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A PIEDI NUDI NEL PALCO

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Redazione-  Interpreta così Ivan Festa il suo Ferdinand in Guerre, in anteprima nazionale a Roma all’Ar.Ma. Teatro ancora per questo fine settimana. Il contatto della pelle nuda dei piedi col pavimento grigio della sala lo ancora al terreno, lui che invece, complice il testo, tende a librarsi in alto, a volare sopra le nostre teste.

Tratto e adattato per il palcoscenico dal romanzo “Guerra” di Louis Ferdinand Céline – al secolo Louis Ferdinand Destouches, scomparso nel 1961 dopo una vita martoriata tra guerre e volontari necessari esili, ferite e malattie, controverso autore francese poi riconosciuto maestro assoluto di una scrittura potente e vibrante –, Ivan Festa accompagna tra gli spettatori direttamente dal fronte, e ferito, il giovane soldato di cui proprio oggi è nuovamente pieno il mondo.

In un’intervista rilasciata ai margini di una sua mostra fotografica – Ivan Festa è anche un fotografo o meglio un artista della fotografia – parlava così del suo rapporto col Teatro: “Solo nell’oscurità senza confini, solo nella gabbia della tortura per raccontare o evocare vicende. In teatro come nella fotografia utilizzo le ombre, racconto storie irreali, do’ forma all’ignoto e ai fantasmi, compio riti e messe, parlo di altri luoghi, da un luogo altro”. 

 

E così ha fatto in questa sua ultima performance. Lasciandoci al buio completo tra una scena e l’altra, tra un episodio e l’altro per meglio dire della storia, poi illuminato lui solo, o il perimetro attorno a lui, di una luce bianca, e fredda. Come il bianco e nero, la luce e il buio, dei suoi scatti sempre notturni. L’alternarsi di fotografia e teatro per lui “un ciclo necessario, che spero resti inviolabile e mie e alle altrui scelte, inarrestabile flusso che detta i miei giorni”. Alcune delle sue fotografie preziose, fissate in camera oscura su Charta Bambagina, sono anche esposte allo sguardo dello spettatore nel foyer del teatro Ar.Ma.

 

Sceglie il monologo per “Guerre” e sceglie di renderlo attraverso una voce piana, a basso volume, mentre in realtà sta urlando la verità di una letteratura che svela la vita. Turpiloquio e linguaggio crudo si alternano al lirismo contenuto nella pateticità delle descrizioni di certi momenti, al racconto grottesco del surreale delle relazioni umane in tempo di guerra, alla testimonianza di una acquisita, precoce, maturità del ragazzo di fronte alla Morte.

Non ci sono cambi di scenografia. L’attore inizia a parlare dietro agli spettatori, poi conquista il proscenio e lì resta. Dietro di lui un servomuto con la sua giubba, quella che arriverà a vedervi appuntata sopra una medaglia al valore in realtà immeritata, unico cambio di abito di scena. Cinquanta minuti in cui l’orrore della guerra scende piano ma deciso su chi ascolta senza che se ne oda il rumore, anzi, sono canzoni, canzoni francesi, ad intervallare la narrazione.

Il messaggio, attualissimo, è che una guerra non finisce mai. Si svuotano i campi, o i cieli, di battaglia, ma la guerra sedimenta nel cervello più ancora che nei corpi di chi la attraversa, per non uscirne mai più. Sembra cinico, l’attore, mentre racconta di Ferdinand nell’ospedale da campo con le sue miserie, i suoi rapporti di potere, e poi del caso che sempre indirizza le vite in una direzione piuttosto che un’altra, e dell’amore o meglio del sesso rubato o regalato, di amicizie e invidie. Eco del presunto cinismo di Cèline o forse esito di quel cambio di prospettiva che il braccio ferito e gli altri danni fisici e psichici riportati, il piede incurabile dell’amico, la disperazione di un suicidio impossibile, e molto altro che il giovane (sopravvissuto?) sta attraversando, inevitabilmente reca con sé.

Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l’ho chiusa nella testa,”, scrive Cèline. Ivan Festa la tira fuori, a sprazzi, e implacabile la riversa sugli spettatori seduti in sala, abituati da ultimo a sentirne parlare ogni giorno, disabituati ad ascoltarne l’orrore.

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