“ NEL DESERTO “ – DOTT.RE MARCO CALZOLI
Redazione- Leggiamo nel Vangelo di Matteo, al capitolo 3:“13 In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. 14 Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». 15 Ma Gesù gli disse: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». Allora Giovanni acconsentì. 16 Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. 17 Ed ecco una voce dal cielo che disse: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto»”.
Lo scenario del battesimo di Gesù è il deserto di Giuda, nella valle del Giordano. Attorno agli anni Novanta un grande archeologo, francescano, ha fatto dei ritrovamenti importantissimi. Il mosaico Madaba è la più antica mappa della Terra Santa, risalente al VI secolo d.C. La valle del Giordano è il punto più basso della terra ferma, con i suoi 400 metri sotto il livello del mare. Il termine Giordano deriva da una radice ebraica, yarad, “discendere”, in quanto il fiume Giordano dalle fonti che sono ubicate a nord, in Galilea, a Dan e anche a Cesarea di Filippo, discende fino al lago di Tiberiade e poi fa un percorso fino al punto più basso della terra, molto vicino a Gerico, per poi sfociare nel Mar Morto.
Per il popolo di Israele il deserto ricorda la fuga dagli egiziani (esodo) e la scoperta dell’amore di Dio, proprio lì, dove Dio parla. Infatti “deserto” è in ebraico midbar, dove la m- iniziale dà il significato di luogo e il resto del vocabolo significa “parola” (dabar), quindi il deserto è letteralmente il “luogo della parola”. Esso è anche il luogo del fidanzamento tra Israele e Dio. Secondo Isaia esso è altresì il posto del secondo esodo, che avverrà da Babilonia, cioè il ritorno dall’esilio. Nel deserto poi si attua la predicazione del primo grande profeta, Elia. Non solo, per il popolo ebraico il deserto richiama pure quando gli israeliti passano verso la Terra promessa dopo quaranta anni di pellegrinaggio in luoghi ostili, anche se pacificati dalla presenza di Dio nella Tenda dell’Incontro. Infatti in Giosuè 3 tale entrata è presentata come una solenne liturgia: i sacerdoti che portano l’Arca dell’Alleanza toccano l’acqua del Giordano, essa si divide in due e tutto il popolo può passare. Anche Elia in seguito percuoterà, con il mantello, le acque del Giordano e potrà passare all’asciutto, da lì a poco Elia salirà in cielo per la merkavà divina, il “carro” di Dio.
Giovanni Battista sa di essere solamente un profeta e di non essere degno di sciogliere nemmeno i lacci dei sandali del Messia, quindi non vuole battezzare Gesù, ma questi glielo impone dicendo che occorre adempiere ogni giustizia. Nel Vangelo di Matteo il termine “giustizia”, in greco dikaiosunē, è fondamentale. Nel Discorso della Montagna Gesù dice che “se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”. Secondo Cristo la vera giustizia è l’amore ai nemici, che supera la giustizia dei farisei. Cristo non viene a compiere una giustizia umana bensì quella divina, quella della croce, che porta il peccato del mondo. Questo è il senso del battesimo, che Gesù vuole dal Battista: egli intende prendere il peccato del mondo, come dice Giovanni Battista in Giovanni 1, 29:
ide o amnos tou theou, o airōn tēn amartian tou kosmou
“Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!”
Giovanni Battista parla in aramaico, dove un solo termine, talja, indica sia “agnello” sia “servo”. Probabilmente l’evangelista che ha riportato le parole del Battista si è confuso: non si tratta dell’Agnello ma Gesù è il Servo di Dio, come compare in Isaia 53, che assume il peccato per liberare il popolo di Israele. Il verbo greco o airōn è un participio sostantivato da airō, che significa sia “assumere” sia “togliere”: Gesù assume su di sé il peccato per toglierlo. Ma la traduzione Agnello trova una giustificazione nel fatto che il primo agnello immolato dagli ebrei nell’esodo e quello della Pasqua alla fine del mondo hanno un significato di sacrificio per togliere i peccati (mentre gli altri agnelli sacrificati a Pasqua durante la storia di Israele non hanno tale valenza). Pertanto Gesù oltre ad essere il Servo di Isaia è anche l’Agnello, il nuovo agnello pasquale, quello che veramente Dio vuole per perdonare al popolo infedele le sue colpe. Il sostantivo greco amartia, “peccato”, significa etimologicamente “sbagliare il bersaglio”, come l’ebraico khattà, ma similmente anche a un altro sostantivo ebraico del peccato, che è ‘awon, dalla radice “curvare”, veicolando l’idea dello sbagliare strada, il bersaglio, lo scopo della vita.
Gesù pur essendo Dio non solo si fa peccato per toglierlo ma discende anche nel punto più basso della terra. Quale umiltà! Egli immergendosi nelle acque del Giordano le santifica, infatti secondo una tradizione queste acque non vengono benedette dal sacerdote, in quanto benedette da Gesù stesso con la sua immersione.
Anche nell’Antico Testamento le immersioni (in ebraico mikwaot) hanno una grande importanza e al tempo di Cristo provocano un forte fascino. Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, libro 18), storico ebreo contemporaneo di Cristo, parla di Giovanni Battista e dice che egli “invitava gli ebrei a partecipare del battesimo a condizione che praticassero virtù e giustizia verso di loro e verso Dio”. Il termine greco “battesimo” significa letteralmente “immersione”, deriva dal verbo baptizō, intensivo di baptō, “immergere”.
Giovanni Battista vive nel deserto di Giuda come Elia e Eliseo, vicino al Giordano. In un altro testo (Vita 2,11-13), lo storico Giuseppe Flavio ci racconta di essere stato allievo per tre anni, dall’età di sedici anni fino ai diciannove, di un certo Banno, un altro individuo carismatico che sottopone i discepoli a immersioni di purificazione.
Al tempo di Gesù spesso giovani aristocratici sono affascinati dalla vita del deserto e la abbracciano diventando discepoli di maestri del deserto dopo una immersione. Lo stesso Giovanni Battista è un giovane altolocato, discendente di una rinomata famiglia sacerdotale, diremmo oggi, un giovane di belle speranze, ma che abbandona la vita del mondo per anticipare la venuta del Messia.
Il battesimo che dà al popolo il Battista è solo una prefigurazione di quello vero, inaugurato da Cristo: il primo battezza/immerge con acqua, il secondo con Spirito Santo. Ma Gesù si sottopone a tale purificazione facendosi peccato per redimere l’intera umanità.
Al tempo di Cristo è nel deserto che si attende la venuta del Messia da parte di falsi profeti, ma che sentono in qualche modo che il Cristo sta per arrivare, facendo molti discepoli. Lo stesso Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, libro 20) ci testimonia che “impostori e uomini fallaci persuadevano la moltitudine che li seguisse nel deserto”. Questi personaggi attendono nel deserto qualche segno dal cielo legato agli ultimi tempi. Negli Atti, al capitolo 21, si racconta che un egiziano porta nel deserto ben quattromila uomini.
Come nell’Antico Testamento Dio si rivela nel deserto, adesso all’inizio della Nuova Alleanza Cristo si rivela proprio nel deserto, ove inizia la sua vita pubblica.
Il deserto è anche il simbolo della prova e della sofferenza. Dio ci sta vicino nei nostri momenti bui, mai ci abbandona e il “vangelo” è letteralmente la Buona Notizia: Dio è con noi, in ebraico Emmanuel. In latino “deserto” è detto solitudo, ma Dio non ci lascia soli, mai, nemmeno nelle prove più grandi.
Se le persone meditassero più spesso al grande dono costituito dal battesimo: esso ci fa figli di Dio e cittadini del Cielo. Come Gesù, che è stato battezzato da Giovanni, è figlio di Dio, dalla bocca di Dio Padre, così anche noi siamo veramente figli di Dio! Quale grande grazia ci ha dato il Creatore per essere chiamati figli di Dio!
È per questo che vive la chiesa, la chiesa è stata creata da Cristo per annunciare al mondo la Buona Novella e spingere tutti gli uomini a entrarvi con il battesimo per ottenere la salvezza, cioè il Paradiso, inaugurato da Cristo stesso. Per questo san Bernardo scrive che la chiesa vive nell’amarezza: quando è perseguitata, ma di più quando è divisa, ma ancora di più quando è tranquilla. La chiesa deve avere il carisma dell’annuncio, deve essere “in uscita”, come dice Papa Francesco. Deve raggiungere i deserti materiali e spirituali dell’umanità piagata e, come il buon Samaritano, lenire le ferite con olio e vino, simboli dei sacramenti.
Oggi le persone sono sazie ma disperate. Il termine “angoscia” deriva da un verbo latino, angere, che significa “stringere”, allude quindi al soffocamento prima della morte. Gli uomini di oggi stanno sull’orlo dell’abisso, come ci ricorda la Madonna che appare a Kibeho, e la chiesa deve portare loro la salvezza, soprattutto oggi, che nel piacere dei sensi credono di essere appagati anche nell’anima, ma stanno in uno stato letargico, nel quale si dimenticano di Dio e della sua chiesa.
Il peccato è una realtà spaventosa, che imperversa nel mondo e domina molti cuori. L’eresia pelagiana asserisce che l’uomo può salvarsi con le proprie forze, invece la chiesa insegna che è la grazia a togliere l’uomo dalla palude del peccato nella quale è immerso, anche se Dio vuole la nostra collaborazione. Senza la grazia di Dio, l’uomo affonda nel peccato come nelle sabbie mobili, in quanto lo stato esistenziale lontano da Dio non permette di vedere la gravità del male e toglie ogni speranza di salvezza, spingendo l’uomo fino alla fine “cattiva, perversa, di tutte le cose” (Kant).
È Dio che prende l’iniziativa e invita l’uomo alla conversione, poi l’uomo deve prendere la ferma decisione di tagliare tutti i legami con il male. Solo così l’anima, liberata con la confessione dai tentacoli del serpente infernale, può ricominciare a vedere chiaramente il bene e decidersi sempre più lungo la via della santità, ma sempre mediante la forza di Dio e della Vergine Maria. Nel Siracide, al capitolo 17, si legge:
“25Ritorna al Signore e abbandona il peccato,
prega davanti a lui e riduci gli ostacoli.
26Volgiti all’Altissimo e allontanati dall’ingiustizia;
egli infatti ti condurrà dalle tenebre alla luce della salvezza.
Devi odiare fortemente ciò che lui detesta.
27Negl’inferi infatti chi loderà l’Altissimo,
al posto dei viventi e di quanti gli rendono lode?
28Da un morto, che non è più, non ci può essere lode,
chi è vivo e sano loda il Signore.
29Quanto è grande la misericordia del Signore,
il suo perdono per quanti si convertono a lui!
30Non vi può essere tutto negli uomini,
poiché un figlio dell’uomo non è immortale.
31Che cosa c’è di più luminoso del sole? Anch’esso scompare.
Così l’uomo, che è carne e sangue, volge la mente al male.
32Egli passa in rassegna l’esercito nel più alto dei cieli,
ma gli uomini sono tutti terra e cenere”.
San Gabriele dell’Addolorata, che ha conosciuto il mondo prima di indossare l’abito, scrive che un solo quarto d’ora passato in preghiera davanti a Dio vale più di una vita trascorsa tra piaceri della carne e vanità di qualsiasi tipo. San Benedetto dice che cella è coelum: la cella, dove il monaco sta lontano dal mondo, è il cielo, il luogo della delizia spirituale.
Essere attaccati ai beni della terra produce una cecità spirituale, per la quale si crede che essi siano nostri (in realtà nulla ci appartiene per sempre, dovremo morire e lasciare tutto agli altri) e che essi ci diano la felicità. Levitico 25, 23: “Le terre non si venderanno per sempre; perché la terra è mia, e voi state da me come stranieri e forestieri”. In realtà noi usiamo dei beni senza che ci appartengano e questo uso non ne fa qualcosa di permanente che possa saziare a pieno la nostra anima. Nulla di ciò che è fugace può riempire il nostro cuore, che ha sete di infinito, in quanto creato da Dio, l’Onnipotente e l’Eterno. Nemmeno gli affetti terreni possono placare la nostra sete di infinito, infatti l’essere umano “spunta come un fiore, poi è reciso; fugge come un’ombra, e non dura” (Giobbe 14, 2). Salmo 144, 4: “L’uomo è come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa”.
Il vero deserto è quello spirituale, quando l’anima non sta alla presenza del suo Signore. Il mondo non può dare la felicità perché la nostra anima è creata da Dio per Lui solo. Il termine “importante” vuol dire etimologicamente “portare dentro”: le cose importanti sono quelle che ci danno benessere interiore, gioia spirituale, e non i beni materiali e esteriori.
Se abbiamo Dio nel cuore, anche il male è un vantaggio per l’anima. Il protagonista de Il Curato di campagna di Bernanos diceva spesso che “tutto è grazia”. L’Arcano maggiore dei Tarocchi detto l’Appeso raffigura un uomo torturato ma che è nella gioia. La cabala rivela che il male altro non è che una manifestazione di Dio, è la Via di Mem.
Un’altra teoria cabalistica afferma che materia e spirito sono collegati da una legge esoterica detta il Sigillo che inverte. Tutto ciò che vediamo nella materia, nel mondo spirituale inverte la sua polarità: un episodio negativo nella materia può diventare un vantaggio nello spirito, mentre una situazione florida sul piano materiale può arrecare nocumento sul piano spirituale. Sempre la cabala asserisce che Il male è il Trono del Bene: quando vediamo qualcosa di negativo, significa che stiamo osservando un aspetto esteriore, perché al suo interno c’è sempre qualcosa di buono, che ci serve per la nostra evoluzione.
San Paolo (Romani 8, 28): “Tutto concorre al bene per coloro che amano Dio”. La Buona Novella del cristianesimo è che Dio stesso è venuto nel nostro deserto a salvarci. Scoto Eriugena afferma che, se Dio si è incarnato nella nostra materia, allora tutto è Luce. La chiesa deve essere sempre portavoce di questo messaggio, per questo Sant’Antonio da Padova scrive:
“Nelle basi del tempio ci siano queste sculture: la conoscenza della dottrina, per insegnare; il terrore della potenza, per rimproverare; la mansuetudine della misericordia, per confortare; i legami della disciplina, per limitare e frenare” (Sermone per la Domenica VI dopo Pentecoste, I).
Ci sono molti modi per amare Dio. Papa Gregorio IX dopo aver incontrato Sant’Antonio si stupisce e scrive che il Santo di Padova ama Dio “col cuore, con le parole e con le opere”. È un modo perfetto per servire Dio!
Dio non vuole solo essere lodato con le preghiere ma anche che i cristiani siano segno e testimonianza del suo amore per ogni uomo, quindi sono necessarie le opere di carità, come stabilisce Papa Francesco nel Giubileo del 2025 per ottenere la indulgenza. La teologia antoniana è innanzitutto scienza dell’amore di Cristo per le sue creature.
Sin dal primo Giubileo del 1300, l’Anno Santo è stato contrassegnato dal messaggio del perdono dei peccati e della misericordia di Dio. Il Giubileo è la festa del perdono di Dio, di una Grazia per tutti ed illimitata, che attraverso la preghiera e le opere di misericordia raggiunge e trasforma il cuore. Il perdono non è solo un atto spirituale, ma una medicina per le ferite del corpo e dell’anima. È l’espressione più alta dell’amore: frutto della misericordia di Dio che desidera per noi la conversione e la vita. Fin dalle prime pagine della Bibbia cogliamo la premura che Dio ha di ristabilire la pace tra l’uomo e la donna, dopo che con il loro peccato di disobbedienza, i progenitori hanno infranto l’armonia con il Creatore e con loro stessi. Ed è in Gesù Cristo la massima manifestazione dell’amore di Dio per ciascuno di noi. È nella misura con cui ci sentiamo amati e perdonati, che rispondiamo vincendo il male con il bene e perdoniamo chi ci ha offeso.
Nell’atto del perdonare dobbiamo, però, saper distinguere un doppio movimento: si riceve il perdono di un Dio misericordioso, pietoso e grande nell’amore, per essere capaci di perdonare noi stessi e i nostri fratelli e sorelle. Nel Padre nostro chiediamo al Signore di rimettere i nostri debiti, così come noi siamo disposti a rimetterli ai nostri debitori, perché il perdono che imploriamo è strettamente connesso al perdono che intendiamo concedere al prossimo. Sant’Agostino ricordava ai suoi fedeli:
“Noi prendiamo un impegno solenne, facciamo un patto e un accordo con Dio. Dio tuo Signore ti dice: Perdona tu e perdonerò anch’io” (Sermone 56, 9.13).
Il rito religioso è allo stesso modo un patto tra Dio e gli uomini. Dio scende nel deserto materiale e spirituale dell’uomo per liberarlo, l’uomo deve rispondere con un atto di adorazione, vale a dire con il rito religioso.
Il più importante è il sacrificio, nel quale una vittima (o un altro dono) viene immolata come offerta al dio, il quale si impegna a elargire benefici a tutta la comunità e al mondo intero. Il sacerdote è nelle religioni colui che è incaricato a presiedere al sacrificio.
In ebraico il sacerdote è chiamato kohen: la radice semitica è attestata anche in siriaco, kahhen, che significa “essere sacerdote” e “portare abbondanza, rendere felice”. In greco si dice iereus, da ieros, “sacro”, la cui etimologia rimanda a una radice indoeuropea che vuol dire “forte” (cfr. sanscrito iṣira-, “forte”). In latino si dice sacerdos, colui che ha a che fare con il sacer, il “sacro”, che deriva da un tema italico (in osco sakrim significa “vittima”, in umbro “sacro sacrificale”, che nel latino arcaico si ritrova nell’espressione sacrem porcum, maiale da sacrificare).
Nell’ebraismo la funzione sacerdotale termina con la distruzione del Tempio di Gerusalemme a opera dei romani nel I secolo d.C., da allora in poi ben Zaccai riformula la religione ebraica e sostituisce il sacrificio con le buone azioni. Il Messia ripristinerà il sacrificio, che fino a quel momento è in potenza nella Mishnà. Attualmente gli ebrei hanno i rabbini, i quali non sono sacerdoti, bensì interpreti della legge.
Nel cristianesimo il sacrifico è quello fatto da Cristo a Dio Padre con la offerta del proprio corpo e sangue. Il sacerdote che durante la Messa spezza il pane e versa il vino lo fa “in Persona Christi”, nella Persona di Cristo, cioè è Cristo stesso che reitera il sacrifico di sé stesso sulla croce avvenuto duemila anni fa. Con la consacrazione del pane e del vino, questi doni diventano il corpo e il sangue di Cristo (transustanziazione), restando pane e vino solo nelle apparenze.
L’Islam non conosce il sacrifico perché Maometto non lo ha voluto. L’imam guida semplicemente la preghiera del venerdì, mentre l’ulema è l’interprete della legge islamica.
In ogni modo nelle religioni il sacrifico è molto importante, costituendo il nucleo centrale della celebrazione.
La prima religione dell’umanità è l’induismo, per il quale il sacrificio (in sanscrito karman, yajña) ha una valenza cosmica, permette l’armonia dell’universo. Spesso il sacrifico vedico viene fatto al dio Agni con una libagione, cioè versando del liquido (il Soma) sul fuoco.
In uno dei libri più antichi dell’umanità, il Ṛg-Veda, il primo dei Veda, i testi sacri dell’induismo, è scritto in sanscrito vedico (I. 14. 1):
aibhir agne duvo giro viśvebhiḥ somapītaye |
devebhir yāhi yakṣi ca ||
“Vieni, Agni, alla nostra adorazione e alle nostre lodi, con tutti questi dei, a bere il succo di Soma; e (tu) offri sacrificio”.
Il verbo yakṣi significa “offri sacrificio”, è riferito al sacerdote, in altri passi si riferisce al dio. Si tratta di un verbo che suppone la reciprocità degli atti. Il dio Agni deve dare dei benefici alla comunità in cambio dell’offerta del Soma. Si tratta di una forma arcaica in –si.
Questo passo è scritto in metro gāyatrī, composto da ventiquattro sillabe disposte secondo una terzina di otto sillabe ciascuna.
In I.14.4 è scritto (sempre in gāyatrī):
pra vo bhriyanta indavo matsarā mādayiṣṇavaḥ |
drapsā madhvaś camūṣadaḥ ||
“Per tutti voi sono versati questi succhi, sazianti, inebrianti, dolci, che cadono in gocce o raccolti in mestoli”.
C’è un gioco sul tema della follia: mādayiṣṇavaḥ, “intossicante”, nel senso che genera follia (cfr. inglese mad, “pazzo”) nel ruolo di fattivo accanto a matsarā, “intossicante” ma anche “saziante”.
Il mondo divino, cioè l’alone del sacrificio, è caratterizzato dal tremendum del religioso. Le divinità indiane sono sempre tratteggiate con due categorie, quali le chiama Otto: il fascinosum (aspetti positivi) e il tremendum (aspetti terrifici, negativi).
Il sacrificio si muove in quel crinale. Il succo Soma, offerto alle divinità, ha il potere di trasformarle in entità benevole, ma serba ancora in sé aspetti potenti, fortissimi, può far impazzire chi lo beve.
Il termine camūṣadaḥ indica in qualche modo “trasportato”, cioè in senso estensivo portato con il mestolo. Ma serba anche un doppio significato: “due mondi”. Questo secondo significato è evidente in IX. 69. 5:
amṛktena ruśatā vāsasā harir amartyo nirṇijānaḥ pari vyata |
divas pṛṣṭham barhaṇā nirṇije kṛtopastaraṇaṃ camvor nabhasmayam ||
“L’immortale Soma di colore verde quando purificato è disposto in una veste splendente non pulita; è stato creato (Āditya) colui che sta sul dorso del cielo per la distruzione (del peccato) e la purificazione, (e ha creato) lo splendore di Āditya, la copertura dei due mondi (camvor)”.
Il sacrificio del Soma, quindi, sta sul crinale dei due mondi: quello umano offre al mondo divino dei doni mediante un intermediario, il sacerdote.
Gli dei scendono, dal loro mondo superiore, fino al nostro deserto umano, un mondo inferiore, che necessita di salvezza.
Il sacrificio è il punto capitale della società vedica, quindi la composizione dei Veda si accompagna al sacrificio. Infatti i quattro Veda principali (Saṃhitā) raccolgono il proprio materiale in relazione agli officianti fissi del sacrificio vedico, che prevede un invocatore (hotṛ, per cui il Ṛg-Veda contiene gli inni agli dei), un intonatore (udgātṛ, per cui il Sāma-Veda contiene le melodie), un operatore del sacrificio (adhvaryu, per cui il Yajur-Veda contiene le formule sacrificali), un sacerdote capo (brahman, il quale coordina gli officianti, per cui l’Atharva-Veda contiene le potentissime formule di magia bianca e di magia nera).
Gli officianti sono fissi in quanto il sacrificio, per riuscire, deve seguire una procedura ben precisa, dove ogni gesto e ogni formula sono stabiliti in precedenza. Il mondo divino sceglie di stare in relazione con quello umano mediante la perfezione del rito. Il gesto rituale deve essere “perfetto”, saṃsḳrta, donde la parola “sanscrito”, termine che allude alle purificazioni rituali, ai sacramenti (saṃskāra) attraverso i quali passa l’indù durante la propria vita.
La cultura vedica è incentrata sul sacrificio: karman significa etimologicamente “azione”, dalla radice kṛ, “fare”, comune al verbo latino creare, ma nei Veda significa “sacrificio”, in quanto esso è l’azione perfetta, quella per antonomasia. Invece l’altro termine vedico per sacrificio, yajña, rimanda all’idea dell’onorare.
Il termine vedico adhvara indica precisamente il “sacrificio del Soma”. Secondo il dizionario etimologico del sanscrito di Mayrhofer (Etymologisches Wörterbuch des Altindoarischen), probabilmente la parola vedica adhvara deriva da *adhvar, “via santa”. L’autore cita un passo del Ṛg-Veda (I. 23. 16) a sostegno della etimologia:
ambayo yanty adhvabhir jāmayo adhvarīyatām |
pṛñcatīr madhunā payaḥ ||
“Madri per noi, che siamo desiderose di sacrificare, adhvarīyatām, le acque affini scorrono lungo i sentieri (del sacrificio), adhvabhir, qualificando il latte (delle mucche) con dolcezza”.
Gli dei creano l’universo sulla base di un ordine prestabilito interno, detto dharma, termine che deriva da una radice che pertiene al campo semantico della stabilità, il dharma è ciò che sta sotto e sostiene. Il dharma permette la coerenza del cosmo e la sua possibilità di esistere mantenendo la propria coerenza. La creazione del cosmo è messa in scena dai Veda come atto sacrificale. Nel Ṛg-Veda X. 90 c’è il sacrificio del Puruṣa, l’Uomo primordiale, che viene sacrificato sull’altare, smembrato e dalle sue membra traggono origine le articolazioni dell’universo. L’atto di creare da una massa informe un corpo (del Macrocosmo o universo e del Microcosmo o uomo) è detto ṛta: è l’atto rituale, che indica etimologicamente l’ordine, da una radice che si ritrova nel latino ordo e ritus. Il rito è l’adattamento stretto tra le parti di un tutto, chiaramente ha una connotazione di sapore brahmanico: l’ordine dell’universo che si riflette sulle gerarchie più basse, tra cui l’uomo e le sue caste.
In questa società in cui tutto si tiene, gli esseri umani ripetono il rito sacrificale iniziale delegandolo a una classe di sacerdoti perché è dai riti ripetuti che si garantisce la perennità del dharma. Nei Brahmaṇa spesso si ripete la formula “come gli dei hanno fatto all’inizio, così noi facciamo”. Senza il rito il cosmo si sgretola, finisce nel a-dharma.
I riti sono rivolti agli dei, quindi c’è una relazione stretta tra umani e divinità. Nell’atto sacrificale avviene uno scambio tra i due mondi: la vittima sacrificale è il nutrimento degli dei.
L’universo vedico è fatto di relazioni interessate biunivocamente. Le divinità sono nutrite, gli esseri umani ricevono benefici, fino alla certezza dell’immortalità nello svarga, il Paradiso.
Colui che sacrifica perde una parte delle sue ricchezze, ma allo stesso tempo guadagna di non offrire sé stesso come vittima, cioè delega: quindi vi è una esteriorizzazione del sacrificio mediante un tramite (animale o Soma), che permette a colui che sacrifica di ottenere benefici senza pagarli con la vita.
L’idea di base nei Veda è che questi benefici concessi alla società in qualche modo sono realizzati solo se l’azione è continuamente ripetuta. Per questo deve esserci la classe sacerdotale (brahmani) predisposta a eseguire tali riti, l’unica che li può compiere perfettamente.
Il Ṛg-Veda recita con il metro virāṭtrisṭup (I.164.35):
iyaṃ vediḥ paro antaḥ pṛthivyā ayaṃ yajño bhuvanasya nābhiḥ | ayaṃ somo vṛṣṇo aśvasya reto brahmāyaṃ vācaḥ paramaṃ vyoma ||
“L’altare è l’ultimo limite della terra;
questo sacrificio compiuto da noi è il centro del mondo;
Soma è il seme prolifico, essenza di virilità;
la nostra preghiera è il cielo più alto dove abita la Parola”.
In Ṛg-Veda IV.23.10 si gioca sul valore del termine vedico ṛta, che oscilla tra “rito” e “ordine cosmico”, in uno splendido metro nicṛttriṣṭup:
ṛtaṃ yemāna ṛtam id vanoty ṛtasya śuṣmas turayā u gavyuḥ | ṛtāya pṛthvī bahule gabhīre ṛtāya dhenū parame duhāte ||
“L’(adoratore cerimoniale) che sottopone ṛta (alla sua volontà) gode veramente di ṛta; la forza ṛta è (sviluppata) con velocità ed è desiderosa di (possedere) acqua; a ṛta appartengono il cielo e la terra ampi e profondi; vacche sublimi, cedono il loro latte a ṛta”.
Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 57 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.
