Redazione- Ci sono stati momenti gloriosi e di grande spiritualità nella Chiesa dei secoli ormai trascorsi, seguiti da periodi bui della sua Storia. Un dato tuttavia è incontrovertibile: la grande spiritualità di cui è custode e portatrice, le pagine delle Sacre Scritture, suo saldo punto di riferimento nonché Stella Polare, fanno sì che ancora una volta la Chiesa si erga a baluardo e difesa dell’Umanità tutta, al fine di preservare quest’ultima dall’ingordigia di quei pochi prepotenti razziatori che stanno sconvolgendo il mondo.
Il 15 maggio scorso, in occasione del 135° anniversario dalla promulgazione della Rerum novarum da parte di Leone XIII (1891), Papa Prevost ha firmato la sua prima enciclica, pubblicata lunedì 25 maggio. Si tratta di “Magnifica humanitas”, un’enciclica sociale, scritta sulle orme dei suoi predecessori, da papa Pio XI a Papa Francesco, in merito alle sfide che gli sviluppi della scienza e della tecnica pongono da sempre, e oggi più che mai, all’uomo.
Volendo sintetizzare l’enciclica in poche parole: scienza e tecnica siano a servizio della umanità e non potere in mano a pochi; il loro fondamento sia la negazione al dominio delle tecnocrazie e alla manipolazione dell’individuo.
La sua pietra miliare, nonché pietra di paragone, è che l’uso di qualsiasi innovazione deve tendere a favorire lo sviluppo della persona umana e della società nel suo insieme.
Prevost, ovvero Papa Leone XIV, pontefice dei nostri tempi, in quanto Vicario di Cristo e Capo della Chiesa Cattolica Universale, è stato chiamato anche a cimentarsi con la sfida della contemporaneità e dell’era digitale: l’intelligenza artificiale, meglio conosciuta come AI, o IA.
Asceso al soglio pontificio, Robert Francis Prevost ha scelto di chiamarsi Leone XIV. E non a caso. Era consapevole che la Storia lo chiamava ad affrontare problemi e situazioni di rilevante portata storica, così com’era accaduto al suo predecessore, Leone XIII, ovvero Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, divenuto 256° vescovo di Roma e papa della Chiesa Cattolica il 20 febbraio 1878. Papa Leone XIII dovette affrontare la questione sociale di fine XIX secolo, causata dalla seconda rivoluzione industriale con vaste ripercussioni economiche, sociali, ambientali.
E sulla scia dei suoi predecessori, Leone XIV riflette sulla Dottrina Sociale della Chiesa nell’epoca della “quarta rivoluzione industriale”.
Il titolo, “Magnifica humanitas”, prende spunto dall’invito a custodire e tutelare “una magnifica umanità abitata da Dio”, promuovendo verità, dignità del lavoro, giustizia sociale e pace, invitando a “disarmare l’IA” e a superare la teoria della “guerra giusta”, rilanciando dialogo e multilateralismo.
Così come è accaduto a fine Ottocento e nel Novecento, le teorie e le ideologie della nostra contemporaneità sono in profonda antitesi con i principi di verità, di giustizia e di amore che costituiscono i fondamenti e la forza del Cristianesimo.
La Rerum Novarum, scritta da Papa Leone XIII per rispondere alla questione sociale scatenata dalla seconda rivoluzione industriale, assieme alla Dottrina Sociale della Chiesa, sviluppata da Papa Pio XII, designò il Magistero che la Chiesa avrebbe esercitato su temi concernenti la società e il mondo del lavoro. I fondamenti teorici, le “sorgenti” o “fonti”, della Dottrina Sociale della Chiesa furono le Sacre Scritture, la Parola di Dio rivelata, i Sacri Libri dunque, a partire da Genesi, poi il Vangelo, gli Scritti apostolici e dei Padri della Chiesa.
Nel nostro tempo, in cui vige il neoliberismo più sfrenato, dove il lavoro e la dignità dell’uomo sono calpestati quotidianamente, dove sono ricorrenti gli incidenti e le morti sul lavoro, vale la pena soffermarsi sulla Dottrina Sociale della Chiesa, sul suo importante e determinante contributo nel disegno della nostra Repubblica e nella ricostruzione post-bellica della società civile italiana.
Riflettendo, comprendiamo quanto sia necessaria e contemporanea l’attuazione del Magistero attraverso la Dottrina Sociale della Chiesa.
Le convinzioni d’intelletto della Dottrina Sociale della Chiesa in merito all’uomo e al lavoro dell’uomo (così come è scritto nella Lettera Enciclica Laborem Exercens di Papa Giovanni Paolo II, emanata nel 1981, al 90° anniversario dell’enciclica Rerum Novarum) acquisiscono il carattere di convinzione di fede, poiché ciò che esse propongono ed insegnano, risiedono nella Parola di Dio rivelata attraverso le Sacre Scritture.
La Dottrina Sociale della Chiesa affonda le proprie radici nel fatto che la Chiesa crede nell’uomo, pensa all’uomo e si rivolge all’uomo non solo alla luce dell’esperienza storica quanto e innanzitutto alla luce della Parola rivelata del Dio vivente.
Papa Leone XIV, partendo dall’assunto che le nuove tecnologie non costituiscono una “forza antagonista rispetto alla persona”, né sono “di per sé un male”, introduce la dissertazione dell’enciclica sulla intelligenza artificiale, sulla digitalizzazione globale e sulla nuova questione sociale che ne deriva, rifacendosi anch’egli, come i suoi predecessori, alle Sacre Scritture allorquando spiega che oggi l’umanità si trova dinanzi ad un bivio.
Il Santo Padre scrive: “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”. Infatti la tecnologia, che in sé non è un male, non è mai neutrale: tuttavia “assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. Il Pontefice sottolinea come non sia più possibile affidare decisioni letali e irreversibili a sistemi automatizzati che deresponsabilizzano i loro inventori e finanziatori.
Leone XIV scrive: “Piccoli gruppi molto influenti possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio, contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli”. Ne consegue che questioni vitali che riguardano il lavoro, il credito, l’accesso ai servizi e la reputazione delle persone non possono essere affidati totalmente a sistemi automatizzati, poiché i sistemi non sono neutri. Pertanto occorre una reale trasparenza dei processi e la necessità che vi sia “chi deve rendere conto delle decisioni, motivarle, controllarle e, quando necessario, contestarle e rimediare ai danni che ne derivano”.
Per Papa Leone bisogna contrastare che il cambiamento sia governato da forze tecnocratiche tendenti a presentare come processo inevitabile il loro dominio, “finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo”.
L’enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV affronta le grandi questioni sociali e geopolitiche “nel tempo” dell’intelligenza artificiale. Tratta temi come le migrazioni, la povertà, le crescenti disuguaglianze, l’emarginazione, la difesa dell’ambiente, l’allarme per la manipolazione della comunicazione con la stessa radicalità che ha animato papa Francesco o Giovanni Paolo II.
La presentazione dell’enciclica è stata salutata con un atto solenne, come mai accaduto prima, come evento di rilievo storico data l’importanza e la portata dei temi trattati nonché la scelta decisiva cui l’umanità è chiamata.
Fra i personaggi più illustri era presente all’evento Christopher Olah, il cofondatore di Anthropic, una delle aziende di AI più influenti a livello mondiale. Christopher Olah è entrato in collisione con l’amministrazione Trump per avere rifiutato di aiutare il Pentagono a colpire obiettivi civili senza alcun controllo e ad esercitare una indiscriminata sorveglianza di massa.
Con Papa Leone XIV, ci troviamo al cospetto di un pontefice americano, strenuo difensore dei valori della Cristianità contro i Baroni del Tech, tutti americani. La presenza dell’americano Papa Prevost assolve la Chiesa dall’accusa di incapacità a comprendere l’Occidente, di estraneità nei confronti della modernità o di essere antiamericana. Non solo. Ancora una volta nella Storia, la Chiesa assurge quale soggetto spirituale e geopolitico insieme, in grado di dialogare con tutte le nazioni del mondo. Una Chiesa di tale profilo non può non richiamare, come fa il Pontefice con “Magnifica Humanitas”, a “costruire nel bene” e a “rimanere umani”, affinché “il mondo possa riconoscere…nel cuore dell’essere umano il luogo dove Dio desidera abitare”.
La grandezza di “Magnifica Humanitas” e della Dottrina Sociale della Chiesa, cui l’enciclica si ispira, risiede nel fatto che esse indicano “un cammino di discernimento comunitario”, una “teologia della comunione nella storia”, piuttosto che “un prontuario di principi e norme da applicare”. E nel “cammino di discernimento comunitario” la Chiesa Cattolica e i suoi pontefici hanno “fatto emergere aspetti diversi di un unico patrimonio: la dignità della persona, il valore del lavoro, la destinazione universale dei beni, la solidarietà e la sussidiarietà, la cura del creato, la centralità della pace e della fraternità”.
Nella Cristianità e nella Dottrina Sociale della Chiesa fondamentale è il riconoscimento della dignità della persona, poiché la persona è creata a immagine e somiglianza di Dio. Occorre affermarlo con determinazione dato che “la pressione di nuove ideologie e di determinati interessi molto potenti” può ridurre la persona a “risorsa da usare e sfruttare” o a “ciò che realizza o produce”, ossia mero mezzo/strumento, come se fosse una macchina. Ma l’uomo non è una macchina. La dignità della persona è dalla nascita, non si acquisisce, non si merita, non ha bisogno di essere dimostrata. E con la dignità vanno di pari passo i diritti umani e la loro inviolabilità, tra i quali il primo è quello alla vita “dal concepimento fino alla sua conclusione naturale”.
Per Papa Leone XIV è immorale e inaccettabile eliminare o sottomettere una nazione. “La promozione del bene comune non può mai essere separata dal rispetto del diritto dei popoli ad esistere, a custodire la propria identità e a contribuire con la propria originalità alla famiglia delle nazioni”. Ne consegue che “qualsiasi tentativo o progetto di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale e pertanto inaccettabile”. Per il Pontefice il “bene comune” è quella “forma sociale della dignità riconosciuta a ciascuno”. Il “bene comune” implica una giustizia sociale che nel tempo digitale deve garantire a tutti un accesso equo alle opportunità, la protezione dei più fragili, il contrasto all’odio e alla disinformazione, sottoporre a controllo pubblico l’uso dei dati e delle tecnologie, “così che il criterio non sia il solo profitto, ma la dignità di ogni persona e il bene dei popoli”.
Un “banco di prova decisivo” del “bene comune” e della “giustizia sociale” Leone XIV lo indica nei migranti, nei rifugiati, negli sfollati, ovvero il modo in cui la società li considera e tratta dimostra “se l’idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità”.
Per il Pontefice a questi ultimi della Terra bisogna tutelare “il diritto alla speranza” se sono costretti a partire dal paese natale, garantendo loro vie sicure e legali; accoglienza dignitosa e integrazione; la promozione del “diritto a rimanere” ciascuno nella propria terra in pace e sicurezza, risolvendo “le cause profonde” delle migrazioni.
Papa Leone XIV chiede alla stessa Chiesa un profondo esame di coscienza e un “mea culpa” per gli abusi, le sofferenze arrecate. Invita a “bonificare le relazioni e le strutture ecclesiali da quelle distorsioni che producono disuguaglianze, opacità e prevaricazioni”; ad ascoltare le “vittime di abusi spirituali, economici, istituzionali, sessuali, di potere, di coscienza”, in quanto ciò “è parte integrante di un cammino di giustizia, che comprende il riconoscimento del danno, la giusta riparazione e la prevenzione”.
In merito all’intelligenza artificiale, entrando nel vivo della trattazione e come già papa Francesco, il Pontefice denuncia il “paradigma tecnocratico” che vuole sottomettere la persona umana ai parametri dell’efficienza e del profitto.
Il nuovo, la tecnologia più potente non è necessariamente la migliore, avverte il Pontefice. L’AI può imitare e simulare l’uomo però non possiede come l’uomo una coscienza morale, una capacità affettiva ed empatica, una spiritualità e la capacità di entrare in relazione.
Il Pontefice non condanna l’AI tuttavia mette in guardia. Occorre rimanere vigili e responsabili in ogni fase del processo, puntando su politiche e quadri giuridici adeguati, su una vigilanza indipendente e sull’educazione degli utenti. Bisogna definire un codice etico, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa, perché “non serve un’IA più morale se questa morale è decisa da pochi”. Né si può ignorare l’impatto ambientale delle nuove tecnologie. Esse richiedono grandi quantità di energia e acqua, le quali incidono sulle emissioni di anidride carbonica, danneggiando il Creato, come le guerre.
Risulta allora doveroso “disarmare l’IA”, al fine di sottrarla alla logica della competizione, sia essa cognitiva, sia economica sia militare; al fine di rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto a governare e sottrarla ai monopoli, impedendo così il dominio sull’umano. Tale compito è etico, tecnico ed ecologico perché l’IA “è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti”
Leone XIV critica il transumanesimo e il postumanesimo, i quali interpretano il progresso come superamento dei limiti dell’umano. Il Pontefice precisa che il limite non è un difetto da eliminare, ma una dimensione costitutiva della persona, perché “l’essere umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite” riconoscendo nella fragilità e nella finitudine luoghi in cui maturano la relazione, la cura e l’apertura a Dio e all’altro. Invita quindi a non fare regredire il cuore con il progresso della tecnica. L’umanità, nonostante le ferite e le limitazioni, “non deve essere sostituita né superata”. La tecnologia, peraltro, non è in grado di alleviare le sofferenze dell’uomo e aprirgli nuove possibilità, né è in grado di offrirgli ciò che gli è proprio: “la capacità di relazione e di amore”.
Dinanzi all’AI, l’uomo si trova dunque dinanzi a un bivio. Deve operare una scelta: “la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme”, le due “città” dell’uomo e di Dio indicate anche da Sant’Agostino.
Le due “città” richiamano
“due immagini bibliche: la costruzione della torre di Babele (cfr Gen 11,1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (cfr Ne 2-6). Nel libro della Genesi, il racconto di Babele si colloca alle origini dell’umanità, subito dopo le genealogie dei figli di Noè. Gli esseri umani, stabilitisi nella pianura di Sennaar, decidono di costruire una città e una torre «la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,4). Vogliono così garantirsi stabilità e potere, e soprattutto “farsi un nome”, temendo di essere dispersi sulla terra. L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia, il progetto nasconde una profonda insidia: è un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione. Quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a se stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è l’unità, ma la dispersione. Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio.
- Il libro di Neemia, a sua volta, si apre in un momento di grande vulnerabilità nella storia dell’antico Israele. Dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo è tornata a Gerusalemme, ma la città è ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate (cfr Ne 1-2). Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore.
- 9. …. Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna.”
Il Pontefice non può poi soffermarsi a riflettere sull’importanza dell’ecologia della comunicazione e sulla centralità della scuola, puntando sulla verità. Nell’ambiente digitale, la verità va declinata in “ecologia della comunicazione” affinché la cultura generata dal web non diventi strumento di “omologazione e dominio” bensì spazio di maturazione per “libertà interiore e pensiero critico”. In merito il Papa indica quali strumenti la trasparenza nelle logiche di selezione dei contenuti, la tutela dei dati personali, un giornalismo serio basato su argomentazione e verifica, una nuova consapevolezza nell’uso “corretto e critico” dell’IA, l’integrazione dei saperi.
Centrale, nell’enciclica, è il richiamo a una rinnovata alleanza educativa affinché nei giovani non si spenga “il desiderio di porre domande” a causa di macchine perfette che fanno sembrare inutile il pensiero umano.
“Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA”, insiste Leone XIV, eliminando le disuguaglianze nell’accesso all’istruzione e puntando sulla scuola come luogo in cui si impara a “cercare e amare la verità” e si insegna ciò che il digitale non può dare: “tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili”.
Invitando a superare la teoria della “guerra giusta”, il Pontefice esorta alla “civiltà dell’amore”, condannando la “cultura della potenza”. Infatti “La rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti” e senza un approccio etico, le decisioni sulla vita e sulla morte delle persone saranno sempre più impersonali, con il ricorso alla forza ritenuto come una “opzione immediata e praticabile”. La “cultura della potenza” normalizza la guerra e la riabilita come “strumento di politica internazionale”, favorendo il riarmo.
La “cultura della potenza” scaturisce anche dalla crisi del multilateralismo e dall’emergere di un “multipolarismo disordinato e conflittuale” in cui prevale la diffidenza verso l’altro. “Alla forza del diritto si sostituisce il diritto del più forte”. Le logiche di potenza prevalgono sulla costruzione della pace. Inoltre sull’opinione pubblica, che in passato vedeva la belligeranza solo come extrema ratio, oggi pesano anche le narrazioni mediatiche polarizzanti, nonché “una preoccupante perdita di memoria storica” che rende privi di una visione a lungo termine.
Per Leone XIV occorre superare la teoria della “guerra giusta”, promuovendo piuttosto il dialogo, la diplomazia e il perdono. Purtroppo oggi la pace non è intesa più come un compito da assumere ma come un intervallo precario tra i conflitti tuttavia nessun algoritmo può rendere la guerra moralmente accettabile.
Servono vincoli etici rigorosi, condivisi a livello internazionale, basati sulla responsabilità personale e sulla protezione dei civili, perché “ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto”. Così il Papa auspica per l’Onu e per il sistema politico internazionale “riforme profonde” che sconfiggano l’attuale crisi di valori in favore del vero “bene comune”.
