“RONDINI AL GUINZAGLIO”, SOLITUDINI E FRAGILITA’ VINTE DALL’AMORE – DI VALTER MARCONE
Redazione- “Rondini al guinzaglio” l’ultimo romanzo di Selene Luise, edito da Bertoni, è una storia di solitudini e di fragilità vinte dall’amore. Selene Luise con questo romanzo è alla sua quarta opera narrativa dopo “Il tocco del rovo”,” La terza identità”,” La voce del silenzio” , senza contare una esperienza con un suo testo alla raccolta di racconti, “Raccontami di te “. E con una particolarissima sensibilità poetica da cui sono nati i versi inseriti nelle antologie poetiche “Inno alla terra”, “Inno al fuoco”, “Inno all’aria” e alle agende poetiche 2022 e 2023 sempre edite da Bertoni.
Ho conosciuto Selene Luise in giovanissima età proprio per i suoi versi letti nei reading della Compagnia dei poeti e ritengo il suo percorso di crescita nella scrittura un risultato dovuto sicuramente all’impegno, alla perseveranza e allo studio che hanno alimentato quella sua incipiente disponibilità alla conoscenza del mondo attraverso la poesia che si è trasformata nella scrittura in una attenzione e disponibilità a leggere e raccontare l’animo umano .
Le regole della poesia in un mondo ormai senza regole hanno sicuramente aiutato a riscrivere vicende umane da narrare con storie di vita in un contesto frammentato, qual è quello che ci capita di vivere ogni giorno . Un contesto in cui “tutto è accaduto” perché a volte privo di senso o fuori dalla Storia che prevede un passato, un presente, un futuro che non esistono più. Un contesto dunque in cui va ristabilita una pacatezza e una compostezza che Selene Luise sa restituire agli avvenimenti del suo romanzo creando appunto un altro mondo. Il mondo di Selene Luise che è poi in definitiva lo specchio del mondo che viviamo rivisto alla luce di un’attenzione nuova. Quella che chiedono e vogliono vivere i suoi lettori per i quali lei si fa interprete di un sentimento di accoglienza, di complicità, di curiosa voglia di partecipazione nelle vicissitudini dei suoi personaggi . Nati dall’osservazione di ciò che la circonda : in particolare il mondo della giustizia, ovvero l’apparato giudiziario in cui Selene Luise svolge la sua attività professionale e il mondo della letteratura di oggi, per quello che è, confrontato con le idee su questo tema di maestri come Kafka e Dostoevskij la cui lettura si sente nelle sue pagine .
Il mondo di Selene Luise, dicevamo, che non è un mondo lontano dalla realtà né una incitazione a fuggire dal mondo reale ma è un mondo in cui le solitudini si incontrano e si toccano a vicenda come scriveva Rilke. Si sente leggendo le storie un chinarsi, oserei dire quasi materialmente, di chi scrive “sulla fragilità della natura umana” a causa della malattia, dell’incomprensione, della paura di essere etichettati come in pratica comunque avviene, di essere respinti. Un gesto complice di chinarsi per prendere per mano vite vissute nell’impotenza, anche malgrado successi letterari, come nel caso della protagonista Elsa, per condurle ad un esito di salvezza. Una salvezza dal mondo che non è una fuga, sebbene il rifugio, il Castelluccio, un casamento ai margini dell’abitato della frazione di Fiordisole sembri fuori dal mondo. Non una fuga perché le ultime pagine della storia fanno presagire un incontro con la comunità della frazione, sicuramente accogliente. Perchè unire le proprie vite significa in molte realtà assumersi delle responsabilità e declinare apertamente il bisogno di vicinanza, di reciproca comprensione appunto per battere solitudini e fragilità.
Un esito quello delle ultime pagine che consolida quanto il lettore ha già acquisito poco avanti nella lettura. Ultime pagine offerte al lettore con una tecnica cinematografica. È noto come in alcuni film quando sembra che possa apparire la parola fine, le inquadrature riprendono vigorosamente per sostenere l’immaginazione dello spettatore che è già andata avanti oltre la presunta parola fine. Ebbene le pagine di “Rondini al guinzaglio” si chiudono con effetto cinematografico: quando sembra che debba apparire la parola fine la storia riprende con altre inquadrature che conducono questa volta veramente ai titoli di coda.
Ma le storie di “Rondini al guinzaglio” mi hanno suscitato curiosità, emozioni, sensazioni che hanno concorso alla nascita di opinioni che ho brevemente riassunto nelle righe precedenti. In realtà valgono quello che valgono per cui ho chiesto alla stessa Selene Luise di dare un ulteriore contributo al lettore di questa recensione con le risposte alle domande che mi hanno suscitato la lettura e appunto condivido di seguito .
1.”Rondini al guinzaglio”, una storia a lieto fine grazie ad un sentimento che pervade l’intera narrazione.
“Rondini al guinzaglio” è un libro molto diverso rispetto alle mie precedenti opere, non credo nemmeno che lo si possa definire un thriller quanto piuttosto un romanzo polifonico alla maniera di Dostoevskij. Inizia come un giallo, prosegue come un romanzo di formazione per poi assumere, nel corso della narrazione, sfumature del romanzo psicologico e del thriller. L’intera trama è pervasa da un insieme di piccoli sentimenti che si possono ricondurre ad un sentimento più grande: l’amore. L’amore di Marianna per la giustizia, il quale rischia di trasformarsi in ossessione, l’amore di Elsa per la letteratura, da cui è scaturito un talento che diventa scudo e prigione, l’amore di Cosma per Elsa, tenuto celato nel cuore di lui, nonché l’amore di Elsa per il fratello schizofrenico, il quale convive con l’odio e il rancore. Insomma un sentimento che ogni momento rischia di portare i personaggi al crollo e saranno solo le loro scelte a determinare l’epilogo.
2 Una storia di cui i lettori hanno bisogno in un mondo le cui vicende alimentano insicurezza, instabilità. Un mondo in cui i rapporti interpersonali si giocano spesso, o anzi a volte esclusivamente in modo virtuale sui social, scatenando spesso incomprensione, odio, rancore.
Raramente uno scrittore si chiede se il mondo abbia bisogno delle proprie opere ed è giusto che sia così, altrimenti non ci sarebbe più letteratura. Lo scopo primo della scrittura è far star bene l’autore, essa è il respiro per chi possiede il talento per quest’arte, oserei dire una forma di preghiera, come scrisse Kafka nei suoi quaderni. Quando scrive, l’autore dialoga allo stesso tempo con sé stesso e con tutti i lettori che vorranno posare gli occhi sulle sue parole e il bello è che non c’è nessuna costrizione, i lettori hanno una vasta scelta su chi ascoltare. Il mondo di oggi, purtroppo, si è fatto molto piccolo, con la tecnologia, ma anche più pericoloso. Nel mare di Internet i freni inibitori scompaiono protetti dalle tenebre del web e non c’è modo di sfuggire agli odiatori se non abbandonando le tecnologie odierne, come fa Elsa che non possiede né un cellulare né un computer, tuttavia non tutti possono seguire il suo esempio. Io non so se e quanto il mondo abbia bisogno di questa mia storia ma sentirmelo dire fa sorgere in me speranza e felicità.
3 Sentimenti che attraversano la vita dei protagonisti di questa storia. Anche se alla fine questi sentimenti che sembrano alzare muri inattaccabili si sciolgono l’uno dopo l’altro.
È vero. I personaggi affrontano ogni genere di prova, nel corso della trama, si assiste a silenzi incompresi e a conflitti che poi si rivelano essere delle porte verso gradini più alti di maturazione. I personaggi, attraverso la vicenda, imparano a conoscere se stessi e chi li circonda e con loro il lettore scava all’interno del proprio animo, fino al nocciolo più profondo.
4 Con una narrazione attenta ai “dettagli” ( si direbbe alle virgole ) si tengono i fili convergenti che suscitano attenzione da parte del lettore, tra attesa, suspence ma anche indizi essenziali per presagire gli sviluppi. Una narrazione mossa da improvvise immersioni fino all’apnea e da risalite vertiginosi.
Un libro, per essere un buon libro, necessita di un meticoloso lavoro di cesellatura, tanto nella forma quanto nel contenuto. Una sola virgola può squilibrare il periodo, una sola parola può segnare la differenza tra un significato e l’altro. La suspense, il lasciare indizi qua e là, giocare con il lettore al “dico, non dico” sono, a mio parere, caratteristiche essenziali di ogni thriller, tuttavia non ci si deve limitare ad un mero gioco di colpi di scena, ma bisogna anche creare dei personaggi che colpiscano il lettore fino a farlo star male, con i quali possa empatizzare, che diventino il coltello con il quale scava dentro sé stesso di kafkiana memoria. Come scrive Alessandro D’ Avenia nel suo meraviglioso romanzo “Cose che nessuno sa” l’atto della lettura si compie nel suo senso più profondo quando il lettore è disposto “ad essere ferito” da quel che legge.
Quando scrivo, mi ispiro a Michelangelo, che vedeva la figura che doveva scolpire prigioniera nel marmo, il suo compito era liberarla. Per me è lo stesso, davanti al foglio bianco vedo nella mia mente le frasi fatte e finite, la storia e il suo sviluppo, non devo fare altro che trascriverla.
5 E poi sull’andante moderato delle vicende quotidiane di personaggi fortemente caratterizzati, lo spirito riflessivo allarga l’orizzonte per il lettore, conferendo alla storia dei protagonisti universalità.
Hai toccato un tema a me molto caro. Io amo molto le allegorie e mi piace provare a costruire i personaggi in modo tale che, pur restando profondamente umani, incarnino vizi e virtù umane, diventino allegoria, simbolo della realtà che viviamo.
Una tecnica che ho appreso da Dostoevskij. Per esempio, Marianna rappresenta la Giustizia, Elsa la Letteratura che sposa la Realtà, cioè Cosma, suo fratello Eros è la Follia, che viene demonizzata, colpevolizzata e, di conseguenza, occultata ma se, tramite un dialogo tra Letteratura e Scienza, si trova un modo per accettare l’esistenza della Follia, guardarla negli occhi, comprenderla, ci si accorge che essa non coincide con la cattiveria come tendono a far credere i mass media, il che è anche lo scopo che si era prefisso Basaglia.
Quanto a Marco, è l’intellettualoide staccato dalla realtà che pretende di abitare castelli costruiti in aria, una categoria purtroppo molto diffusa nella società di oggi.
6 Così per esempio, senza svelare qui nulla di più della trama che si consegna al lettore perché viva gli eventi, nascondere parte del volto della protagonista sfigurato dietro una maschera diventa una metafora del nascondimento della nostra anima, dell’anima del lettore, sfigurata dalla sofferenza del mondo a causa di guerre, disuguaglianze, povertà, fame: Insomma prigionieri di qualcosa come le rondini.
Esattamente. Elsa porta una maschera per nascondere il suo volto deturpato ma quel che vuole nascondere è la propria fragilità, i suoi sentimenti contrastanti nei confronti del gemello schizofrenico, in una parola il suo essere umana, prigioniera di un talento che l’ha prima elevata e poi tradita, nonché di un mondo che non accetta di avere a che fare con il brutto ma gode di sentir parlare di carneficine e stermini. Tutti siamo prigionieri di qualcosa, nasciamo per essere liberi ma già dal primo vagito ci vengono imposti lacci e lacciuoli, rondini al guinzaglio appunto.
7 Una storia nata … A proposito com’è nata questa storia?
Non saprei dirti il momento preciso. Le storie, come le poesie, hanno l’abitudine di scoppiarmi in testa all’improvviso, senza che mi affanni a cercarle. Mi si posano nell’animo come un petalo di rosa portato dal vento, le vergo su carta e lascio che si sviluppino, faccio una scaletta che poi non rispetto e così nascono i miei romanzi.
Mentre stavo pubblicando “La Voce del Silenzio” avevo nel cuore l’idea di questa scrittrice che vive una sinistra casa con un fratello pazzo nascosto agli occhi del mondo, piano piano si è sviluppata ed è nato “Rondini al guinzaglio”.
8 Una storia nata, leggendo anche i romanzi precedenti “ Il tocco del rovo “, “La terza identità” “La voce del silenzio” dalla capacità di una scrittura che oserei definire “seducente” per i tratti di sobria pacatezza che dispongono l’animo non ad un’ eclissi ma ad una distesa quiete. Storie di vita però che sanno di equilibrio ed ordine.
Mi piacciono molto le storie che raccontano di battaglie affrontate e vinte e di quiete dopo la tempesta, dopo tutto è nel bel mezzo di una tempesta che ho iniziato a scrivere e grazie alla Scrittura ne sono uscita. La Letteratura è il mio respiro, il mio rifugio, la mia arma contro le difficoltà della vita, spada e scudo allo stesso tempo. Ogni cosa è una storia e vergare su carta qualcosa che fa paura o che ci traumatizza nel profondo è un modo per renderlo innocuo, poiché in tal modo la mente e il cuore guardano quel qualcosa negli occhi, lo conoscono e imparano a non averne paura nella realtà dei fatti. Un po’ come imparare a nuotare.
9 Come nasce allora questa voglia di raccontare? Sicuramente con una fatica quotidiana che conta sulla complicità di una mamma, infaticabile lettore, giudice attento, imparziale ,ombra silenziosa di un percorso comune che parte da lontano ed è per sempre alimentato da attenzione in ogni senso. Con una particolarità: due donne al capezzale di storie che forse possono essere raccontate solo dalla sensibilità femminile.
È vero. Mamma è la mia manager e il mio critico più severo. Quando sto per pubblicare un nuovo libro, passiamo ore e ore a ricercare con il microscopio refusi e incongruenze affinché il libro sia perfetto e nel farlo ci divertiamo molto. Il suo amore e la sua dolcezza sono la mia forza, i suoi insegnamenti le mie ali per volare nel cielo della vita.
Quanto alla sensibilità femminile, non so se sia più marcata di quella maschile, mi piace pensare che sia come scrisse la poetessa Alda Merini “la sensibilità non è donna, la sensibilità è umana, quando la trovi in uomo diventa poesia.”
10 Le esperienze da “lettore” e quindi a volte recensore ti hanno portato ad incontrare Kafka e Dostoevskij come si vede sul tuo profilo Facebook. Che cosa c’è di Kafka e Dostoevskij nella tua scrittura se c’è qualcosa?
Dostoevskij è arrivato quando ne avevo più bisogno, in questo la Letteratura ha dell’incredibile. Ti ritrovi in libreria a fissare migliaia di titoli e l’occhio ti cade su un libro in particolare di cui non conosci né autore né trama, lo acquisti, lo leggi e scopri che quello è proprio il libro di cui avevi bisogno in quel momento, l’autore del cui pensiero necessitava la tua anima. Così fu per “Delitto e castigo” di Dostoevskij
L’incontro con Kafka, invece, è stato un po’ più travagliato. Lessi “Il Processo” a quindici anni per obbligo scolastico, senza capirci granché. Ripresi questo autore nel 2024, nel centenario dalla morte (non lo avevo affatto programmato) e la situazione era immutata così lo accantonai. L’anno dopo mi imbattei in un saggio di Guendalina Middei alias Professor X, il quale conteneva un capitolo dedicato a Kafka. Leggerlo fu una rivelazione. Ripresi il librone dell’opera omnia di Kafka e mi sono perdutamente innamorata di questo scrittore, della sua fragilità, della sua sensibilità. Credo sia diventato lo scrittore della mia vita.
Quanto ci sia nella mia scrittura di questi due autori dovranno deciderlo i lettori, quel che è certo è che mi hanno profondamente formata, come scrittrice.
11 Dunque siamo alla quarta opera narrativa. Un traguardo o ancora un inizio. O meglio un percorso che ha ancora molto da dire. Sicuramente. Ma come e perché?
Il mio libro più bello non l’ho ancora scritto, ho tantissimi progetti in cantiere, tante idee da sviluppare e tematiche da esplorare, ma su questo lasciamo un po’ di mistero. Come dice Kafka, “lascia dormire il futuro come merita. Se, infatti, lo si sveglia prima del tempo, si ottiene un presente assonnato.”
“Un libro, per essere un buon libro, necessita di un meticoloso lavoro di cesellatura, tanto nella forma quanto nel contenuto. Una sola virgola può squilibrare il periodo, una sola parola può segnare la differenza tra un significato e l’altro” dice Selene Luise quasi con una descrizione da orologiaio. Un meccanismo che cammina da solo e segna sempre il tempo. Ventiquattrore su ventiquattrore senza interruzioni per giorni, settimane, anni. Ma l’orologiaio in questo caso è consapevole di una fatto: “Raramente uno scrittore si chiede se il mondo abbia bisogno delle proprie opere ed è giusto che sia così, altrimenti non ci sarebbe più letteratura. Lo scopo primo della scrittura è far star bene l’autore.” Un fatto fondamentale: Far star bene il lettore e la lettura di “Rondini al guinzaglio” è scritto per “ far star bene il lettore “.
