimere il potere di comunicare la salvezza che Gesù ha ricevuto dal Padre e che, nella forza (δύναμις) dello Spirito Santo, esercita su tutte le creature: ἐξουσία (autorità). Essa consiste nella comunicazione della grazia che rende «figli di Dio» (cfr. Gv 1,12). Tale ἐξουσία gli Apostoli ricevono dal Signore risorto, che li invia ad ammaestrare le genti battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e insegnando loro ad osservare tutto ciò che Egli ha comandato (cfr. Mt 28,19-20). Di essa sono resi partecipi, in virtù del Battesimo, tutti i membri del Popolo di Dio che, avendo ricevuto «l’unzione dello Spirito Santo» (cfr. 1Gv 2,20.27), sono ammaestrati da Dio (cfr. Gv 6,45) e guidati «alla verità tutta intera» (cfr. Gv 16,13).

Per cui  al popolo di Dio ,in cammino, sul percorso sinodale il documento preparatorio rivela : “ . Alcuni seguono più esplicitamente Gesù, sperimentando la fedeltà del discepolato, mentre altri sono invitati a tornare alla loro vita ordinaria: tutti, però, testimoniano la forza della fede che li ha salvati (cfr. Mt 15,28). Tra coloro che seguono Gesù prende netto rilievo la figura degli apostoli che Lui stesso chiama, sin dall’inizio, destinandoli all’autorevole mediazione del rapporto della folla con la Rivelazione e con l’avvento del Regno di Dio. L’ingresso di questo terzo attore sulla scena non avviene grazie a una guarigione o conversione, ma coincide con la chiamata di Gesù. L’elezione degli apostoli non è il privilegio di una posizione esclusiva di potere e di separazione, bensì la grazia di un ministero inclusivo di benedizione e di comunione. Grazie al dono dello Spirito del Signore risorto, costoro devono custodire il posto di Gesù, senza sostituirlo: non per mettere filtri alla sua presenza, ma per rendere facile incontrarlo.

Gesù, la folla nella sua varietà, gli apostoli: ecco l’immagine e il mistero da contemplare e approfondire continuamente perché la Chiesa sempre più diventi ciò che è. Nessuno dei tre attori può uscire di scena. Se viene a mancare Gesù e al suo posto si insedia qualcun altro, la Chiesa diventa un contratto fra gli apostoli e la folla, il cui dialogo finirà per seguire la trama del gioco politico. Senza gli apostoli, autorizzati da Gesù e istruiti dallo Spirito, il rapporto con la verità evangelica si interrompe e la folla rimane esposta a un mito o una ideologia su Gesù, sia che lo accolga sia che lo rifiuti. Senza la folla, la relazione degli apostoli con Gesù si corrompe in una forma settaria e autoreferenziale della religione, e l’evangelizzazione perde la sua luce, che promana dalla rivelazione di sé che Dio rivolge a chiunque,direttamente, offrendogli la sua salvezza.

Una contemplazione  che è  “sensus  fidei “. Infatti continua la Commissione nel  suo documento “Il sensus  fidei nella vita della Chiesa “ conferma  : “ i fedeli possiedono un istinto per la verità del Vangelo, che permette loro di riconoscere la dottrina e la prassi cristiane autentiche e di aderirvi. Questo istinto soprannaturale, che ha un legame intrinseco con il dono della fede ricevuto nella comunione ecclesiale, è chiamato sensus fidei, e permette ai cristiani di rispondere alla propria vocazione profetica. Nel suo primo Angelus, papa Francesco citò le parole di un’umile anziana donna che egli incontrò una volta: «Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe»; e il papa aggiunse l’ammirato commento: «Quella è la sapienza che dà lo Spirito Santo». L’intuizione di quella donna è una toccante manifestazione del sensus fidei, il quale consente un certo discernimento riguardo alle cose della fede e al tempo stesso nutre la vera saggezza e suscita la proclamazione della verità, come in questo caso. È dunque chiaro che il sensus fidei rappresenta una risorsa vitale per la nuova evangelizzazione, che è oggi uno dei principali impegni per la Chiesa. (2)

“L’ἐξουσία del Signore risorto si esprime nella Chiesa attraverso la pluralità dei doni spirituali (τα πνευματικά) o carismi (τα χαρίσματα) che lo Spirito elargisce in seno al Popolo di Dio per l’edificazione dell’unico Corpo di Cristo. Nel loro esercizio va rispettata una τάξις oggettiva, in modo che essi possano svilupparsi in armonia e portare il frutto cui sono destinati a favore di tutti (cfr. 1Cor 12,28-30; Ef 4,11-13). Il primo posto tra essi è quello degli Apostoli – tra cui un ruolo peculiare e preminente è attribuito da Gesù a Simon Pietro (cfr. Mt 16,18s., Gv 21,15 ss.): ad essi infatti è confidato il ministero di guidare la Chiesa in fedeltà al depositum fidei (1Tim 6,20; 2Tim 1,12.14). Ma il termine χάρισμα evoca anche la gratuità e la pluriformità della libera iniziativa dello Spirito che a ciascuno elargisce il proprio dono in vista dell’utilità comune (cfr. 1Cor 12,4-11; 29-30; Ef 4,7). Nella logica, sempre, della mutua sottomissione e del mutuo servizio (cfr. 1Cor 12,25): poiché il dono supremo e regolatore di tutti è la carità (cfr. 1Cor 12,31).”

E allora c’è poi l’attore “in più”, l’antagonista, che porta sulla scena la separazione diabolica degli altri tre. Di fronte alla perturbante prospettiva della croce, ci sono discepoli che se ne vanno e folle che cambiano umore. L’insidia che divide – e quindi contrasta un cammino comune – si manifesta indifferentemente nelle forme del rigore religioso, dell’ingiunzione morale che si presenta come più esigente di quella di Gesù, e della seduzione di una sapienza politica mondana che si vuole più efficace di un discernimento degli spiriti. Per sottrarsi agli inganni del “quarto attore” è necessaria una conversione continua. Emblematico a proposito è l’episodio del centurione Cornelio (cfr. At 10), antecedente di quel “concilio” di Gerusalemme

(cfr. At 15) che costituisce un riferimento cruciale di una Chiesa sinodale.

(1) https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20180302_sinodalita_it.html

(2) Cf. Francesco, es. ap. Evangelii gaudium, 24.11.2013, nn. 119-120.

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