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QUANDO LA POLITICA RINUNCIA ALLA POLITICA: UNA SFIDA PER MARIO DRAGHI

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La crisi del Covid «richiede un governo nella pienezza delle sue funzioni e non un governo con l’attività ridotta al minimo». Il nome chiamato a guidarlo è tra quelli evocati più di frequente negli ultimi mesi: Mario Draghi.  E’ quello che accade quando la politica rinuncia alla politica .Questo il discorso integrale del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, prima dell’annuncio della convocazione di Mario Draghi al Quirinale pubblicato da Ansa .”Ringrazio il presidente della Camera dei deputati per l’espletamento impegnato, serio e imparziale del mandato esplorativo che gli avevo affidato. Dalle consultazioni al Quirinale era emersa come unica possibilità di governo a base politica quella della maggioranza che sosteneva il governo precedente. La verifica della sua concreta realizzazione ha dato esito negativo”.”Vi sono adesso due strade fra loro alternative: dare immediatamente vita a un governo, adeguato a fronteggiare le gravi emergenze presenti, sanitaria, sociale, economica-finanziaria, ovvero quella di immediate elezioni anticipate. Questa seconda strada va attentamente considerata perché le elezioni rappresentano un esercizio di democrazia. Di fronte a questa ipotesi ho il dovere di porre in evidenza alcune circostanze che oggi devono fare riflettere sull’opportunità di questa soluzione”.”Ho il dovere di sottolineare come il lungo periodo di campagna elettorale e la conseguente riduzione dell’attività di governo coinciderebbe con un momento cruciale per le sorti dell’Italia”.”Sotto il profilo sanitario, i prossimi mesi saranno quelli in cui si può sconfiggere il virus oppure rischiare di esserne travolti. Questo rinchiede un governo nella pienezza delle sue funzioni, per adottare i provvedimenti via via necessari, e non un governo con attività ridotta al minimo, come è inevitabile in campagna elettorale. Lo stesso vale per lo sviluppo decisivo della campagna di vaccinazione, da condurre in stretto coordinamento fra lo Stato e le Regioni”.  “Sul versante sociale, fra l’altro, a fine marzo verrà meno il blocco dei licenziamenti, e questa scadenza richiede decisioni e provvedimenti di tutela sociale adeguati e tempestivi, molto difficili da assumere da parte di un governo senza pienezza di funzioni, in piena campagna elettorale”.

“Entro il mese di aprile va presentato alla Commissione europea il piano per l’utilizzo dei grandi fondi europei ed è fortemente auspicabile che questo avvenga prima di quella data di scadenza, perché quegli indispnsabili finanziamenti vengano impegnati presto. E prima si presenta il piano, più tempo si ha per il confronto con la Commissione. Questa ha due mesi di tempo per discutere il piano con il nostro Governo, con un mese ulteriore per il Consiglio europeo per approvarlo. Occorrerà quindi successivamente provvedere tempestivamente al loro utilizzo per non rischiare di perderli”. “Un governo dall’attività ridotta non sarebbe in grado di farlo. Per qualche aspetto, neppure potrebbe e non possiamo permetterci di mancare questa occasione fondamentale per il nostro futuro”.Va ricordato che dal giorno in cui si sciolgono le Camere, a quello delle elezioni, sono necessari almeno 60 giorni. Successivamente ne occorrono poco meno di 20 per proclamare gli eletti e riunire le Camere. Queste devono nei successivi giorni nominare i propri organi di presidenza. Occorre quindi formare il Governo e questo per operare a pieno ritmo deve ottenere la fiducia di entrambe le Camere. Deve inoltre organizzare i propri uffici di collaborazione nei vari ministeri. Dallo scioglimento delle Camere nel 2013 sono trascorsi quattro mesi, nel 2018 sono trascorsi cinque mesi. Si tratterebbe di tenere il nostro Paese con un Governo senza pienezza di funzioni per mesi cruciali, decisivi per la lotta alla pandemia, per utilizzare i finanziamenti europei e per far fronte ai gravi problemi sociali. Tutte queste preoccupazioni sono ben presenti ai nostri concittadini, che chiedono risposte concrete e rapide ai loro problemi quotidiani”. “Credo che sia giusto aggiungere una ulteriore considerazione. Ci troviamo nel pieno della pandemia, il contagio del virus è diffuso e allarmante, e se ne temono nuove ondate nelle sue varianti. Va ricordato che le elezioni non consistono soltanto nel giorno in cui ci si reca a votare ma includono molte e complesse attività precedenti per formare e presentare le candidature. Inoltre, la successiva campagna elettorale richiede inevitabilmente tanti incontri affollati, assemblee, comizi. Il ritmo frenetico elettorale è pressoché impossibile che si svolgano con i necessari distanziamenti”.”In altri Paesi, in cui si è votato obbligatoriamente perché erano scadute le legislature dei parlamenti o i mandati dei presidenti, si è verificato un grave aumento dei contagi. Questo fa riflettere, pensando alle tante vittime che purtroppo continuiamo ogni giorno, anche oggi, a registrare. Avverto pertanto il dovere di rivolgere un appello a tutte le forze politiche presenti in Parlamento perché conferiscano la fiducia a un governo di alto profilo che non debba identificarsi con alcuna formula politica. Conto quindi di conferire al più presto un incarico per formare un governo che faccia fronte con tempestività alle gravi emergenze non rinviabili che ho ricordato”.

Era il 26 marzo del 2020, l’Italia era nel pieno della prima ondata pandemica, quando l’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi firmava un lungo intervento sul Financial Times, fornendo la sua idea di come gli stati avrebbero dovuto affrontare la crisi.Oggi, a distanza di quasi un anno e a poche ore dalla convocazione al Quirinale da parte del presidente della Repubblica Mattarella, quelle righe sembrano assumere un significato diverso: quello di un suo ideale, autentico, programma di governo.

Quello che segue è il testo integrale tradotto:

“La pandemia del Coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Molte persone, oggi, vivono nel timore per la propria vita o sono in lutto per i propri cari. Le azioni che i governi stanno intraprendendo per scongiurare la crisi dei loro sistemi sanitari sono coraggiose e necessarie, e devono essere sostenute. Tuttavia, queste azioni comportano anche enormi e inevitabili costi economici. Molte persone rischiano la vita, e molte di più rischiano di perdere le loro fonti di sostentamento. Sul fronte economico le notizie peggiorano di giorno in giorno. Le aziende di tutti i settori si trovano ad affrontare un crollo degli introiti, e molte si stanno già ridimensionando e licenziando lavoratori. È inevitabile una profonda recessione.La sfida cui ci troviamo di fronte attiene a come agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, aggravata da un enorme numero di fallimenti che lasceranno danni irreparabili. Già adesso è chiaro che la risposta che dovremo dare a questa crisi dovrà comportare un significativo aumento del debito pubblico. La perdita di reddito nel settore privato, e tutti i debiti che saranno contratti per compensarla, devono essere assorbiti, totalmente o in parte, dai bilanci pubblici. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e andranno di pari passo con misure di cancellazione del debito privato.Il ruolo dello Stato è proprio quello di usare il bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire. Gli Stati lo hanno sempre fatto durante le emergenze nazionali. Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate con l’aumento del debito pubblico. Durante la Prima guerra mondiale, solo una quota compresa tra il 6 e il 15% della spesa bellica di Italia e Germania è stata finanziata con le tasse, mentre in Austria-Ungheria, Russia e Francia non si è mai attinto alle tasse per pagare gli ingenti costi della guerra. Anni di guerra e di leva obbligatoria hanno eroso la base fiscale di tutti i paesi del mondo. Oggi la stessa cosa sta accadendo per la pandemia e per il conseguente blocco di molti paesi.La questione fondamentale non è se, ma in che modo lo Stato possa fare buon uso del suo bilancio. La priorità, infatti, non deve essere solo fornire un reddito di base a chi perde il lavoro, ma si devono innanzitutto proteggere le persone dal rischio di perdere il lavoro. Se non lo faremo, usciremo da questa crisi con un’occupazione e una capacità produttiva danneggiate in modo permanente, ma le famiglie e le aziende faticheranno a riassestare i bilanci e a ricostruire patrimonio netto.I sussidi di occupazione e di disoccupazione e il rinvio delle scadenze per le imposte sono passi importanti che sono già stati introdotti da molti governi, ma proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un momento di drammatica perdita di guadagni richiede un sostegno immediato in termini di liquidità. È un passo essenziale per tutte le aziende, per poter coprire le spese di gestione durante la crisi, sia per le grandi sia, ancor di più, per le piccole e medie imprese, per i lavoratori e imprenditori autonomi. Diversi governi hanno già introdotto misure positive per incanalare la liquidità verso le imprese in difficoltà, ma serve un approccio più globale.I Paesi europei hanno strutture finanziarie e industriali diverse, perciò l’unico modo efficace per poter raggiungere ogni singola crepa nell’economia è quello di mobilitare la totalità dei loro sistemi finanziari: i mercati obbligazionari, principalmente per le grandi aziende, i sistemi bancari e, in alcuni Paesi, anche i sistemi postali. Tutto ciò deve essere fatto immediatamente, senza lungaggini burocratiche. Le banche, in particolare, si espandono in ogni angolo del sistema economico e possono creare denaro istantaneamente, consentendo lo scoperto o aprendo linee di credito.Per questo le banche devono cominciare rapidamente a prestare fondi a costo zero alle aziende disposte a salvare posti di lavoro, e poiché in questo modo diventano di fatto un veicolo di politiche pubbliche, il capitale di cui hanno bisogno per svolgere questa attività deve essere fornito dai governi, sotto forma di garanzie statali su ogni ulteriore concessione di linea di credito o di prestiti. Nessun ostacolo, né di natura regolamentare né in materia di garanzie, si deve frapporre alla creazione, nei bilanci delle banche, di tutto lo spazio necessario a questo scopo. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito dell’azienda che ne beneficia, ma dovrebbe essere pari a zero indipendentemente dal costo di finanziamento del paese che le emette.Le aziende, tuttavia, non devono attingere al supporto alla liquidità semplicemente perché il credito sarà conveniente. In alcuni casi, per esempio nel caso di imprese con un portafoglio ordini arretrato, le perdite saranno recuperabili e quindi il debito potrà essere ripagato. In altri settori probabilmente non sarà possibile.Alcune aziende potrebbero essere in grado di assorbire la crisi per un breve lasso di tempo, indebitandosi allo scopo di mantenere in attività il loro personale, ma le perdite che accumulerebbero in questo modo rischiano di compromettere la loro capacità di investire in futuro. Inoltre, se l’epidemia di virus e i relativi blocchi dovessero perdurare più a lungo, realisticamente queste aziende potrebbero rimanere in attività solo nella misura in cui il debito accumulato per mantenere i dipendenti al lavoro finora venisse cancellato.Le ipotesi sono due: o i governi compensano direttamente le spese di chi si indebita, oppure compenseranno le garanzie degli insolventi. Tra le due, sempre che si possa contenere il rischio morale, la prima ipotesi è migliore per l’economia, mentre la seconda sarà probabilmente meno onerosa per i bilanci. Se si vogliono proteggere i posti di lavoro e la capacità produttiva, in entrambi i casi i governi dovranno assorbire gran parte della perdita di reddito causata dalla chiusura del paese.I debiti pubblici cresceranno, ma l’alternativa – la distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e, in ultima analisi, per la credibilità dei governi. Inoltre va ricordato che alla luce dei livelli attuali e dei probabili livelli futuri dei tassi d’interesse, l’aumento del debito pubblico non comporterà costi di servizio.La velocità a cui si stanno deteriorando i bilanci privati – a causa di una pure inevitabile e auspicabile chiusura di molti paesi – deve essere affrontata con altrettanta rapidità nel dispiegare le finanze pubbliche, nel mobilitare le banche e nel sostenerci l’un l’altro, come europei, per affrontare questa che è, evidentemente, una causa comune.” (1)

 Trad Fabrizio Dell’Orso  dal profilo fb

Mario Draghi è un economista, accademico, banchiere e dirigente pubblico italiano. Formatosi in Italia e specializzatosi al MIT di Boston, già professore universitario, Mario Draghi negli anni novanta diventa alto funzionario del Ministero del tesoro. Dopo un breve passaggio in Goldman Sachs, nel 2005 viene nominato Governatore della Banca d’Italia, prendendo il posto di Antonio Fazio, divenendo così membro del Consiglio Direttivo e del Consiglio Generale della Banca centrale europea nonché membro del Consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali. Mario Draghi ha ricoperto inoltre l’incarico di Presidente del Financial Stability Board. È stato Direttore esecutivo per l’Italia della Banca Mondiale e nella Banca Asiatica di Sviluppo. È membro del Gruppo dei Trenta. Nel 2011 succede a Jean-Claude Trichet nella carica di Presidente della Banca centrale europea. Nel 2018 è stato annoverato tra gli uomini più potenti del mondo al 18° posto. (2)Alessandro D’Amato Direttore di Today Politica .it scrive : elle sue annuali Considerazioni finali da governatore di Bankitalia Draghi incalza sulla necessità di risanare i conti pubblici, riducendo il debito e tagliando la spesa. Insiste sulle riforme strutturali, dalla previdenza al mercato del lavoro, quale chiave di volta per lo sviluppo e la modernizzazione del Paese. Alla guida di Palazzo Koch  rimane fino al 31 ottobre 2011. Nell’aprile del 2006 viene eletto Presidente del Financial Stability Forum, divenuto Financial Stability Board dalla primavera del 2009. Il 24 giugno 2011 viene scelto come terzo governatore della Banca centrale europea, entrando in carica il primo novembre. È rimasto in carica fino al 31 ottobre 2019. Il 5 agosto 2011, poco prima del suo insediamento, scrive, insieme col presidente uscente della Bce Jean Claude Trichet una lettera al governo italiano per sollecitare una serie di misure economiche, che l’Italia avrebbe dovuto al più presto attuare. Il 26 luglio 2012, in un intervento a Londra, annuncia che la Banca centrale europea farà tutto il possibile (Whatever it takes) per salvare l’euro. Successivamente fu la volta del “Quantitative easing”, provvedimento con cui la la Banca Centrale Europea si impegnò ad acquistare (dal 22 gennaio del 2015 fino al settembre del 2016) titoli di stato dei paesi dell’Eurozona per un controvalore di 60 miliardi di euro.

(1)L’articolo originale

https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b?fbclid=IwAR3KiY7c94bNJHcIYugjH6wa9wo1Gl2dosfIfEEigyjq1NIDiFk7WvEcNX8

Opinion Coronavirus pandemic Draghi: we face a war against coronavirus and must mobilise accordingly | Free to read Higher public debt levels will become an economic feature and be accompanied by private debt cancellationThis article is part of a series in which leading commentators and policymakers give their views on alleviating the devastating global slowdown The writer is a former president of the European Central Bank The coronavirus pandemic is a human tragedy of potentially biblical proportions. Many today are living in fear of their lives or mourning their loved ones. The actions being taken by governments to prevent our health systems from being overwhelmed are brave and necessary. They must be supported. But those actions also come with a huge and unavoidable economic cost. While many face a loss of life, a great many more face a loss of livelihood. Day by day, the economic news is worsening. Companies face a loss of income across the whole economy. A great many are already downsizing and laying off workers. A deep recession is inevitable. The challenge we face is how to act with sufficient strength and speed to prevent the recession from morphing into a prolonged depression, made deeper by a plethora of defaults leaving irreversible damage. It is already clear that the answer must involve a significant increase in public debt. The loss of income incurred by the private sector — and any debt raised to fill the gap — must eventually be absorbed, wholly or in part, on to government balance sheets. Much higher public debt levels will become a permanent feature of our economies and will be accompanied by private debt cancellation. It is the proper role of the state to deploy its balance sheet to protect citizens and the economy against shocks that the private sector is not responsible for and cannot absorb. States have always done so in the face of national emergencies. Wars — the most relevant precedent — were financed by increases in public debt. During the first world war, in Italy and Germany between 6 and 15 per cent of war spending in real terms was financed from taxes. In Austria-Hungary, Russia and France, none of the continuing costs of the war were paid out of taxes. Everywhere, the tax base was eroded by war damage and conscription. Today, it is by the pandemic’s human distress and the shutdown. The key question is not whether but how the state should put its balance sheet to good use. The priority must not only be providing basic income for those who lose their jobs. We must protect people from losing their jobs in the first place. If we do not, we will emerge from this crisis with permanently lower employment and capacity, as families and companies struggle to repair their balance sheets and rebuild net assets. Employment and unemployment subsidies and the postponement of taxes are important steps that have already been introduced by many governments. But protecting employment and productive capacity at a time of dramatic income loss requires immediate liquidity support. This is essential for all businesses to cover their operating expenses during the crisis, be they large corporations or even more so small and medium-sized enterprises and self-employed entrepreneurs. Several governments have already introduced welcome measures to channel liquidity to struggling businesses. But a more comprehensive approach is needed. While different European countries have varying financial and industrial structures, the only effective way to reach immediately into every crack of the economy is to fully mobilise their entire financial systems: bond markets, mostly for large corporates, banking systems and in some countries even the postal system for everybody else. And it has to be done immediately, avoiding bureaucratic delays. Banks in particular extend across the entire economy and can create money instantly by allowing overdrafts or opening credit facilities. Banks must rapidly lend funds at zero cost to companies prepared to save jobs. Since in this way they are becoming a vehicle for public policy, the capital they need to perform this task must be provided by the government in the form of state guarantees on all additional overdrafts or loans. Neither regulation nor collateral rules should stand in the way of creating all the space needed in bank balance sheets for this purpose. Furthermore, the cost of these guarantees should not be based on the credit risk of the company that receives them, but should be zero regardless of the cost of funding of the government that issues them. Companies, however, will not draw on liquidity support simply because credit is cheap. In some cases, for example businesses with an order backlog, their losses may be recoverable and then they will repay debt. In other sectors, this will probably not be the case. Such companies may still be able to absorb this crisis for a short period of time and raise debt to keep their staff in work. But their accumulated losses risk impairing their ability to invest afterwards. And, were the virus outbreak and associated lockdowns to last, they could realistically remain in business only if the debt raised to keep people employed during that time were eventually cancelled. Either governments compensate borrowers for their expenses, or those borrowers will fail and the guarantee will be made good by the government. If moral hazard can be contained, the former is better for the economy. The second route is likely to be less costly for the budget. Both cases will lead to governments absorbing a large share of the income loss caused by the shutdown, if jobs and capacity are to be protected. Public debt levels will have increased. But the alternative — a permanent destruction of productive capacity and therefore of the fiscal base — would be much more damaging to the economy and eventually to government credit. We must also remember that given the present and probable future levels of interest rates, such an increase in government debt will not add to its servicing costs. In some respects, Europe is well equipped to deal with this extraordinary shock. It has a granular financial structure able to channel funds to every part of the economy that needs it. It has a strong public sector able to co-ordinate a rapid policy response. Speed is absolutely essential for effectiveness. Faced with unforeseen circumstances, a change of mindset is as necessary in this crisis as it would be in times of war. The shock we are facing is not cyclical. The loss of income is not the fault of any of those who suffer from it. The cost of hesitation may be irreversible. The memory of the sufferings of Europeans in the 1920s is enough of a cautionary tale. The speed of the deterioration of private balance sheets — caused by an economic shutdown that is both inevitable and desirable — must be met by equal speed in deploying government balance sheets, mobilising banks and, as Europeans, supporting each other in the pursuit of what is evidently a common cause. Letters in response to this article: Draghi’s fiscal ‘whatever it takes’ may not be enough / From Simone Gasperin, Doctoral Researcher, UCL Institute for Innovation and Public Purpose, UK A common debt instrument is needed to finance the fight against Covid-19 / From Nicholas Mulder, Cornell University, US

(2) https://www.newassetmanagement.it/tag/mario-draghi/

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