” LA GROENLANDIA, TRA CLIMA E GEOPOLITICA. PERCHÉ L’ARTICO TORNA A PESARE NEGLI EQUILIBRI GLOBALI ” – DOTT,SSA ROBERTA FAMELI
Redazione- Ci sono terre che improvvisamente smettono di essere lontane. Succede quando il mondo cambia prospettiva, quando le mappe si riscrivono. La Groenlandia sta vivendo esattamente questo momento. E le ultime settimane lo hanno reso impossibile da ignorare. Donald Trump l’ha detto senza giri di parole: vuole “questo grosso pezzo di ghiaccio chiamato Groenlandia”. Ha minacciato dazi contro chi si oppone, ha parlato di “una gamma di opzioni” per ottenerla, compreso l’uso della forza. Poi, a Davos, ha annunciato un accordo con la NATO per “disinnescare” la crisi. I dettagli restano nebulosi, ma il messaggio è chiaro: quella terra non è più marginale. È tornata al centro del gioco.
Le minacce di Trump sono clamorose, ma non sono una novità. Durante la Guerra fredda, la Groenlandia era già un tassello fondamentale. Le basi americane – come quella di Pituffik, ancora operativa – ne facevano un bastione avanzato contro l’Unione Sovietica. Quando il Muro è caduto, l’attenzione si è spostata altrove. Ma quella funzione strategica non è mai sparita, è solo rimasta sotto traccia.
Oggi l’Artico non è più uno spazio ghiacciato e inaccessibile. I ghiacci si ritirano, il mare resta aperto più mesi all’anno, le rotte settentrionali diventano praticabili. E quando le distanze si accorciano, gli equilibri cambiano. La Russia rafforza le sue basi artiche, la Cina investe in ricerca e infrastrutture. L’Occidente si è svegliato tardi, ma ora sta recuperando terreno. La Groenlandia, sospesa tra Europa e Nord America, è tornata cruciale. Non solo per le basi militari, ma per le rotte marittime, le comunicazioni, le risorse minerarie. Terre rare, minerali critici, pesca: tutto è lì, sepolto sotto i ghiacci o nascosto nelle acque fredde. Il problema è che sono quasi impossibili da estrarre. E che su quell’isola vivono 57.000 persone che hanno idee molto precise sul loro futuro. Quando il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha risposto alle pressioni americane con un secco “adesso basta”, non parlava solo per sé. I sondaggi lo confermano: oltre l’85% dei groenlandesi rifiuta qualsiasi annessione agli Stati Uniti. Le minacce esterne hanno fatto qualcosa di inaspettato: hanno ricompattato l’isola. Hanno persino riavvicinato la Groenlandia alla Danimarca, nonostante un passato coloniale mai del tutto risolto.
La Groenlandia ha un governo autonomo, ma non è sovrana. Difesa e politica estera le decide ancora Copenaghen. E dipende economicamente dalla Danimarca per oltre metà del bilancio. Come si trasforma questa rinnovata importanza strategica in vera indipendenza, senza finire sotto il controllo di qualcun altro?
Il dibattito interno è acceso. C’è chi vede nelle risorse naturali la strada per l’autosufficienza economica. E chi teme che lo sviluppo minerario distrugga l’ambiente e cancelli un’identità culturale già fragile. Non sono discussioni astratte. Riguardano il lavoro, le comunità sparse lungo le coste, il futuro dei figli. L’intesa annunciata a Davos sembra concentrarsi sulla sicurezza artica. Mark Rutte, segretario generale della NATO, ha confermato: si tratta di impedire che Russia e Cina ottengano accesso al territorio. Probabilmente si rinnoverà il patto del 1951 sulle basi militari, magari con maggiori investimenti in infrastrutture. Ma dietro le dichiarazioni formali resta un problema irrisolto. La Groenlandia è strategicamente essenziale ma politicamente vulnerabile. Ha risorse enormi ma inaccessibili. È abitata da poche decine di migliaia di persone, in comunità non collegate da strade. Come si protegge la sovranità di un territorio così esposto? Non è la prima volta.
I vichinghi arrivarono nel X secolo, costruirono insediamenti che durarono secoli, poi scomparvero quando il clima cambiò. Le popolazioni inuit hanno vissuto lì per millenni, imparando a convivere con un ambiente estremo senza cercare di dominarlo. Dal Settecento la Danimarca ha amministrato l’isola come colonia, concedendo autonomia solo nel secolo scorso.
Ogni volta che il mondo cambia, la Groenlandia riemerge. Sta succedendo di nuovo. Le scelte fatte oggi non producono effetti immediati, ma modellano gli equilibri di domani. La geografia non fa notizia tutti i giorni, ma quando torna a contare, lo fa per restarci a lungo.
La Groenlandia non è più periferia. È tornata al centro. E questa volta, probabilmente, ci resterà.
