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” IL SACRIFICO CRISTIANO ” – DOTT. MARCO CALZOLI

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Redazione-  Leggiamo nel Ṛg-Veda (I.164.35), il più antico dei Veda, i testi sacri dell’induismo, ove è scritto in sanscrito vedico:

iyaṃ vediḥ paro antaḥ pṛthivyā ayaṃ yajño bhuvanasya nābhiḥ | ayaṃ somo vṛṣṇo aśvasya reto brahmāyaṃ vācaḥ paramaṃ vyoma ||

“L’altare è l’ultimo limite della terra;

questo sacrificio compiuto da noi è il centro del mondo;

Soma è il seme prolifico, essenza di virilità;

la nostra preghiera è il cielo più alto dove abita la Parola”.

           In Ṛg-Veda IV.23.10 si gioca sul valore del termine vedico ṛta, che oscilla tra “rito” e “ordine cosmico”, in uno splendido metro nicṛttriṣṭup:

ṛtaṃ yemāna ṛtam id vanoty ṛtasya śuṣmas turayā u gavyuḥ | ṛtāya pṛthvī bahule gabhīre ṛtāya dhenū parame duhāte ||

“L’(adoratore cerimoniale) che sottopone ṛta (alla sua volontà) gode veramente di ṛta; la forza ṛta è (sviluppata) con velocità ed è desiderosa di (possedere) acqua; a ṛta appartengono il cielo e la terra ampi e profondi; vacche sublimi, cedono il loro latte a ṛta”.

          Il sacrificio vedico è l’atto cultuale più importante che ci sia in quanto permette la armonia dell’universo. Così si legge nel Śatapatha Brāhmaṇa XIV.3.2.1:

sarveṣām vā eṣa bhūtānām sarveṣāṃ devānāmātmā yadyajñastasya

“Tutto ciò che è, compresi gli esseri celesti,

ha un solo principio di Vita, un solo Sé: il Sacrificio”.

            Yajña è il termine sanscrito principale per sacrificio. Deriva dalla radice verbale √yaj, che significa “adorare”, “onorare”, “offrire” o “sacrificare”. Il sacrificio non è solo una rinuncia, ma un atto di dono (offerta di oggetti o vittime animali) alle potenze soprannaturali per ottenere benefici.

           La terminologia essenziale è questa:

  • Yajña: L’atto sacrificale nel suo complesso.
  • Yajamāna: Il sacrificante, colui che ordina il sacrificio e ne sostiene le spese.
  • Deva: Le divinità invocate, “coloro che risplendono”, destinatarie delle offerte.
  • Agni: Il fuoco sacrificale, considerato il mediatore tra gli uomini e gli dei.
  • Ahuti: L’offerta versata nel fuoco (burro chiarificato, grani, ecc.).

         Il sacrificio prevede spesso l’immolazione di una vittima animale, che talvolta avveniva per soffocamento per evitare spargimenti di sangue, considerati impuri. Lo scopo è mantenere l’ordine cosmico e ottenere favore divino.

            I sacrifici induisti si suddividono principalmente in due grandi categorie:

  • Sacrifici giornalieri/brevi (homa), che sono:  agnihotra (il più comune, offerta quotidiana di latte al fuoco al mattino e alla sera) e darśapūrṇamāsa (sacrifici effettuati in occasione della luna nuova, darśa, e luna piena. pūrṇamāṣa).

  • Sacrifici Solenni (shrauta): sono riti complessi che richiedono più sacerdoti e lunghi preparativi. Soma (o Soma-yāga): sacrificio in cui si offre la bevanda inebriante soma. Aśvamedha: il famoso “sacrificio del cavallo”, spesso legato a scopi politici e di sovranità. Rajasūya: rituale di consacrazione del sovrano.

           Altre tipologie: pākayajña (sacrifici domestici o semplici) e bali (offerte di cibo non bruciate, destinate a esseri inferiori, spiriti o animali).

           Anche nella Bibbia un tema fondamentale è il sacrificio, come in quasi ogni religione. Per parlare di questo tema bisogna distinguere i relativi verbi ebraici, oltre ai sostantivi.

           Per indicare la posizione delle offerte la Bibbia ebraica ha due verbi. Il primo è qarav, “avvicinare”, viene usato anche in causativo, “far avvicinare” e indica qualcosa che si porta vicino a Dio. Invece nagash significa “accostare”, cioè portare a contatto con la Divinità. Si tratta di due azioni diverse.

        I verbi della preparazione della offerta sono: ‘asah, “fare, preparare”; shachat significa “ammazzare” (non è specifico delle offerte); zabach significa “macellare” in senso rituale.

         Per quanto riguarda l’azione specifica abbiamo: ‘alah, “salire” e nel causativo “far salire”, relativamente a offerte bruciate (olocausti) che vanno in cielo; qatar significa “fumare”, è un verbo simile, riguarda la parte del sacrificio che va in fumo (si usa anche per l’incenso); saraph significa “ardere”; rum vuol dire “elevare”.

          I nomi delle offerte sono. Qorban (usato anche Gesù ma in aramaico), deriva dal verbo qarav, “avvicinare”, quindi il sostantivo indica il motivo per cui l’offerta viene presentata, cioè è un lasciapassare per avvinarsi a Dio. Shelem deriva da shalem, “trovare pace”, quindi è qualcosa che si dà a Dio pe ringraziarlo per un atto di amore che Egli ha fatto, come la dote. Chattath è la offerta per il perdono dei peccati di azione, deriva da una radice che significa “sbagliare”, quindi il sostantivo veicola l’idea della riparazione per una azione sbagliata. ‘Asham è una offerta per la colpa, che differisce dal peccato perché la colpa è una omissione e non una azione sbagliata. Infine abbiamo nedavah, l’offerta spontanea, volontaria, presentata a Dio senza un motivo specifico.

          I sacrifici nell’Antico Testamento, descritti principalmente nel Levitico, erano riti (qorban) per avvicinarsi a Dio, espiare i peccati e manifestare l’alleanza. Comprendevano olocausti (bruciati interamente), offerte di cibo (vegetali), sacrifici di comunione (condivisi) e sacrifici di espiazione o riparazione, prefigurando il sacrificio definitivo di Cristo.

             L’obiettivo era avvicinarsi a Dio e mantenere la santità della comunità. L’animale sacrificato sostituiva il peccatore, simboleggiando il riconoscimento della sovranità divina. I profeti (come Isaia e Osea) sottolinearono che la rettitudine, l’amore e l’obbedienza sono superiori ai sacrifici materiali.

          Nel Nuovo Testamento, il sacrificio di Cristo sulla croce è considerato l’ultimo supremo sacrificio. Nel Nuovo Testamento, la terminologia del sacrificio subisce una profonda trasformazione, passando dai rituali animali dell’Antico Testamento alla teologia dell’offerta di Cristo e del credente. Il sacrificio non è più un rito esteriore, ma diventa un atto d’amore, obbedienza e dono totale.

          I principali termini greci sono questi. Thysia: termine greco principale per “sacrificio” o “vittima”. Indica l’atto di offrire a Dio, spesso riferito al sacrificio di Cristo (Efesini 5,2; Ebrei 9,23) o a quello spirituale dei credenti (Romani 12,1; Ebrei 13,15-16). Prosphora: significa “offerta” o “oblazione”. Indica il dono portato a Dio (Ebrei 10,5.10.14). Hilasmos: tradotto con “espiazione” o “propiziazione”. Indica l’azione che rimuove il peccato e riconcilia con Dio (1 Giovanni 2,2; 4,10). Holokautoma: “olocausto” o sacrificio interamente bruciato (Marco 12,33).

            Gesù stesso si pone come offerta a Dio Padre per il perdono dei peccati commessi dalla umanità intera.

              Nella Lettera agli Ebrei, il sacrificio di Cristo è presentato come superiore, unico e definitivo, superando i rituali dell’Antico Testamento. Offrendo il proprio corpo “una volta per sempre” (Ebrei 10,10), Gesù compie la volontà di Dio, santifica l’umanità ed elimina la necessità di sacrifici ripetuti.

           A differenza dei sacerdoti terreni che offrivano sacrifici continuamente, Cristo ha offerto un unico sacrificio per i peccati.

           I sacrifici di animali non potevano eliminare i peccati; il sacrificio di Cristo, invece, è efficace perché basato sull’obbedienza e sull’offerta del proprio corpo.

           Gesù è sia il sommo sacerdote che la vittima sacrificale, che entra nel santuario celeste (non in quello terreno) col proprio sangue, garantendo una redenzione eterna.

           Attraverso il suo sacrificio, Cristo stabilisce un nuovo patto, scrivendo le leggi di Dio nel cuore dei credenti.

             Il sacrificio di Cristo santifica i fedeli e permette loro di accostarsi a Dio, sedendosi alla destra di Dio. La Lettera agli Ebrei invita anche a non tornare indietro alle vecchie pratiche, ma a confidare nell’efficacia perenne dell’opera di Cristo.

           L’unico sacrificio di Cristo avvenne una volta per sempre in modo cruento sulla croce duemila anni fa. Ora, la Messa è il rinnovamento dello stesso sacrificio ma in modo non cruento. Il pane e il vino consacrati sono il corpo e il sangue di Cristo che continua a offrirsi per la salvezza del mondo.  Non è una ripetizione ma una attualizzazione del sacrifico cruento di duemila anni fa!

          Quale grande dono ricevere ogni giorno sulla terra il corpo e il sangue, l’anima e la divinità di quel Dio che ci ha creati all’inizio del tempo! Dovremmo essere molto più fervorosi nel ricevere Dio dentro di noi e invece abbiamo molte distrazioni, che ci annebbiano la vista spirituale.

          Dovremmo chiedere a Dio insistentemente di farci placare le fami del mondo e di farci desiderare di più di unirci alla sua Persona!

           Gli psicologi insegnano che le persone vivono in balia delle loro fantasie, sempre, sia nella salute sia nella malattia. I teologi aggiungono che il diavolo si insinua in tutto questo e tenta di confonderci. Sant’Ignazio di Loyola affermava che il diavolo ci tenta con il futuro, cioè ci proietta scenari ancora non realizzati per infonderci paura e preoccupazione.

          Ma il futuro è di Dio, come proclama la Regina della Pace. Il futuro è di quel Dio che non solo ci ha creati ma che muore per noi e ci dà sé stesso in cibo. Egli ci assiste continuamente con la sua Provvidenza. Mandano dal cielo i suoi angeli per guidarci lungo il cammino verso l’incontro con Lui.

           Per questo dovremmo fare nostro il motto di Napoleone Bonaparte: “Togliti le preoccupazioni come i vestiti prima di andare a dormire”.

            Il sacrificio di Cristo è tale che ci salva e quindi ci dona nuova speranza. In una preghiera della Messa detta embolismo è pregato:

Liberaci, o Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni; e con l’aiuto della tua misericordia, vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento.

           Il Salmo 62 è un bellissimo inno alla speranza. Il salmista così canta:

2 Solo in Dio riposa l’anima mia: da lui la mia salvezza. 3 Lui solo è mia roccia e mia salvezza, mia difesa: mai potrò vacillare. 4 Fino a quando vi scaglierete contro un uomo, per abbatterlo tutti insieme come un muro cadente, come un recinto che crolla? 5 Tramano solo di precipitarlo dall’alto, godono della menzogna. Con la bocca benedicono, nel loro intimo maledicono. 6 Solo in Dio riposa l’anima mia: da lui la mia speranza. 7 Lui solo è mia roccia e mia salvezza, mia difesa: non potrò vacillare. 8 In Dio è la mia salvezza e la mia gloria; il mio riparo sicuro, il mio rifugio è in Dio. 9 Confida in lui, o popolo, in ogni tempo; davanti a lui aprite il vostro cuore: nostro rifugio è Dio. 10 Sì, sono un soffio i figli di Adamo, una menzogna tutti gli uomini: tutti insieme, posti sulla bilancia, sono più lievi di un soffio. 11 Non confidate nella violenza, non illudetevi della rapina; alla ricchezza, anche se abbonda, non attaccate il cuore. 12 Una parola ha detto Dio, due ne ho udite: la forza appartiene a Dio, 13 tua è la fedeltà, Signore; secondo le sue opere tu ripaghi ogni uomo.

 

            Sono da notare questi elementi:

  • La simbologia della rupe-fortezza riferita a Dio. La rupe indirizzava il viandante nel cammino, era anche un luogo di riparo contro i nemici durante una battaglia, non solo ma è anche il luogo su cui viene edificata una città. Per di più, il mondo è il luogo per eccellenza su cui si adorano gli dei in tutte le religioni
  • Il Salmo ripete la radice verbale della salvezza (jsh’), che etimologicamente vuol dire “allargare, dilatare”, forse una allusione al cuore che si dilata per amore: l’organo di Dio che per amore ci crea e per amore muore in croce per redimerci.
  • Tutto il Salmo è permeato da una continua atmosfera di fiducia.
  • La forma di auto-esortazione indirizzata alla propria anima: “anima mia”, e nella Bibbia l’anima è tutta la persona dell’orante.
  • Tutta questa fiducia è evidente anche nell’aprirsi ex abrupto del Salmo con “Certo!”, “solo in Dio”, esprimendo un forte pathos.

         È interessante osservare anche che al v.2 abbiamo letteralmente “certo, verso Dio riposo/castello (dumijah) la mia anima, da lui la mia salvezza”. Il sostantivo ebraico vuol dire sia riposo sia castello fortificato. Secondo una nota polisemia ebraica, è significativo che il riposo è visto come un fortino che difende dagli assalti dei nemici.

            Cosa è che difende i cristiani dagli assalti del male? Certamente è innanzitutto la preghiera. La più importante preghiera del cristiano è la Santa Messa, in quanto in essa si rinnova il sacrificio di Cristo.

             La Messa è considerata la preghiera più sublime e “per eccellenza” perché non è solo una richiesta a Dio, ma l’incontro reale con Gesù, vivo nel Suo Corpo e Sangue. Essa costituisce il centro e il culmine della vita cristiana, riattualizzando il sacrificio di Cristo e offrendo grazie inestimabili. È l’incontro più profondo tra Dio e l’uomo attraverso la Parola e l’Eucaristia. È definita la preghiera più alta perché è Gesù stesso che prega e si offre, e noi ci uniamo a Lui. Una sola Messa ha un valore inestimabile, superiore a qualsiasi altra devozione privata, poiché è l’offerta stessa di Gesù al Padre.

              Al v. 4 del Salmo 62 vi è un hapax: il verbo ebraico hwt/htt, che probabilmente vuol dire “scagliarsi contro”, indica quindi l’assalto del nemico in battaglia o sulla preda bellica.

              Il diavolo, spesso identificato con Satana o Lucifero nella tradizione giudaico-cristiana, è descritto come un’entità spirituale malvagia e l’avversario supremo di Dio e dell’umanità. La sua missione principale è tentare gli esseri umani, allontanarli dal bene e seminare distruzione e menzogna.

           Il nome Satana significa in ebraico “avversario” o “accusatore”. È il tentatore per eccellenza, noto per aver sedotto Eva nel giardino dell’Eden e per aver tentato Gesù nel deserto.

         “Principe di questo mondo”: nel Nuovo Testamento, viene definito il “principe di questo mondo” e il “dio di questo secolo”, indicando la sua influenza temporanea e maligna sulle vicende umane.

           Descritto come un angelo caduto che si è ribellato a Dio per orgoglio, fu scacciato dal cielo insieme agli angeli a lui fedeli. Per questo, accecato nel suo orgoglio ferito, odia terribilmente le creature di Dio, soprattutto l’uomo. Utilizza l’astuzia per deviare l’umanità dalla verità, descritto da Papa Francesco come un “nemico astuto” che esiste realmente.

             È verità di fede la esistenza personale di Satana e dei diavoli, così come quella degli angeli, che Dio invia a soccorrere l’umanità nella lotta.

              Secondo una celebre visione di san Giovanni Crisostomo, durante la consacrazione della Messa si fanno presenti invisibilmente miriadi di angeli per assistere il sacerdote nell’atto supremo.

           E probabilmente quegli stessi angeli vanno ad assistere invisibilmente i fedeli, proteggendoli dal male e dai diavoli.

            Il concetto del sacrificio cristiano dipende profondamente da quello della persona di Cristo. Nei primi secoli la chiesa dovette affrontare una serie di eresie riguardo la vera identità di Cristo.

             L’arianesimo è una dottrina cristologica del IV secolo, fondata dal prete Ario, che negava la piena divinità e l’eternità di Gesù Cristo, considerandolo una creatura del Padre, seppur eccellente, e non consustanziale (della stessa sostanza) a lui. Condannato come eresia dal Concilio di Nicea (325), si diffuse ampiamente tra i popoli germanici.

               Le dispute circa la natura di Cristo furono talmente frequenti che portarono anche a una differenziazione della chiesa siriaca, che anticamente era importantissima, la quale portò addirittura il cristianesimo in Cina.

                Tra IV e V secolo in Siria prendono forma una serie di riflessioni di natura teologica e cristologica che produrranno poi una serie di scissioni politiche e ecclesiali.

                 Nella Chiesa dell’Est vi è un momento di riflessione che ha il suo fulcro nell’impero persiano, a est dell’Eufrate, ed è legata alla figura di Nestorio, vescovo di Costantinopoli dal 428 al 431 d.C.. Questo, su ispirazione degli insegnamenti di Teodoro di Mopsuestia (m. 428) , propose di definire Maria “Madre di Cristo” e non “Madre di Dio”, trovando l’opposizione di Cirillo di Alessandria (m. 444). Le idee di Nestorio, definite diofisismo, furono condannate nel 431, nel Concilio di Efeso. La Chiesa dell’Est viene per questo definita, in senso spregiativo, nestoriana.

            Invece la Chiesa siro-occidentale è legata alla prospettiva della scuola alessandrina, cui fa capo Cirillo di Alessandria, e segue l’idea per cui in Cristo sussiste una sola natura data dalla unione indissolubile (ma non dalla confusione) di quelle umana e divina. Questa prospettiva è detta miafisismo.

          Il Concilio di Calcedonia (rifiutato dai siro-occidentali), quarto concilio ecumenico, fu convocato nel 451 dall’imperatore Marciano per risolvere le dispute sulla natura di Cristo. Stabilì il dogma dell’unione ipostatica, definendo che Gesù Cristo è una sola Persona (ipostasi) con due nature (divina e umana) distinte, inconfuse, immutabili, indivise e inseparabili. Questa è la posizione della chiesa cattolica.

         Il sacrificio di Cristo significa che Gesù, vero Dio (figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre) e vero uomo (simile a noi in tutto, eccetto il peccato), ha offerto la sua vita per obbedienza e amore, riconciliando l’umanità con Dio. Questa unione garantisce che il sacrificio sia efficace: solo un uomo poteva morire, solo Dio poteva dare valore infinito a quella morte.

          Per questo la Messa è la più importante preghiera cristiana, il supremo atto religioso del cristiano. In essa si compie la nostra redenzione, che consiste nell’annullamento delle opere del Maligno, prima fra tutte la morte, che è entrata nel mondo per invidia del diavolo. Cristo ci ha aperto le porte del Paradiso!

           La parola Eucaristia deriva dal greco e vuol dire “ringraziamento”. Come non ringraziare Dio per un dono così grande?

Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 64 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.

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