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UN PATRIMONIO DI PAROLE A SALVAGUARDIA DELLA NOSTRA CULTURA E IDENTITA’

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Redazione- C’è sovente una propensione , anzi una propensione molto diffusa  a “ logorare “ il significato delle parole .  Le parole quelle importanti che ci  aiutano a “conoscere”  il mondo che ci circonda e nel quale viviamo. Qualche volta inavvertitamente . Altre volte metodicamente  , con piena avvertenza e deliberato consenso.  Si tenta così di affermare dimensioni personali ,  visioni di parte, interessi di lobby . Svuotate  di significato, di senso , alienate dal pensiero  usate  per produrre e pronunciare affermazioni poco chiare fino alla incompletezza  e alla perdita  di chiarezza, le parole così ridotte,  minano proprio la cultura  di un popolo. Costruiscono mezze verità o verità a validità limitata , alimentano fake news , fanno scomparire le affermazioni “rilevanti” che  costituiscono le tappe storiche  di itinerari sociali ,politici e culturali , che vale la pena, ieri come oggi, di promuovere all’interno di  un contesto  della società che, definita  della “ conoscenza” , fa di quest’ultima  una opportunità e un valore non solo globalizzato .

 Una opportunità e un valore  che  si esprimono non solo  negli scambi a fini intellettuali  e pratici  ma  anche  in stimoli alla crescita  interiore,personale, spirituale.

Per parlare bisogna pensare  e per pensare bisognerebbe avere sempre presente una verità che misconosciamo , che dunque non vogliamo riconoscere presi come siamo dalla declinazione delle nostre qualità o  supposte tali. Quella di sapere di “ non sapere”.

“Probabilmente  è più quello che non sappiamo  che quello che sappiamo” . Una conclusione a cui si arriva facilmente  quando  veniamo a trovarci   davanti al magnetismo e alla vertigine di quello  che non sappiamo . Con la possibilità di sprofondare nell’insondabile.

Perché troppe volte capita che la realtà che ci circonda  è profondamente diversa  da come la immaginiamo,da come la viviamo, da come la interpretiamo    e che quindi la nostra comprensione non ci  offre certezze nell’immediato, figuriamoci a lungo termine.

Tra noi e la realtà probabilmente c’è  a volte un abisso .  Sembra una esagerazione   inconcepibile. Ecco perché  per secoli ci siamo domandati , a volte inconsciamente,  perché siamo al mondo , qual è il nostro compito ,a che cosa è funzionale la nostra presenza che ha un inizio e una fine ( che è poi l’unica cosa certa ). Ce lo domandiamo  nel fare esercizio di ragionamento    per  costruirci uno statuto  di esseri viventi  perché , pur essendo delle canne al vento , siamo delle canne che pensano. E quindi non possiamo rinunciare a quella indagine esistenziale  che viene quasi spontanea .Il resto ,ossia tutto quello che riusciamo a pensare “dall’alto della nostra ignoranza delle cose” , è un’approssimazione, un modo inquietante di  guardarsi attorno  e di “non sapere”. Ed ecco che il cerchio si chiude. Sono tante, forse troppe le cose  che non sappiamo, non conosciamo. Ecco io so di non sapere che è certezza ( questa volta sì)   al fondamento anche delle poche cose  che sappiamo e  che ci introducono ad una realtà che è altra cosa da quella che vediamo ,che è “altro”.

E dunque l’uomo che pensa,l’uomo che parla è un uomo che non sa  e che guardandosi attorno non può mai dire fino in fondo : ecco questa è la realtà. Spero di non esagerare  nel  condividere  questi pensieri,forse formulati anche in maniera  poco ordinata. E’ una ipotesi esagerata quella che mi fa dire che sappiamo e conosciamo poche cose  e che  quelle che riusciamo a conoscere le apprendiamo attraverso  il pensiero e la parola.  Le due azioni per eccellenza,le azioni che caratterizzano  la nostra specie che  sono il  parlare e il pensare . Noi siamo incarnazione del  “ logos “ che a sua volta è incarnazione del “ pensiero”. Ma che significare pensare e in che cosa consiste il pensiero .

Cominciamo dalla fine .Il ragionamento è la caratteristica  che distingue  gli uomini dagli animali e il ragionamento è il prodotto del pensiero. Quindi con il pensiero si riflette e con la parola si espone il ragionamento  E riflettere, come diceva Umberto Eco, è fare ginnastica. Molte cose  che hanno contato e contano nella nostra realtà riusciamo a spiegarle solo  lavorando a livello di pensiero  astratto. Il modo di pensare che abbiamo coltivato nel corso dei millenni  viene dal modello greco. Per tre millenni abbiamo continuato a pensare come pensavano i greci. Tra mito e ragione.

Scrive J.-P.Vernant  del suo libro  “Le origini del pensiero greco  , [trad. di F. Codino, SE, Milano 2007   :”Leggendo il mio libro si potrebbe supporre che il destino del pensiero greco, di cui ho cercato di tracciare il corso, si sia giocato fra due termini, il mito e la ragione. In questa formulazione semplice e rigida l’interpretazione, a mio avviso, implicherebbe un controsenso. Ho  affermato già molto chiaramente che i greci non hanno inventato  la  Ragione, come categoria  unica e universale, ma  una ragione, quella di cui il linguaggio è strumento e che consente di  agire sugli uomini, non di trasformare la natura,(la realtà ndr) una ragione politica nel senso in cui Aristotele definisce l’uomo come animale politico. Ma abbiamo realmente il diritto di parlare di una  ragione greca, al singolare? Quando non ci si fermi, come io ho fatto, alla filosofia milesia del VI secolo, ma si prendano in considerazione gli sviluppi ulteriori della riflessione filosofica, il  corpo dei trattati medici, la redazione di inchieste storiche con Erodoto e Tucidide, le ricerche  matematiche, astronomiche, acustiche, ottiche, si è indotti a sfumare di molto il quadro e a far  riferimento a tipi diversi di razionalità, diversamente attenti all’osservazione del reale o alle esigenze formali della dimostrazione, e il cui punto di partenza, le cui procedure intellettuali,  i cui princìpi, i cui scopi non sono gli stessi. Se questo è vero per la ragione lo è altrettanto per il mito. I lavori recenti degli antropologi  ci mettono in guardia dalla tentazione di configurare il mito come una specie di realtà mentale  inscritta nella natura umana e operante ovunque e sempre, prima, a lato e dietro le operazioni  propriamente razionali. Due motivi, nel caso greco, ci invitano alla prudenza e ci inducono  a distinguere nel pensiero mitico forme e livelli diversi.  (… )   L’apparizione della polis con la preminenza della parola su tutti gli altri strumenti dunque .

L’apparizione della  polis costituisce, nella storia del pensiero greco, un avvenimento decisivo. Certo, sul piano intellettuale come nell’ambito delle istituzioni, esso produrrà solo per gradi tutte le sue conseguenze; la polis conoscerà fasi molteplici, forme variate. Tuttavia, fin dagli inizi, che si possono situare tra l’VIII e il VII secolo, essa segna un punto di partenza, una vera invenzione; grazie a essa, la vita sociale e le relazioni tra gli uomini assumono una forma nuova, di cui i greci sentono pienamente l’originalità.Il sistema della polis implica prima di tutto una straordinaria preminenza della parola su tutti gli altri strumenti del potere. Essa diventa lo strumento politico per eccellenza, la chiave di ogni autorità nello stato, il mezzo di comando e di dominio sugli altri. Questa potenza del linguaggio – di cui i greci fecero una divinità: Peitho, la forza di persuasione – ricorda l’efficacia delle parole e delle formule in certi rituali religiosi, o il valore attribuito ai «detti» del re quando pronuncia sovranamente la  themis;in realtà, tuttavia, si tratta di una cosa affatto diversa. Il linguaggio non è più la parola rituale, la formula giusta, ma il dibattito contraddit-torio, la discussione, l’argomentazione. Presuppone un pubblico al quale esso si rivolge come a un giudice che decide in ultima istanza, per alzata di mano, tra i due partiti che gli sono presentati: è questa scelta puramente umana che misura la forza di persuasione rispettiva dei due discorsi, assicurando la vittoria di uno degli oratori sul suo avversario….

Furono gli umanisti che  riuscirono a “capitalizzare “ il patrimonio antico  con una grande fede che era stata sconosciuta   fino ad allora  ( c’è infatti mezzo il lungo periodo del cosiddetto medioevo ) perchè si assunsero il compito  di impadronirsi e far propri  gli strumenti linguistici ,logici e morali di quel mondo .Una operazione pienamente riuscita  tanto che anche se tutte le opere  del  mondo classico fossero andate perse sarebbero rimaste  le opere degli umanisti .  (1 )

Abbiamo detto come pensiamo .Ma come  parliamo ? Soggetto, copula e  predicato  come nell’affermazione : “ il sole è caldo “ ci permette di concepire il mondo  come una serie di cose  a cui noi diamo  degli attributi disegnando  appunto il volto  di una “essenza “. Che è quello che dobbiamo comprendere leggendo Aristotele  ( soggetti  dotati di certe proprietà = sostanza ) e che è quello che capiremo dalla fisica  contemporanea  quando pone  la questione della comprensione della realtà.

Ecco appunto la realtà.

Carlo Rovelli  nel suo “Helgoland” recentemente pubblicato da Adelphi  racconta come oggi la nostra comprensione  del mondo si regga   sulla teoria dei “quanti” che è una teoria   profondamente misteriosa . Ovvero che alimenta la nostra appunto consapevolezza di non sapere nulla . Perché la teoria dei quanti si è rivelata  sempre più gremita di idee  sconcertanti e inquietanti  ( fantasmatiche onde di probabilità,oggetti lontani che sembrano connessi tra di loro . E Rovelli guarda all’infinitamente piccolo e all’infinitamente grande nelle sue riflessioni in quel “Hegoland” che appunto contiene  spunti interessanti per questa nostra riflessione.

Ma è a Tolstoj che dobbiamo ricorrere perché introduce  in modo moderno e del tutto inedito un elemento : l’anima  che è poi  molto antico. Secondo Tolstoj   La relazione della parola con il pensiero e la formazione di nuovi concetti sono un processo dell’anima molto complesso, misterioso e delicato. L’analisi della relazione tra  linguaggio e pensiero è senza dubbio una delle questioni che hanno maggiormente occupato la mente dei filosofi, sin dall’antichità. Il pensiero astratto, come affermato da  F. De Saussure, non esiste prima del linguaggio verbale, senza quest’ultimo, infatti,non avremmo altro pensiero che quello visivo, che ci permette di riconoscere le cose,di associarle ma non di elaborare concetti e di speculare filosoficamente.(2)

Il  linguaggio verbale è ciò che ci ha consentito di migliorare il nostro modo di pensare. E allora pensiero e parola  non disdegnano  una commistione tra  cellule nervose, anatomia, reazioni chimiche .

Invero, l’essere umano viene definito e descritto su diversi piani. Per i fisici, noi siamo fatti di atomi e molecole, per i chimici, la vita è l’espressione di complesse reazioni chimiche. I fisiologi ci parlano delle funzioni dei vari organi del nostro corpo. Il riduzionismo neurobiologico afferma che noi siamo il risultato di una miriade di cellule nervose. “Non siamo altro – dice Francis Crick – che “un pacchetto di neuroni”, mentre per Desmond Morris, noi non siamo che “scimmie nude”. Altri scienziati  asseriscono che l’essere umano è una “macchina” (Dawckins) controllata dai geni.

Non tutti sono concordi con queste ultime teorie. Autori, come McGrath e D. Noble dichiarano infatti che si tratta di semplici  congetture filosofiche, spacciate per opinioni scientifiche. Analizzare una realtà biologica qual è il corpo umano ( o il cervello) non equivale a definire l’ essenza  dell’essere umano. Ma l’ essenza, quella che da sempre viene definita anima o psiche, esiste?

Ma poi in definitiva è  come diceva Massimo Fagioli  in Storia di una ricerca .Lezioni 2002 (l’Asino d’oro  ed 2018 : “ … Forse a quello a cui non ci si può opporre  è la realtà della conoscenza; l’individuo muore perché si lede  la specificità,scusate le parole , della specie umana che è la ricerca e la conoscenza, il sapere “

Attraverso il pensiero e la parola .L’uomo che pensa , l’uomo che parla.

Mi preme affermare  che quello delle parole  è il più grande patrimonio (3) che noi possediamo. Lo dobbiamo  ad un esiguo ed insignificante osso  del nostro corpo ,l’osso “ioide”  (4)  ( l’unico osso che non articola con altre ossa; un ossicino impari  posto alla radice  della lingua  e solidale alla laringe)  che permette la pronuncia delle vocali. Senza vocali probabilmente non ci sarebbe mai stata l’invenzione  più  importante  dell’uomo che è appunto il linguaggio. (5) Un dono antropomorfo  perché l’evoluzione forse sapeva  già che tutto  doveva obbligatoriamente  passare per le parole.  Si usano quotidianamente  un alto numero di parole  ( da qualche tempo diventate sempre più numerose  perché ogni anno  i vocabolari si arricchiscono  di lemmi e di espressioni ) , se ne introducono continuamente di nuove. Spesso mal definendo quelle innovative  che così non riescono ad esprimere   nulla o poco più di nulla  e si logora allo stesso tempo il significato  di quelle già esistenti che figurano  da sempre, non solo nelle conversazioni  quotidiane ma anche in contesti  ormai strutturati.  Molte parole nuove e “forzate” riempiono inutilmente  spazi concettuali  che risultano così brodo di coltura  della nostra società liquida  preparando  la “ nuova ignoranza” che è fatta di presunzione di conoscenza , scetticismo nei confronti degli esperti ,esaltazione della centralità dell’individuo  che pur avendo diritto ad esprimere la propria opinione  ( nell’attuale società democratica) non riesce a farla vivere in un contesto di  relazione ( intesa come confronto,dibattito, scoperta, e riscoperta delle opinioni altrui ) ma sterilmente , appunto , come affermazione di  sé. Spesso anche in termini di intransigenza e di sopraffazione verbale .

Derek Montgomery, nel suo eccellente “Verbi mentali e sviluppo semantico”, mostra come, quando e a quale scopo le parole vengono usate. Egli chiama la propria posizione «concezione contestuale», che riassume nel modo seguente:

Il modo migliore di caratterizzare lo sviluppo semantico dei verbi mentali è nei termini di un processo di apprendimento di come si usa una parola piuttosto che di apprendimento di etichettatura di un referente. Il significato non è definito “nella testa” di colui che apprende la parola; esso è bensì incorporato nelle pratiche sociali preposte alla formulazione dello scopo a cui serve una parola e alla guida ai modi appropriati di usarla all’interno dei contesti discorsivi pertinenti.(6)

E allora torniamo alla parola ,alle parole.  Le parole restano vive ed operanti  se mantengono un significato preciso , se si riferiscono alle cose,  ad un concetto che abbia un senso; un significato che  stimoli l’accumulazione  successiva appunto di “ conoscenze” e “saperi” capaci di modificare  ( ed è questa una delle funzioni della parola anche quando diventa “poesia”  )  anche la vita delle persone. Il pericolo che oggi corrono le parole sta proprio in questa loro perdita di significato, in questa indeterminatezza in cui sempre più spesso annegano . Spesso una parola  si riferisce  ad un pletora  di cose senza contorni   ben definiti. Non solo le nuove parole ma anche quelle che da secoli  hanno indicato e significato una sola cosa ad essere intorpidite  da  questo processo di  erosione  .

Tanto per fare un altro esempio ,che cosa significa la parola “ compromesso” che sembra essere stata completamente svuotata  dei suoi valori che fanno parte  di una vera e propria  “ palestra di tolleranza”  intesa quest’ultima come obiettivo  di una politica comprensiva  della realtà  intesa come  espressione dei bisogni  e delle esigenze dei singoli . Il compromesso  è necessario alla politica  come l’attrito lo è alla fisica.   Se cambiamo questa accezione e assumiamo  il compromesso  come qualcosa  di negativo a favore della presunta  “integrità”  annettendole solo valore positivo , confermando  l’estensione per il termine  compromesso anche l’ulteriore  disvalore di corruzione ,  forse resterà  difficile comprendere,con queste  accezioni del tutto mutate ,  il mondo che ci circonda  e  in cui viviamo . Perchè non riusciremo ad imparare  nuovi modi di  declinare  politica e necessità e assisteremo  sempre alla lotta  sotterranea e inconsapevole  tra ciò che potremo  imparare e ciò che non possiamo accettare  (perché forse contrario  ad una delle nostre  concezioni di fondo). “Compromesso “ in sostanza ha sempre significato  l’accettazione di  una pluralità di valori  che determinano la necessità  di capire le ragioni degli altri. Quando si tratta di prendere decisioni comuni  di fronte al conflitto  morale, frutto di valori   e principini  individuali diversi , è dunque necessario  che qualcuno  si astenga dall’affermare “ fino in fondo” le sue ragioni e i suoi valori e meglio se un passo indietro lo fanno tutti. Questo vuol dire adottare un compromesso . Nessuno si è mai domandato se questo modo di procedere è un male. Lo svuotamento del concetto di compromesso  lo ha fatto diventare un male ( che non lo era ) perché ha scompaginato i contorni  dentro i quali il compromesso  agiva e ha  permesso di introdurre una “moralità” in un concetto che aveva già una sua  “etica” creando in definitiva la trappola di conflitti invalicabili.  Una etica interessata al presente e non al futuro. Una etica che guardava alle esigenze  della realtà del presente . Uno svuotamento che nega la “ragionevolezza” che fa di un compromesso  qualcosa di legittimo.

Ho preso come esempio la parola “ compromesso” ma l’esercizio  potrebbe continuare  per molte, tante parole  del nostro vocabolario  quotidiano . Ho  anche tentato una breve esame della parola “ dialogo” legata alla parola “ democrazia”. Ora mi domando che cosa significa “ natura” perché di questa parola  se ne è fatto e   se ne fa un “ abuso” continuo  fino a neutralizzarne il  significato vero.  Il risultato  è che non significa quasi più nulla  nelle conversazioni quotidiane. E sarebbe veramente una riscoperta epocale restituire alla natura  il senso di un significato. Ho detto il  “senso  del significato “ e non “ il suo significato”  perché voglio dire, in coerenza con quanto  sono venuto esaminando in questa riflessione che l’uso di parole come “natura” in mancanza di un  “ senso” riesce a trasformare  la conoscenza in una “ larvata  ignoranza” . Basta  annettere alla parola natura  due o tre convenzioni e condizioni  di fondo sbagliate  per sbarrare la strada a tutto quello  che questo termine ha significato fino ad oggi e a tutto un mondo nuovo  che questo termine potrebbe contenere. Da sempre le vecchie convinzioni di fondo  e le sue acquisizioni  tormentano  la vita delle parole e rendono lontanissimo il processo della “conoscenza vera”  dal cui valore siamo partiti in questo scritto. Figuriamoci quando, come accade oggi  quando i significati sono confusi , non chiari, non esplicabili  fino in fondo. Una parola  confusa  è peggio di una parola imprecisa  perché , almeno quest’ultima, nella sua vaghezza  permette una via di fuga e forse di scampo. Una parola confusa va contro la verità e la verità è l’unica salvezza  dall’ignoranza che è negazione della conoscenza. Quella che solo conferisce alla vita  la “bellezza” degna di essere vissuta  ne è la carne e il sangue.  Carne e sangue dell’uomo e della sua natura ,l’umanità.

Un patrimonio di parole  nel nostro linguaggio . Il  “patrimonio linguistico e culturale

della lingua   italiana “ riconosciuta come “ elemento  fondamentale  dell’identità culturale  e mezzo primario di trasmissione di valori . Sta tutto qui il senso  di un’attenzione a questo mondo proprio “ della lingua”.

La lingua italiana,il quarto idioma più studiato al mondo, e la letteratura italiana, costituiscono uno straordinario apporto dell’Italia alla cultura mondiale: di questo patrimonio, che abbiamo ricevuto in eredità dal nostro passato e dalla nostra storia, dobbiamo essere consapevoli e dobbiamo, in particolare, imparare a considerarlo un bene comune a tutti noi cittadini italiani, che abbiamo di conseguenza il compito di custodirlo e di farlo conoscere.

Un patrimonio, infatti, non basta solo averlo, occorre saperne cogliere l’effettivo significato e valorizzarlo convenientemente.(7)

(1)  Mauro De Nichilo, «La cultura greca nell’Occidente europeo tra Umanesimo e Rinascimento», Cahiers de recherches médiévales et humanistes [Online], 25 | 2013, online dal 05 septembre 2013, consultato il 18 mars 2021. URL: http://journals.openedition.org/crm/13093; DOI: https://doi.org/10.4000/crm.13093

(2) Cfr.  E. Tomaselli, Senza parole. L’impoverimento del linguaggio nell’era moderna, inhttp://www.freakoutmagazine.it/09-03-2019/focus-on/101117/senza-parole/(al 18/01/2020

(3)La concezione del dialogo espressa nei principi dell’arte dialettica ha attraversato la storia della filosofia fino ai tempi più recenti con la filosofia del dialogo di Guido Calogero che riprende i principi socratici evidenziando i valori morali e politici del dialogo.

(4) L’osso ioide (anche chiamato osso joide) è un osso impari, mediano, mobile, che ha la forma di ferro di cavallo; è situato nella regione anteriore del collo, al di sopra di laringe e cartilagine tiroidea ed al di sotto della mandibola con la quale contribuisce a formare lo scheletro del pavimento della cavità orale. Divide il collo in una regione sopraioidea, più craniale, e una sottoioidea, più caudale. Lo ioide è l’unico osso del corpo umano che non si articola con nessun altro osso, ed è mantenuto in posizione da diverse formazioni muscolari. Questo piccolo osso ha rilevanza soprattutto per essere luogo di inserzione di numerosissimi muscoli e legamenti, ed essere implicato in svariate funzioni come il mantenimento di una corretta postura di corpo e testa e la fonazione, cioè l’emissione di suoni e specificatamente la emissioni delle pure vocali (caratteristica tipica dell’essere umano) e indirettamente nella meccanica del vocal tract e del sistema bucco-labiale.

https://medicinaonline.co/2016/09/10/a-che-serve-losso-ioide-e-dove-si-trova-cose-il-pomo-dadamo/

(5) La parola linguaggio si riferisce alle capacità linguistiche, ovvero alla capacità di trasmettere e ricevere informazioni e stabilire un rapporto di interazione tramite l’utilizzo di simboli. Questi simboli posso essere verbali, suoni linguistici veri e propri (come /a/) chiamati fonemi, oppure visivi. Questi ultimi, utilizzati nelle lingue dei segni, sono la controparte non-verbale dei fonemi. Il termine linguaggio non deve tuttavia essere confuso con lingua. Linguaggio si riferisce alla capacità cognitiva e biologica di poter acquisire, comprendere e parlare una lingua, come l’Italiano, il Cinese o la LIS (Lingua Italiana dei Segni). Quest’ultime invece sono solamente dei codici utilizzati per convertire un messaggio. Tutte le lingue naturali sono simili: sono in grado di trasmettere le stesse identiche informazioni,

differiscono solamente nel tipo di codice utilizzato.

http://www.artspecialday.com/9art/2017/07/27/il-linguaggio-cose-come-funziona/

(6) Wittgenstein sull’acquisizione del linguaggio: “in principio era l’azione”1 Danièle Moyal-Sharrock University of Hertfordshire d.moyal-sharrock@herts.ac.uk

(7) Senato della Repubblica       XVIII LEGISLATURA  N. 748 DISEGNO DI LEGGE d’iniziativa del senatore IANNONE COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 6 AGOSTO 2018 “Tutela e valorizzazione della lingua italiana”

https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/REST/v1/showdoc/get/fragment/18/DDLPRES/0/1077447/all

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