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E LA PAROLA SI FECE CARNE DI VALTER MARCONE (SECONDA PARTE)

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Redazione- Nella prima parte ho trascritto e commentato alcune composizioni poetiche sul Natale relative ai primi secoli dopo la nascita di Gesù . In questa seconda parte ho scelto due poesie del periodo medievale che trascrivo e commento con alcune notizie anche sugli autori .

Inizio con una composizione di San Bernardo di Chiaravalle uno dei padri fondatori del monachesimo in Europa con San Benedetto da Norcia, San Francesco da Assisi
E’ uno dei padri dei Cistercensi che egli inviò in un’Europa incolta. L’obbedienza e il bene della Chiesa lo spinsero spesso a lasciare la quiete monastica per dedicarsi alle più gravi questioni politico-religiose del suo tempo. Maestro di guida spirituale lascia nei suoi sermoni di commento alla Bibbia e alla liturgia un eccezionale documento di teologia monastica.I suoi monaci cambiano attraverso il lavoro e la preghiera, l’Europa.Le fdanno un volto nuovo e lui stesso la percorre per farvi riconoscere il papa Innocenzo II (Gregorio Papareschi) insidiato dall’antipapa Pietro de’ Pierleoni (Anacleto II). Ponendo fine allo scisma anche con l’aiuto del suo prestigio, del suo vigore persuasivo, ma soprattutto della sua umiltà. Eugenio III lo chiama poi a predicare la crociata (la seconda) in difesa del regno cristiano di Gerusalemme. Ma l’impresa fallirà davanti a Damasco. Ci rimangono delle sue opere 331 sermoni, più 534 lettere, più i trattati famosi: su grazia e libero arbitrio, sul battesimo, sui doveri dei vescovi… E gli scritti, affettuosi su Maria madre di Gesù, che egli chiama mediatrice di grazie (ma non riconosce la dottrina dell’Immacolata Concezione).Muore il 20 agosto 1153 per tumore allo stomaco. È seppellito nella chiesa del monastero, ma con la Rivoluzione francese i resti andranno dispersi; tranne la testa, ora nella cattedrale di Troyes. Alessandro III lo proclama santo nel 1174. Pio VIII, nel 1830, gli dà il titolo di Dottore della Chiesa.

“Possiamo dire che i quattro padri dell’ordine cistercense fondarono una vera e propria scuola di spiritualità, di cui San Bernardo costituisce il maestro indiscusso ed il punto di riferimento per le future generazioni di monaci. La sua devozione per la vergine Maria e per il Bambin Gesù rimane una caratteristica della sua spiritualità. La tradizione di chiudere la giornata di preghiera con il Salve Regina deriva proprio da una sua idea. Egli prediligeva per la preghiera luoghi aperti ed ameni, valli luminose ed vicine ai corsi d’acqua. Da qui l’abitudine, tutta cistercense, di fondare monasteri nelle valli. Ben tre città in Italia ci ricordano quindi, con il nome Chiaravalle, la loro fondazione per opera dei monaci di San Bernardo. Umiltà, amore verso Dio con un cammino di unione del cuore, duro lavoro nei campi e profonda devozione mariana sono alcuni dei tratti della spiritualità di San Bernardo. Spirito che si riversa anche nelle strutture architettoniche dei monasteri e delle chiese abbaziali, prive o quasi di decorazioni e tutte slanciate verso l’alto. La sua riforma spirituale quindi segna il passaggio nell’arte dal romanico al gotico. Egli, come tutta la spiritualità monastica, vede la vita spirituale come un cammino fatto di gradi di perfezione, per essere sempre più uniti all’amore di Dio “ ( 1)

SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE
( Fontaine-lès-Dijon 1090 – Ville-sous-la-Ferté 1153)
«Signore Gesù, Tu sei nato per noi»

Signore Gesù, Tu sei nato per noi,
ti sei fatto bambino per noi,
sei venuto per noi.
La tua venuta è per noi necessaria,
o Salvatore nostro:
è necessaria la tua presenza.
Vieni nella tua immensa bontà,
abita in noi per la fede
e illumina la nostra cecità!
Rimani con noi
e difendi la nostra fragilità!
Se Tu sei con noi,
chi ci potrà ingannare?
Se Tu sei con noi,
che cosa non potremo in Te,
che ci dai forza?
Se Tu sei per noi, chi sarà contro di noi?
Tu sei venuto al mondo, Gesù,
per abitare in noi,
con noi e per noi,
per schierarti dalla nostra parte,
per essere il nostro Salvatore.
Grazie, Signore Gesù!

Scrive San Bonaventura (12171274) “Siamo cercatori appassionati di felicità. Andiamo a Betlemme se vogliamo trovarla. A Betlemme in una grotta risplendono le scelte di Dio venuto nel mondo: la povertà, la mitezza, l’amore. Se avremo il coraggio di farle nostre camminando nell’amore incontreremo la gioia. Non la troveremo nella ricchezza, nel piacere, nel successo, nel potere. A Betlemme approda il nostro cuore pellegrino, in cerca di Dio, in cerca di gioia, in cerca di pace. E da Betlemme riparte per portare a tutti la lieta notizia di aver incontrato Dio in un Bambino di nome Gesù. “ (…)Signore Gesù, da grande e ricco che eri, ti sei fatto piccolo e povero. Tu hai scelto di nascere fuori di casa in una stalla, di essere fasciato in poveri panni, di essere deposto in una mangiatoia tra un bue e un asinello. Abbraccia, anima mia, quel divino presepio, premi le labbra sui piedini di Gesù. Baciali tutti e due. Medita le veglie dei pastori, contempla il coro degli Angeli e canta insieme a loro con la bocca e con il cuore: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
La liturgia della Chiesa aggiunge :”In quel Bambino, di nome Gesù, il Dio che cerchiamo a tastoni è il Dio che ci viene incontro. In Gesù la comunione con Dio, che il nostro cuore ricerca, diventa realtà. Gesù è l’unico pane per la fame dell’uomo, perché l’uomo è fame di Dio. Senza Gesù la nostra esistenza è condannata al naufragio e allo scacco. A Betlemme l’eterna giovinezza di Dio è penetrata in questo mondo per non lasciarlo mai più. Dio si è unito «indissolubilmente» all’umanità, per sempre. Il Dio che si rivela nel Bambino di Betlemme è un Dio «umano». E l’uomo che lo accoglie diventa divino. In lui la vita è salva perché in lui trova il senso. “
E soprattutto nel prefazio della consacrazione che ripercorre le tappe appunto di questa nascita : “ E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno. Nel mistero del Figlio tuo fatto uomo, nato a Betlemme da Maria Vergine, è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore, perché conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle realtà invisibili. In lui risplende in piena luce il misterioso scambio che ci ha redenti: la nostra debolezza è assunta dal Verbo, l’uomo mortale è innalzato a una dignità perenne e noi, liberati dal peccato, uniti a te in comunione mirabile, condividiamo la tua vita immortale. “

L’altra composizione è una laude di Iacopone da Todi .
JACOPONE DA TODI
(Todi 1233 – Collazzone 1306)
«Cantico della Natività di Gesù Cristo», LXV
Omo chi vòl parlare,
emprima dé’ pensare
se quello che vòl dire
è utele a odire;
ché la longa materia
sòl generar fastidia,
el longo abriviare
sòle l’om delettare.
Abrevio mea ditta,
longezza en breve scripta;
chi cce vorrà pensare,
ben ce porrà notare.
Comenzo el meo dittato
de l’omo ch’è ordenato,
là ‘ve Deo
se reposa,
êll’alma ch’è sua sposa.
La mente sì è ‘l letto
co l’ordenato affetto;
el letto à quatro pedi,
como en figura el vidi.
Lo primo pè, prudenza,
lume d’entelligenza;
demustra el male e ‘l bene,
e co’ tener se déne.
L’altro pè, iustizia,
l’affetto en essercizia
(prudenza à demustrato,
iustizia à adoperato).
Lo terzo pè, fortezza:
portare onne gravezza,
per nulla aversetate
lassar la veretate.
Lo quarto è temperanza:
freno enn abundanza
et en prospere tate
profunda umeletate.
La lettèra
enfunata
de fede articulata,
l’articul’ l’à legati,
co li pè concatenati.
De paglia c’è un saccone,
la me’ cognizione,
co’ so’ de vile nato
e pleno de peccato.
De sopr’è ‘l matarazzo,
Cristo pro me pazzo
(o’ sse misse a venire
per me potere av‹i›re!).
Ècce uno capezzale,
Cristo ch’en croce sale;
mòrece tormentato,
con latrun’ acompagnato.
Stese ce so’ lenzola,
lo contemplar che vola:
specchio i devinitate,
vestito i umanetate.
Coperto è de speranza
a ddarme ferma certanza
de farme cittadino
en quell’abbergo devino.
La caritate ‘l iogne
e con Deo me coniogne;
iogne la vilitate
cun la divina bontate.
Ecco nasce un amore,
c’à emprenato el core,
pleno de disiderio,
d’enfocato misterio.
Preno enliquedisce,
languenno parturesce;
e parturesce un ratto,
nel terzo cel è tratto.
Celo umanato passa,
l’angelico trapassa
et entra êlla caligine
co ‘l Figliol de la Vergene.
Et è en Deo Un-Trino,
loco i sse mett’el freno
d’entelletto pusato,
l’affetto adormentato;
e dorme senza sonnia,
ch’è ‘n vere
tate d’onnia,
c’à repusato el core
ne lo divino amore.
Vale, vale, vale!
Ascenne per este scale,
cà po’ cedere en basso,
farì’ granne fracasso

Scrive Giovanni Fighera nel suo blog “Le ragioni del cuore : “ Insieme a san Francesco d’Assisi, Iacopone da Todi fu uno dei primi autori della letteratura italiana, probabilmente il maggiore del Duecento nell’ambito della poesia religiosa. Nato nella cittadina umbra tra il 1230 e il 1236, divenuto notaio, come indica l’appellativo di “ser” che accompagna il suo nome, si sposò probabilmente nel 1267. Dopo un solo anno di matrimonio accade il fatto che avrebbe modificato tutta la sua esistenza: ad una festa, ceduto il pavimento, la moglie cadde nel piano di sotto e morì. Solo allora Iacopone scoprì la penitenza che lei sosteneva indossando un cilicio sotto il vestito. Il cambiamento del notaio fu allora radicale. (2)

La più conosciuta tra le laude drammatichedi Jacopone è Donna de Paradiso che vede come protagonisti la Madonna, san Giovanni Evangelista, il messaggero e il popolo. Nelle trentatré strofe (che simbolicamente richiamano gli anni di Cristo) sono ripercorsi i momenti salienti della passione. Esattamente al centro della lauda (tra la XVI e la XVIII strofa) è collocata la descrizione della crocefissione. (…)Attribuita a Iacopone è anche la famosa sequenza in latino Stabat Mater musicata nei secoli, tra gli altri, da Scarlatti, Vivaldi, Pergolesi, Rossini, Dvorák. Le sentenze presentavano schemi metrici in rima e venivano cantate prima della lettura del Vangelo. Ancora una volta è protagonista la Madonna in questo componimento in latino in cui la Madre addolorata giace in lacrime ai piedi della croce, alla vista del supplizio del Figlio Gesù “.

Scrive Don Luigi Giussani in “Generare tracce nella storia del mondo, Rizzoli, Milano 2001, pp. 157-161, “:”Lo sguardo cristiano vibra di un impeto che lo rende capace di esaltare tutto il bene che c’è in tutto ciò che si incontra, in quanto glielo fa riconoscere partecipe di quel disegno la cui attuazione sarà compiuta nell’eternità e che in Cristo ci è stato rivelato.
L’ecumenismo parte dall’avvenimento di Cristo, che è l’avvenimento della verità di tutto ciò che è, di tutto il tempo e lo spazio, della storia. È l’avvenimento della verità nel mondo: il Verbo si è fatto carne, la verità si è fatta presenza umana nella storia e resta nel presente. Questa Presenza investe – tende a investire – tutta la realtà. Dove c’è coscienza chiara della verità suprema che è il volto di Cristo, nel guardare tutto ciò che si incontra si rivela qualcosa di buono. L’ecumenismo non è allora una tolleranza generica che può lasciare ancora estraneo l’altro, ma è un amore alla verità che è presente, fosse anche per un frammento, in chiunque. Ogni volta che il cristiano incontra una realtà nuova l’abborda positivamente, perché essa ha qualche riverbero di Cristo, qualche riverbero di verità.
Nulla è escluso da questo abbraccio positivo: tale universalità è il risultato della missionarietà implicata nella scelta che Dio fa del battezzato e nel destino per cui lo sceglie. Il compito del battezzato è la missione universale che Dio gli comunica come partecipazione alla grande missione di Cristo. Perciò, quanto più egli è proteso ad essa, tanto più è anche proteso a scoprire in ogni cosa il bene rimasto, il brandello o il riflesso di verità. Siccome io sono parte della realtà di Cristo, guardo le montagne, la mattina e la sera, tutta la realtà, innanzitutto cercando, in ogni cosa che vedo, la radice ultima. E la persuasione che la verità è in me, è con me, mi rende estremamente positivo davanti a tutto: non equivoco, ma positivo. Se c’è un millesimo di verità in una cosa, lo affermo. Nasce così un approccio «critico» alla realtà, secondo quanto esprime san Paolo: «pánta dokimázete, tò kalòn katéchete» (1Ts 5,21); «vagliate ogni cosa e trattenete il valore», il bello, il vero, quello che corrisponde al criterio originale del vostro cuore.

L’avvenimento di Cristo è la vera sorgente dell’atteggiamento critico, in quanto esso non significa trovare i limiti delle cose, ma sorprenderne il valore. Vi è in proposito l’episodio attribuito a Cristo da un agraphon, secondo cui, mentre attraversava i campi, Gesù vide la carcassa marcita di un cane; san Pietro, che gli stava davanti, disse: «Maestro, scostati», ma Gesù, al contrario, andò avanti e fermandosi a un passo dal cane esclamò: «Che denti bianchi!» (cfr. R. Dunkerley – a cura di -, The Unwritten Gospel. Ana and Agrapha of Jesus, Allend and Unwin Ltd, London 1925, p. 84). Era l’unica cosa buona in quel corpo marcio. I limiti, schiaccianti, balzano agli occhi di tutti, il valore vero delle cose invece lo trova soltanto chi ha la percezione dell’essere e del bene, chi fa emergere e fa amare l’essere, senza obliterare, tagliare, chiudere o negare,

perché la critica non è ostilità alle cose, ma amore a esse.

(1 )http://www.medio-evo.org/bernardo.htm

( 2 )https://www.giovannifighera.it/duecento-5-le-laude-iacopone-la-nascita-delluomo/

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