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MITO FAMILIARE E RICERCA-DOTT.SSA MARIA RITA FERRI

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Famiglia e psicoanalisi

Redazione-Da sempre il familiare rappresenta il punto d’intersezione di studi e ricerche che coinvolgono campi del sapere anche molto distanti tra loro. In ambito psicologico, e in particolare nel pensiero psicoanalitico delle relazioni oggettuali, tale tendenza nasce dal riconoscimento dell’ambiente familiare come mondo emozionale del fondamento ontologico della soggettività psichica e dove ha luogo la costruzione onirica dell’immagine del Sé di ogni individuo.

Lo studio delle dinamiche familiari, che impegnerà il pensiero sistemico-relazionale, muove dallo studio dei processi di proiezione, introiezione e di identificazione promosso dalla psicoanalisi.

La terapia di stampo psicoanalitico, infatti, pur essendo rivolta principalmente alla soggettività dell’individuo, poggia su dei costrutti teorici in cui l’alterità è concepita quale presupposto basilare nello sviluppo della personalità del singolo.

Già all’inizio del Novecento, S.Freud sostiene che, nonostante la psicoanalisi abbia come oggetto l’universo intrapsichico, essa percepisce il respiro del mondo oggettuale cui collega il sentire.

L’Altro, secondo S.Freud, vive nella psiche dell’individuo come ideale, oggetto, come “…soccorritore” e, “…pertanto”, scrive, “la psicologia individuale è al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale” (S.Freud., “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, cit., p.261).

S.Freud descriverà il concetto di identificazione primaria come fondante la soggettività. Essa precede ogni relazione d’oggetto e rappresenta la più originaria modalità di legame affettivo con l’Altro. Tale forma primaria di identificazione prende vita nel desiderio del soggetto, nel suo costituirsi, a rendersi simile all’oggetto. Essa indica, dunque, il processo attraverso cui l’Altro (in particolar modo le figure genitoriali, affettivamente significative) abita con il suo desiderio e con le sue attese la psiche del soggetto.

S.Freud, inoltre, nel 1914 lancia uno sguardo sulla relazione d’oggetto parentale, rilevando il significato di amore di sé riposto negli investimenti genitoriali: “…L’amore parentale così commovente e in fondo così infantile non è altro che il narcisismo dei genitori tornato a nuova vita; tramutato in amore oggettuale, esso rivela senza infingimento la sua antica natura.” (S. Freud, “ Zur Einfuhrung des Narzissmus”, Jahrbuch Der Psychoanalyse, 6, 1914; trad. it “Introduzione al narcisismo”, in Opere, vol.VII, Torino, Bollati Boringhieri, 1967, p.461). Nello scritto egli sottolinea, inoltre, come nella relazione primaria si delinei la posizione del figlio come colui cui è inconsciamente affidato il realizzare “…i sogni e i desideri…” non risolti del mondo psichico parentale.

Nell’ipotesi strutturale delle istanze psichiche, presentata nel 1923, S.Freud, inoltre, inserisce una profonda e importante modifica concettuale nella concezione di oggetto. Fino ad allora esso era concepito come “luogo” di gratificazione attraverso la scarica pulsionale, meta delle dinamiche pulsionali; l’identificazione si configurava, a sua volta, come meccanismo di difesa (S.Freud, Das Ich und das Es, Wien, Internationanaler Psychoanalytischer Verlag, 1923; trad.it. “L’Io e l’Es”, in Opere, vol.9, Torino, Boringhieri).

Successivamente S.Freud riconsiderò l’identificazione come processo fondamentale e costitutivo della vita psichica, in particolare nello sviluppo delle istanze egoiche e del Super Io. In tale cambiamento è insito un suo modo profondamente diverso di pensare le relazioni d’oggetto ed il loro ruolo nello sviluppo psichico dell’individuo. Di qui l’importanza riconosciuta all’identificazione primaria alle origini dell’esistenza psichica, l’aderire all’oggetto, “farsi oggetto”, da parte dell’Io, mentre da parte dell’oggetto essa costituisce il processo attraverso cui esso diviene “presenza” che trova alloggio nell’Io.

L’identificazione primaria funge da presupposto alle secondarie, legate alla soluzione del complesso edipico, su cui si fondano le dinamiche affettive di ogni nucleo familiare. La compresenza di legami psichici di differente natura, libidica ed aggressiva, sussiste fino a che la graduale e costante unificazione della vita psichica del bambino non li renda compenetranti, tali legami giungono quindi ad incontrarsi e, dal loro confluire l’uno nell’altro, erompe il complesso edipico (S.Freud, “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, cit.).

Lo sviluppo del Super-Io, come primo oggetto interno, nasce dall’introiezione e identificazione psichica con le figure genitoriali.

Il fascino del familiare permea il suo pensiero, come sfondo immaginale su cui si colloca la psiche, come emerge dallo stesso titolo di uno dei suoi scritti: “Il romanzo familiare dei nevrotici”. In esso S.Freud descrive le modalità psichiche attraverso cui il bambino contempla la caduta dell’onnipotenza delle imago parentali, inizia a dubitare delle idealizzazioni onnipotenti su di loro proiettate. Tale processo comporta la possibilità di rielaborazione delle relazioni oggettuali in termini di elaborazione del logos parentale, ma implica anche l’esperire un vissuto penoso ed angosciante, legato alla rinuncia all’idealizzazione e ad un maggiore ingresso dell’Io nella prova di realtà. Il disturbo nevrotico è, secondo l’autore, causato dall’impossibilità psichica, generata dai conflitti interiori, dell’individuo di superare tale esperienza lacerante (S.Freud, 1909, “Der Familienroman der Nevrotiker”, Gesammelte Schriften, vol.12, 1934, pp.367-371; trad.it.: “Il romanzo familiare dei nevrotici”, in Opere, vol.V, trad.it., Torino, Boringhieri, 1972).

Anche C.K.Jung sosterrà l’ipotesi della correlazione tra lo sviluppo psichico del bambino e il mondo inconscio dei genitori, che si rivela nella penombra affettiva dell’ambiente familiare e in particolar modo nel tipo di legame che fluisce nella coniugalità: “Non una condotta di vita buona e pia, e nemmeno l’affastellarsi di verità pedagogiche contribuiscono a formare il carattere dell’uomo in divenire, ma ciò che su di lui agisce con maggior forza è l’atteggiamento affettivo dei genitori, atteggiamento di cui essi stessi non sono coscienti” (C.G.Jung, “Die Familiäre Konstellation”, in Gesammelte Werke, vol.2, Walter Verlag, Olten, 1909; trad.it. di I.Bernardini, “La costellazione familiare”, in Opere, vol.2**, Torino, Boringhieri, 1987, p.415). L’autore, nella prefazione a “Il mondo psichico dell’infanzia” di F.G.Wickes, sottolinea come non sia possibile comprendere appieno la psicologia del bambino o quella dell’adulto astraendole dalle dinamiche gruppali in cui tali soggettività sono inscritte (C.G.Jung, prefazione a F.G.Wickes, Analyse der Kindesseele, Hoffman, Stoccarda, 1931; trad.it. Prefazione a F.G.Wickes, “Il mondo psichico dell’infanzia”, in Opere, vol.XVII, Boringhieri, Torino, 1991). Secondo il pensiero di C.G.Jung, la disarmonia psichica del bambino è sempre inevitabilmente connessa al tessuto emozionale dell’ambiente di cui è parte integrante; dunque il dolore psichico infantile affonda le sue radici in una trama familiare disarmonica. Nella psiche del bambino vive, infatti, un Io non-differenziato (aperto dunque agli influssi esterni) che lo rende, sul piano psichico, permeabile ai fantasmi dell’Altro.

C.G.Jung, precorrendo le teorie psicodinamiche della Psicoterapia della Famiglia, che esplorano l’universo inconscio del familiare e offrono ascolto al canto segreto delle generazioni, afferma inoltre che: “…gli influssi più forti che agiscono sui bambini non provengono affatto dall’atteggiamento cosciente dei genitori, bensì dal loro sfondo inconscio” (Ivi, p.41). La causalità psichica che salda il legame transgenerazionale può dunque pensarsi quale mezzo attraverso cui si trasmettono nella psiche del figlio sentimenti “non vissuti” dal genitore. I processi non mentalizzati dalla psiche del genitore, il sentire a cui non si è offerto respiro, si delineano come tagli laceranti il corpo psichico familiare da cui ha origine la psiche del bambino: “Ciò che di norma influisce di più sul bambino a livello psichico è quella vita che i genitori (e i progenitori, poiché si tratta del fenomeno psicologico primordiale del peccato originale) non hanno vissuto…Si tratta di un aspetto della vita a cui…ci si è sottratti, magari con una pia menzogna. Da qui si sviluppano i germi più virulenti” (Ivi, P.42). L’impensabile, la “disarmonia nascosta tra i genitori, una preoccupazione segreta, desideri segreti rimossi…”(C.G.Jung, “La costellazione familiare”, cit., p.415) si configurano quindi in nuclei psichici che abitano l’animo infantile.

C.G.Jung, cosciente di come l’apparato psichico della famiglia preesista gli stessi genitori, afferma inoltre: “Si potrebbe quasi affermare che non siano i genitori, ma piuttosto i loro progenitori, i nonni e i bisnonni, ad aver veramente generato il bambino, e che siano loro a spiegare la sua individualità più di quanto non faccia chi li ha generati direttamente…Non solo il corpo del bambino, ma anche la sua psiche risulta da tutta la sua ascendenza” ( Ivi, p.43).

L’autore elaborerà inoltre il concetto di “persona-maschera”, equivalente al ruolo assunto dall’individuo aderente alle attese dell’ambiente. Il termine Persona, secondo il pensiero dell’autore, rinvia al volto che ogni individuo offre nell’incontro con l’Altro, al modo che ha di annunciare se stesso all’ambiente esterno. Tale concetto rimanda per contrasto al significato di Anima, con cui C.G.Jung designa le modalità del porsi in contatto con i luoghi più silenti della psiche. “La Persona”, scrive C.G.Jung, “è…un complesso di funzioni che, costituitosi per ragioni di adattamento o per bisogno di comodità, non è tuttavia identico all’individualità. Il complesso funzionale della Persona si riferisce esclusivamente al rapporto con gli oggetti” (C.G.Jung, Psychologische Typen, Rascher Verlag, Zurigo, 1921; trad.it. “Tipi psicologici”, in Opere, vol.6, Torino, Boringhieri, 1969, p.418). Gli aspetti di Anima sono però integrativi a quelli della Persona, il cielo di Anima è costellato da forme psichiche che non dimorano sul piano dell’atteggiamento cosciente. Ma quando l’Io vive unicamente nelle dimore della Persona, esso si ritroverà ad essere sopraffatto da processi psichici di cui non ravvisa l’origine: “In questo caso”, scrive C.G.Jung, “l’anima è sempre proiettata in un oggetto concreto corrispondente, rispetto al quale esiste allora un rapporto di dipendenza assoluta” (Ivi, p.422).

Per tali motivi l’autore esorta ogni individuo ad esplorare di sé le aree più recondite e dunque sciogliere l’enigma in cui è delineato il proprio destino psichico. L’inconsapevolezza di se stessi si ripercuote infatti, inesorabilmente, anche sulla scelta, in età adulta, di nuovi oggetti d’amore: “Più è vasta l’inconsapevolezza”, scrive C.G.Jung, “più la libertà di scelta in fatto di matrimonio è limitata; il senso di fatalità chiaramente avvertibile nell’innamoramento è la percezione soggettiva di questa costrizione” (C.G.Jung, “Die Ehe als psychologische Beziehung”, in Das Ehe-Buch: eine neue Sinngebung im Zusammenklang der Stimmen fuhrender Zeitgenossen, a cura di H.Keyserling, Kampmann, Celle, 1925; trad.it. “Il matrimonio come relazione psicologica”, in Opere, vol. XVII, Torino, Boringhieri, 1991, p.184). C.G.Jung spiega quindi come negli investimenti d’amore siano sempre sottese motivazioni inconsce “che traggono origine dall’influsso dei genitori” (Ivi, loc.cit.).

S.Ferenczi, nel 1909, introduce nell’ambito psicoanalitico il termine “introiezione” da lui utilizzato per spiegare come il soggetto nevrotico accolga nel proprio Io parti del mondo esterno.

Le intuizioni di S.Ferenczi anticiperanno la teoria delle relazioni oggettuali.

Nel 1932, con Melanie Klein, si delinea, per la prima volta, il concetto di identificazione proiettiva. Le teorie di M.Klein si sviluppano in seguito ad osservazioni, in ambito clinico, svolte sull’immaginario infantile.[1]

Attraverso la terapia analitica basata sul gioco e gli studi condotti sulla relazione primaria madre-bambino ella intuì come quest’ultimo presenti un bisogno ontologico di legame, costitutivo dell’essere, alla persona che se ne prende cura sin dalla nascita. Secondo l’autrice la vita psichica del bambino si struttura in base al rapporto con l’oggetto.

Se per S.Freud i primi sentimenti di angoscia sono dettati dalla fantasia di dissolvimento cosmico dell’Io, dello “scomparire” o “essere divorati” dall’oggetto, o di annientamento e mutilazione, successivamente dall’immagine di perdere l’oggetto e dalla paura di perdere l’amore dell’oggetto o parti preziose di sé (angoscia di castrazione), che svolge un ruolo fondamentale nella risoluzione del complesso di Edipo, per M.Klein l’angoscia primaria esita dall’operare psichico dell’Istinto di morte già nei primi mesi di vita.

Durante il periodo definito dall’autrice di posizione schizo-paranoide il bambino, al fine di deviare la pulsione di morte, proietta la parte aggressiva di sé, che ne deriva, entro parti dell’oggetto d’amore esterno, proteggendosi così dal proprio potere distruttivo. La scissione, attraverso cui l’Istinto di morte viene frammentato e proiettato all’esterno, ha infatti funzione di difesa contro il sentimento di annichilimento dell’Io.

L’identificazione proiettiva è un meccanismo psichico inconscio che consiste nel separare e proiettare nell’Altro aspetti del proprio Sé. Attraverso di essa si instaura una relazione diadica che vede il soggetto entrare in rapporto con l’oggetto come “se questi fosse identificato con gli aspetti del Sé in esso riposti” (M.R.Ferri, Dispense di Psicologia Sociale della Famiglia, inedito, Università degli Studi di L’aquila, A.A. 2000/2001). Tale meccanismo si rende operativo, dunque, quando l’oggetto è riconosciuto come dotato delle proprietà delle parti proiettate del Sé. La psiche del bambino, percependo tali oggetti parziali come aggressivi e distruttivi, ne introietterà difensivamente l’immagine persecutoria. L’Io si identificherà quindi con l’immagine del persecutore introiettato nel processo di identificazione introiettiva.

Allo stesso modo, durante i primi mesi, dietro l’influsso dell’Istinto di vita, la psiche del bambino percepisce parti della madre come idealmente buone. Egli allora si sentirà confortato e proverà amore nei confronti di un oggetto parziale che gli appare come ideale. Il bambino introietterà anche tale oggetto parziale idealmente buono e si identificherà con esso. L’immagine del seno materno è dunque scissa in due oggetti parziali separati: l’uno idealmente buono e salvifico, legato alle esperienze gratificanti e rappresentante l’Istinto di vita, l’altro cattivo e minaccioso, legato alle esperienze primarie frustranti e alla deflessione dell’Istinto di morte.[2]

Affinché sia possibile l’evoluzione psico-affettiva dell’Io infantile è necessario che la posizione depressiva subentri a quella schizo-paranoide, in cui gli oggetti parziali a poco a poco lasciano il posto ad oggetti totali.

Riconoscere la madre come oggetto intero implica il percepirne la separatezza.

La psiche del bambino sarà così attraversata da penosi sentimenti di smarrimento e percepirà il desiderio ed il legame nel sentimento di insostituibilità dell’oggetto.Tale riconoscimento interiore promuove i movimenti integrativi psichici, dove luci ed ombre comporrannp il suo profilo.

Quando l’oggetto diviene un tutto integrato, la psiche del bambino diviene in grado di pensarlo, apre spazi alla memoria dove il ricordo del buon legame con l’oggetto lenisce il dolore della perdita. Man mano che i processi d’integrazione evolvono, in seguito ai processi di impasto pulsionale, il bambino stupito rimira nel proprio Io l’ambivalente unità di amore ed odio verso l’oggetto materno.

Qualora la sua psiche accoglierà tale ambivalenza affettiva nei confronti dell’oggetto, fioriranno in essa nuovi sentimenti: lo struggimento per il buon oggetto perduto, il luttola ricerca nello smarrimento, poiché, nell’ombra della coscienza, i suoi impulsi ostili potrebbero aver distrutto, o potranno distruggere, l’oggetto amato (M.Klein, The Psycho-Analysis of Children, Hogart, London, 1932).

Il mondo interno sarà percepito come attraversato e distrutto dagli impulsi ostili che hanno catturato l’oggetto. Il bambino desidererà quindi, esortato da sentimenti depressivi, restituire alla vita e alla loro interezza i suoi amati oggetti perduti.

Gli impulsi riparativi, attivati da tali sentimenti, promuoveranno ulteriori slanci nel processo di integrazione. La psiche del bambino diverrà capace di tollerare la depressione e la colpa proprio in virtù della sua capacità di riparare in fantasia e di esperire il lutto nei momenti di assenza d’oggetto.

Il sogno di ridare vita al buon seno e il desiderio di porlo al riparo, costruire terre dove l’oggetto amato sia salvo, costituiscono, infatti, la base su cui l’Io poggerà i suoi sogni ogni volta che i rapporti d’amore saranno attraversati dai venti del conflitto.

Poter elaborare la posizione depressiva implica, per il bambino, acquisire sicurezze circa le capacità riparative del proprio Io e dominare i notturni persecutori interni; veder fiorire processi di creatività e sublimazione[3]; poter dialogare con il reale e regnare in un armonioso mondo interno (H.Segal, Introduction to the work of Melanie Klein, The Hogart Press Ltd, London, 1964; trad.it di E.Gaddini, Introduzione all’opera di Melanine Klein, nuova ed.ampl., Firenze, G.Martinelli, 1975).

L’integrazione degli oggetti parziali e del proprio Io dà inizio alla stagione in cui si generano i simboli ed il pensare, quando l’oggetto diviene unico l’Io può percepire l’Altro come diverso da sé, e quindi esistente (qui è la radice dei processi psichici di differenziazione) (M.Klein, Our Adult World and Other Essays, William Heinemann, Medical Books Ltd, London, 1972; trad.it. di Ponsi A. Il nostro mondo adulto ed altri saggi, Psicho, Firenze, 1991).

M.Klein considera il bambino come parte attiva dell’universo familiare poiché la creazione del suo mondo interno è animata da dinamiche che lo vedono introiettare e proiettare gli oggetti parziali del suo amore.

Oltre a M.Klein, diversi saranno gli autori che faranno delle relazioni oggettuali il loro centro d’interesse. Le funzioni assolte dagli oggetti interni saranno paragonate alle funzioni dell’Io. Essi, secondo le teorie psicoanalitiche, sono il centro dell’elaborabilità psichica, orientano le relazioni interpersonali presenti e future e colorano le atmosfere affettive nei processi di differenziazione psichica (H.Stierlin, Von der Psychoanalyse zur Familientherapie : Theorie und Klinik, Ernst Klett Verlag, Stoccarda, 1975; trad.it., Dalla psicoanalisi alla terapia della famiglia, Boringhieri, Torino, 1979).

Tali costrutti teorici costituiscono la genesi della psicoanalisi familiare che si baserà, successivamente, su tre orientamenti specifici: quello riconducibile alle relazioni oggettuali, quello che fa capo a J.Bowlby e quello che si edifica sulla psichiatria interpersonale sviluppata dai ricercatori e clinici neo-freudiani.

Tra gli psicoanalisti, J.Bowlby sarà il primo a notare come la presenza o l’assenza della figura materna, durante le prime fasi di vita, permetta o neghi il fiorire dello sviluppo della vita psichica nell’individuo.

Il legame che egli definisce di “attaccamento” è inteso dall’autore quale bisogno innato dell’infans di contatto fisico con l’universo materno. Il desiderio di legarsi all’oggetto è respiro del pianto nella perdita e del riso nel ritrovamento.

L’infans e la madre vivono in un sogno che ripristina sul piano psicologico del legame la fusione originaria con il cosmo generante, che accoglie e dà vita, la cui continuità fu interrotta dall’atto del nascere. La culla psichica che racchiude lo scambio tra le due soggettività vive in un’intimità odorosa. Essa promuove nella psiche del bambino la nascita di un mondo interno in cui abita l’immagine di sé e degli altri (ciò che l’autore definisce “modelli operativi interni”) e dove prende vita l’offrire immagini, nel desiderio, agli scambi intersoggettivi.

L’oggetto materno interiorizzato diviene dunque la “base sicura” che tesse integrazioni interne dell’Io e dona lo slancio psichico ad esplorare universi, assicurando l’accoglimento ed il conforto nei momenti in cui il Sé si nutre d’appartenenza.

Il bisogno di legame, secondo J.Bowlby, rimane vivo, nel tempo e nel passaggio delle stagioni. Il legame, infatti, è l’origine ed il centro psicologico di ogni differenziazione (J.Bowlby, Attachment, Basic Books, New York, 1969; trad.it L’attaccamento alla madre, 2°ed., Bollati Boringhieri, Torino,1988). Il mondo delle appartenenze culla le possibili individuazioni, offre riparo e protegge le rêveries del viaggio.

L’autore, in seguito all’elaborazione della teoria del legame di “attaccamento” e l’ipotesi di come le relazioni primarie determinino lo sviluppo psichico, fu tra i primi tra gli psicoanalisti a sperimentare la messa in opera di una seduta familiare: era il 1940 (C.Monari, T.Ferraresi, “Storia-quadro per una bibliografia psicoanalitica della famiglia: dalla sua nascita agli anni ’80”, Interazioni, n.2, 1999, pp.128-147).

Il gruppo dei neofreudiani di New York pose in discussione alcuni assunti di base dei modelli teorici elaborati da S.Freud. Esso divergeva dall’approccio centrato sul mondo intrapsichico per porre l’accento sul piano relazionale.

Frieda Fromm-Reichmann, analizzando la diade madre-bambino, coniò il termine “madre-schizofrenogena” per indicare un individuo la cui psiche si mantiene su un piano di caos primario, non avendo introiettato l’interdetto strutturante. Nella psiche della “madre-schizofrenogena”, la cui interiorità è demarcata da un lutto non espresso, non vi è accesso agli spazi dell’identificazione introiettiva e della rêverie, ella non potrà “sognare” il figlio, ma lo farà vivere nel sogno che la imprigiona.

La non-nascita psicologica, determinata dalla separazione non raggiunta con il proprio, originario, oggetto materno, cagiona nella sua psiche uno “stato di caos organizzato” (D.W.Winnicott, The Child, the Family and the Outside World, Penguin, Harmondworth, 1965; trad.it. La famiglia e lo sviluppo dell’individuo, Roma, Armando Editore, 1999, p.101) che tende a occultare la disintegrazione psichica che costantemente minaccia il suo Io. La “madre caotica” (Ivi) possiede uno sguardo che non include il figlio, riconoscendolo nella sua soggettività, ma che vede in lui l’autore di un suo impossibile, ma desiderato, riconoscimento psichico. Il bambino, che rappresenta l’oggetto ideale nella fusione, le restituirà l’illusione originaria finché rimarrà inibita la sua nascita psicologica.

Il figlio, in questo tipo di dinamiche, contiene dunque la possibilità di identificazione della madre, in un’economia di scambi capovolta. Egli accoglie nella sua psiche un “oggetto che fa impazzire” (J.Garcia Badaracco,1985, “Identificatión y sus vicisitudes en las psicosis. Importancia del objeto ‘enloquecedorl’”, Rev. de Psicoanálisis, 42, 3), un nucleo psichico, non elaborato nella madre, che si impossessa del suo mondo interiore. Egli, quindi, precipitando nella dimensione psicotica, non abiterà il suo corpo, la sua anima abiterà altri spazi, in un volo di metempsicosi. “La psicosi è metempsicosi, un vivere dentro altri corpi, una trasmigrazione dello spirito, o del corpo o di sue parti…verso altri luoghi, o piuttosto dentro altri spazi-tempi. Gli occhi smisurati della follia guardano senza vedere, passano oltre, viaggiano per invadere altre terre” (S.Resnik L’esperienza psicotica, cit., p.60). Nel vivere psicotico, dunque, l’anima non può assumere il dolore dell’esistere e quindi il dramma della separazione originaria che, denegata, vive ancora come ferita narcisistica, come lacerazione non elaborabile e indicibile.

Vivere il proprio corpo include la percezione della separazione lacerante dal cosmo che avvolgeva l’Io prima del suo apparire inaugurale. Nell’esistere nel corpo è insito un dolore primario che nell’esperienza psicotica non si fa sofferenza, la percezione del lutto originario che richiede contenimento e modulazione. Se la fragilità dell’Io non permette il configurarsi del sentimento della separatezza, il corpo è negato ed in particolare i suoi confini, in quanto disegnano lontananze dolorose dall’oggetto, ed evocano inquietanti alterità.

“Se l’essere non può assumere la propria identità corporea, avrà la tendenza a chiudersi alla vita, a chiudersi nel proprio corpo senza viverlo (ripiego autistico) oppure ad abbandonare il corpo, tutto o in parte” (Ivi, p.25). L’anima, quindi, non abiterà più il proprio corpo, ma errerà, trasmigrando, verso spazi e tempi-altri, alla ricerca di un oggetto in cui proiettarsi, all’interno del quale poter rinascere, ricomponendo illusoriamente quella unità originaria che il riconoscimento negato nello sguardo della madre ha infranto una seconda volta.

Alla radice del disturbo schizofrenico F.Fromm-Reichmann  pone, infatti, l’impossibile rispecchiamento della soggettività del bambino nella psiche della madre, in cui l’assenza di rêverie definisce il “nulla” dove l’Io del bambino non può porsi senza perdersi (F.Fromm-Reichmann, Notes on the Development of Treatment of Schizophrenics by Psychoanalytic Psychotherapy, Psychiatry, vol. II, 1948, pp.263-273).

 Anche H.S.Sullivan situerà il vivere psicotico come originato nelle relazioni d’amore primarie. Secondo il pensiero dell’autore, l’impossibilità di essere inscritto nel mondo dei soggetti, dallo sguardo materno che lo esclude, esita esperienze paratassiche di “essere al mondo”. Il modo paratassico di fare esperienza consiste in proiezioni di immagini del mondo interno che modificano l’immagine reale dell’oggetto con cui il bambino entra in contatto: rappresentazione e realtà quindi non trovano più congiunzione.

La paratassia segue, secondo l’autore, il modo prototassico di fare esperienza, peculiare del bambino che non ha ancora distinto il proprio Sé dal mondo esterno, così come precede il modo sintattico, che consente di superare la paratassia ponendo a confronto le proprie valutazioni con quelle di altri e raggiungendo ciò che H.Sullivan chiama “validazione consensuale”.

Se il soggetto non consegue la modalità sintattica dell’esperire, il suo Io percepirà alcune parti psichiche come “cattive” e pericolose, poiché non riconoscibili. Egli cercherà allora di disgiungere difensivamente la coscienza dai vissuti.

 Alla base del vivere psicotico, dell’impossibile nascita psicologica, si situa dunque l’ipotesi che vede regredire difensivamente la psiche a funzionamenti mentali arcaici, con un ritorno a funzioni psichiche infantili o addirittura fetali, al fine di negare la separazione dall’oggetto primario, invalidando il reale (H.S.Sullivan, Interpersonal Theory of Psychiatry, Norton, New York,  1953; trad.it. Teoria interpersonale della psichiatria, Milano, Feltrinelli, 1972).

 

Sviluppi della Psicoterapia Familiare: prospettive relazionali e psicoanalisi

Il movimento di psicoterapia familiare sorge in America intorno agli anni cinquanta.

La riflessione sui sentimenti di annichilimento e di prostrazione che avevano dominato la psiche dell’uomo durante le due guerre mondiali induce i ricercatori, nell’ambito delle scienze umane e sociali, ad abbandonare la visione puramente settorialistica degli eventi per giungere a prospettive che rendano possibile la concettualizzazione dei fenomeni in termini globali e olistici.

Lo sviluppo di nuove discipline quali l’antropologia e la sociologia offre, in tal senso, contributi significativi. Esso, infatti, muove i ricercatori di diversi campi disciplinari a volgere l’interesse verso lo studio dei “contesti” in cui l’individuo vive. Si nota infatti come l’evoluzione psichica dell’individuo sia in gran parte determinata dal tipo di “tessuto” emotivo (“contesto” da cum e texĕre, dal significato: “ tessere compiutamente”, potremo quindi intenderlo come trama affettiva dalla salda tessitura che sostiene la psiche nel suo evolversi), che si estende all’interno del gruppo di cui fa parte.

Rilevante sarà inoltre il contributo di teorie come quelle elaborate da L.von Bertanlaffy sui sistemi e quelle di N.Wiener sui processi di controllo e di regolazione all’interno di questi.

Concetti quali “sistema”, “organizzazione”, “causalità circolare”, introdotti dalla ricerca cibernetica, rendono imperante la necessità di considerare ogni fenomeno nella sua complessità, nella sua interezza e quindi come totalità non riconducibile alla somma degli elementi che la compongono.

Concezioni di tal genere persuadono gli studiosi a concentrare l’attenzione sui fenomeni intersoggettivi e sull’ambiente in cui questi si manifestano. In campo psicologico all’interesse per l’intrapsichico si affianca quello rivolto all’individuo quale essere sociale (M.R.Ferri, Psicoterapia familiare e psicosi, Andolfi-Selvini: due modelli di intervento relazionale a confronto, Pescara, Editrice Italica, 1999).

D’altro canto ricordiamo come già le teorie psicoanalitiche avessero rivolto lo sguardo verso il mondo psichico gruppale in cui il Sé individuale si inscrive e si sviluppa.

Comprendere la dinamica dei vissuti che si delinea nella realtà intersoggettiva, implica dunque anche l’analisi dell’ambiente in cui l’individuo cresce.

Le teorie sulla comunicazione (intesa quale aspetto fenomenologico del processo dialettico che coinvolge il mondo psichico di due o più soggetti), elaborate da autori quali G.Bateson, D.D.Jackson, P.Watzlawich, daranno luogo all’esigenza di una revisione critica della filosofia psichiatrica americana. L’idea dell’uomo come essere sociale che non può non comunicare, che necessita di interagire con gli altri per avere consapevolezza di sé e che si esprime anche attraverso l’inattività e il silenzio, indurrà lo stesso mondo psichiatrico a ridefinirsi come scienza tesa all’analisi dei processi comunicativi. L’universo del comunicabile si pone così come Non-Io che include l’Io, identificato con i suoi linguaggi. Si delinea, quindi, anche una concezione della malattia come “linguaggio” (K.Giacometti, “Terapia familiare: un modello di sviluppo e una proposta di classificazione”, Terapia Familiare, Roma, n.6, (dic.1979), pp.7-32), che diviene comprensibile nell’analisi della contestualità intersoggettiva in cui si esprime.[4]

Tali nuovi assunti epistemologici, confluendo nel pensiero che sottende la psichiatria americana, permetteranno l’emergere della psicoterapia familiare, che per lo più sarà, almeno inizialmente, psicoanaliticamente orientata.

La famiglia viene così ad essere considerata come universo in cui il modo in cui ogni soggettività pensa e crea può essere letto in funzione delle relazioni (d’oggetto) che la definiscono; essa può raffigurarsi, secondo tale indirizzo di pensiero, come anima gruppale che regola le dinamiche intersoggettive dei suoi componenti rispetto all’erompere di eventi ed elementi significativi sia interni che esterni al gruppo (S.Minuchin, Families & family therapy, Harvard University Press, Cambridge, 1974; trad.it. Famiglia e terapia della famiglia, Roma, Astrolabio, 1976).

La scoperta dell’esistenza di una correlazione tra disturbi psichici individuali e relazioni familiari, indurrà i precursori della psicoterapia familiare a percepire, ma inconsciamente a nostro avviso, i sintomi come voce della sofferenza psichica diffusa e originata nell’area del legame, disvelamento delle angosce trasormative più profonde.

H.F.Searles, la cui ricerca psicoanalitica si è rivolta, in particolare, verso l’analisi e la comprensione del mondo psicotico, riprende le teorie di F.Reichmann e di H.Sullivan per elaborare il concetto di “interazione patologica”. L’autore, in uno dei suoi saggi più noti, descrive le modalità relazionali che reggono l’insorgenza, in un soggetto, del disturbo schizofrenico. Tali modalità tendono a minare alla base la fiducia interna al soggetto nella congiunzione tra desiderio e realtà e nella propria significazione del mondo (H.F.Searles, Collected Papers on Schizophrenia and Related Subjects, International Univesities Press, New York, 1965; trad.it. Scritti sulla schizofrenia, Torino, Boringhieri, 1974).

Egli è tra i primi ad impegnarsi affinché le consolidate strutture di riferimento dell’analisi individuale si inclinino all’impostazione psicoterapeutica che vede coinvolto il gruppo familiare.

N.Ackerman approda alla psicoterapia familiare dopo anni di ricerca nell’ambito dalla psichiatria infantile. Egli intuisce come, oltre alle dinamiche intrapsichiche, anche la realtà emotiva che lo avvolge possa causare, nel soggetto, disagi emotivi. Per quest’autore diviene indispensabile occuparsi dei processi familiari inconsci e porre attenzione, in ambito clinico, ai meccanismi di difesa e alle resistenze che il gruppo familiare edifica di fronte al processo psicoterapeutico (N.Ackerman, The Psychodynamics of Family Life, Basic Books, New York, 1958; trad.it. Psicodinamica della vita familiare, Torino, Boringhieri, 1968). Nel 1961, insieme a Don Jackson, fonda la rivista Family Process. N.Ackerman, delineando i concetti cardine della psicoterapia familiare e ponendoli a confronto con quelli delle teorie psicoanalitiche, conclude per la funzionalità reciproca dei due approcci.

Anche H.Stierlin svilupperà un interesse sempre maggiore per le dinamiche familiari, trattando problemi inerenti ai vissuti psicotici. Anch’egli sottolinea il valore che il gruppo familiare o “sistema” assume riguardo ai processi intrapsichici non manifesti. I meccanismi invisibili e inconsci fatti coincidere dalla psicoanalisi con i conflitti e le difese endopsichiche, saranno da lui identificati, nella dinamica familiare, come “processi di delega, legami invisibili di lealtà, intrecci di vergogna-colpa reciproci” (H.Stierlin, cit., pp.14-15).

I.Boszormenyi-Nagy definirà la sua impostazione come psicoterapia intergenerazionale, delineata intorno a concetti chiave come quello di “lealtà” nel rapporto di trasmissione tra le generazioni. Egli, che insieme a J.L.Framo scriverà Psicoterapia intensiva della famiglia, intuirà come ad ogni gruppo familiare sottendano scenari incorporei in cui si depositano segrete alleanze, miti, sentimenti di odio e di amore (I.Boszormenyi-Nagy, J.L.Framo, (a cura di), Intensive Family Therapy, Harper & Row, New York, 1965; trad.it. Psicoterapia intensiva della famiglia, Boringhieri, Torino, 1969).

Peraltro, nel campo degli studi psicoanalitici sulla famiglia, ricordiamo l’importante contributo offerto più recentemente da L.Shapiro e J.L.Sharff che analizzano le dinamiche intersoggettive familiari basandosi fondamentalmente sulle teorie delle relazioni oggettuali.

Tale orientamento indurrà gli autori a studiare in maniera approfondita le motivazioni consce e inconsce nelle relazioni tra gli individui, a percepire il notturno fantasmatico che anima i desideri e i timori inespressi forgianti il legame inconscio al familiare nella psiche di ogni membro della famiglia (J.S.Sharff (a cura di), I fondamenti della terapia familiare basata sulle relazioni oggettuali, introd. Di A.Nicolò e L.de Rosa, Milano, Franco Angeli, 1999).

La psicoterapia familiare dunque poggia sulle fondamenta del sapere psicoanalitico.

Alla fine degli anni sessanta alcuni ricercatori avvertiranno però, occupandosi dello studio delle famiglie, l’esigenza di distaccarsi dai costrutti psicoanalitici. L’approccio psicoterapeutico al gruppo familiare si suddivide quindi in due poli, quello “sistemico interazionale” e quello “psicoanalitico gruppalista” (A.Ruffiot, (Introduzione) La thérapie familiale psychanalytique, Dunod, Paris,Terapia familiare psicoanalitica, ed.it. a cura di M.L.Algini, Roma, Borla, 1983).

Il primo sarà fondato sull’osservazione degli aspetti fenomenologici della comunicazione, con esso si privilegerà lo studio del registro transazionale degli scambi intersoggettivi. L’approccio sistemico, centrato sulla dimensione comportamentale della famiglia, può essere definito essenzialmente come comportamentista. I terapeuti che si rifanno a tale approccio tendono a rilevare, in primo luogo, le modalità di scambio patogene e a ristabilire una comunicazione chiara e coerente nei suoi livelli, analogico e verbale, tra i soggetti (Ivi). L’approccio relazionale mitiga le riduttività sistemiche aprendo prospettive di osservazione e comprensione più profonda al mondo familiare come luogo dei miti, della differenziazione del Sè e della trasmissione multigenerazionale dell’“immaturità familiare”, individuando nella dimensione della “struttura gruppale interna” l’area dei cambiamenti e della stabilità: “Uno dei contributi introdotti da M.Andolfi in questa direzione di pensiero è il concetto dell’insieme di immagini interiorizzate fantasmatiche delle relazioni dell’individuo con le figure genitoriali come coppia (che egli definisce come ‘struttura gruppale interna’) che, come oggetto intermedio tra l’individuo e gli altri membri della famiglia, viene interiorizzato e esteriorizzato da ciascuno, in un continuo movimento circolare, che aggiunge sempre nuovi elementi alla configurazione di gruppo e tende contemporaneamente a confermarla e a cristallizzarla” (M.R.Ferri, Psicoterapia familiare e psicosi, cit., p.35).

L’approccio psicoanalitico, da sempre ispirato dalla costellazione emotiva e dal mondo delle immagini inscritte nel sogno familiare, porta sul piano più profondo del legame la sua analisi. Al di là degli scambi interazionali, l’analista è all’ascolto del dialogo inconscio che vive in ogni comunicazione pubblicamente nota. Punti nodali per lo psicoterapeuta di formazione analitica sono il transfert del gruppo familiare, gli assunti inconsci che si esprimono attraverso le produzioni fantasmatiche della psiche familiare, la direzione narcisistica o oggettuale degli investimenti, il tipo di difese psichiche attivate, ecc.

Quindi, per quanto riguarda le modalità di osservazione, mentre per i teorici del pensiero sistemico è necessario concentrarsi esclusivamente sul qui e ora, è irrinunciabile, per i teorici dell’orientamento psicoanalitico, porre attenzione ai sostegni invisibili che sottendono il contesto relazionale ed offrire ascolto al mondo inconscio del familiare, all’onirismo gruppale, le cui immagini psichiche si rivelano nelle transazioni.

Le uniche convergenze riscontrabili tra i due diversi approcci risiedono nel fatto che, per entrambe le parti, la famiglia rappresenta una totalità non riconducibile alla somma dei singoli membri; il funzionamento del gruppo familiare è retto da codici legislativi che non coincidono con l’operare psichico di ciascuna delle soggettività che lo compongono, ma lo presiedono; la sofferenza psichica è considerata come espressione simbolica del disfunzionamento interazionale della famiglia (A.Ruffiot, “Il gruppo famiglia in analisi. L’Apparato psichico familiare”, in AA.VV., Terapia familiare psicoanalitica, cit.). Elementi di maggiore contatto sono altresì rinvenibili per il pensiero psicoanalitico familiare con l’approccio relazionale per la sua apertura alla comprensione della dimensione esistenziale, per la capacità di cogliere i significati simbolici racchiusi nel segreto della sofferenza psichica, la sua passione per i miti e, nell’intervento, per il suo viaggiare nelle rêveries della metafora e volgere allo svelamento delle immagini possibili del familiare, inscritte cripticamente nella sintomatologia e nei rituali intersoggettivi del gruppo.

 

Percorsi del concetto di mito familiare

Il concetto di mito familiare viene introdotto nel 1963 da A.J.Ferreira per riferirsi ad un insieme di credenze condivise da tutti i membri di una famiglia, relative all’immagine stabile e inconscia che essi hanno di sé e dei loro ruoli specifici, esso esprime la visione del mondo di un gruppo con storia. A.J.Ferreira definisce mitiche tali credenze in quanto appartenenti ad una meta-realtà, esse disegnano le costellazioni possibili dei ruoli del familiare, gli ambiti e le forme dell’incontro.

La configurazione mitica è costituita da immagini fantastiche attraverso le quali la famiglia si ritrae; in un mito sbocciano paesaggi fantastici ed illusori in cui la psiche individuale si sporge riconoscendosi, essi animano tacitamente le scelte di ogni soggetto.

Il mito familiare è cinto di sacralità, vive nell’area che precede la consapevolezza. Secondo l’autore, infatti, anche se uno dei membri diviene cosciente del mito che si cela nello scambio intersoggettivo , egli resisterà alla sua evidenziazione, poiché “il mito spiega i comportamenti degli individui nella famiglia ma ne cela i motivi” (J.A.Ferreira, Family Myth and Homeostasis, Archs gen. Psychiat., vol.9, 457-463, 1963). Il mito è definito da J. A. Ferreira come una fiaba collettiva, la cui insorgenza, persistenza e riattivazione mira al consolidamento omeostatico del gruppo contro ogni esortazione dirompente alla trasformazione.

Secondo J.A.Ferreira i miti svolgono una funzione di rafforzamento del patto narcisistico e possono considerarsi fenomeni di ordine essenzialmente difensivo sul piano psichico, essi contraggono il rapporto con il reale fino ad esiti patologici. I miti soccorrono il familiare attraversato dai venti dell’instabilità psichica e abitato da fantasmi di disintegrazione. Il mito permette alla psiche del gruppo di eludere il contatto con la realtà rinchiudendosi in torri oniriche (Ivi).

In psicoterapia familiare il concetto di mito è quindi, come ribadisce L.Onnis, inizialmente “associato ad una sorta di distorsione patologica della percezione, del pensiero, dell’organizzazione delle relazioni, all’interno del gruppo familiare” (L.Onnis, “Miti e fantasmi nelle famiglie psicosomatiche”, trascrizione di M.Abrate, Seminario svoltosi a Torino, (dic.1997) ).

Tale modo di intendere il mito sarà proprio dei teorici dei modelli sistemici.

M.Selvini Palazzoli utilizza, in Paradosso e controparadosso, il termine “mito familiare” per raffigurare il complesso delle convinzioni di un determinato gruppo o “sistema” familiare che permane pur al mutare della realtà; esso è, quindi, paragonabile ad una “struttura antievolutiva, assoluta e inattaccabile” (L.Onnis et al., “Il mito familiare: concetti teorici e implicazioni terapeutiche”, Connessioni, n.2, (dic.1994), pp.96-112). Il mito è, infatti, definito dall’autrice come una fiaba collettiva “la cui insorgenza, persistenza e riattivazione mira al rafforzamento omeostatico del gruppo contro ogni sollecitazione dirompente” alla trasformazione (M.Selvini-Palazzoli, Paradosso e controparadosso, Milano, Feltrinelli, 1975, P.97).

Anche H.Stierlin evidenzia unicamente la funzione difensiva dei miti familiari che definisce come: “dogmi della famiglia che devono in fondo negare o nascondere l’effettualità delle relazioni familiari passate o presenti” (H.Stierlin, cit., p.185).

I miti, secondo l’autore, celano i dolori del reale sostituendosi ad essi e, narrando di magici accordi, negano conflittualità e sofferenza . “ Imiti devono ingannare e lasciare all’oscuro gli estranei circa l’effettualità della famiglia”(Ivi, p. 186).

J.Byng-Hall parla dei miti familiari come trame immaginali la cui “verità” cela alla coscienza il sentire dolente e lo scarto esistente tra mito condiviso e realtà emotiva (J.Byng-Hall, “Re-editing family mythology during family therapy”, Journal of Family Therapy, vol. I, pp.103-106).

La rielaborazione e l’evoluzione del concetto di mito familiare, negli anni a seguire, sarà parallela all’evoluzione dell’epistemologia sistemica.

L’accostamento dell’approccio sistemico a quello psicoanalitico aprirà parte del movimento alla consapevolezza di come la comprensione dell’universo familiare non possa essere mortificata alle modalità dell’ hic et nunc, ma richieda l’ascolto del nutrimento psichico presente negli scambi intersoggettivi.

Nuove esigenze sorgono anche in seguito all’incontro del pensiero sistemico con orientamenti quali quello relativo alla dimensione evolutiva del Sé, che ripropone il tema della dimensione del tempo, e quello costruttivista, secondo cui è necessario volgere lo sguardo alle motivazioni, i significati e le finalità che sottendono lo stile relazionale del familiare.

Per gli psicoterapeuti della famiglia diviene così essenziale comprendere come determinati complessi interattivi abbiano trovato forma nel tempo e a quali visioni del mondo essi rimandino (L.Onnis, “Miti e fantasmi nelle famiglie psicosomatiche”, cit.).

Oltre a ciò, inizia a delinearsi una tendenza culturale che vede necessaria la reintroduzione di una valorizzazione dell’orizzonte storico familiare, onde evitare che la possibilità di comprensione dello stesso rimanga imprigionata nel “qui e ora” di un presente a-temporale.

Si definisce inoltre, con il passaggio alla cibernetica di secondo ordine, una nuova immagine dello psicoterapeuta quale figura significativa all’interno del proprio campo di indagine.[5] Egli non rappresenta più l’ideale di una figura imparziale ed esterna durante la seduta, bensì diviene direttamente ed emotivamente partecipe alla costruzione del processo psicoterapeutico.

L’attenzione si sposta pian piano dalle modalità interattive osservabili alla semantica dei comportamenti, la valutazione non è più ridotta agli effetti pragmatici delle interazioni intersoggettive ma viene rivolta anche al mondo interno individuale e familiare (Ivi).

Inizia così ad acquisire un valore particolare il paesaggio psichico tracciato dal mito, inteso quale sfera delineata dall’immaginario familiare, in cui si sedimenta il complesso dei valori, dei ricordi, delle identificazioni e delle appartenenze che abitano i sotterranei emotivi della famiglia. Si ipotizza l’esistenza di un inconscio a più voci.

Il concetto di mito familiare ottiene nuove attribuzioni di senso, esso non è più soltanto l’espressione dell’irrigidimento dell’onirismo familiare ma, al

contrario, assume il senso di una funzione psichica fondatrice del “Noi” familiare, che pone in essere una fenomenologia complessa. Si orienta l’interesse verso lo studio del significato del mito per quanto concerne il suo intrecciarsi nella costituzione dell’identità individuale e collettiva .

Si arriva a valutare il mito quale costrutto sentimentale attraverso cui la famiglia ha modo di narrare la propria leggenda, come sogno collettivo e transgenerazionale. Esso include l’insieme delle rappresentazioni e dei valori condivisi da cui si delinea la sintassi familiare.

Il mito definisce i ruoli sessuali, le posizioni generazionali e le percorribilità affettive che ogni individuo esplora all’interno della rete degli intrecci e dei legami familiari.

La struttura mitica offre a tali immagini sentimentali una particolare congruenza interna, collegandole al patrimonio etico della famiglia e inscrivendole nel sentire storico del gruppo (Ivi).

Attraverso il mito la famiglia riconosce il suo volto, da esso deriva la sua particolare identità che le permette di estendersi nel tempo identica a se stessa.

Tali considerazioni aprono alla comprensione della necessità di un mito fondatore che sogni il familiare e lo ponga in essere. E’ nel pensiero antropologico che la teoria delle origini trova il suo collegamento con i significati del mito, come viene messo in luce da C.Lévy-Strauss nelle sue opere (C.Lévy-Strauss, 1958, Antropologia strutturale, Il Saggiatore, Milano, 1966). In tale concezione il mito si configura come “insieme significante” che trasmette significati atti ad offrire senso agli eventi.

Nel campo psicoanalitico il tema del mito si connette alle elaborazioni che autori come D.Anzieu e R. Kaës hanno sviluppato intorno alla vita psichica dei gruppi. Secondo D. Anzieu, il fantasma gruppale inconscio trova contenimento e una forma di elaborazione nel mito. Egli, sottolineando come la vita fantasmatica del gruppo sia assimilabile al sogno e la fantasia condivisa, l’“illusione gruppale”, abiti la vita onirica del gruppo, coglie un legame profondo tra vita fantasmatica e mito: “…la relazione tra il fantasma individuale e mito collettivo obbedisce a un processo…denominato il doppio ritorno. E’ ozioso porsi il problema di sapere chi sia prima -cronologicamente ed epistemologicamente- tra fantasma e mito. Non esiste società senza miti, senza riti o credenze che li sostituiscano, come non esiste individuo senza fantasmi. I racconti, le leggende, le gesta, le narrazioni sacre o le rappresentazioni folcloristiche che i grandi trasmettono molto presto ai bambini alimentano, anzi orientano la vita fantasmatica di questi ultimi. Inversamente è l’investimento fantasmatico che dà ai miti la loro viva presenza, il loro impatto affettivo. Il fantasma fa eco al mito e il mito al fantasma…D’altronde, per il bambino, il mito o il racconto- che costituiscono una specie di sogni diurni collettivi- servono da modelli per elaborare la sua vita fantasmatica cosciente, cioè i suoi sogni da sveglio, esattamente come la parola, una volta acquisita, gli serve di modello per organizzare i fantasmi individuali inconsci.”(D.Anzieu, cit., pp.335-336). L’“illusione” nasce nel gruppo similmente ad una produzione onirica ed esprime il desiderio condiviso nella dimensione dell’immaginario. Nella vita dei gruppi trova rappresentazione il fantasma che li abita e contiene le immagini fantasmatiche individuali. E’ dall’attività fantasmatica che si erge il mito, come contenitore dell’immaginario che secondarizza i contenuti pulsionali latenti: “… Il fantasma, nei gruppi, non è ciò che parla; è, almeno all’inizio, ciò che è taciuto” (Ivi, p.284).

Nel pensiero di R. Kaës sono i processi psichici di difesa che danno vita al mito nei gruppi; come formazione di compromesso e ritorno del rimosso, esso nasce dall’incontro tra il mondo delle immagini inconsce e le richieste delle istanze egoiche ed è luogo di simbolizzazione gruppale. La vita di un gruppo, il suo prender forma e il suo svolgersi possono essere analizzati attraverso la comprensione delle utopie sognate e delle ideologie racchiuse nel racconto della sua storia. Il mito disegna quindi le origini del gruppo e i suoi fini, narra dei Divieti e indica silenziosamente il posto di ciascuno nell’insieme (R. Kaës,   Le groupe et le sujet du groupe, Paris, Dunod, 1993; trad. it. Il gruppo e il soggetto del gruppo: elementi per una teoria psicoanalitica del gruppo, Borla, Roma,1999).

Egli inoltre lega fortemente l’attività mitopoietica con i processi psichici dell’appartenenza gruppale. Approfondendo il tema dei legami di gruppo si sofferma, infatti, sul ruolo psichico dei riferimenti identificatori, elementi culturali e concreti che segnalano il riconoscimento, segni specifici che si riferiscono al linguaggio, nomi, o al corpo, come il vestire o i tatuaggi, che articolano e definiscono l’area intrapsichica di appartenenza. Essi rappresentano fenomenologicamente il legame, segnali di riconoscimento e distinzione, disegnano la corporeità dell’appartenenza, circoscrivono un universo gruppale conosciuto e riconoscibile sospingendo in un altrove l’inquietudine della diversità. I riferimenti identificatori definiscono dunque i confini dell’appartenenza gruppale.

“Partecipano alla funzione di riferimenti identificatori la lingua e l’uso della lingua, il riferimento agli enunciati mitici e ideologici, alle leggende e alle utopie che organizzano lo spazio condiviso del gruppo e fondano le rappresentazioni dell’origine: cioè la coerenza e la forza del discorso collettivo sul perché degli esseri e delle cose (corsivo nostro)” (Ivi, p.107). L’autore, inoltre, nell’analisi dell’apparato psichico gruppale, si sofferma sulla relazione dialettica tra le due polarità interne: isomorfia ed omomorfia. La prima polarità è legata alla dimensione indifferenziante dello psichismo gruppale, volta a far coincidere la spazio psichico individuale con quello del gruppo, ad investire maggiormente il legame, l’area dell’appartenenza, piuttosto che i processi individuanti.

Il polo omomorfico, al contrario, orienta la differenziazione psichica fra gli spazi, individuali e di gruppo, permettendo l’elaborazione della relazione tra di essi attraverso l’accesso al registro dei simboli ed ha un orientamento diretto ad investire maggiormente i processi di individuazione psichica delle soggettività.

Dalla composizione dialettica delle due polarità nasce la definizione della collocazione psichica di ogni soggetto nel gruppo. “Queste collocazioni sono correlative, complementari o antagoniste. In queste aree si rappresentano degli oggetti, delle figure imagoiche, delle istanze e dei significanti le cui funzioni e il cui senso sono imposti dall’organizzazione del gruppo: funzioni dell’Ideale comune, figure dell’Antenato, del Bambino-Re, del Morto, dell’Eroe, del gruppo originario, del capro espiatorio; funzioni foriche del porta- parola, del porta-sintomo, del porta-sogno, ecc. (corsivo nostro)” (Ivi, pp.77-78). E’ in questa correlazione tra posizione psichica delle soggettività nel gruppo e dinamiche tra isomorfismo ed omomorfismo che si esprime, a nostro avviso, uno dei contributi più interessanti nel pensiero di R. Kaës al discorso sul mito.

Per P.Aulagnier nel mito si riversa l’essenza del contratto narcisistico, che avvolge in un “insieme” i membri di un gruppo, definito come “l’insieme delle voci presenti”, con particolare riferimento alla gruppalità familiare.

Il gruppo, quindi, si fonda psichicamente come tale su un insieme di enunciati che definiscono la visione del mondo condivisa ed il senso del suo stesso esistere. Tali enunciati, per porsi a fondamento della esistenza e consistenza dell’insieme del gruppo, dovranno racchiudere le caratteristiche delle “parole di certezza” e, a seconda della cultura del gruppo, potranno essere di natura mitica, sacra o scientifica. Tali enunciati rappresenteranno quindi la tessitura del legame esistenziale che il soggetto vivrà con il gruppo, legame configurantesi come contratto narcisistico: “…il rapporto del soggetto con l’insieme dipende quindi dal suo investimento degli enunciati…” (P.Aulagnier, La violence de l’interprétation. Du pictogramme à l’énoncé, Presses Universitaires de France, 1975  ; trad.it.   La violenza dell’interpretazione, Borla, Roma, 1994, p. 211).

Nel contratto narcisistico, dunque, il gruppo preserva la sua esistenza grazie all’investimento dei soggetti che proiettano sull’immagine collettiva una rappresentazione di sé ideale, riconosciuta dall’insieme come appartenente ed omogenea al “tutto”. “Il gruppo, in compenso, attende dal soggetto che la sua voce faccia proprio ciò che enunciava una voce che si è spenta, che sostituisca un elemento morto ed assicuri l’immutabilità dell’insieme. Si instaura così un patto di scambio: il gruppo garantisce il tranfert sul nuovo arrivato dello stesso riconoscimento di cui godeva lo scomparso; il nuovo venuto si impegna- attraverso la voce degli altri che svolgono il ruolo di padrini sociali- a ripetere lo stesso frammento di discorso” (Ivi, p.213).

L’insieme gruppale sa di non poter esistere se non grazie alla voce che il soggetto offre ad un antico discorso, preservandolo dall’oblio; nel patto offrirà all’individuo, nell’inserirlo in un sogno preesistente, l’illusione di non partecipare alla replica di un passato e di altre soggettività, ma alla creazione di un nuovo racconto. “Il contratto narcisistico si stabilisce grazie al preinvestimento, da parte dell’insieme, dell’infans  come voce futura che prenderà il posto che gli è stato attribuito: lo dota in anticipo del ruolo di soggetto del gruppo che proietta su di lui” (Ivi, p.213).

L’autrice sottolinea quindi come l’Io accolga un desiderio di accedere ad una

immortalità che culla l’esistere dell’individuo, di permanenza dell’Io nel ricordo delle stagioni. L’ideale di immortalità dell’insieme si riversa nella psiche individuale in un sogno idealizzante il legame. Le rêveries dell’appartenenza congiungono due orizzonti temporali, dell’individuo e del gruppo. Il soggetto svilupperà così, nel suo esistere, la speranza di riunire il desiderio di perennità individuale con le possibilità di immortalità del gruppo che lo accoglie: “… misurato con il tempo dell’uomo, il primo si presenta come realizzabile, e perciò all’origine dell’investimento del modello ideale si scopre la partecipazione di un desiderio di immortalità, al quale questo investimento si offre come sostituto”(Ivi, p.213).

L’autrice sottolinea, quindi, come l’Io del soggetto, nell’accedere al mito e quindi al patto narcisistico, in cui è definito come parte di un insieme che lo rispecchia in un cielo transgenerazionale definito, culli il desiderio di accedere ad una storia più vasta, in cui fondare la propria biografia. L’accesso alla storicità, che l’inscrizione nel mito e l’appartenere al sovraindividuale assicura, restituisce, infatti, origini psichiche al soggetto e direzione ai suoi slanci.

Il pensiero di A.Ruffiot riprende il tema delle connessioni tra mito e fantasma, tracciate da D.Anzieu e sviluppa un’analisi dell’apparato psichico familiare e del suo funzionamento, della sua capacità di pensiero, di rêverie, di metabolizzare, attraverso un’attività di fantasmatizzazione, i nuclei inelaborati nella psiche individuale e lo pone come base della vita onirica  e dell’attività mitopoietica del gruppo.

La vita dell’apparato psichico familiare diviene percepibile dallo psicoterapeuta attraverso l’ascolto del discorso inconscio familiare, o interfantasmatizzazione, che sottende la comunicazione osservabile: “…a livello della nostra osservazione, la nozione di interfantasmatizzazione si sostituisce a quella di interazione. Liberandoci di ogni preoccupazione eziologica (chi è responsabile della malattia mentale o chi è responsabile del disfunzionamento del gruppo?) il punto di vista “sistemico” che adottiamo è il seguente: un gruppo familiare comprendente uno o più membri che presentano una patologia, chiaramente psicotica, manifesta un disfunzionamento interfantasmatico. Il nostro campo di ascolto di analisti è in effetti la circolazione fantasmatica e, nel quadro del sistema familiare, l’interfantasmatizzazione” (A.Ruffiot, “Il gruppo famiglia in analisi. L’apparato psichico familiare”, in Terapia familiare psicoanalitica,cit., p. 60). Riprendendo il pensiero di R. Kaës sull’apparato psichico gruppale, che egli ritiene imprescindibile per la conoscenza dello psichismo inconscio del familiare, A. Ruffiot afferma come fondanti lo psichismo di gruppo, in particolare, le sue funzioni transizionali di “mediazione” e “filtro” tra le produzioni psichiche individuali. “L’apparato psichico gruppale funziona in quanto ‘scambiatore’, assicurando lo scambio, la circolazione delle imago e dei fantasmi inconsci all’interno del gruppo: per questo esso assicura le identificazioni che permettono, nel caso di una evoluzione non patologica, una differenziazione e una autonomizzazione degli psichismi individuali.” (Ivi, p. 60-61).

Nell’ascolto dunque di un discorso taciuto, sotteso agli scambi manifesti, lo psicoterapeuta incontra un nucleo interiore, in cui vive l’immaginario familiare, luogo psichico che offre coesione e rigenera gli psichismi individuali, in cui abita il notturno immaginale che offre rappresentazione agli affetti. Gli scenari leggendari, che originano dallo psichismo primario gruppale, accolgono racconti mitologici, in cui si riflette la storia familiare e il suo sentire, in cui il fantasma del gruppo narra di sé. Quest’ultimo, infatti, appartiene alla dimensione fantasmatica e notturna del familiare e si rivela, tessendone la struttura, nelle interazioni ritualizzate, nelle regole segrete che disegnano la sintassi diurna del gruppo. Avendo trovato stabilità nei rituali in cui il familiare si manifesta, il mito scioglie il suo narrare attraverso le generazioni, come figurazione simbolica che interpreta, sognando, il reale.

Particolare attenzione viene rivolta da A.Ruffiot alla stretta connessione che, in campo clinico, egli osserva tra la reinstaurazione dei processi di interfantasmatizzazione  e la rinnovata mitopoiesi familiare, attraverso il processo di analisi (A.Ruffiot, 1985, “De la pensée opératoire au mythe familial” Dialogue, n.88, pp79-83; A.Ruffiot, M.F.Peeters, 1991 “Interfantasmatisation”, Gruppo, n.7, pp.142-147).

Attraverso il trattamento analitico familiare, infatti, la dimensione della interfantasmatizzazione trova nuovo respiro nella ritrovata capacità mitopoietica: il pensiero gruppale si innalza sui livelli di rispecchiamento del reale e fa posto alle immagini inconsce. Quando lo spazio gruppale torna ad essere abitato da uno psichismo dinamico, la famiglia torna a sognare.

Anche A.Eiguer sottolinea l’importanza del risveglio, attraverso l’analisi, dell’attività mitopoietica perché l’immaginario familiare torni a nutrire il pensiero del gruppo e la sua realtà. Gli scambi intersoggettivi saranno così nuovamente abitati da un fantasma emozionale che segnala la creatività ritrovata e lo stabilirsi, nella psiche gruppale, di uno spazio transizionale tra realtà e pensiero, che “filtri” e “disintossichi” gli scambi, in uno psichismo primario rigenerato, dove il familiare culla le rêveries del legame.

Egli si sofferma inoltre sulla definizione del mito: “Il mito si definisce come un racconto, una storia che implica un insieme di credenze condivise da tutta la famiglia, eventualmente trasmesse da generazioni…ha un carattere allegorico, viene a risolvere delle contraddizioni e delle antinomie riguardanti il vissuto, le idee, le difficoltà familiari…ogni mito comporta un elemento fantasmatico, diciamolo subito: un mito è una fantasia familiare cosciente, in qualche modo un’affabulazione, ma non tutte le fantasie coscienti costituiscono un mito. Per divenire tale deve trovare la specializzazione propria al mito, che è la credenza.”(A.Eiguer, La parenté fantasmatique. Tranfert et contre-tranfert en thérapie familiale psychanalytique, Bordas, Paris, 1987 ; trad. it. :La parentela fantasmatica, Borla, Roma 1990, p.163).

L’autore, inoltre, opera una distinzione tra diversi tipi di miti, individuandone due differenti origini, sociale o transgenerazionale . Nei miti aventi una fonte sociale si evidenzia una perdita di vitalità nell’immaginario inconscio, nella dimensione mitopoietica gruppale, tanto da spingere la psiche familiare a ricercare nel sociale elementi figurativi di cui nutrirsi e da porre a sostegno degli scambi intersoggettivi. Tale impoverimento dello psichismo familiare rimanda ad un indebolimento dei legami narcisistici, in cui trova consistenza il Sé familiare, mondo delle appartenenze. I miti aventi una derivazione transgenerazionale, invece, hanno la funzione principale di tessere trame di appartenenza tra le generazioni, trasponendo sul piano delle immagini la storia familiare “…facilitano l’inscrizione di una famiglia nucleare in una stirpe, con tutto l’attaccamento ad un sistema di regole, costumi, riti, riconoscimenti reciproci mediante la condivisione di una religione, di una lingua comune perfino di un gergo proprio, che ciò implica. Ma quando è esclusiva,la presenza di miti transgenerazionali è anch’essa deleteria quanto la presenza unica di miti di origine sociale: l’impermeabilità tra il passato e il presente, tra il dentro e il fuori non viene assicurata” (Ivi, p.166).

La capacità di trasformazione psichica, propria del Sé familiare, in caso di inelaborabilità dei processi di lutto, può risultare inibita e bloccata, dando vita all’irrigidimento dei costrutti mitici, la cui semantica si replica, così, tra le generazioni, senza evolvere. “La loro perennità è, in molti casi, l’espressione di un lutto non elaborato, lutto di un avo verso il quale la famiglia si sente in debito…” (Ivi).

A.Eiguer sottolinea, inoltre, come il mito dia forma ed espressione alla vita fantasmatica dello psichismo familiare e come, in alcune condizioni, esso rappresenti una forma di difesa rispetto all’angoscia che l’“impensabilità” di alcuni nuclei fantasmatici produce. E’ in una dimensione notturna, inconscia, nel fiorire della fantasmatizzazione, che prende forma il volo mitologico. La leggenda sussurrata nei boschi del sentimento familiare ha origini sovraindividuali, dove ha luogo l’interfantasmatizzazione che delinea il volto delle sofferenze segrete e le contiene. Mito e sofferenza che non incontra la parola sono quindi inscindibilmente legati: l’uno sorge difensivamente dall’altra e di essa si nutre, legandola al sogno creativo la consegna alle possibilità trasformative.“…Deve essere stabilita una relazione tra mito e difesa…il mito è costituito, certamente, da razionalizzazioni e funziona come una formazione reattiva (corsivo nostro)”(Ivi, pp.168-169). In questo caso (valore difensivo) egli configura il mito definendolo “dall’alto”( in risonanza con una distinzione freudiana relativa all’analisi dei sogni: “dall’alto” quando nel dinamismo onirico è prevalente il resto diurno, o “dal basso” quando, più frequentemente, il nucleo onirico è costituito dalle fantasie inconsce dell’infanzia), avente funzione di mantenimento degli equilibri raggiunti, attraverso una “conferma ideologica” della distribuzione dei ruoli e della sintassi relazionale definita.

Quando invece i miti rappresentano un’espressione della rêverie familiare, il luogo in cui le fantasie inconsce condivise trovano un volto e si raccolgono intorno al narrare, A.Eiguer propone di definirli “dal basso”.

[1] M.Klein scoprì che il gioco rappresenta simbolicamente il mondo interno del bambino, ella poteva quindi intervenire a livello terapeutico interagendo con questi durante l’attività ludica. (M.R.Ferri, inedito, Dispense di Psicologia Sociale della Famiglia).

[2] Se la relazione con l’oggetto sarà essenzialmente gratificante, il bambino sentirà che l’oggetto ideale e i suoi impulsi libidici sono più forti dell’oggetto cattivo e dei suoi impulsi distruttivi. Egli sarà dunque capace di identificarsi sempre di più con l’oggetto idealmente buono e, proprio in virtù di tale identificazione, percepirà il proprio Io come più forte degli oggetti cattivi ( anche perché meno logorato dalla proiezione di impulsi cattivi) e in grado di difendere se stesso e l’oggetto amato.

[3] Il desiderio di restaurare i buoni oggetti perduti comporta, per la psiche del bambino, la sublimazione dei propri impulsi distruttivi. Per proteggere l’oggetto egli “in parte inibisce i suoi istinti e in parte li sposta su sostituti dell’oggetto”, di qui la genesi del simbolo. Mediante l’esperienza di perdita e riparazione del mondo interno, la psiche del bambino potrà infatti assimilare l’oggetto come simbolo nell’Io. Ogni volta che dovrà abbandonare il buon oggetto, nei processi di crescita, potrà poggiare sulle proprie facoltà simbolopietiche. Quando la propria realtà psichica sarà sperimentata e differenziata dalle realtà esterne, il simbolo sarà percepito come differenziato dall’oggetto, ossia la psiche lo sentirà come creato e utilizzabile dal proprio Sé (H.Segal, cit.).

[4] Per ulteriori approfondimenti circa gli sviluppi storici della Psicoterapia Familiare si veda anche A.S.Gurman, D.P.Kniskern (curatori), Handbook of Family Therapy, Brunner/Mazel, Inc., New York, 1991; trad.it. Manuale di terapia della famiglia, ed.it. a cura di P.Bertrando, Boringhieri, Torino, 1995.

[5] La Cibernetica, fondata da Norbert Wiener nel 1984, è la scienza che si occupa dei modi in cui gli organismi viventi e le macchine realizzano la raccolta, l’ elaborazione e la trasmissione delle informazioni atte a gestire ogni processo. I suoi costrutti teorici saranno fondamentali per lo sviluppo del pensiero sistemico-relazionale. Con la Cibernetica di primo ordine si concepisce ogni sistema come indipendente e distaccato dall’osservatore. Quella di secondo ordine è invece la Cibernetica del sistema osservante, in cui cioè l’osservatore

è considerato come parte del sistema stesso. (Vedi A.S.Gurman, D.P.Kniskern, cit.).

Dott.ssa Maria Rita Ferri

Psicoterapeuta Psicoanalitico,

Formazione Psicoanalitica Post Lauream,

Spec. Psicoterapia Familiare.

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