” PAROLA E RELIGIONE ” DI MARCO CALZOLI
Redazione- La Bhagavad-Gita costituisce una parte dei Veda, i testi sacri dell’induismo. Si tratta del dialogo tra il dio Kṛṣṇa e il principe Arjuna. È un condensato di insegnamenti spirituali e sapienziali della civiltà indiana. Il principe Arjuna si trova in uno stato di confusione e dubbio riguardo il da farsi, quindi gli si rivela il dio, che gli impartisce importanti lezioni.
sarva-dharmān parityajya
mām ekaṃ śaraṇaṃ vraja
ahaṃ tvāṃ sarva-pāpebhyo
mokṣayiṣyāmi mā śucaḥ
“Lascia ogni forma di religione e affidati a Me.
Io ti libererò da tutte le reazioni del peccato, non temere” (18.66)
Il concetto originario del testo sanscrito non è “religione” ma dharma, più esteso di “religione”, che indica una via, un insegnamento, nello specifico quello tracciato da uomini. Quindi il senso genuino non è tanto quello di abbandonare (parityajya) una specifica religione a favore di un’altra, bensì di lasciare il dharma stesso, cioè l’insegnamento di esseri umani. Come notato anche da Guenon, ogni religione ha due aspetti: uno sotto gli occhi di tutti e uno segreto. L’invito del dio è quello di lasciare il dharma, la via tracciata da persone (aspetto esteriore delle religioni), per abbracciarne il lato segreto, il vero insegnamento, che è squisitamente divino.
L’espressione śaraṇaṃ vraja è più forte di “affidati”, ma significa letteralmente “prendi come rifugio”. Dove? “Solo in Me” (mām ekaṃ). Bisogna lasciare il Si dice, direbbe Heidegger, la stagnazione del pensiero e dei valori, quale è espressa dalle forme esteriori dei riti, per concentrarsi sull’essenziale. Questo essenziale coincide con Dio stesso. Per questo grandi iniziati come Tagore abbracciano gli insegnamenti di vari culti: perché? Non sono impazziti, ma prendono per buono il fondo di ogni religione. Esiste una sola vera Religione, fondata dall’unico vero Dio: Egli ha nomi diversi, ma dice la stessa cosa in tutti i culti, nel lato segreto di ogni ritualità esteriore.
La pratica religiosa superiore su tutte le altre è quella che trascende la singola religione esteriore per puntare sul vero insegnamento, che sta in filigrana dietro ogni religione. Il precetto singolo non può salvare, quindi quello che il dio Kṛṣṇa insegna è che non è una pratica esteriore a liberare, bensì Dio stesso, di cui Kṛṣṇa è solo un aspetto, una emanazione (avatāra).
Nel Nāradabhaktisūtra è scritto (49):
(Chi è capace di superare l’illusione?) Yo vedān api sanyasyati kevalam avicchinnānurāgaṃ labhate, “colui che rinuncia persino ai Veda ed ottiene una attrazione per Dio esclusiva e ininterrotta”.
L’amore per Dio (bhakti) non conosce regole, ma non che le ignora, bensì per il fatto che le trascende senza eliminarle. Una specifica religione è un supporto per amare Dio, ma quando siamo giunti a incontrarLo, bisogna trascendere il rito per la Visione. Questo coincide perfettamente con la Morte, che non è il Nulla bensì l’incontro definitivo con Dio, anche se alcune persone già da qui sono pronte a un contatto più vero con il mondo spirituale.
È da Dio che traggono ispirazione tutti i poeti e i profeti, tutte le grandi personalità dell’umanità, anche se non ne sono consapevoli. È Dio che chiama e forma uomini divini.
Come si fa? Ce lo dice un altro śloka della Bhagavad-Gita:
man-manā bhava mad-bhakto
mad-jājī māṃ namaskuru
mām evaiṣyasi satyaṃ te
pratijāne priyo ‘si me
“Pensa sempre a Me, diventa Mio devoto e offriMi i tuoi omaggi. Così verrai a Me senza alcun dubbio. Te lo prometto perché tu sei un amico che Mi è molto caro” (18.65).
Occorre fissare la “mente in Me” (man-manā), cioè in Dio, abbandonando tutte le banalità che ci legano alle cose esteriori. Tra noi dove siamo e Dio c’è la necessità di un intermediario, che sono i maestri spirituali, ma quelli veramente ispirati da Dio, con parole “belle”, “poetiche”, che sono come piccozze per rompere il ghiaccio dentro di noi (Kafka), vale a dire che si situano oltre i discorsi sulla bocca di tutti.
La Verità altro non è che una prerogativa divina, se non Dio stesso. In Giovanni 14, 6 Gesù dice di sé stesso:
egō eimi ē odos kai ē alētheia kai ē zōē, “io sono la Via, la Verità e la Vita”.
L’espressione greca egō eimi, “io sono”, è uno stilema giovanneo che indica una rivelazione assoluta. Cristo si rivela con questi tre predicati. C’è certamente uno sfondo ebraico, per il quale la “via”, derek, è anche la “vita”. Ma gli esegeti notano anche possibili rimandi nella letteratura gnostica, per esempio un testo mandeo recita: “Tu ci mostri la via della vita e ci fai percorrere i sentieri della verità e della fede”.
Nei Veda le divinità preposte all’ordine cosmico e alla verità (concetti espressi entrambi da un participio passato passivo diventato sostantivo: ṛta) sono Varuṇa e Mitra. Il vedico ṛtá e il suo equivalente avestico aṣ̌a derivano entrambi dal proto-indo-iranico *Hr̥tás, “verità”, che a sua volta continua il proto-indoeuropeo *h2r-tós “giustamente congiunto, giusto, vero”, da una ipotetica radice *h2er-, rendendolo un lontano affine del latino ordo. Il sostantivo derivato ṛta veicola i significati di “ordine, regola, legge divina o verità fissa o stabile”. La parola in questione costituisce uno dei cardini concettuali del Ṛg-Veda, il più antico testo sacro dell’induismo, datato al XV secolo a.C.
In questo libro, uno dei più antichi dell’umanità, Varuṇa, una delle divinità maggiori del pantheon ṛg-vedico, il vero re e signore dell’universo, è invocato così (1, 25, 12):
sa no viśvāhā sukratur ādityaḥ supathā karat | pra ṇa āyūṃṣi tāriṣat ||, “possa quel saggio figlio di Aditi mantenerci tutti i nostri giorni sulla retta via e prolungare le nostre vite” (Wilson).
Proprio perché questo dio è il garante dell’ordine cosmico e della verità, può guidare le nostre vite. Verità e via si conformano a vicenda. Solo la divinità sapiente può illuminare le nostre vite, attraverso le parole belle/poetiche dei sapienti da essa ispirati.
Questo verso vedico è in metro gāyatrī, uno dei più importanti dei Veda, composto da ventiquattro sillabe disposte secondo una terzina di otto sillabe ciascuna.
Notiamo la forma sukratur, composta dall’avverbio su, “veramente”, e dal nome kratuḥ, “decisione”: il dio Varuṇa è saggio nel senso che possiede la “vera decisione”, in quanto garante della ṛta. Proprio per questo Egli può mantenere gli uomini sulla retta via: supathā, composto da su, “veramente”, e patha, “via”. Da notare anche la forma verbale “possa mantenerci”, karat, aoristo ingiuntivo dalla radice kṛ, comune al latino creo, che in sanscrito ritroviamo in prakṛti, la “creazione”, la “natura”: il dio ci mantiene sulla retta via come un atto di creazione, un continuo passaggio dal non essere all’essere in virtù del suo potere sull’ordine cosmico.
La Bibbia inizia con la creazione da parte di Dio mediante la Parola. La Parola è sapienza e verità, una verità che, mediante la creazione, diventa ordine cosmico. Leggiamo in Genesi 1, 3:
wayyomer ‘Elohim yehi ‘owr wayhi ‘owr, “Dio disse: Sia la luce! E la luce fu”.
Le due frasi ebraiche yehi ‘owr, wayhi ‘owr, “Sia la luce!”, “e la luce fu”, formano un parallelismo.
Sulla stessa guisa il Salmo 33, 9 canta:
ki hu ‘amar wayyehi hu tsiwwah wayya’amod, “perché Egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste”.
Anche il Corano riprende la stessa idea (16, 40):
innamā qawlunā lishayin idhā aradnāhu an naqūla lahu kun fayakūnu, “il Nostro parlare a una cosa quando Noi la vogliamo, è dirle: Sii!, ed essa è”.
In arabo classico il comando divino è kun fa-yakūnu, dove kun è imperativo del verbo kāna, “essere”, e la forma fa-yakūnu è composta dalla congiunzione fa, “e”, assieme al verbo yakūnu, III persona maschile singolare dell’imperfetto di kāna.
Nel Corano la Parola creatrice di Dio esprime allo stesso tempo il Suo comando (amr), la Sua volontà (irāda) e il Suo decreto (qaḍā). A quattro riprese il sostantivo amr e il verbo qaḍā sono abbinati in una locuzione, qaḍā amran, per esprimere il senso del decreto:
“Eppure Dio crea quello che Egli vuole: allorché ha deciso (idha qaḍā amran) una cosa non ha che a dire: Sii!, ed essa è” (3, 47; cfr. 2, 117; 19, 35; 40, 68).
Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 54 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.
