MALINCONIA NELL’INDIGENZA E PSICOANALISI- DOTT.SSA MARIA RITA FERRI (SECONDA PARTE)
Redazione- Lo sguardo è come catturato da un tempo prima del tempo, un tempo mai vissuto, ma inconsciamente conosciuto.
Il primo specchio, nell’infans, in questo caso, avrà i lineamenti sconosciuti dell’oggetto perduto della madre.
E l’essere dell’infans consisterà nel tentativo senza fine di raggiungere l’orizzonte senza limiti dove è stato catturato lo sguardo materno, dove da sempre dimora.
Non si è mai soffermato su di lui, lo rese trasparente, dunque fragile.
Far soffermare su di sé, incontrare uno sguardo per cui ebbe la stessa consistenza del nulla, fino a divenire come attraversato da esso: in ciò consiste la possibilità per il soggetto malinconico di essere. Ed ora che lo sguardo sociale lo esclude, torna ad essere trasparente per il mondo, nulla per se stesso.
Alle origini della malinconia per indigenza, dunque c’è la fine identitaria, un autobiografia lacerata “una frattura troppo precoce, strettamente in rapporto con l’essere e l’esistenza; vista non guardante a cui la madre dà corpo silenziosamente…” (M. C. Lambotte, Il Discorso Melanconico, Roma, Borla 1999, pag 236)
Vivere il proprio corpo, dunque, per il soggetto indigente e melanconico risentirà di questo disconoscimento sociale, eco archetipico di un disconoscimento materno, corrisponderà ad un essere un niente, ciò che può essere attraversato dallo sguardo e quindi inconsistente, forse non-vivo, ma di certo di alcuna importanza: il soggetto melanconico non abita il suo corpo, lo abbandonò anche lui, alla ricerca dello sguardo materno che abitava in un altrove.
Poichè non appartenne alla madre, cioè non fu da lei riconosciuto come oggetto d’amore, non può appartenere a sé, al soggetto, egli è un resto, ciò che resta di un desiderio, di un incontro mancato.
Un riflesso che mai appartenne ad alcuno, perché egli fu visto, ma non guardato.
Prima ancora che il piccolo Io possa distinguere tra mondo esterno ed interno, all’alba dell’identità, egli trova il desiderio dell’Altro come spinta ed oggetto di identificazione. Le cure materne, così come lo sguardo, fanno sì che l’infans senta di esistere attraverso il contatto con il desiderio dell’Altro.
Ma l’oggetto materno è percepito vivo solo se in lei vive uno slancio desiderante, in tal caso diviene per il piccolo Io l’Oggetto per i processi di internalizzazione e di investimento libidico, fondamentali per la formazione del Sé.
La madre diviene per l’infans un oggetto psichico e quindi strutturante, solo se desiderante, un oggetto vivo nel mondo interno del bambino e nella realtà. L’infans, percependo il desiderio della madre, infatti, la sente viva, accanto a sé, l’assenza del desiderio in lei lo fa sentire in presenza di un Oggetto morto.
Inoltre il desiderio materno accende quello del piccolo Io, che sperimenta, così, per la prima volta, l’essere-in-vita, nella mise en forme di un rivolgersi, di una richiesta di legame.
La scomparsa del desiderio nel contatto con la madre lascia il bambino solo al mondo, al centro di un lutto senza oggetto, perdita originaria e lutto archetipico: perdendo lo sguardo desiderante di lei perde il suo proprio fondamento ed ogni possibilità di essere.
Cosa è uno sguardo che non sia abitato dal desiderio? Agli occhi del piccolo si delinea il lungo sguardo materno che non ha topos dove sostare, perduto in un antico e non raggiungibile orizzonte, dove un immaginario sconosciuto nella psiche della madre prende forma.
Antiche illusioni abbracciate in un ramage di memorie troppo dolorose per avere un nome hanno catturato lo sguardo della madre ed il suo desiderio, esse vivono al-di-là del bambino e di un legame possibile con lui.
Per il piccolo, che ha conosciuto forse un attimo il desiderio e lo ha subito perduto, raggiungere questo orizzonte, impossibile ad aversi, ove abita la delusione materna, dove erra il suo sentire, prendere il posto dell’immagine d’altri tempi che ha catturato il suo Oggetto d’amore diviene il suo unico destino.
E’ l’enigma nello sguardo materno che affascina e conduce il bambino a rincorrere un impossibile sogno di congiunzione.
Perdersi in orizzonti d’altri tempi, in cui lutti inconsci continuano ad abitare senza giungere alla coscienza è un perdersi evanescente, per la madre, è essere forma assoluta, abdicando ad ogni consistenza. Tale è un lutto mancato, ciò di cui parlavamo precedentemente con J.P. Racamier. E tale lutto mancato, il lutto impossibile a farsi nell’incorporazione originaria del bambino, va a poggiarsi nel suo intimo e fragile Io:
l ’infans, così interiorizzerà il lutto di un Altro.
Si può dunque parlare, con M.C. Lambotte, di genealogia del lutto.
Egli conosce l’assenza della madre, il suo nucleo assente, il vuoto luttuoso, ma non può incontrarla, la cerca trattenendo il lutto di lei come suo unico dono selvaggio.
Il soggetto melanconico percepisce l’onnipotenza dell’Ideale dell’Io (formazione psichica la cui ipertrofia proviene dalla “lacuna dell’Altro”scivolata in lui), la sua inarrivabilità come un destino di esclusione e come istanza internamente persecutoria e il proprio sé come del tutto effimero, senza consistenza alcuna: un nulla nel vuoto d’essere: come avrebbe potuto, altrimenti, la madre attraversarlo con lo sguardo? La sua trasparenza agli occhi di lei , dunque non è mai segnale di fragilità per il piccolo Io, ma di una propria inconsistenza d’essere, la sua propria colpa quindi si inscrive nell’essere, la prova è l’assenza di desiderio nella madre, che egli non può che amare e rincorrere senza fine, se non può accenderlo.
Egli sente di essere un rien: ciò che resta di un dono non voluto e lasciato cadere.
“…niente delinea lo spazio del soggetto malinconico, niente tinge il riflesso speculare dei colori dell’affettività; e questo niente a cui il soggetto dice di assomigliare è simile al niente del nulla” M.C. Lambotte, op.cit. pag 237.
Il disconoscimento della sua immagine è il dono che ha ricevuto dall’Oggetto materno, la sua traccia, un ricordo di ciò che somigliava ad un incontro, che lo lasciò tra le cose del mondo, senza un nome a cui rispondere. “Essere un nulla” diventa per lui una realtà che ha il sapore del vero, nulla, nessuno riuscirà a strapparlo da questa sua verità, costruita su uno sguardo mai raggiunto.
La sua colpa è nel non aver saputo trattenere lo sguardo, così come, nell’indigenza, non aver saputo trattenere il denaro o la fortuna, egli attribuisce alla sua lacuna d’essere la causa del perdere. Tautologicamente egli perde poiché è un perdant.
Tutto dunque ebbe inizio da un incontro con lo sguardo materno che era quasi sul punto di compiersi e che fu bruscamente interrotto infrangendo ogni promessa di investimento.
Egli era sul punto di giungere al riconoscimento d’amore che lo avrebbe fondato ad essere, quando, acceso dal desiderio dell’Altro, ed in seguito alla sua brusca scomparsa provò la caduta libera in volo, sorretto dal suo solo desiderio che non ha più nessuno a cui rivolgere.
Da un punto di vista delle dinamiche fra conscio-inconscio possiamo affermare che l’infrangersi improvviso della relazione desiderante con la madre abbia impedito l’instaurarsi della specularizzazione.
Tale relazione poteva fondare l’essere del piccolo sul terreno stabile dell’identità, ma, dal punto di vista del bambino, l’improvvisa scomparsa ha significato la morte della madre, e lo ha legato eternamente a quell’unico momento che la precedeva, promettendo, la vita.
L’improvvisa morte dell’Oggetto ha interrotto un processo di investimento libidico e, ancor prima, del nascere di un desiderio fondante il sentimento di essere in vita e la struttura dell’Io. Il piccolo soggetto investirà tutto se stesso, dunque, nel tentativo infinito di tutelarsi dal ripetersi di nuove scomparse dell’ oggetto. Sarà per questo che denegherà ogni successivo investimento , proprio e altrui, congelerà le emozioni fino a non percepirne alcuna, sarà l’indifferenza e il dirsi fuori dai legami il suo rifugio.
Non è possibile chiamare la scomparsa dell’Oggetto materno un vero trauma, per la precocità in cui accadde, quando l’Io era così in fieri da non poterlo riconoscere ne’ pensarlo, poté solo disconoscerlo come improvvisa caduta degli affetti del mondo, di cui è stato il destinatario e la vittima.
Inoltre la perdita non è strettamente di un oggetto, ma di un incontro raggiunto ma non avvenuto. Perdita di un incipit, di un legame promesso, pronunciato e svanito.
In tal senso si può parlare di un trauma blanc, cioè del fatto “che nulla accadde di ciò che sarebbe dovuto accadere”(cfr. D.D.Winnicott”Paura del crollo” in Esplorazioni psicoanalitiche, a cura di Clare Winnicott, Ray Shepherd e Madeleine Davis, ed. it. a cura di Carla Maria Xella, Milano: Cortina, 1995)
Il soggetto non sa cosa sia accaduto, ma la memoria del non-incontro, della relazione bruscamente perduta e del suo disconoscimento è ontologicamente impressa nel suo stesso essere e lo dirige verso chiusure successive al mondo e ad attribuire a sé la causa di ciò che non avvenne ed era presque sul punto di avvenire, dell’incontro che non si costituì.
Il complesso della “madre morta” era dunque già nella psiche della madre, che non poté sostenere alcun desiderio verso il piccolo e si gettò in un vuoto malinconico in cui accorse anche la psiche del bambino, nel tentativo disperante di far tornare in vita nuovamente l’oggetto amato e perduto.
Tale catastrofe che non poté essere disconosciuta totalmente, “conosciuta ma non pensata”, con C.Bollas, (alludendo l’autore all’esperienza che, nel bambino, prima di essere elaborata o pensata, si presenta come”esperienza dell’essere”, esperienza puramente sensoriale ed ontologica, che precede la parola, cfr Bollas C.,1987, L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato. tr. it. Borla, Roma, 2007.) produce quindi una difesa profonda e radicale: l’Io rifiuterà di tornare a desiderare, e quindi, ad investire nuovamente, rinuncerà all’oggetto.
Il piccolo avrà fatto, dunque, esperienza di essere visto, ma non guardato, sarà stato davanti ad un sguardo abitato da un’assenza di desiderio e che pertanto si offre come mera funzione percettiva, glaciale e non viva, che non giunge a significare ciò che vede perché ha perduto la genesi del simbolo, la carnalità dell’abbraccio.
“…Occhi senza sguardo, occhi disabitati, brutale scomparsa dell’oggetto che introduce al desiderio”
Egli, comunque ignora ciò che accadde, perché non poté pensarlo e perché fu un nulla-d’essere che l’attraversò e lo fece creatura sua.
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Se il primo sguardo l’attraversò, invece di avvolgerlo e salvarlo dalla caducità del mondo, lo toccò in punto che ne trattenne la traccia come un foro, buio psichico, centro di un pensiero melanconico che ruota su se stesso.
Se lo sguardo della madre fu disabitato, il suo volto si dissolse in una cornice senza tela, divenne esso stesso la cornice.
In aggiunta al pensiero di M.C. Lambotte, a cui torneremo tra brave, va analizzata la dinamica inconscia del pensiero melanconico nel caso specifico dell’indigenza.
Figlio del nulla egli sa di essere nulla, e il nulla economico, ai suoi occhi, non è che una sua declinazione. Egli, così come ha la certezza di aver in sé la causa della perdita dello sguardo e del desiderio materno, sa di essere le seul coupable de sa ruineI Il trauma, è possibile affermarlo, è nel suo improvviso essere uscito di scena, ora come allora.
L’assenza di sguardo materno allora, sociale oggi, diviene dunque il punto di intersezione di un non essere, di un’ideale inaccessibile ed ipnotico.
Il sociale oggi, come la madre allora, esprimono nell’indifferenza la misura dell’indegnità ad essere del soggetto, quando ogni suo gesto, nella glaciazione sociale, viene pecepito come insufficiente ad esistere, melanconicamente avvolto nell’indigenza, ad avere una seconda chance.
I lati, i bordi del sociale e quindi, inconsciamente della cornice materna rappresentarono l’unica salvezza per il soggetto. Aderire ai bordi della cornice significa poter essere riconosciuti in un’identità sfumata, di periferia, accettare di essere una comparsa nel mondo, organizzare il progetto identitario attorno a dei bordi, alla superficie dell’essere, facendo del ruolo sociale il centro esistenziale, la sua cornice.
Il crollo del piano sociale, la défaillance su questo livello colpirà mortalmente quelle parti di narcisismo che il soggetto aveva pur messo ensemble.
Va tenuto conto che la possibilità economica inserisce, in età adulta, il soggetto nel gruppo sociale, nella collettività che nell’inconscio del soggetto stesso rappresenta la continuità, l’estensione del Sé familiare, in cui essere nuovamente accolto come in una seconda nascita in età adulta, il ben essere è la benedizione del padre che protegge da ogni cattivo vento e dalla sventura nel mondo.
Corrisponde, inoltre, la buona capacità economica, all’idea di eternità dell’Io, che sottrae ad una verità sempre troppo precoce da scoprire: la caducità delle cose del mondo.
Idea di eternità che si forgia nella “capanna natale” del Sé familiare e avvolge l’infanzia nel caldo buono dell’inverno.
Eternità che fonda un tempo senza attese né ricordi, ma solo rêveries di “fiumi e cieli di un altro secolo”, con G. Bachelard, e che può rendere il domani non più crudele, ma un’estensione dell’Io.
Una buona economia è una collettività internalizzata e benevolente, il cui sguardo è il Super Io del soggetto, che regge l’autostima e L’amore di sé.
Nell’Io il benessere è il collante che tiene ensemble e riempie l’Io di buoni frutti, ripara dallì’ orror vacui in cui la coscienza della caducità dell’essere trattiene.
Tiene, infatti, unito l’insieme morcélé dell’Io, uniforme nel suo venire-ad-essere, raccoglie le angosce di orfanilità e si pone al posto dell’ombra genitoriale che proteggeva la fragilità di una vita infantile mai finita.
La perdita economica è sempre la perdita di un’identità sociale, dove anche gli ultimi padri hanno fine, e quindi lutto che trascina in una orfanilità definitiva il soggetto, attribuendo a lui stesso una responsabilità non raggiungibile da alcun perdono.
Aver perduto il ben-essere è il trionfo di Thanatos, cfr. Sigmund Freud Jenseits des Lustprinzips, tr. It..Al di là del principio di piacere (1920), (OSF) vol. 9. L’Io e l’Es e altri scritti 1917-1923, Torino, Bollati Boringhieri, 1986 e quindi sconfitta del diritto di essere al mondo.
E’ buio assoluto, che precede la luce. Cancella ogni forma di vita adulta consegnando l’Io alla “casa-natale che ha l’infanzia immobile tra le braccia”, (cfr. G. Bachelard La Poétique de l’espace, 1957, La poetica dello spazio, trad. di Ettore Catalano, Dedalo, Bari, 1975, 1984).
Perdita come condanna ad essere altro- da –sé, fuori campo, dietro i vetri da cui veder passare la vita che diviene sempre e solo vita d’Altri.
Rimpianto di non aver fermato lo sguardo, di aver perduto in un attimo ciò che lo aveva fin lì tenuto in vita. La perdita economica sottrae all’Io non l’abitare, ma la sosta, il rifugio, lo rende creatura di strada, dove il discorso è tra stelle ed alberi, ma in cui non può entrare se non con un dolore muto.
Egli è inserito solo nel discorso melanconico e folle delle foglie d’automne.
Un’infanzia d’autunno si apre all’Io verso un inverno che non ha inizio.
Nulla può tornare ad essere proprio, se la perdita è l’identità.
Il pensiero è nuovamente pittografico, semplificato, quasi sillabico, non avendo più oggetti
su cui riflettere. Il vuoto è il suo nuovo oggetto.
La sua vita diviene “sostanza che piange”, perché non crede più al miracolo della Fenice, al risollevarsi e tornare a vivere in un volo di fuoco.
La sua vita era un affacciarsi su una cisterna d’acqua che conteneva la luna, ma ora sa che era luna d’Altri. Nulla più ha nome, per un dolore troppo muto per essere compiuto. Un dolore, dunque, che rimane compresso e non può essere diluito nell’Altro.
Il ricordo di fortune, divenute d’ emblée antiche, ritorna come nuova, illusoria, occasione e certezza di nuovo dolore, perché è senz’altro vero, in questo caso nella memoria, come ci ricorda Pier della Vigna :
“…che ‘lieti onor tornaro in tristi lutti”
(cfr. Dante Alighieri La Divina Commedia L’Inferno, canto XIII,vol. 1, a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio, Firenze, Le Monnier, 1988).
Il volto di chi non ha più nulla, che pure aveva, su cui poter poggiare un progetto, parla silenziosamente in una dignità che è ultima a svanire, e rivolgendosi all’indifferenza che lo avvolge nella collettività sembra, con Dante nelle parole del Conte Ugolino, affermare al mondo:
“Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che il mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?”
(cfr. Dante Alighieri, La Divina Commedia L’Inferno, cantoXXXIII vol. 1, a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio, Firenze, Le Monnier, 1988).
Egli vive una diminuzione di essere dovuta ad un umanesimo interrotto, grido muto che ricorda L’Urlo (1893-1910) di Edvard Munch, grido fra strada e tramonto, che conduce alla disgiunzione del proprio nome, della sostanza del proprio nome.
Egli decide di vivere nell’ombra, incipit di caduta in un vuoto d’essere.
I colori assumono la malinconia del blu e violette oscure seguono i suoi passi, vive nella soffitta del mondo , dove, d’improvviso, le rêveries del ricordo infrangono l’anima .
Perdette la sua vita rocciosa, i suoi metalli terrosi e di pregio, che pure strinse tra le mani.
Ed ora ogni ombra diviene sostanziale, ha la consistenza che prima fu sua, poiché la sua vita è fugace, vita ombrosa ed evanescente.
Il peso è nel dare senza averne la forza..
La poetica del perdere è la poetica in cui il passato ha il suo trionfo, il mondo di una prima volta.
Non ha più un doppio sé, da nutrire, da veder crescere e proteggere. Ha un unico sé che lo sfiora con indifferenza Vita che rende pietra
Un male così profondo, da slegare sé da sé, ricorda il famoso verso dantesco nella selva dei suicidi:
“L’animo mio…
ingiusto fece me contra me giusto”
(cfr. Dante Alighieri, La Divina Commedia L’Inferno, cantoXIII vol. 1, a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio, Firenze, Le Monnier, 1988).
Egli è, a volte, il poeta di sogni di altri, poiché ha perduto i propri. Avendo perduto se stesso, attraverso lo scacco sociale ed umano, non resta che identificarsi con il niente, ‘niente’ è il suo nome, il suo essere stato trovato nel mondo e non raccolto da alcuno.
Tornando al pensiero di M.C. Lambotte, possiamo senz’altro affermare che il suo esistere è quello di una forma non compiuta, scissa dal contenuto cui aspira…una cornice vuota, come gli occhi della madre, vuoti di desiderio e quindi di vita.
Vive in lui un ideale di perfezione che somiglia all’Ideale dell’Io cui aspira per colmare quel vuoto di affetti che lo aveva condotto a inseguire il passato di un altro…
Egli, rigettato dal non-desiderio o riconoscimento sociale, si percepisce come l’essere di un altro, da raggiungere per iniziare a vincere l’invisibilità caduta su di lui. Un foglietto che si duplica sperdendosi nel niente: nella sconfitta economica e sociale il soggetto sente di essere smentito nel suo diritto a vivere, ad avere una forma e contenuto coesi e coerenti, una compattezza dell’Io che lo protegga da ogni caducità.
Al venir meno dello sguardo sociale, come quello con la madre, con M.C. Lambotte, alla perdita dell’identità, egli si percepisce nell’inconsistenza di un piccolo foglio, icona appena accennata, vede il suo doppio allontanarsi da sé fino a svanire.
L’identificazione del soggetto melanconico, dunque, non primariamente con la sua immagine speculare, perché questa, un attimo configurata svanì con lo sguardo della madre, fu con il niente che ne derivò. Il discorso melanconico ne dà conferma essendo incentrato sul niente d’essere, sul niente che lo sedusse nel primo sguardo.
Il soggetto melanconico, infatti, tende fortemente ad inseguire lo sguardo che l’ha attraversato, nel tentativo di conquistarlo a sé.
Il niente, dunque fu il suo primo oggetto di seduzione, ed il ritorno al niente sociale è un ritorno regressivo alla prima défaillance dell’Altro, da cui ebbe inizio il suo essere donato al niente.
“Vittima di un primo sguardo che lo avrebbe solo attraversato, senza circoscriverlo, rendendolo di conseguenza trasparente, il melanconico eredita quel “punto” inaccessibile a cui mira perché crede, raggiungendolo, di recuperarne la propria immagine…” (cfr. M.C. Lambotte, op. cit.pag 256)
Non aver potuto aderire al modello di perfezione che l’Ideale poneva come riparazione della frattura con il volto della madre, che la povertà sopraggiunta conferma, ha come prezzo l’infrangersi dell’identità fin lì raggiunta.
In effetti la riuscita sociale aveva in sé un progetto ben più ambizioso, il riempimento di gioia nello sguardo materno, e cioè che “ tutto accadde di ciò che doveva accadere”, modificare, nel suo inverso, un destino precocemente crudele: il soggetto melanconico affidò al successo economico tale missione dal felice esito, ma laddove tale progetto non si raggiunse, tornò il destino segnato delle origini a cancellare l’Io e i suoi progetti identitari.
In tal caso il soggetto sente di essere sempre stato une chose, una trasparenza evitata dal mondo, anzi egli vive in un mondo d’altri, che egli stesso cessa di amare ed investire. Egli guarderà d’ora in avanti il mondo con lo stesso sguardo siderante con cui lui stesso fu guardato, egli estende sul mondo lo stesso sguardo blanc che lo attraversò e con cui si identificò.
Il dover rinunciare ad assumere in sé l’immagine dell’Ideale dell’Io lo precipita in quella discontinuità identitaria che infrange l’illusione di ritrovare l’unione con la madre archetipica, Das Ding, con S. Freud, tradotta e ripresa da Lacan in La Chose.
Fu per questo che, in età adulta il soggetto affidò al patrimonio la missione di ricompattare la propria identità smentita e mancante alle origini dal non riconoscimento materno.
I beni, la rendita divenne il suo nuovo appartenere ad un ruolo che incarnava l’ideale perduto e mai raggiunto.
Egli contrae i suoi desideri fino a non più ascoltarli, vive in un mondo deserto perché da lui non più investito, si vieta ogni accenno di legame ed ignora, per così dire, l’esistere del mondo, decreta la fine dei tempi della seduzione: il niente ad essere, che personifica, non è più in grado di commuovere alcuno, tantomeno se stesso. Il destino è il suo unico alter ego.
Egli non si sviluppò accanto ad un Altro, dunque il paesaggio lo ignorò.
Egli si identifica con un “resto”, ciò che resta di un incontro che era sul punto di avvenire, ciò che resta di un’intenzione desiderante non compiuta, come qualcosa di estraneo, un peso di “troppo”.
Il reale non ha per lui alcun rilievo, il reale è rappresentazione della perdita pura, perdita d’incanto, perdita d’emblée, tanto da non poter essere mai più investito.
Un desiderio sospeso e mai più raggiunto abita la cornice del reale. Egli rifugge il reale come luogo della perdita e dell’inganno.
Egli percepisce una caduta tale di livello da essere diventato”cosa” tra le cose del modo. E gli altri oggetti hanno anche loro valore di cosa. Il mondo ha un’esistenza senza rilievo, senza più sogni né giochi, un nulla rumoroso in cui l’unica relazione possibile è la distanza.
Mai più appartenenza, ma inclusione non viva tra ciò che ha luogo ma non giunge ad essere soggetto in esistenza. Il mondo, in una parola, è transito di oggetti disaffettivizzati, scarti d’Altri, di ciò che sarebbe potuto accadere e semplicemente non avvenne.
Identificato col niente di una relazione divenuta improvvisamente effimera, bianca, ovvero vuota di desiderio, il soggetto melanconico ha dovuto regredire all’ identificazione primaria, ma in cui egli non potrà identificarsi con l’Oggetto, poiché sparì. L’identificazione primaria, incorporante, essere l’Altro, avverrà dunque con il processo stesso di svanimento dell’Oggetto, processo che tratteneva qualcosa dell’Oggetto in fuga, la sua orma, il suo sfumarsi nel niente affettivo che ne nacque. Egli si identifica, dunque con ciò che resta dell’Oggetto, ciò che ne trattiene la fragranza, la sua fuga. Egli diviene un essere in fuga.
Di qui il suo sentirsi simile al niente, esito del primo ed ultimo incontro col primo oggetto d’amore raggiunto e perduto…
La regressione primaria, con l’assenza di soggettività che ne deriva, consiste in un rinunciare ad essere, di fronte al trionfo di un destino già dato: il soggetto da sempre si percepisce inconsciamente in un secondo piano, ora, con la perdita, ne ha la conferma che non teme smentite.
Ciò porterà il soggetto perdant, schivo ad ogni scambio con l’altro, ad ogni invito che possa ricevere dal modo, egli, identificandosi con la diserzione dello sguardo, è divenuto una “diserzione” vivente, soggettività che si ritrae al tentativo di vivere ancora.
Differentemente dal soggetto in lutto, che ha mantenuto nel cuore una fiducia nel tornare a credere, il soggetto melanconico, che non poté fidarsi del primo sguardo che fonda l’esistere, perché subito perduto, è un soggetto che sa fortemente di una prossima perdita, possiamo dire che l’anticipa e quindi disinveste ogni cenno di avvicinamento di nuovi possibili oggetti o progetti d’amore. Egli anticipa mentalmente la perdita e ne fa una certezza, perché fu ciò che gli apparve una prima, autentica volta a divenire un “per sempre”. Ogni relazione è, nella sua mente, un’attesa della fine, della sconfitta, ogni progetto di investimento è dalle origini tagliato via perché destinato a deludere, ogni nuova operazione non potrà sostenerlo…
Noi sappiamo, inoltre, che l’esser stato fatto oggetto d’amore dallo sguardo materno, con continuità, permette, nella psiche, l’impasto pulsionale tra l’Istinto di vita e l’Istinto di Morte, cfr. Sigmund Freud Jenseits des Lustprinzips, tr. It..Al di là del principio di piacere (1920), (OSF) vol. 9. L’Io e l’Es e altri scritti 1917-1923, Torino, Bollati Boringhieri, 1986 .
Il senso più profondo del cedimento melanconico è, dunque, proprio nel profondo slegamento delle due pulsioni, nel momento in cui stava avvenendo la loro unione.
L’unificazione psichica sul punto di formarsi, di saldarsi, fu bruscamente arrestata nel soggetto dallo svanire del desiderio dell’Altro, ed il piccolo Io non ebbe altro che reclinare ogni investimento, per rimanere saldo in ciò che ancora era suo, vivere un inizio di lutto che non può essere pronunciato da nessuno, nel timore di svanire assieme all’oggetto, l’unica possibilità è tenere a distanza se stesso da ogni progettualità o da ogni nuovo invito ad essere.
Laddove il soggetto in lutto conosce la perdita dell’oggetto, sia che lo elabori come non, il soggetto melanconico la “disconosce”, ignora cosa sia stato perduto, (cfr. S. Freud Lutto e melanconia, 1917, in Opere, cit., vol. VIII), percependo di dimorare nel niente da sempre, e dunque nell’ Hilflosigkeit, in cui nessuno giunse ad accoglierlo.
La mente del soggetto melanconico non sa da dove abbia origine il suo lutto, afferma che la sua vita sia stata da sempre perduta, da sempre distante dal mondo. Egli ricorda di non aver mai avuto una struttura psichica capace di affascinare e riuscire a trattenere oggetti, ed inoltre il suo essere in esistenza include da sempre il non esser-ci emotivamente.
Egli ha conosciuto troppo precocemente la caducità delle cose, o la loro ineffabilità, a causa del venir meno del desiderio nello sguardo materno su di lui, per cui ora egli sposta sull’intero mondo la fine di ogni desiderio.
Per cui, se per Pablo Neruda “…L’amore estinto non è la morte, ma un’amara forma di nascere…”(cfr. P.Neruda, 1964, Memorial de Isla Negra), nella melanconia l’infrangersi del sogno d’amore o di un progetto identitario porta con sé l’oblio di ogni possibile nascita.
Nell’intento di mai più amare o sperare, nel rigetto al richiamo dell’Altro, il suo essere in vita si restringe in un campo di sola esistenza vitale, posta su un piano tra i più “semplici ed urgenti”.
Perdette un oggetto nel momento che giunse a legarsi inizialmente ad esso, il lutto che ne seguì produsse il porre la sua esistenza nel niente con cui si identificò, di qui egli credette nel crollo inevitabile di ogni legame, come suo destino biografico. Egli solo al mondo non può più sperare, perché, a differenza di Altri, non lo merita, ne è indegno.
Infatti, non potendo conoscere l’origine del lutto che ha dato origine alla sua vita, sa che il suo essere è sempre stato mancante, perché la sua mancanza è nella sua intima struttura, per volere di un destino crudele, che conosce la sua indegnità.
Nulla può avere effetto sul suo dolore, la libido è da lui rigettata, così come la guarigione, nella certezza che nulla può avere effetto sulla sua mancanza d’essere, forse gli stessi rimedi possono essere d’effetto per altri ma non per lui.
Egli nega ogni possibile interesse per le cose del mondo.
Si nega ad ogni invito della vita ad offrirsi una seconda chance.
Egli ha perduto, dunque, la possibilità di vedersi degno del desiderio, suo e di altri, e, dunque, di entrare in relazione con le cose. Riconosce l’esistenza del mondo, ma disconosce alcun possibile legame d’affetto con esso.
Tale diniego di rapporto con le cose del mondo, nasce dalla necessità di evitare che l’esperienza delle origini torni in nuove forme e con nuovi nomi, difesa arcaica che matura attraverso l’identificazione col niente che, nell’evitare il ritorno dell’antica perdita, la rende eternamente presente, sia come pericolo sempre pronto ad emergere che nel niente che ne derivò. Egli conosce il reale, ma nega di aver alcun rapporto ormai con esso.
Egli infatti si vede come indegno ad entrare in alcun scambio affettivo con l’altro, come estrema difesa all’eventualità che l’Altro venga meno, lasciando nuovamente il soggetto in uno stato di glaciazione dell’Io.
E’ nella mancanza a venire dell’Altro, infatti, che crede il soggetto malinconico, è per questo che ne declina ogni richiamo o invito, la sua certezza di non poter essere l’oggetto di desiderio lo difende da un nuovo addio, in cui le parti di sé non potrebbero mai più ricongiungersi, perché il suo inconscio sa che, perdendo l’Altro egli perse se stesso e ogni possibilità di essere.
Decretando la propria morte emotiva, si pone al riparo dal ripetersi di tale catastrofe.
A questo aggiunge, come rafforzamento, la convinzione di essere indegno di alcuna intenzione desiderante di altri.
Il soggetto malinconico non conosce l’angoscia, continua M.C. Lambotte, poiché occupa il posto del niente, di ciò che non avvenne, ciò che “sarebbe dovuto succedere”, identificandosi con ciò che non ha mai conosciuto. Ha ucciso la dualità, dunque l’angoscia tra l’avere e la perdita Non ha desiderio, né castrazione, non può rimuovere una traccia sospesa d’incontro. Possiamo dunque esser certi che egli non abbia nulla a che vedere con la mancanza, regno del desiderio e del conflitto, come nel pensiero nevrotico, dove è legittima una domada.. Persegue tenacemente una fine coerenza tra il silenzio emotivo interno e il nulla desiderabile esterno, tra il suo niente d’essere ed il non-sense del mondo.
Il non-sense del mondo ha una sostanza rocciosa che somiglia all’imperturbabilità del suo pensiero. Nessun oggetto è per sempre e dunque non desiderabile, l’esperienza precoce di ciò ha prodotto un pensiero non desiderante e quindi, che pur vivendo nel dubbio, lo disconosce come disconosce il sogno.
Poiché non ha conosciuto l’oggetto, ma il suo profumo, che a nulla rimandò, afferma che non esista nulla di ontologicamente desiderabile nel mondo, solo un ingannevole profumo d’essere. Il suo pensiero, racchiuso nel negativismo, non ha domande.
La realtà è effimera in sé, la cui fragranza è l’inganno, che viene rigettata come menzogna esistenziale. Nella sua mente si assiste ad una espansione del fallimento dell’antico progetto di cui, possiamo dire, la perdita economica è voce autorevole che sancisce l’impossibilità di ogni rêverie di aver sostanza, fino a divenire affermazione cosmica della caducità di ogni cosa e quindi il niente di alcun discorso.
Egli, occupando il posto stesso della mancanza non può né mirarla né pensarla, non rende possibile l’angoscia”… la quale sottolinea la naturale inadeguatezza della risposta necessariamente falsa alla domanda necessariamente ingannevole” (M. C. Lambotte, Il Discorso Melanconico, Roma, Borla 1999, pag 379).
Egli mantiene, nella perdita di tutto il desiderabile, una topologia immutabile, ma fragile, che consiste nell’occupare lo spazio del vuoto che cancella ogni possibile distinzione tra domanda e risposta.
Fragile perché il minimo spostamento da tale posizione di negativismo assolutizzato porta con sé il rivelamento del vuoto sottostante.
Il soggetto malinconico può cadere, sì, in un’angoscia senza contenuti coscienti, pericolosamente densificata dal sapere dell’inconsistenza delle risposte che possono essere proposte. Ciò spiegherebbe il perché dell’agito suicidario, presente, spesso, in un momento di miglioramento sintomatico. Nel suo momentaneo spostarsi dall’occupare il vuoto, in un possibile risveglio del desiderio, esso non è più da lui riempito e quindi rivelato in tutta la sua realtà insopprimibile, né più celabile.
Egli non percepisce alcuna differenza tra sé ed il vuoto, diviene improvvisamente in contatto con la propria fragilità d’essere, sa di essere un foglietto che può svanire se la sua domanda di legame incontrerà il nulla una seconda volta. Nessun sogno di cornice potrà giungerle a salvarlo,perché il nulla d’essere è un destino ad essere nulla.
E perché la cornice è sempre un raccoglitore del vuoto, ciò che lo argina ma non può frenare, ed è il vuoto di senso che l’assenza di risposta al suo primo desidero gli ha consegnato come segno del destino che il soggetto può scegliere il vuoto non più come scelta simbolica, ma come vuoto reale in cui svanire.
Attratto dal vuoto della cornice (i ricordi di un incontro effimero con la madre o un effimero esser-ci sociale, dopo la smentita della perdita dello sguardo e la sostanza) egli non cessa di amare , come unica realtà, il niente d’anima che la cornice raccoglie.
Il suo è un discorso senza affetti, un discorso bianco, in cui la logica è funzione di un “livellamento” emozionale, in cui l’aridità è riparo dall’implosione.
L’anaffettività del suo pensiero, il niente emotivo che lo connota, parla silenziosamente di un essere inscritto nella perdita ineffabile di un quid che non ha rappresentabilità. Ma il niente emotivo non è che l’espressione esistenziale di ciò che profondamente sa di essere: un resto di un discorso mai iniziato, egli appartiene al mondo degli esseri eccedenti.
La sua libido, sottratta ad ogni possibile forma fantasmatica, si conforma al livello di ciò che il soggetto sa di essere il vero, livello blanc di coscienza, in cui il vero coincide con la somma delle percezioni, senza mai giungere a forme di simbolo, essendo la rappresentazione abolita, se non quella di una cornice vuota che nessuno riempì di senso.
Il vuoto della cornice è un vuoto cui sente di appartenere, da cui a fatica si sottrae proteggendosi attraverso un attaccamento ai bordi, come abbiamo visto, ma cui sa che ad esso dovrà giungere, facendo combaciare in una scena finale e fatale, ciò che sa e ciò che è.
Ma perché tale attaccamento passionale al nulla? Perché il niente annulla d’un colpo, trascendendole, tutte le possibili immagini di sé che non abbiano confronti con il modello ideale che il soggetto ha incontrato alle origini e che dal quale, da allora, non può sciogliersi, poiché il riferimento ideale…è l’Altro che lo attende .
Il negativismo gli conferisce una forma di identità capovolta: poiché non può essere l’ideale, egli è il suo contrario, un niente pur vivente.
Il negativismo, questa cieca fede che nulla abbia senso e soprattutto la propria identità, tanto da riconoscerla come un niente dell’esistente, ha appartenenza all’area della pulsione di morte. Dunque si tratta di una difesa che precede il fantasmatizzare, mai sostenuta né che trovi senso in alcuna rappresentazione, poiché la precede.
Il negativismo è, infatti, la prima difesa che appartiene alle origini della strutturazione di un Io primitivo, che precede la distinzione tra un interno ed un esterno.
Il negativismo, mentre offre un riparo all’Io da eventuali possibili investimenti e, pur fornendo un’identità che non lede il modello ideale che lo ha preso a cuore, nel perseguitarlo, e quindi mai abbandonandolo, è l’effetto di un après coup che ricostruisce l’essere avvenuto del dramma della scomparsa dell’Oggetto, dramma che
l’Io non può affermare con l’aiuto di alcuna rappresentazione, rappresentazione di necessità mancante e sostituita con l’idea del destino che ha funzione di significante.
E’ opportuno ricordare la distinzione espressa da S. Freud in Lutto e Melanconia, per cui l’oggetto perduto in entrambi i casi si inscrive nel mondo del ricordo di rappresentazioni di cosa, e quindi nell’inconscio, ma mentre nel lutto si lega a tracce memoriali di parola del preconscio, divenendo per tale via cosciente, nella melanconia questa possibilità è inibita dall’immaturità psichica, lasciando il soggetto del tutto ignaro su cosa abbia perduto, e, quindi, quale sia la causa della sua sofferenza. Questo stato di cose lascia il soggetto melanconico del tutto smarrito rispetto agli inizi del suo dolore e del mancamento del suo desiderio, fornirà la spiegazione di un evento che assume, inconsciamente, lo scopo di dare legittimità al suo negativismo.
Tale modalità melanconica di articolare il pensiero, il negativismo, è l’estensione di un cielo senza stelle, l’universalizzazione di quella perdita antica e attuale dell’Oggetto e al tempo stesso del senso.
L’evento cui si riferisce il soggetto melanconico, come causa ed inizio del suo patire, è in realtà un ricordo di copertura, avente la funzione di colmare il nulla rappresentativo della Cosa perduta.
L’attribuzione melanconica di un’eziologia al dolore ad un evento di perdita d’oggetto segue una poetica disaffettivizzata, un procedere logico che escluda ogni coinvolgimento, esponendo cosi, assieme, ferite e cicatrici o velamento del vero.
Tale logica che esclude gli affetti è l’unica possibilità di rappresentazione della catastrofe.
Quando l’Altro del desiderio scomparve, scomparve l’Io a se stesso, rimase solo la sua domanda intima, ma nessuno più a cui rivolgerla.
Dott.ssa Maria Rita Ferri
Psicoterapeuta Psicoanalitico,

Formazione Psicoanalitica Post Lauream,
Spec. Psicoterapia Familiare.
