” RITORNARE A CRISTO E ALLA VERGINE MARIA ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI
Redazione- L’esilio è la grande tragedia del popolo di Israele. Nel 734-733 a.C. cade il regno del Nord per opera degli assiri, nel 722 cade la Samaria: in questi primi frangenti avviene una iniziale deportazione degli ebrei. Nel 597 cade Gerusalemme per opera dei babilonesi guidati da Nabucodonosor e i notabili ebrei vengono deportati a Babilonia.
Ma la crisi dell’esilio è come il travaglio del parto da cui è nato un nuovo ebraismo e addirittura nel cui seno è sorto il Messia, Gesù Cristo.
Con l’esilio viene distrutto il primo tempio, gli ebrei perdono la liturgia e la Shekinah di Dio, ma l’esilio è anche una opportunità preziosa perché Dio ricava il bene anche nel male. Anche se Dio sembra dormire, pare che si sia allontanato dal suo popolo, Egli lo corregge. L’esilio non è un castigo malevolo ma un modo perché Egli indirizzi i suoi fedeli.
Gran parte dei libri biblici dell’Antico Testamento sono nati dopo l’esilio. C’è stata anche una rilettura della storia ebraica: il fatto che Abramo deve uscire dalla sua terra probabilmente risente dalla rilettura post-esilica, così come la cacciata dall’Eden oppure la fuga dall’Egitto.
Nell’esilio e nel post-esilio sono nati i grandi profeti con i primi aneliti messianici; la liturgia della Parola con la istituzione della sinagoga (perché Israele non ha più un tempio e quindi non potendo fare i sacrifici si raduna attorno all’ascolto e al commento della Parola). Emerge anche la Merkavà, il Carro di Dio, la Gloria di Dio mobile che abita con gli esiliati: essa lascia il tempio e si muove da tutte le parti e va a Babilonia assieme ai deportati.
Nasce inoltre l’idea della comunità come tempio nella quale abita la Shekinah, al di là del mero edificio fisico, concezione che si completa con il cristianesimo, nel quale Dio non abita soltanto una chiesa ma soprattutto una assemblea di uomini. Paolo dirà che noi siamo il tempio dello Spirito Santo.
Nasce l’immagine di un nuovo tempio, cioè un raduno escatologico delle tribù di Israele. Nasce l’anelito universale dell’ebraismo. Dall’esilio deriva anche la concezione del Servo Sofferente di Isaia, immagine del popolo di Israele. Durante quel periodo si diffonde l’uso dell’aramaico presso gli ebrei, che era la lingua internazionale dell’Impero babilonese.
Le correnti dell’ebraismo hanno avuto varie concezioni riguardo il ritorno degli esiliati alla loro Terra. Ancora oggi nell’importante preghiera ebraica della Amidah si recitano in sinagoga due benedizioni per il ritorno degli esiliati. Oggi molti ebrei e alcuni cristiani, soprattutto protestanti, vedono nel ritorno degli ebrei nella loro Terra un segno messianico legato agli ultimi tempi.
Secondo un midrash, Gerusalemme non sarà ricostruita fino a che tutti gli esiliati non saranno ritornati. Secondo gli ebrei ortodossi di oggi l’esilio non riguarda solo gli ebrei della diaspora (quelli che abitano fuori dalla loro Terra) ma anche quelli che vivono in un Israele governato da pagani o da non religiosi.
All’inizio degli Atti degli Apostoli, nel primo capitolo, dopo che i discepoli di Cristo sono stati con lui tre anni ascoltando la predicazione, gli fanno questa domanda: “Signore, è forse in questo tempo che restaurerai il regno per Israele?”. Chiedono al Risorto se egli ricondurrà gli esiliati nella loro Terra.
Secondo gli archeologi che hanno fatto gli scavi a Nazaret, il villaggio viene abbandonato in un tempo determinato, c’è infatti un vuoto archeologico dovuto all’invasione assira nel 734-733, cioè il primo esilio. Poi il villaggio viene ripopolato nel II a.C. quando Giovanni Ercano, sovrano asmoneo discendente dei maccabei, ha fatto tornare gli esiliati da Babilonia e dalla Persia e alcuni si sono stabiliti a Nazaret. Gesù è il discendente di una tribù davidica esiliata e poi ritornata da Babilonia, quindi conosce la storia dei suoi avi, tribù di Giuda. A questa umiliazione che ha toccato anche Nazaret, in cui c’è la tribù di Zabalon, fa contrappunto Isaia ai capitoli 8 e 9, nei quali il discendente di Davide farà giustizia per gli esiliati. Lo stesso termine Nazaret viene da una parola ebraica che vuol dire “germoglio”, il virgulto che nascerà dal tronco di Davide.
Al tempo di Cristo gli ebrei ritengono di essere ancora in esilio, anche se vi è il regno di Erode il Grande, perché essi sono ancora sotto il potere romano, quindi pagano, non si sentono salvati da Dio e attendono l’adempimento delle sue promesse.
Pure i farisei la pensano in questa maniera. Anch’essi non sono felici del potere romano e Erode, benché abbia ricostruito il tempio, ha ricostruito anche città e templi pagani. Essi fanno opere di misericordia per affrettare la redenzione divina e attendono un Messia che ricostruirà Gerusalemme facendo ritornare gli esiliati. Questa redenzione deve avvenire nella risurrezione finale e nella retribuzione escatologica, quando si adempierà l’era messianica.
Una parte degli ebrei della diaspora, come il filosofo ebreo Filone di Alessandria, vedono l’esilio non solo come una correzione divina ma anche come una opportunità di benedizione e proliferazione del popolo ebraico nel mondo. Filone parla di una missione di Israele alle nazioni, una colonizzazione: gli ebrei sono stati dispersi per testimoniare la presenza di Dio nel mondo. Filone elabora una spiritualizzazione del tempio di Israele e si riferisce al mondo intero come un tempio, così come lo è la comunità dei credenti e persino il cuore del fedele. In alcune opere Filone parla di una diaspora spirituale: i veri esiliati sono coloro che non hanno Dio nel cuore, sono dispersi nella loro mente, quindi il ritorno nella Terra coincide con la conversione, in ebraico shub, che vuol dire etimologicamente “ritornare”. Non si tratta di un reflusso geografico, che pure Filone non nega, ma la vera restaurazione dall’esilio è quella nello spirito, che egli estende anche ai pagani.
Lo storico ebreo Giuseppe Flavio è molto critico nei confronti degli zeloti, che vogliono la restaurazione di Gerusalemme mediante la forza. Gli zeloti sono terroristi antiromani. Egli sottolinea che il ritorno è avvenuto nel passato per intervento di Dio (esilio di Babilonia), quindi anche l’esilio attuale, quello della diaspora, deve avvenire mediante la forza di Dio. Egli infatti ritiene che la distruzione del secondo tempio nel 70 d.C. sia una punizione di Dio a causa del terrorismo degli zeloti.
Gli esseni di Qumran si considerano come esiliati volontari nel deserto, ripudiando il tempio di Gerusalemme considerato corrotto e reclusi nel deserto per preparare la via del Signore, che verrà tra di noi dopo una battaglia finale. Per i qumraniani l’esilio dura anche per gli ebrei dentro Gerusalemme e non solo per quelli della diaspora, in quanto il vero esilio è spirituale. In Qumran emerge una idea importante: la comunità di Qumran, formata da iniziati retti da un misterioso personaggio detto Maestro di Giustizia, è il vero tempio, e non quello di pietra di Gerusalemme, ormai privato per colpa degli uomini della giustizia che Dio veramente vuole. È significativo che la comunità venga definita ‘ehad, “unità”: questa particolare espressione ebraica richiama l’elezione, come quando nei testi di Qumran si dice “Dio diede loro un solo cuore” (4Q183), volendo intendere la elezione di una comunità che prega Dio.
I gruppi legati all’apocalittica, delusi dall’opera dei maccabei i quali, anche se hanno liberato Gerusalemme dai pagani, tuttavia poi si sono corrotti con gli ellenisti. Nel I Libro di Enoch si parla di una restaurazione che avverrà direttamente da Dio e verrà un Messia chiamato l’Eletto, che sarà glorioso. Ci sarà un combattimento finale, i dispersi dall’esilio saranno radunati e avverrà la resurrezione dei giusti che abiteranno nella Gerusalemme celeste che rimpiazzerà quella terrena.
Il gruppo filoromano o filoerodiano considera Erode il Grande come una sorta di Messia. Secondo loro, i romani sono i pagani che conferiscono al popolo ebraico il benessere necessario, cioè la vera restaurazione di Gerusalemme.
Tra tutte queste correnti Gesù dà una via inedita. Gesù deve affrontare una scelta drammatica tra rivolta armata e alleanza con i romani, intervento divino o combattimento armato. Quando chiedono a Cristo se è lecito o no pagare il tributo a Cesare, gli fanno una trappola per accusarlo di sedizione contro il potere romano (in caso di risposta negativa) oppure per accusarlo di collaborazione con i romani (in caso di risposta positiva).
Giovanni Battista va nel deserto, come vari personaggi della sua epoca, e lì attende la manifestazione del Messia che restaurerà Gerusalemme. Proprio nel deserto. Egli la vede adempiuta in Cristo, che non per nulla va a farsi battezzare da Giovanni. Luca fa chiamare Gesù “gloria del tuo popolo Israele” (2, 32).
Gesù annuncia il Regno di Dio e la conversione, che nella mentalità ebraica è un “ritorno”.
Il vero ritorno è quello spirituale. Quando i suoi lo vogliono fare re, affinché evidentemente liberi Israele, egli si ritira sulla montagna. Gesù predica un ritorno, una conversione innanzitutto spirituale e mostra chiaramente che i suoi non devono attendere la restaurazione della Gerusalemme terrena ma sperare la Gerusalemme celeste, come quella tratteggiata da Giovanni nell’Apocalisse.
Questa nuova Gerusalemme ha al centro l’Agnello, che è Cristo. Il primo agnello sacrificato dagli ebrei la notte dell’esodo ha avuto una funzione di perdono dei peccati, come sarà per quello della Pasqua finale (invece di solito il sacrifico dell’agnello pasquale presso il tempio degli ebrei non ha avuto questa funzione). Cristo, definito Agnello, è colui che si offre in sacrificio a Dio Padre per il perdono dei peccati.
A questo punto Cristo conferisce alla regalità un altro aspetto. Egli dice che chi vuole essere il più grande deve essere il servitore di tutti. Nell’Apocalisse è l’Agnello sacrificato che sta al centro come re e Dio. Un re e un Dio che è tale perché ha dato la vita in riscatto di tutti coloro che lo accolgono. Abbiamo una regalità e una divinità come mai ci si aspetterebbe, un Dio umile e un re che si fa schiavo dei suoi discepoli, come quando lava i piedi agli apostoli.
L’atto di lavare i piedi ha almeno due valenze:
- È compiuto dallo schiavo oppure dalla donna nei confronti dell’amato. Quindi abbiamo a che fare con un atto servile, quello computo da Cristo, ma non per sottomissione, bensì per amore.
- La lavanda dei piedi è funzionale per preparare gli invitati al pasto comune, consumato in condizioni igieniche, quindi è anche un gesto di comunione. Infatti Gesù dice a Pietro: “Se non ti laverò (i piedi), non potrai aver parte con me” (Giovanni 13, 8).
Ma il supremo atto di servizio e amore non è la lavanda dei piedi bensì il dare la vita. “Nessuno ha un amore più grande che dare la vita per i propri amici” (Giovanni 15, 13).
Gesù, vero Dio e vero uomo fuorché nel peccato, dà la vita innanzitutto incarnandosi nella nostra dimensione terrena, da una umile donna, promessa sposa al giusto Giuseppe. Egli viene concepito nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Giovanni 1, 14 rivela che “il Verbo si è fatto carne”, nell’originale greco si adopera il sostantivo sarx, che al tempo degli evangelisti viene usato per rendere il sostantivo ebraico basar, il “corpo” inteso nella sua fragilità e nel suo limite creaturale.
Come scrive Ireneo di Lione, una conseguenza della incarnazione è che Dio in Cristo ha benedetto ogni aspetto della natura umana. Infatti “si è unito in un certo modo ad ogni uomo” (Gaudium et Spes 22). Nella sofferenza e nella morte Cristo tocca il culmine di questa unione benedetta.
Il sacrificio di Cristo, avvenuto duemila anni fa sulla croce in modo cruento, avviene in ogni Messa in modo non cruento. Pio da Pietralcina ha avuto la grazia di vedere durante la celebrazione eucaristica Cristo che si offre in sacrificio e accanto a lui la Vergine Madre. È un mistero talmente sublime che Giovanni Crisostomo ha avuto una visione: durante la consacrazione miriadi di angeli si affollano attorno al sacerdote per benedire e vedere questo miracolo che solo un Dio di amore può operare.
Tutta la storia di Israele si riassume nel sacrificio di Cristo sulla croce, quindi nella Messa, che ne costituisce la rinnovazione.
In Esodo 16 si racconta che Dio dà la manna agli ebrei in cammino nel deserto. Si tratta di una anticipazione veterotestamentaria della Eucaristia (Giovanni 6). Gli ebrei vedono sul suolo come una brina e chiedono “Che cosa è?”, che nell’originale ebraico suona: man hu’. L’autore ricorre a una forma primitiva dell’interrogativo “che cosa” (man), con la funzione di spiegare l’etimologia del termine “manna” (la forma consueta è mah). L’autore così la descrive:
‘al-pene hammidbar daq mehuspas
daq kakkefor ‘al-ha’arets
“sulla superficie del deserto una sostanza fine fioccosa,
minuta come la brina sulla terra”.
L’espressione tradotta con “una sostanza fine fioccosa” è nell’originale ebraico daq mehuspas. Questa espressione ebraica è di senso incerto e nella Bibbia ricorre solo qui. I più intendono daq mehuspas in due maniere:
- “Spelata via, come scaglie”, da hasaf, donde la resa “fioccosa”;
- Altri leggono dq khsps, “fine come brina”, propendendo in tal modo per una immagine di gelo.
Invece Cassuto riconduce mehuspas al verbo ugaritico hsp, “scoprire, rivelare”. Quindi la manna sarebbe qualcosa che Dio rivela oppure che rivela Dio stesso, spiega chi è Dio. Questa rivelazione riguardo Dio la abbiamo nel Nuovo Testamento con la Eucaristia, segno del suo amore smisurato per l’umanità fino a morire in croce.
Fino ad oggi gli ebrei durante la celebrazione della loro Pasqua fanno il haggadah, un “racconto” delle gesta di Dio durante la storia della salvezza. Tale racconto non è un ripetere fatti passati bensì la presentizzazione dell’agire di Dio fino al momento presente. Ad un certo punto gli ebrei avvertono che questo haggadah sia il culmine della loro religiosità.
Per questa ragione Cristo nelle parole di consacrazione recita: ”Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi” (Luca 22, 20). In questo modo Egli ricorda l’alleanza antica e ne stabilisce una nuova, quella perfetta e ultima. Nella lingua ebraica l’aggettivo “nuovo” vuol dire “ultimo” (per questo si chiamano “novissimi” i contenuti ultimi della fede, quelli relativi alle cose finali).
Questa Nuova Alleanza è siglata nel sangue di Cristo, quindi i Padri della Chiesa hanno visto in Giovanni 19 (quando dal fianco squarciato di Gesù escono sangue e acqua) la nascita di tutti i sacramenti, che fanno della Chiesa un tempio abitato da Dio.
Veramente significativo che in Giovanni 19, 34 si dice: “Ma uno dei soldati gli trafisse il fianco (tēn pleuran) con un colpo di lancia e subito ne uscì sangue e acqua”. Probabilmente l’evangelista Giovanni adopera questo sostantivo greco richiamando Genesi 2, 21 nella traduzione greca della Settanta: “Il Signore Dio fece cadere un sonno profondo sull’uomo, che si addormentò, poi gli tolse una delle costole …”. La traduzione greca “una delle costole di lui” è mian tōn pleurōn autou, che rende l’originale ebraico: tsalhota-w, che non indica unicamente la “costola” ma veicola i significati di “lato”, “fianco”, “curva”. Pertanto Giovanni vuole dirci che Cristo è il nuovo Adamo, il prototipo di una nuova creazione, quella definitiva, fondata sul sacrificio perfetto, quello del suo corpo e sangue.
La tradizione cristiana, e prima ancora quella ebraica, vede in Dio, quindi in Cristo, lo sposo del popolo fedele. Il termine “sposo” deriva dal verbo latino spondēre, “promettere”, a sua volta derivato da un vero greco che allude ai sacrifici offerti alla divinità, quando si uccide l’animale e dall’altare cola il suo sangue. Gesù è il vero Sposo della sua Chiesa in quanto Egli, morto per amore per riscattare i suoi fedeli, si è ricordato delle promesse antiche. Egli è il Dio Messia atteso dagli ebrei: la parola Cristo vuol dire Unto, così come l’ebraico Messia, in quanto presso gli ebrei i consacrati vengono unti con l’olio sacro.
Come scrive Antonio da Padova, le piaghe del Risorto gridano non vendetta al trono di Dio Padre bensì implorano la sua misericordia! Per questo il Beato Carlo Acutis dice che l’Eucaristia è l’autostrada per il Cielo.
Il pane spezzato e il vino versato dal sacerdote sull’altare sono veramente e realmente il corpo e il sangue di Cristo. Ma questo sacrificio, oltre a perpetuarsi in prima persona in Gesù sino alla fine dei tempi, si perpetua anche nel corpo martorizzato e nel sangue versato dei martiri, dall’inizio della chiesa sino ad oggi. Giovanni Paolo II ci ha invitato a guardare all’esempio di questi grandi testimoni della fede. Adesso ci sono più martiri e perseguitati rispetto ai primi tempi della chiesa. Come dice Tertulliano, il sangue dei martiri è il seme di nuovi cristiani. In Colossesi 1, 24 Paolo scrive: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo”. In questa maniera si comportano i martiri anche oggi.
Prima della passione Gesù dice ai suoi discepoli: “L’ora viene, anzi è venuta, che sarete dispersi, ciascuno per conto suo, e mi lascerete solo”.
Il dramma più terribile dell’essere umano è quello di stare lontano da Dio. Da duemila anni gli evangelisti ripetono che l’unica cosa necessaria è Cristo.
Ritornare a Cristo equivale ritornare alla fonte della propria gioia. Come si fa? Con la confessione e con la celebrazione eucaristica. Dio non ci ha abbandonati, ma sta con noi mediante la sua Chiesa. Siamo noi che dobbiamo aprire gli occhi, vederlo sotto le specie eucaristiche e ritornare a Lui con tutto il cuore.
Lo scopo ultimo della Chiesa è di cercare gli uomini affinché questi cerchino Dio. In tutta la Bibbia Dio si è rivelato al mondo affinché tutti gli uomini lo possano amare con tutto il cuore e con tutte le forze. Il pellegrinaggio della vita è pericoloso perché l’uomo di tutti i tempi viene attaccato da mille insidie. Per questo Dio dona agli uomini la sua Torah, i primi cinque libri della Bibbia ebraica, i più importanti per gli ebrei. Il sostantivo ebraico Torah non significa etimologicamente “legge”: essa contiene anche precetti legali, quindi gli autori neotestamentari hanno tradotto Torah con nomos, che in greco vuol dire “legge”. Ma di per sé Torah deriva dal verbo ebraico yarah, che veicola l’idea del lanciare una freccia, quindi del colpire il bersaglio. In un’altra forma (Hifil) il verbo ebraico significa anche “insegnare”. Pertanto la Torah è quell’insegnamento fondamentale dato da Dio agli uomini per raggiungere la meta della propria vita, per non sbagliare. È significativo che in ebraico il “peccato” è detto khattà, che indica il fallire il bersaglio, un po’ come il sostantivo greco neotestamentario amartia. Un altro termine ebraico del “peccato” è ‘awon, da una radice che vuol dire “curvare”, quindi deviare, sbagliare strada, bersaglio, scopi. Tutta la Bibbia ci permette di non sbagliare nella vita, soprattutto i vangeli, che ci parlano esplicitamente di Gesù.
Esiste una tradizione che da millenni testimonia alle generazioni future di questo Dio grande nell’amore. Dalla fede ascoltata (ex auditu) bisogna poi passare all’incontro in prima persona con il Risorto.
La “fides quae” è la dottrina, così come è stata tramandata nei secoli, ma Dio vuole che si arrivi alla “fides qua”, con la quale si ama Dio.
In 2 Samuele 7, 22 è scritto: “Tu sei davvero grande Signore Dio! Nessuno è come te e non vi è altro Dio fuori di te, proprio come abbiamo udito con i nostri orecchi”. Il testo originale ebraico presenta letteralmente: “Non c’è un Dio oltre a te, secondo tutto quello che noi abbiamo ascoltato (bkl ‘shr shmhnu) con i nostri orecchi”. Invece la versione siriaca della Peshitta, di molto posteriore, traduce: “Non c’è un Dio oltre a te, che noi abbiamo ascoltato (d-smhn) con i nostri orecchi”. La costruzione siriaca, che si basa sul d relativo, esprime una fede più matura, in essa è avvenuto il passaggio da un Dio raccontato a un Dio sperimentato in prima persona.
Maria viene chiamata chiriaga, espressione greca che vuol dire: Colei che ci guida tenendoci per mano. Agostino dice che nasciamo alla fede quando questa grande Santa lo permette. Maria è Madre di Dio, quindi Madre della Chiesa. Come essa ha generato fisicamente il Figlio di Dio, così genera spiritualmente il di Lui corpo mistico, cioè i credenti. Maria è Madre del Christus Totus, cioè caput et corpus.
La preghiera più importante del cristiano è la Messa, ma al secondo posto c’è il Rosario alla Beata Vergine. Paolo VI ricorda che non possiamo essere cristiani se non siamo mariani.
Maria Santissima in persona ha fatto 15 promesse a chi recita con devozione il suo Santo Rosario. Il più importante codificatore del Rosario è stato il monaco domenicano Alano de la Roche, che muore nel 1475 ed è considerato l’apostolo della devozione per il Rosario in diverse nazioni europee. Nelle sue memorie, Alano narra di aver ricevuto direttamente dalla Vergine 15 promesse valide per tutti i devoti del Santo Rosario, tuttora di grande attualità e che manifestano l’intensità dell’amore che la Madonna nutre per tutti noi. Esse sono:
- Chi recita con grande fede il Rosario riceverà grazie speciali.
- Prometto la mia protezione e le grazie più grandi a chi reciterà il Rosario.
- Il Rosario è un’arma potente contro l’inferno, distruggerà i vizi, libererà dal peccato e ci difenderà dalle eresie.
- Farà fiorire le virtù e le buone opere e otterrà alle anime le più abbondanti misericordie divine; sostituirà nei cuori l’amore di Dio all’amore del mondo, elevandoli al desiderio dei beni celesti ed eterni. Quante anime si santificheranno con questo mezzo!
- Colui che si affida a me con il Rosario non perirà.
- Colui che reciterà devotamente il mio Rosario, meditando i suoi misteri, non sarà oppresso dalla disgrazia. Peccatore, si convertirà; giusto, crescerà in grazia e diverrà degno della vita eterna.
- I veri devoti del mio Rosario non moriranno senza i Sacramenti della Chiesa.
- Coloro che recitano il mio Rosario troveranno durante la loro vita e alla loro morte la luce di Dio, la pienezza delle sue grazie e parteciperanno dei meriti dei beati.
- Libererò molto prontamente dal purgatorio le anime devote del mio Rosario.
- I veri figli del mio Rosario godranno di una grande gloria in cielo.
- Quello che chiederete con il mio Rosario, lo otterrete.
- Coloro che diffonderanno il mio Rosario saranno soccorsi da me in tutte le loro necessità.
- Io ho ottenuto da mio Figlio che tutti i membri della Confraternita del Rosario abbiano per fratelli durante la vita e nell’ora della morte i santi del cielo.
- Coloro che recitano fedelmente il mio Rosario sono tutti miei figli amatissimi, fratelli e sorelle di Gesù Cristo.
- La devozione al mio Rosario è un grande segno di predestinazione.
Teresa di Calcutta così prega la Madonna:
Maria, Madre di Gesù,
dammi il tuo cuore,
così bello,
così puro,
così immacolato,
così pieno di amore e di umiltà:
rendimi capace di ricevere Gesù
nel pane della vita,
amarlo come lo amasti
e servirlo sotto le povere spoglie
del più povero tra i poveri.
Amen
Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 57 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022
