“IL BUON COMBATTIMENTO” – DOTT. MARCO CALZOLI
Redazione- Leggiamo in Esodo 17 il brano della roccia della salvezza: … 2Il popolo protestò contro Mosè: “Dateci acqua da bere!”. Mosè disse loro: “Perché protestate con me? Perché mettete alla prova il Signore?”. 3In quel luogo il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: “Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”. 4Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: “Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!”. 5Il Signore disse a Mosè: “Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! 6Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà”. Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. 7E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”.
8Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm. 9Mosè disse a Giosuè: “Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio”. 10Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. 11Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. 12Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. 13Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada.
14Allora il Signore disse a Mosè: “Scrivi questo per ricordo nel libro e mettilo negli orecchi di Giosuè: io cancellerò del tutto la memoria di Amalèk sotto il cielo!”. 15Allora Mosè costruì un altare, lo chiamò “Il Signore è il mio vessillo” 16e disse:
“Una mano contro il trono del Signore!
Vi sarà guerra per il Signore contro Amalèk,
di generazione in generazione!”.
Si tratta della sezione che racconta gli avvenimenti di Israele a Refidim. E non c’era acqua da bere per il popolo. Allora il popolo mormorò di nuovo e pretese acqua da bere. Israele dimostrò ancora di non avere fede in Dio. Mosè chiarificò una cosa: il popolo contese con lui, e questo voleva dire tentare Dio stesso. al v. 2 “mettere alla prova” (Dio) è nell’originale ebraico al piel, che è un intensivo, esprime la dura cervice del popolo ebraico.
Inoltre il verbo “protestò”, wayyareb, non indica solamente una protesta, un litigio, ma ha implicazioni giuridiche (rib era la lite giudiziaria). Per di più “perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire …” (v. 3) è una domanda introdotta con lammah: domande costruite così contengono una affermazione e sono usate per affermare la ragione di una richiesta o protesta. Quindi l’affermazione non è una domanda, ma esprime il nocciolo della lite contro Mosè e quindi contro Dio.
Al v. 3 “perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?” traduce l’originale ebraico che è alla lettera “… morire di sete me, i miei figli e il mio bestiame”. Prima si parlava al plurale, mentre al v. 3 si parla in prima persona singolare, si tratta di una figura retorica detta eterosi (cambio immotivato di declinazione o coniugazione), per enfatizzare il concetto.
Tanta era la protesta che Mosè stava in pericolo di vita (“…mi lapideranno”), così come molti profeti di Dio, anche Davide sarebbe stato lapidato, anche se non a morte. Nel Nuovo Testamento Stefano sarebbe stato ucciso con le pietre. Ma Dio non lasciò Mosè senza risposta. Dio sarebbe stato sulla roccia. Quindi Dio si manifestò sulla roccia, che Mosè percosse con il bastone e da cui scaturì acqua per far bere il popolo.
Isaia 53, 4 avrebbe detto che il Messia sarebbe stato percosso. Salmo 78, 20: “Certo! Egli percosse la roccia e ne scaturì acqua e strariparono torrenti”. Secondo l’interpretazione cristiana, gli agiografi dell’Antico Testamento si riferivano a Cristo. Precisamente al capitolo 19 del Vangelo di Giovanni si narra che il soldato romano trafisse il costato di Cristo in croce, e ne uscì sangue e acqua.
Secondo i Padri della Chiesa, dal sonno di Adamo nacque Eva, mentre dal sonno della morte di Cristo nacque la chiesa. L’acqua e il sangue sono simboli dei sacramenti, che fanno continuamente la chiesa.
Senza la morte di Cristo, la chiesa non sarebbe stata mai. La chiesa è detta anche comunità dei redenti, in quanto Cristo offre sé stesso in sacrificio a Dio Padre per il perdono dei peccati degli uomini.
Deuteronomio 32, 4 descrive Dio in questa maniera:
Egli è la roccia; perfetta è l’opera sua;
tutte le sue vie sono giustizia;
è un Dio verace e senza malizia;
Egli è giusto e retto.
Quindi nella Bibbia, in filigrana, vi è sempre la concezione della divinità di Cristo. I profeti hanno parlato di Cristo e la esatta interpretazione dell’Antico Testamento può essere fatta unicamente in chiave cristologica.
È Cristo la roccia-Dio, che viene percosso, ucciso. Giovanni 20, per bocca di Tommaso, chiama Cristo: “Signore mio e Dio mio!”. Nel Vangelo secondo Giovanni (10,17-18) Gesù afferma di avere il potere di offrire la propria vita e di riprenderla, non per imposizione, ma per libera scelta e in obbedienza al Padre, sottolineando il suo amore e la sua missione salvifica, oltre che la eguaglianza con Dio.
E il cristiano è chiamato alla stessa fine terrena di Cristo e alla medesima gloria, la risurrezione finale e la partecipazione completa a Dio. Nella chiesa primitiva i santi cercavano volontariamente il martirio, perché morire di quella morte equivaleva a accedere direttamente al paradiso senza passare per il purgatorio.
Il martirio è considerato nel cristianesimo un “battesimo di sangue” perché rappresenta l’estrema testimonianza di fede (martire dal greco martys, “testimone”), in cui l’uccisione violenta per amore di Cristo sostituisce il sacramento dell’acqua, conferendo grazia e salvezza. È visto come un’identificazione totale con il sacrificio di Gesù. Come chi viene battezzato riceve il perdono totale delle colpe e la remissione di ogni pena conseguente al peccato, andando direttamente in paradiso se muore subito dopo, così è per il martirio rosso.
Proseguiamo nella lettura. Gli amalechiti vennero a lottare contro Israele perché quest’ultimo aveva acqua. In quelle zone non vi è il deserto sabbioso (come quello del Sahara), ma un tipo di deserto stepposo, quindi praticabile e abitabile, ma sempre scarseggiava l’acqua, che era un bene molto prezioso. Quindi Giosuè emerse dal popolo e combatté contro il nemico, mentre Mosè teneva in mano il bastone di Dio. Aronne e Cur sostenevano le mani di Mosè: Mosè era profeta, Aronne, fratello maggiore di Mosè, deteneva il ruolo sacerdotale, Cur apparteneva alla tribù regale, quella di Giuda.
Ora i carismi di profeta, sacerdote e re vengono attribuiti a Cristo, e anche ad ogni cristiano, che è alter Christus (Tertulliano). Questo significa che si possono sconfiggere gli assalti del Maligno unicamente se siamo uniti a Cristo. Tutti i cristiani sono chiamati al combattimento, e se non al martirio di sangue, almeno al martirio bianco, quello che il mondo riserva in maniera non cruenta al vero seguace di Cristo, con piccoli e grandi assalti, a volte quotidiani, dalla facile ironia all’emarginazione.
Nel v. 14: “Scrivi questo per ricordo nel libro”. È il primo passo della Bibbia in cui compare il verbo ebraico katab, “scrivere”. “Nel libro” è la traduzione esatta, in ebraico abbiamo be-ha-sefer, cioè con l’articolo determinativo ha-. Si tratta probabilmente della Bibbia, o dei suoi primi abbozzi.
Nel V. 16 “una mano contro il trono del Signore!” non è chiaro. Nell’originale ebraico abbiamo: ki-yad ‘al-kes yh. Il problema si concentra sulla resa del sostantivo kes, che può essere inteso sia come “vessillo” (“perché, ki, una mano sul vessillo di Dio”) sia come “trono”. La traduzione greca dei Settanta rende “… nella mano nascosta il Signore combatte …”, perché i traduttori greci forse combinano le parole ebraiche (ks, yh) in un unico vocabolo, ksyh, “nascosta”.
È significativo che tale vittoria di Israele si è combattuta nella scrittura (v. 14) e nella costruzione di un altare (vv. 15-16). Ora la scrittura è “il libro”, quindi la Parola di Dio. L’altare è il sacrificio a Dio.
Si tratta della Santa Messa, che, come dà testimonianza già Giustino nel II secolo, è strutturata mediante la liturgia della Parola e la liturgia eucaristica. I Padri della Chiesa affermano che sia la Parola di Dio sia l’Ostia consacrata sono Cristo.
È la Messa, infatti, la preghiera più importante del cristiano, fonte e culmine di tutta la vita cristiana. Essa rende presente corpo, sangue, anima e divinità di Cristo nei doni consacrati (pane e vino), in cui Cristo è presente veramente e realmente.
E la Messa contiene anche una formula detta embolismo, che funziona da esorcismo:
Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni, e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo.
Dai primi secoli del cristianesimo i seguaci di Cristo si ritirano dal mondo per combattere il buon combattimento della fede ed entrare in paradiso, che costa lacrime e sangue. I nemici del cristiano sono tre: carne, mondo, diavolo.
L’ascetismo nella Chiesa siriaca rappresenta una delle forme più antiche, radicali e peculiari di spiritualità cristiana, sviluppatasi principalmente tra il IV e il V secolo nella regione della Mesopotamia e dell’Osroene (attuale Siria/Iraq). Caratterizzato da una profonda intensità mistica, l’ascetismo siriaco vedeva la vita ascetica come una realizzazione anticipata della vita paradisiaca, spesso focalizzata su un forte impegno escatologico.
L’ascesi siriaca mirava spesso a uno stile di vita “angelico”, libero dai bisogni materiali, in cui il digiuno (spesso estremo) e la castità non erano solo rinunce, ma mezzi per superare la natura umana e unirsi a Dio.
La tradizione ascetica siriaca, influenzata da Efrem il Siro, Giovanni d’Apamea e dal Liber Graduum, è profondamente biblica, poetica e focalizzata sull’interiorità e sulla purificazione del cuore, spesso con meno influenze filosofiche greche rispetto al monachesimo egiziano.
Il IV secolo inaugura una delle stagioni più importanti della letteratura siriaca. Abbiamo due figure di spicco: Afraate e Efrem. Prima di loro abbiamo Bardesane di Edessa (154-222 d.C.): è stato un eminente scrittore, filosofo, astrologo e poeta siro, figura chiave del primo cristianesimo in area siriaca. Vissuto alla corte di Edessa, ha coniugato cultura greca e sapienza orientale, noto per la sua opera “Contro il Fato” e come pioniere dell’innodia siriana, combattendo le dottrine gnostiche
Dopo di lui, Afraate e Efrem sono i più antichi autori siriaci di cui abbiamo le opere. Afraate, della cui vita non sappiamo molto, è il primo esponente di un sistema siriaco del quale ci è pervenuta un’opera, le 23 Esposizioni, che egli scrisse durante la prima metà del IV secolo. Le Esposizioni tracciano una panoramica su vari argomenti.. Le esposizioni sono in acrostico, ma non sono 22 (come le lettere dell’alfabeto siriaco), in quanto la ventitreesima inizia un’altra opera poi non conclusa.
Nei primi anni del IV secolo non sono avvenute quelle dispute teologiche che hanno portato alla divisione tra chiesa siriaca orientale e chiesa siriaca occidentale. È ancora un periodo unificato.
Sia per Afraate (in prosa) che per Efrem (in poesia) si parla di una letteratura che fa largo ricorso al testo biblico e alla sua esegesi. Si tratta sostanzialmente di una letteratura tipologica: si riprendono personaggi e episodi dell’Antico Testamento e si leggono come anticipazioni del Nuovo. Inoltre nei due autori ci si attende una letteratura che utilizza delle immagini molto evocative assieme a simboli (raze): tutti fanno riferimento al testo biblico e vengono trasposti nell’attualità siriaca.
La letteratura siriaca è caratterizzata da una profonda visione simbolica, spesso espressa attraverso il concetto di “raza” (plurale raze), termine che racchiude i significati di segreto, mistero, simbolo e sacramento. Nella tradizione siriaca, in particolare con autori come Efrem, il simbolo non è una semplice allegoria, ma una realtà che rivela e allo stesso tempo nasconde il mistero divino. Un altro tipo di livello simbolico è il “tipo” (quando una persona o un evento veterotestamentari sono riletti in chiave cristologica, essi quindi sono figure del Nuovo).
Raza è una parola di origine persiana che indica un “mistero” o “simbolo”. Efrem evita definizioni dogmatiche statiche, preferendo una visione dinamica in cui i simboli (presi dalla Bibbia o dalla natura) uniscono gli opposti e rivelano il mistero di Cristo. I simboli siriaci aiutano a contemplare la realtà divina senza rinchiuderla in definizioni razionali limitanti.
Afraate si collocava nell’Impero persiano, quando le persecuzioni contro i cristiani vengono intensificate. La religione dominante era lo zoroastrismo. Molti hanno ipotizzato che militasse all’interno di un ambiente giudeo-cristiano, per i riferimenti innumerevoli alla Bibbia. In Afraate e in Efrem (che è forse più aggressivo) vi è anche un forte antisemitismo, perché stiamo in una realtà in cui le due religioni simili, ebraismo e cristianesimo, erano in competizione tra di loro.
Si parla molto della sesta Esposizione di Afraate in cui egli fa riferimento ai Figli del Patto. Quando oggi si menziona il monachesimo il nostro pensiero va agli anacoreti solitari del deserto oppure a quelli che si ritrovano in un cenobio. Ma nel contesto siriaco la questione è diversa: c’erano comportamenti ascetici assai singolari, per esempio lo stilitismo (i monaci vivevano sulle colonne), dendritismo (negli alberi), oppure si adornavano con catene, e così via. All’interno di questi comportamenti singolari vi era il “figlio del patto”, un tipo di asceta che si colloca all’interno dell’ambito cittadino, anziché lontano dalla civiltà. Viveva in gruppi, inizialmente praticando il celibato, ma poi questo uso venne meno, e probabilmente anche Afraate era un figlio del patto. Così come Efrem.
Dal V secolo la chiesa siriaca regolarizzò questi comportamenti ascetici e tese a normalizzare anche i Figli del Patto, che avrebbero assunto una forma di diaconato, mentre le donne del Patto cantavano in chiesa.
Figli del patto è in siriaco Bnāt Qyāmā, da una radice che significa di per sé “stare in piedi”, e poi da alcuni resa con “patto”.
Nella Esposizione XII.26 di Afraate è scritto:
Chiunque legga le sacre Scritture, le prime e le ultime, entrambi i Testamenti, e li legga (aderendovi) con convinzione, quegli (si mette in grado) di apprendere e di insegnare. Se intende sollevare delle controversie su ciò che non riesce a capire, la sua mente non accoglie l’insegnamento. Se invece trova delle parole troppo difficili per lui e non coglie il senso, così deve dire: “Ciò che è scritto è scritto bene ma non sono riuscito ad acquisirne la conoscenza”. Se riguardo a parole troppo dure per lui, pone domande a saggi eminenti che fanno continue discussioni e ricerca nel loro insegnamento, quando, su una sola parola, dieci saggi gli diranno dieci interpretazioni diverse, allora accolga quella che meglio lo soddisfa, e per quelle che non lo soddisfano non si metta a canzonare i saggi, poiché la parola di Dio è simile a una perla il cui aspetto è bello da qualunque lato la si volti.
Nella letteratura siriaca l’immagine della perla è molto produttiva, si rifà anche a Matteo (13,45-46):
Il regno dei cieli è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle; e, trovata una perla di gran valore, se n’è andato, ha venduto tutto quello che aveva e l’ha comprata.
Nella Bibbia vi è la traccia di Dio, che è sovrabbondante rispetto a ogni parola umana, quindi la Bibbia serba più significati.
Per l’asceta di qualsiasi epoca la Bibbia è il messaggio di Dio al cuore. Nella liturgia eucaristica la Parola parla dell’Amato, al quale l’asceta consacra ogni proprio respiro, combattendo strenuamente da tutto ciò che vuole allontanarlo da Lui.
Il combattimento spirituale è la via necessaria alla salvezza finale. Ricordiamo la frase di Matteo 11, 12: “Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono”.
Bibliografia
- P. Bettiolo, Lineamenti di patrologia siriaca; in: Antonio Quacquarelli (a cura di), “Complementi interdisciplinari di patrologia”, Roma 1989, pp. 503-603;
- F. Briquel-Chatonnet, M. Debie (eds.), Le Monde syriaque. Sur les routes d’un christianisme ignore, Paris 2017;
- S. Brock, An Introduction to Syriac Studies, Piscataway (NJ) 2006;
- S. Brock, A. M. Butts, G. A. Kiraz & L. Van Rompay (a cura di), Gorgias Encyclopedic Dictionary of the Syriac Heritage, Piscataway (NJ) 2011;
- S. Brock, La spiritualità nella tradizione siriaca, Roma 2006;
- S. Chialà, La perla dai molti riflessi. La lettura della Scrittura nei padri siriaci, Magnano 2014;
- T. B. Dozeman, Esodo, Brescia 2021;
- D. King (ed.), The Syriac World, London 2019;
- G. Lenzi (a cura di), Afraate. Le Esposizioni, 2 voll., Brescia 2012.
Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 64 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.
