COSA SIGNIFICA EDUCARE ALLA VERITÀ NELL’ERA TECNOLOGICA ( PARTE PRIMA )
Redazione- Il 9 aprile 1945, il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer veniva ucciso nel lager nazista di Flossemburg. La sua colpa, se di colpa possiamo parlare, fu quella di aver preso parte alle cospirazioni antihitleriane. Di fatto fu assassinato per aver detto la verità, ci chiediamo in questo saggio cosa significhi dire la verità e che cos’è la verità. Riportiamo alcune parole del filosofo tratte dalla sua opera “Etica”.
«Dal momento in cui impariamo a parlare, ci sì insegna che le nostre parole devono essere veritiere. Che cosa vuoi dire? Che cosa significa: “dire la verità”? Che cosa ci viene richiesto?
Evidentemente i genitori sono i primi che, con l’esigere la veridicità, regolano il nostro rapporto con loro; quindi in un primo tempo tale esigenza, nel senso inteso dai genitori, si riferisce e si limita alla ristretta cerchia della famiglia. Bisogna osservare inoltre che il rapporto che si esprime in questa esigenza non è senz’altro reversibile. La veracità del bambino verso i genitori è essenzialmente diversa da quella dei genitori verso dì lui. Mentre la vita del piccolo bambino è interamente aperta dinanzi ai genitori, e la sua parola deve svelare tutto ciò che è nascosto e segreto, non è pensabile il caso inverso. Riguardo alla veracità, l’esigenza dei genitori verso il bambino è diversa da quella del bambino verso di loro.
Se ne deduce subito che “dire la verità” ha un significato diverso secondo le rispettive posizioni. Bisogna tener conto dei rapporti che esistono in ogni singolo caso. Bisogna domandarsi se e in che modo un uomo ha diritto di esigere da un altro un discorso veritiero. Come il linguaggio usato tra genitori e figli è per natura diverso da quello tra marito e moglie, tra due amici, tra maestro e scolaro, tra autorità e suddito o tra nemici, cosi pure la verità contenuta in quelle parole è di volta in volta diversa. (…)
“Dire la verità” non è dunque soltanto una questione di atteggiamento personale, ma anche di esatta valutazione e di seria riflessione sulla situazione reale. Quanto più varie sono le condizioni di vita di un uomo, tanto maggiore sarà per lui la responsabilità e la difficoltà di “dire la verità”. Il bambino che ha un solo rapporto nella vita, quello con i genitori, non ha ancora nulla da considerare e da valutare. Ma la successiva cerchia di persone in cui la vita lo pone, la scuola, gli crea le prime difficoltà. È dunque estremamente importante dal punto di vista pedagogico che i genitori facciano comprendere al bambino (non è il caso di specificare qui in che modo) la differenza che c’è tra queste diverse cerchie e quindi tra le sue responsabilità.
Bisogna dunque imparare a dire la verità. Queste parole suoneranno scandalose per chi pensa che sia sufficiente un atteggiamento morale irreprensibile e che il resto è cosa da nulla. In pratica però l’etica non si può disgiungere dalla realtà, perciò una sempre migliore conoscenza della realtà è parte integrante dell’azione etica. Ma nel caso in esame l’azione consiste in parole. Bisogna esprimere in parole il reale.
Mi soffermerei a commentare questo ultimo concetto per portare l’attenzione sulla determinante importanza che assume la verità quando come tale ci coinvolge in un gesto di conoscenza del reale. Dire la verità per D. Bonhoeffer, non significa solo riportare “il reale” attraverso l’uso del linguaggio e della comunicazione, implica piuttosto un serio gesto di responsabilità di conoscenza della realtà, a cui essa sempre si riferisce. A questo proposito Hegel sottolinea “il vero è l’intero” significa che la verità non è un dato immediato, ma una totalità che si compie attraverso un processo di sviluppo dialettico (il divenire), dove le parti acquisiscono senso solo inserite nel contesto del tutto, culminando in un risultato finale che è l’Assoluto o la Ragione stessa che si auto-conosce. Il falso non è l’opposto del vero, ma una parte presa dal tutto, una verità parziale che diventa menzogna se isolata.
Si insiste così su una considerazione della verità che sia appartenente al reale, frutto della conoscenza del reale in tutta la sua totalità.
I riscontri degli studi sociali più moderni e contemporanei sui comportamenti umani testimoniano rispetto “all’uso” e alla conoscenza della verità, la tendenza a contrapporle una forma di neo-relativismo, capace non solo di farla sparire nelle “maglie del contesto”, ma altresì renderla di fatto un oggetto socialmente pericoloso. Il saggio di Bonhoeffer ci ricorda quanto il reale sia il testimone oculare e garante della verità, l’atteggiamento dell’uomo moderno usa la realtà come testimone “Occultale” della verità. Educare alla verità nell’era tecnologica demanda il gesto intenzionale e subliminale dell’esempio, a un contesto che risolve la verità nella parzialità relativa dell’accadere. La verità diventa ciò che si addice alla circostanza, fraintendendo le parole di Bonhoeffer che chiamava il reale a essere garante di una verità superiore, accreditata dalla conoscenza del reale. L’interesse degli studi sociali del comportamento umano rispetto alla lettura euristica dei fenomeni, ci pone a riguardo una riflessione sulla necessità di leggere in modo sintetico e veloce, “euristicamente”, gli accadimenti consuetudinari in cui siamo immersi, il contesto viene interpretato, le forme di interpretazione del reale sono cognizioni sociali che diventano iter di pensiero uguali per tutti, un mondo in balia “dell’alta velocità”, rischia pertanto una serie di equivoci, definiti bias dalla sociologia, che praticamente ci lasciano distratti e superficiali rispetto a ciò che ci accade e che succede intorno a noi, chiaramente in quest’ottica diventa difficile concepire un concetto di verità che sia allo stesso tempo rispetto di un concetto assoluto (forse anacronistico) accreditato dal suo essere attinente, inerente, parte di un” tutto contesto” che lo renderebbe comprensibile e condivisibile. Il contesto non accredita, anzi spesso è usato proprio per allontanare, depistare la verità, per una distorta e insufficiente percezione che abbiamo di essa, il mondo reale ci appartiene, ci determina, dice chi siamo e come agiamo, l’educazione per condurre a capire la verità deve recuperare prima di tutto la nostra percezione e conoscenza del reale, riaccreditandola e riaccreditandoci in essa.
Bibliografia.
- Dietrich Bonhoeffer: “Etica”, a cura di Alberto Gallas;
- Dietrich Bonhoeffer: “La forza del debole”, a cura di Edwin Robertson, casa editrice Città Nuova;
- W. Friedrich Hegel: “Fenomenologia dello spirito”, casa editrice La Nuova Italia.
Professoressa Teresa Di Meco- Pedagogista
