ELEZIONI AMERICANE: STORIA DI UN’ELEZIONE APPARENTEMENTE SENZA STORIA
Redazione- Già il 30 ottobre 2020 i newyorkesi avevano cominciato a votare con file lunghissime e con un adesivo da conservare in ricordo del voto che dice “ I voted early”, ho votato in anticipo. Uno sticker ambito anche da oltre 75 milioni di americani che già quattro giorni prima dell’Election Day del 3 novembre avevano votato in anticipo. New York è notoriamente democratica ma l’urgenza del voto attestava la paura per l’esito di queste elezioni : altri quattro anni di Trump alla Casa Bianca.
Una fila al seggio della West Side High School al 140 West della 102 strada che arrivava fino a quattro isolati di distanza su 105 esima e Columbus. Il giorno dell’Election Day non è giorno festivo per cui chi lavora non poteva permettersi la fila e quindi ha votato nel week end .
Joe Biden il più vecchio candidato e quindi il più vecchio Presidente della storia degli USA ( 78 anni) ha investito milioni di dollari su you tube e altre piattaforme social seguite dai giovani per una campagna elettorale che mirava a conquistare i voti dei cosiddetti Stati in bilico . Spot di trenta secondi che sono arrivati in tutte le case, e rilanciati da Instagram, Facebook e Twiter oltre che nelle chat elettorali. Questi spot sono stati costruiti con le testimonianze di chi non si fidava più di Trump e con testimonianze cruciali sui problemi degli americani .Quasi un dejà vu per la normalità di iniziative che da sempre animano le campagne elettorali americane.
Quantunque durante la campagna elettorale siano spuntate anche iniziative per così dire “particolari” come quella di un documentario che esaminava attraverso il contributo di psicologi e psichiatri la personalità di Donald Trump . Il documentario è stato distribuito dalla Wanted ed è opera di Dan Partland e ha come titolo “ Unifit – La psicologia di Donald Trump”. La gran parte dei medici di salute mentale, sentiti nel reportage sotto forma di documentario, affermano in quella sede che la personalità di Donald Trump sia di tipo narcisistico. E a dire il vero un’analisi del genere la fa anche Massimo Recalcati in un articolo del 9 novembre 2020 su La Stampa dal titolo “ L’ego ferito del narciso “. Solo che il documentario aggiunge che la personalità di Trump è “malvagia” per giunta ossia paranoide, antisociale e sadica. Un documentario trasmesso anche in Italia da Atlantide della emittente La 7 curata da Andrea Purgatori .
Un esame a rischio perché viola la regola dell’American Psychiatric Association che dal 1973 ha stabilito che non è corretto, dal punto di vista deontologico, fare diagnosi pubbliche su personaggi pubblici. Una violazione cosciente,quasi uno sprizzo di avventurosa avversità nei confronti di un presidente la cui rielezione è stata intesa come pericolosa e dannosa .
Nella sua apparente normalità, la democrazia ha vinto portando ai seggi elettorali milioni di americani. Queste elezioni appena concluse hanno però aperto una voragine, perché per la prima volta sono state contestate . Molti in America pensano che contestare il risultato elettorale, può essere veramente il modo di scatenare una crisi irreversibile nelle istituzioni americane. Trump lo ha cominciato a fare in concreto dallo stesso giorno dell’Election Day con i ricorsi dei suoi avvocati nei vari stati per il “riconteggio” dei voti ,ma anche già molto tempo prima delle elezioni, pure se in forma soft e come avvertimento. Aveva infatti da tempo stigmatizzato il voto postale ritenendolo truffaldino e accollando a questa modalità la responsabilità della sua sconfitta. Di fatto il conteggio dei voti , seppure laborioso, è filato senza intoppi e i ricorsi ai tribunali sono stati tutti respinti perché solo indiziari. Fino alla pronuncia della Suprema Corte che all’unanimità e in modo incontrovertibile ha decretato la vittoria di Joe Biden.
Ma Trump era stato già avvertito come affermano molti commentatori “uno strappo di civiltà “ per i suoi comportamenti durante il mandato tanto che a sinistra una sua rielezione sembrava preludio ad una “svolta autoritaria” . Gli americani durante i quattro anni del suo mandato si sono trovati un presidente che è riuscito a ridefinire il centro e ad affermare una avversione per il liberalismo, un’avversione per la Cina ; difficilmente dopo di lui questi due aspetti della politica americana potranno essere rivisti totalmente in positivo .Un Trump che forse a suo vantaggio, e anche questa potrebbe essere un’anomalia, è riuscito a ridefinire i rapporti di forza nel Medio Oriente a favore del suo alleato Israele . All’interno di una politica estera che ha comunque luci ed ombre che ha spesso rimescolato le carte in tavola ( gli approcci con il dittatore della Corea del Nord, il ritiro delle truppe dall’Afghanistan , l’accelerazione nella guerra di Siria )e ha determinato nuovi scenari soprattutto in tema di trattati economici e trattati di collaborazione internazionali come quello sul clima da cui appunto gli Stati Uniti si sono ritirati . Ma anche un Trump che ha voluto ad ogni costo l’erezione di un muro ai confini con il Messico e che ha permesso la separazione di minori dai propri genitori nel momento in cui clandestini venivano respinti da quel confine. Una separazione ritenuta un vero e proprio crimini contro i diritti umani .
Quindi un presidente che da tempo aveva abituato i suoi concittadini a strappi e colpi di scena fino ad arrivare a negare la vittoria al suo rivale Biden. Tanto che ancora oggi Trump non pronuncia quella formula di rito e forse astiosamente non la pronuncerà mai . Ancora non riconosce ufficialmente e lealmente di fronte al suo avversario la sconfitta o meglio la di lui vittoria. E quello che è più grave è che per tutto questo tempo ( le elezioni sono di novembre ) ha negato i fondi ( si tratta di cifre milionarie ) che vengono riservati al nuovo Presidente per il suo insediamento .Come pure per molto tempo ha vietato la collaborazione del suo staff sui dossier aperti ai responsabili del gruppo di insediamento . Colpi di scena,fin dalla sua elezione , iniziati con quello che doveva essere un impeachment ( il terzo nella storia americana ) concluso con un nulla di fatto , per passare al China virus e alla negazione del lockdown,alla negazione dell’uso della mascherina come strumento di protezione dal contagio da coronavirus, l’immediata sostituzione del giudice progressista Ruth Bader Ginsburg deceduta , per finire al suo contagio, il ricovero in ospedale, la sua dimissione a velocità stratosferica , dopo appena tre giorni .Dimostrando in quest’ultimo caso la validità di un protocollo di cura con farmaci costosissimi riservati solo alle elite . In una pandemia che ha visto la morte di migliaia di americani in un contesto in cui molto aveva fatto Trump per smantellare quel minimo di sanità pubblica che il suo predecessore Obama si era sforzato di mettere in piedi proprio in favore dei cittadini più deboli .
Insomma una presidenza che ha giocato la sua sfida elettorale in quei territori nel Midwest dove la gente si è sentita tradita dalla sinistra politically correct e che ha visto diventare cattedrali nel deserto per esempio poli siderurgici dove c’era il cuore del capitalismo industriale. Una sfida che nelle precedenti elezioni era pienamente riuscita e questa volta è stata contrastata dall’alleanza tra la volontà di molti elettori di dare uno stop a quella che ritenevano una leadership dannosa e i danni arrecati dalla pandemia , non solo sulla salute ma anche sul sistema economico .Che pur avendo in qualche modo resistito per i poderosi mezzi di sostegno impiegati ha comunque aperto falle pericolosissime come per esempio la perdita di milioni di posti di lavoro. Che significano incidere sulla vita delle persone, delle famiglie, alimentare fenomeni come la povertà ,la perdita della casa , insomma la perdita di una identità che poi in definitiva è l’unico strumento per difendersi e difendere il mondo che circonda ciascuno di noi.
Va però ricordato l’effetto positivo che l’elezioni americane hanno avuto nel riuscire ad incanalare il fenomeno della “polarizzazione “ dell’elettorato dentro un quadro di democrazia attiva, pur in presenza di vincoli di un federalismo elettorale decentralizzato. E’ noto che i distretti elettorali meno popolosi e rurali votano a favore dei repubblicani mentre l’elettorato degli stati della costa vota a favore dei democratici. Questa polarizzazione è il risultato di quella facoltà che ogni dieci anni ,sulla base del censimento della popolazione, gli stati hanno di ridisegnare la composizione dei distretti elettorali per l’elezione dei rappresentanti di quello stato alla Camera Federale. I distretti elettorali delle elezioni del 2020 sono dunque diversi da quelli di un decennio fa e sicuramente saranno ancora diversi nel 2030. Il che significa che la polarizzazione è un fenomeno –problema reale perché ciascun stato può,attraverso il cosiddetto “gerry mandenring “ , ridisegnare i distretti a favore del partito che è al potere in quello stato a discapito dell’altro partito. Così i repubblicani che già controllavano la maggioranza dei legislativi statali nel 2010 nelle attuali elezioni hanno incrementato quel numero. Una maggioranza di repubblicani potrebbe sedere alla Camera ,rendendo probabilmente difficile il lavoro di Biden . Al momento abbiamo quasi una parità e si attendono alcune elezioni supplementari per definire il volto delle assemblee.
In realtà le cose sono andate in questo modo : “ I democratici hanno vinto le elezioni di metà mandato. Gli elettori statunitensi sono stati chiamati a rinnovare per interno la Camera dei Rappresentanti, circa un terzo del Senato, e la gran parte dei Governatori e delle Assemblee legislative statali. In aggiunta, come capita sempre in occasione delle elezioni generali, hanno votato per una quantità di referendum statali e locali. Queste elezioni interrompono, come peraltro è consueto nella pratica politica americana, il controllo dei Repubblicani sul sistema istituzionale che, grazie all’elezione di Trump nel 2016, potevano contare sulla presidenza (il governo federale), le due Camere del Congresso, la maggior parte dei Governatori (per un numero di Stati pari al 58% della popolazione) e delle Assemblee legislative. Seguendo le previsioni quasi concordi degli esperti, i Democratici ottengono la maggioranza della Camera con un margine nel voto popolare che potrebbe aggirarsi, alla fine dei conti, sui sette punti percentuali, guadagnano sette Governatori, estendono il loro governo al 53% della popolazione, e di diverse Assemblee legislative.(..)
Per la Camera e il Senato : “La vittoria dei Democratici non è in discussione e vale in particolare come indicatore il risultato nella competizione della Camera, l’unica nazionale, ma non si presta a una lettura univoca e soprattutto non si tratta di un trionfo inarrestabile. Innanzitutto, i Repubblicani mantengono il controllo del Senato. Come dicevamo, il Senato si rinnova per un terzo ogni biennio e quest’anno erano in gioco i Senatori eletti nel 2012, in occasione della rielezione di Obama. I Democratici dovevano difendere ben 26 seggi, di cui ben 10 in Stati vinti da Trump nel 2016, contro appena nove per i Repubblicani. Il risultato finale molto probabilmente parlerà di un guadagno di due seggi per i Repubblicani. Questa per Trump è senza dubbio una vittoria, visto che in campagna elettorale ha investito per portare al voto la gran parte dei suoi elettori in quegli Stati maggiormente rurali e conservatori, con temi e toni che hanno costato seggi nella Camera. Per lo stile di governo di Trump, che non ha promulgato più di un paio di leggi chiave nel corso degli ultimi anni e ha investito soprattutto su provvedimenti esecutivi e sulle nomine giudiziarie, il controllo della Camera alta riveste un ruolo strategico.” (1)
C’erano , il 3 novembre, da aggiudicarsi 35 dei 100 seggi del Senato, che finora contava 53 repubblicani e 47 democratici (compresi due indipendenti, entrambi però affiliati al caucus democratico). Per prenderne il controllo (51), i democratici dovevano vincere altri quattro seggi. I senatori hanno un mandato di sei anni e ogni due un terzo dei seggi viene messo al voto. Alla Camera al 3 novembre la maggioranza era dei Dem, 232 a 197.
Tra i governatori 27 sono repubblicani e 23 democratici. Il prossimo anno si dovrà procedere di nuovo , in base al censimento della popolazione a ridisegnare i distretti che sicuramente favoriranno il partito democratico . Sono i governatori che hanno potere di veto quando si ridisegna un collegio elettorale . Quindi i repubblicani riusciranno a ridisegnare i collegi a loro vantaggio con una difficoltà sicuramente dei democratici ad aumentare i loro seggi alla Camera.
All’interno della geografia del partito repubblicano va ricordato che , nel momento in cui Trump ha ottenuto 70 milioni di voti ,sicuramente molto cambierà. E’ un partito che ha mostrato qualche insofferenza per Trump ( e che lo stesso Trump ha accusato di non supportarlo adeguatamente in questa sua ultima battaglia di accuse di brogli all’intero sistema elettorale)ma che si avvia a ad una nuova gestione. L’insofferenza per i comportamenti e le sorprese ad opera di Trump ha portato all’interno di quel partito alle estreme conseguenze l’antagonismo tra la corrente moderata e quella radicale ,giocando a favore di quest’ultima. Già dal 1994 ,la componente radicale guidata da Newt Gingrich ha messo ai margini quella moderata dei Bush e dei Mc Caine . La vittoria di diversi repubblicani non “trumpiani” riaccenderà sicuramente il conflitto. Trump ha in qualche modo privilegiato Newt Gingrich la cui scalata all’interno del partito viene così raccontata dal direttore del quotidiano il Post ,Francesco Costa in un suo libro : “Nel giugno 1978 ad Atlanta, in Georgia, un giovane candidato al Congresso di nome Newt Gingrich rivolse un comizio a un’associazione di studenti universitari iscritti al Partito repubblicano. Gingrich aveva 35 anni, era un giovane docente universitario e un oratore colto e brillante, ma aveva provato per due volte a farsi eleggere alla Camera e aveva fallito entrambe le volte. La nuova generazione dei Repubblicani, disse quel giorno al suo giovane pubblico, avrebbe dovuto «scatenare l’inferno», smetterla di fare i «carini» e trattare finalmente la politica per quello che è: una guerra per il potere in cui tutto è lecito.”
Infatti dice ancora Francesco Costa nel suo libro “Questa è l’America”, (Mondadori, 2020) : “Uno dei luoghi comuni più popolari sulla politica statunitense è quello secondo cui, alla fine della fiera, tra i due principali partiti non ci siano poi tutte queste differenze. […] Non è così, ovviamente, ma questa convinzione non è basata sul nulla. […] Gli americani che alle elezioni presidenziali del 1996 si trovarono a scegliere tra Bill Clinton e Bob Dole, in effetti, non avevano davanti due opzioni così lontane tra loro: le differenze tra il più moderato dei Democratici e il più moderato dei Repubblicani c’erano, ma non erano particolarmente pronunciate. Eppure già allora negli Stati Uniti avevano cominciato a muoversi alcune forze – politiche, sociali, mediatiche, tecnologiche – che negli anni seguenti avrebbero portato a una fortissima divaricazione dell’opinione pubblica, alla radicalizzazione di segmenti di popolazione un tempo equilibrati se non addirittura paciosi, allo sdoganamento di comportamenti e posizioni politiche fin lì largamente considerate estremiste e violente, oppure velleitarie, minoritarie, perdenti. E infatti, nel giro di appena vent’anni è cambiato tutto. Gli americani che alle elezioni presidenziali del 2016 si trovarono a scegliere tra Donald Trump e Hillary Clinton avevano davanti due opzioni e due idee di paese radicalmente diverse. Sull’immigrazione, per esempio, uno dei temi più delicati e controversi della nostra epoca, un abisso separava le proposte dei due candidati. […] Soltanto una cosa accomunava queste due idee di paese così lontane tra loro: che fossero o meno condivisibili, erano entrambe irrealizzabili. Erano state messe insieme per sedurre un elettorato che nei vent’anni precedenti era diventato sempre più bellicoso, frustrato e stufo dei compromessi. Ma non lo era diventato da solo.” (2) Sicuramente Trump avrà una influenza decisiva su questo partito quando nel 2024 si tornerà alle urne per una nuova elezione del Presidente degli Stati Uniti e quasi sicuramente riproporrà la sua candidatura. Anche perché sembra navigare in cattive acque sia dal punto di vista finanziario che da quello giudiziario. La sua resistenza a cedere la Casa Bianca è comunque un segnale e una sottintesa trattativa per una specie di lasciapassare che lo traghetti fino a quella data pensando di poter avere una rivincita. Cosa che solo il tempo e la storia potranno confermare o smentire . A Trump sicuramente in questo momento interessa non fare “bancarotta” su tutta la linea ma conservare una qualche spinta per un rilancio.
Ma il conflitto non è solo all’interno del partito repubblicano ma anche in quello democratico. Partito quest’ultimo che si è ritrovato unito nella battaglia contro Trump ma che al suo interno ha un gran numero di voci che si faranno risentire soprattutto in prossimità del 2024 quando dovranno indicare un nuovo candidato alla Presidenza, atteso che quasi certamente Biden assolverà ad un solo mandato per la sua età anagrafica.
L’America “ a house divided against itself “, un paese diviso contro se stesso come lo definì già nel 1858 Abraham Lincoln ha tenuto fede a questa definizione in queste elezioni malgrado resti un grande esperimento di democrazia a cui bisogna guardare sempre con il rispetto per il coraggio che mette in campo nel preservare proprio la democrazia in ogni campo e in ogni mezzo . Anche di fronte alla storia di una elezione,apparentemente , senza storia.
(1)https://www.genovacheosa.org/la-lezione-americana-come-hanno-vinto-i-democratici
Lette da questa parte dell’Oceano, le elezioni di metà mandato possono darci degli elementi di riflessione? Di certo, in un momento dove pare, qui in Europa, che i progressisti siano incapaci di vincere, il Partito democratico ha dato prova di grande vitalità. Allo stato attuale, i risultati parlano di una progressione di 36 seggi nella Camera (contando i seggi dove hanno già vinto o sono in vantaggio): si tratta del miglior risultato per i Democratici dalle elezioni del 1974. Non solo, questo risultato si realizza in un contesto di grande incremento dell’affluenza, che tocca il massimo se calcolata sulla popolazione in età per avere il diritto di voto, dal 1970. È noto come l’affluenza elettorale negli Stati Uniti sia storicamente bassa e ancora di più alle elezioni di metà mandato. La percentuale potrebbe anche crescere, mentre si contano ancora i voti postali sulla costa occidentale: il dato attuale del 40% segna un incremento di nove punti percentuali sulle precedenti elezioni di metà mandato del 2014.
(2) https://www.linkiesta.it/2020/01/america-francesco-costa-libro-repubblicani-democratici/
