” LA LINGUA E IL MUTAMENTO ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI
Redazione- Saussure afferma che c’è un’assenza di limiti nel mutamento semantico-lessicale, dovuta alla completa arbitrarietà del segno. Ma in realtà non è vero che il cambiamento è svincolato da condizioni: la prima è quella dettata dai meccanismi della memoria e dai processi cognitivi che organizzano il lessico in classi e sottocategorie ordinate; la seconda è che il mutamento linguistico travalica il livello atomico del singolo segno e rimodula relazioni paradigmatiche e sintagmatiche che a loro volta ne definiscono i percorsi; la terza è che la libertà di collegare idee e sequenze di suoni è condizionata dai nessi associativi che collegano il vecchio significato con quello nuovo.
Il mutamento semantico riguarda il cambio di significato, ossia il cambiamento dei concetti associati a una parola. Riguarda diversi aspetti: denotazione (significato oggettivo) come “galera”, dal significato di “nave” a quello di “luogo di detenzione”; connotazione (significato affettivo) come ingl. Wif “donna” > Wife “moglie”; registro (contesto d’uso).
Tuttavia, il cambiamento in ambito semantico-lessicale può essere considerato dal punto di vista etimologico, onomasiologico (diverse realizzazioni lessicali, ossia significanti, di un medesimo concetto/significato), semasiologico (vari significati di uno stesso significante). Dunque, è giusta la definizione di Ullmann secondo cui il mutamento semantico avviene quando un nuovo significante è riferito a un significato e quando un nuovo significato è riferito a un significante.
Il legame tra vecchio e nuovo significato si può manifestare come associazione fra i sensi (significato) o come associazione tra i nomi (significanti). In entrambi i casi l’associazione avviene per somiglianza o contiguità.
Tipi di mutamento: i sensi e i nomi. Legami del significato: somiglianza dei sensi determina la metafora, rapporto paradigmatico che interessa le parti del discorso, può essere antropomorfo, zoomorfo, di tipo materiale, sinestetico, dal concreto all’astratto. Interessanti sono le metafore spente. Quando viene meno la consapevolezza dell’associazione che ha prodotto la polisemia, si produce lo sdoppiamento tra entità lessicali ormai percepite come omofone; contiguità tra i sensi determina la metonimia, un rapporto sintagmatico. Legami dei nomi: somiglianza tra i nomi produce l’etimologia popolare; contiguità produce l’ellissi.
Il cambiamento semantico, secondo Ullmann, può avere effetti sia sul piano quantitativo che su quello qualitativo.
Quantitativo: Estensione: ampliamento dell’ambito semantico e dei contesti di impiego (lat. rivalis “vicino che attinge allo stesso corso d’acqua” > it. “avversario”); Restrizione: riduzione dell’ambito semantico e dei contesti di impiego (mete “cibo” > meat).
Qualitativo: Miglioramento: innalzamento in positivo della valutazione associata a un termine (minister “servo” > ministro); Peggioramento: abbassamento in negativo della valutazione associata a un termine (villanus “abitante della fattoria” > zotico). La classificazione del mutamento semantico proposta da Blommfield individua altri due fattori opposti: Iperbole: passaggio da un significato debole a uno più forte (kill “colpire” > kill “uccidere”); Litote: da forte a debole.
La generalizzazione e la specializzazione semantica possono corrispondere a un percorso verso l’alto o il basso nell’ambito di una tassonomia: dal tipo al genere (Kleenex per “fazzoletto di carta”) o dal genere al tipo (corn che varia di significato a seconda dell’area). Il tutto senza escludere la possibilità di percorsi orizzontali, di trasferimento coiponimico (confusione tra mascella e mandibola).
Ullmann individua sei cause del mutamento semantico: linguistiche, sociali, storiche, psicologiche, influenza di altre lingue, creazione di parole nuove. Blank riunisce queste cause in due tipi generali:
- Fattori linguistici: determinano cambiamenti in relazione a particolari condizioni sintagmatiche o paradigmatiche. Il mutamento è parte integrante dei processi di grammaticalizzazione e poiché il lessico è strutturato in categorie semantiche, il cambiamento di un conflitto omonimico.
- Fattori extralinguistici: chiamano in causa motivazioni e cambiamenti elemento può investire anche gli altri. Certi cambiamenti sociali si riflettono nella riorganizzazione degli ambiti del lessico (denominazione dei pasti in francese). Sono i fattori storici quelli che, in relazione alla scomparsa di certe realtà materiali, isolano significati e/o determinano sdoppiamenti semantici (atomo resta indivisibile anche se si è scoperto che non è così). I fattori psicologici riguardano la tendenza all’enfasi espressiva. Alcuni di questi ambiti sono soggetti al tabù e all’eufemismo, in cui si intrecciano le dinamiche psicologiche e socio – culturali. La tendenza a evitare il riferimento a concetti spiacevoli o stigmatizzati (per timore, pudore o reverenza) determina sostituzioni di parole (tabuizzazione del nome dell’orso, della morte, del sesso).
Secondo Traugott e Dasher i vari fenomeni evolutivi si inquadrano in 3 tendenze:
- Significati basati sulla situazione esterna che diventano significati basati sulla situazione interna (livello valutativo, percettivo e cognitivo). È il passaggio dal concreto all’astratto. Esempi sono i verbi che significano “capire, comprendere”: le metafore/metonimie si opacizzano, come in lat. comprehendere “afferrare” > capire, oppure capere “prendere” > capire. Dunque, quando si perde la percezione cognitiva appresa con un atto fisico la lingua crea nuove metafore: afferrare “capire”.
- Significati basati sulla situazione esterna o interna diventano significati basati sulla situazione testuale o metalinguistica. Esempio: observe “percepire” > affermare.
- Significati basati in modo crescente su credenze/stati/attitudini del parlante verso la proposizione.
Esistono nel mondo 4.500 lingue diverse. Esse generalmente si suddividono in famiglie. Le lingue indoeuropee vengono classificate in:
- Lingue neolatine (dette così perché derivano dal latino): italiano, francese, castigliano (spagnolo), portoghese, rumeno, provenzale, catalano, sardo e ladino
- Lingue germaniche: inglese, tedesco, islandese, olandese e lingue scandinave
- Lingue celtiche
- Lingue anatoliche (ittita cuneiforme, ittita geroglifico, luvio, palaico)
- Greco (miceneo, greco arcaico, classico, ellenistico o koiné, medioevale, moderno)
- Tocario
- Albanese: proviene dalla lingua illirica
- Lingue slave: ucraino, sloveno, croato, macedone, bulgaro, russo, bielorusso, polacco, slovacco e ceco
- Lingue baltiche: lituano, antico prussiano, lettone
- Lingue arie: sanscrito vedico, sanscrito classico, avestico, iranico. Le lingue indoarie sono idiomi indiani di origine indoeuropea che si sono evoluti in queste tappe: vedico, sanscrito, pracriti, apabhraṃsha, lingue indoarie moderne (hindi, bengalese, urdu, e così via).
In India si parlano anche lingue non indoeuropee. Il subcontinente indiano è la patria di due grandi famiglie linguistiche: indoariana (parlata da circa il 74% della popolazione) e dravidica (parlata da circa il 26%, come il tamil). Altre lingue parlate appartengono alle famiglie austroasiatica (come le lingue munda) e tibeto-birmana (come le lingue ao naga).
Le lingue dravidiche costituiscono una famiglia di chiara individuazione genetica (identificata già nel 1816) e geografica. Strettamente legate al subcontinente indiano, del quale sarebbero indigene. La famiglia delle lingue dravidiche include circa 85 lingue, parlate principalmente nel sud dell’India e in Sri Lanka, e in certe aree del Pakistan, Nepal, Bangladesh e India orientale e centrale, così come in alcune zone dell’Afghanistan e dell’Iran.
Le lingue dravidiche sono divise in almeno quattro gruppi distinti:
- meridionale: tamil, malayāḷam, iruḷa, kurumba, koḍagu, toda, kota, baḍaga, kannaḍa, koraga, tuḷu. La principale innovazione di questo sottogruppo è che il contrasto tra verbi transitivi e intransitivi viene espresso dalla differenza tra il suffisso del passato *-nd- e *-t- rispettivamente; queste lingue mostrano una categoria femminile nel verbo finito; e anche formano il pronome dimostrativo aggiungendo *-a : ḷ (variante *-aḷ);
- centro-meridionale: telugu, koṇḍa, gondi, kui, kuvi, pengo, manḍa. Generalmente questo sottogruppo presenta la distinzione tra genere maschile e non maschile (femminile, neutro) nel singolare e nel plurale, mentre il telugu solo nel singolare; inoltre in tutto il sottogruppo il neutro plurale è opzionale;
- centrale: kolami, naiki, naikṛi, parji, ollari, gadaba. Le caratteristiche del sottogruppo centro-meridionale si ritrovano grossomodo anche in questo;
- settentrionale: kuṛukh, malto, brahui.
Ci sono due teorie riguardo l’espansione delle lingue dravidiche. Alcuni hanno sostenuto che l’idioma brahui, parlato in un piccolo segmento isolato a nord dell’India, rappresenti un residuo rispetto ad una espansione di popolazioni parlanti lingue dravidiche provenienti da nord-ovest (Iran). Invece secondo altri i progenitori dei parlanti brahui dovevano essere collocati più a est, a contatto con le lingue dravidiche settentrionali, dalle quali poi si separarono migrando verso ovest. A supporto di questa seconda ipotesi, che colloca nel sud dell’India il centro di irradiazione delle lingue dravidiche, sta la vicinanza delle lingue dravidiche meridionali alla protolingua ricostruita.
Le lingue dravidiche più importanti per numero di parlanti sono il tamil (86, 4 milioni di persone), il malayāḷam (37, 2), il kannaḍa (58, 6) e il telugu (95, 2).
Le lingue dravidiche sono agglutinanti, e hanno la caratteristica del pronome personale “noi” detto “inclusivo ed esclusivo”. Questo vuol dire che la prima persona plurale ha due aspetti grammaticali distinti, per includere o escludere chi sta parlando. Quando in italiano diciamo “noi prendiamo l’autobus, anche tu?” intendiamo con “noi” anche l’interlocutore, invece quando diciamo “noi prendiamo l’autobus e tu resti a piedi”, intendiamo con “noi” solo una cerchia di amici escludendo l’interlocutore. In italiano il “noi” ha un solo genere (cosa che può creare ambiguità), mentre le lingue dravidiche esprimono la differenza.
La lingua tuḷu appartiene alla famiglia delle lingue dravidiche ed è parlata principalmente nella parte sud-ovest dello stato indiano del Karnataka da mezzo milione di persone. A livello locale la regione è anche chiamata Tulunadu e il suo confine orientale verso l’altopiano del Deccan è formato dalle catene montuose e dai passi dei Ghati occidentali. Le rive del Mar Arabico segnano il confine ad ovest. I madrelingua tuḷu sono indicati come tuluva.
La lingua tuḷu ha molte caratteristiche che non si trovano nella lingua tamil e kannaḍa: per esempio, ha il piuccheperfetto e il futuro anteriore, come il francese o lo spagnolo, ma formato senza un verbo ausiliare. Robert Caldwell, nel suo lavoro pionieristico sulla grammatica comparata delle lingue dravidiche, ha chiamato questo linguaggio “particolare e molto interessante. È una delle lingue più sviluppate della famiglia dravidica”.
La lingua presenta cinque vocali brevi e cinque vocali lunghe, comuni in tutte le lingue dravidiche. La morfologia testuale è composta da cinque parti del discorso: sostantivi (e aggettivi), pronomi, numeri, verbi e particelle. I sostantivi hanno tre generi grammaticali (maschile, femminile, neutro), due numeri (singolare e plurale) e otto casi (nominativo, genitivo, dativo, accusativo, locativo, ablativo, comunicativo e vocativo). I verbi tuḷu si suddividono in due categorie: quelli che al participio del tempo presente escono in –u, e quelli che al participio del tempo presente escono in –pi. I verbi hanno tre forme: attivo, causale e riflessivo.
La lingua tulu possiede quattro dialetti, molto simili con solo qualche variazione:
- Tuḷu comune: parlato dalla maggior parte della popolazione. Questo è il dialetto utilizzato nell’ambito del commercio, dell’intrattenimento e per la comunicazione tra le varie comunità.
- Bramino tuḷu: parlato dai bramini tuḷu. Questo tipo di dialetto è parzialmente influenzato dal sanscrito.
- Dialetto Jain: è un dialetto in cui le iniziali t e s vengono sostituite dalla lettera h. Ad esempio, la parola “Sādi” è pronunciata come “Hādi”.
- Dialetto Girijan: parlato dalle popolazioni tribali.
La tradizionale pratica teatrale Yakshagana, diffusa nelle zone costiere del Karnataka, ha conservato gli aspetti più sottili della lingua tuḷu. Essa può anche essere vista come una forma d’arte religiosa, in quanto vi sono molti gruppi Yakshagana legati all’ambiente religioso dei templi. Attualmente esistono otto compagnie professionali Yakshagana che propongono spettacoli in lingua tuḷu.
Lo Siri Sandhi o Siri Paddana è il più lungo e celebre poema epico in lingua tuḷu che racconta la storia della principessa Siri Alvedi e di suo figlio Kumara.
La Scrittura Tigalari o Tulu (Tigaḷāri lipi, Tuḷu lipi) è una scrittura bramica meridionale che è usata per scrivere le lingue tuḷu e sanscrito. Si è evoluta dalla scrittura Grantha. Presenta un’elevata somiglianza e relazione con la scrittura Malayalam, anch’essa evoluta dal Grantha. Le diverse iscrizioni di lingua tuḷu del XV secolo sono in scrittura Tigalari. Due racconti epici tuḷu chiamati Sri Bhagavato e Kaveri del XVII secolo sono scritti con questa scrittura. Fu usata dai bramini di lingua tuḷu come i Bramini Shivalli ed i bramini Havyaka e i bramini Kota parlanti kannada per scrivere i mantra vedici e altri testi sanscriti religiosi. C’è un rinnovato interesse tra i parlanti tuḷu di far rivivere questa scrittura come era usata in passato nella regione di Tulunadu. L’accademia Karnataka Tulu Sahitya Academy, l’ala culturale del Governo del Karnataka, han introdotto la lingua Tulu (scritta con scrittura Kannada) e scrittura Tigalari nelle scuole di Mangalore e dei distretti di Udupi.
Nel distretto del Sud Kannara dello stato del Karnataka esistono parlanti sia il tuḷu sia il kannaḍa, e questo da molti secoli. Questa situazione di bilinguismo è assai particolare. Gli studiosi evidenziano peculiarità assai significative. In primo luogo in questo distretto e solo in questo (e non in altri luoghi ove si parla il tuḷu assieme ad altre lingue), i parlanti possono o non possono essere bilingui. Sarebbe logico che dopo secoli di contatto tutti parlassero sia il tuḷu sia il kannaḍa, ma non sempre avviene così. Nella città di Mumbay c’è la più grande concentrazione di parlanti il tuḷu fuori dal Sud Cannara: ebbene, in questa città si parla sia il tuḷu sia altre lingue e il bilinguismo è assai comune. In secondo luogo gli studiosi osservano come questo mancato bilinguismo nel Sud Cannara sia la causa del fatto che il tuḷu continui a persistere, nonostante sia una lingua minoritaria.
Poiché ogni lingua ha il proprio sistema fonologico, in un paese multilingue come l’India, c’è stata la necessità di sviluppare una norme di acquisizione delle abilità articolatorie. Sebbene i dati siano stati ottenuti in alcune del le principali lingue di stato indiane, ci sono stati studi molto limitati sulle lingue regionali non ufficiali parlate da un numero considerevole di persone in India. In uno studio si è visto che tutte le consonanti erano state acquisite dai bambini parlanti tuḷu entro 3,0-3,12 anni, ad eccezione della retroflessa /l/ e della vibrante /r/.
Presentiamo la declinazione della parola “padrona” in tuḷu. Il singolare è:
- Nominativo: amma
- Genitivo: amma
- Dativo: ammagụ
- Accusativo: ammanụ
- Locativo: ammaḍụ
- Ablativo: ammaḍụdụ
- Comunicativo: ammaḍa
- Vocativo: ammā.
Invece il plurale della parola “padrona” risulta essere:
- Nominativo: ammanākuḷu
- Genitivo: ammanākuḷe
- Dativo: ammanākuḷegụ
- Accusativo: ammanākuḷenụ
- Locativo: ammanākuḷeḍụ
- Ablativo: ammanākuḷeḍụdụ
- Comunicativo: ammanākuḷeḍa
- Vocativo: ammanākuḷē.
Nella lingua tuḷu i gradi dell’aggettivo vengono espressi mediante la costruzione: aggettivo + un nome in caso ablativo. Per esempio, ī naramānyaḍụdụ naramāni mallāye, “questo uomo è più grande di questo uomo”.
Tra i pronomi, ricordiamo quelli personali (yānụ, “io”, yenkuḷu, “noi”, ī, “tu”, nikuḷu, “voi”, imbe, “egli”), riflessivi (tānụ, tanụkuḷu), dimostrativi (ī, “questo”, ā, “quello”), interrogativi (vā, dā, vovu).
Ma la lingua più conosciuta dell’India è il sanscrito, idioma che è stato definito dalla difficoltà diabolica ma dalla bellezza divina.
Nella Bhagavad-Gita XVIII.46 è scritto in perfetto sanscrito:
yataḥ pravṛttir bhūtānāṃ
yena sarvam idaṃ tatam
sva-karmaṇā tam abhyarcya
siddhiṃ vindati mānavaḥ
“L’essere umano ottiene la perfezione adorando Dio con il proprio agire, Colui dal quale tutte le creature sono manifestate e Colui il quale pervade l’universo intero”.
Il pronome relativo yataḥ significa “dal quale”. Pravṛttir deriva da una radice verbale, vṛt, che vuol dire “muoversi”: quindi il termine pravṛttir significa “muoversi in avanti”, cioè “manifestazione”, “emersione” alla luce dall’ombra delle quinte, come su un palcoscenico. Il termine bhūtānāṃ deriva da bhuta, le “creature”, dal verbo bhu, “diventare”, quindi i bhuta sono i “diventati”, cioè che si possono modificare. Noi, che siamo esseri spirituali, eterni, della stessa natura di Dio, ad un certo punto cadiamo in una sorta di trappola e da eterni diventiamo i “diventati”, cioè soggetti al divenire, in continua trasformazione, nel ciclo della temporalità. “Dal quale vi è la manifestazione degli esseri viventi”.
Yena vuol dire “attraverso il quale”: si riferisce alla stessa entità a cui ammicca yataḥ. “Attraverso il quale tutto ciò (sarva idaṃ) è pervaso (tatam)”.
Sva è “suo”, karmaṇā è caso strumentale di karma, “azione”, cioè “per mezzo della propria (sva) azione”, tam è “Lui”. “Adorando (abhyarcya) Lui con il proprio agire”. Lui è Dio, Colui che ha creato tutto. Come onorare un Creatore se non valorizzando la sua creazione e rispettando le sue leggi? Occorre onorare Dio mediante il giusto agire (karma). Possiamo entrare in connessione con Dio attraverso l’azione rettamente compiuta. Abhyarcya: la radice è arc e vuol dire “cantare, lodare” ma anche “splendere”, mentre abhy significa “verso”. Quando noi onoriamo qualcuno, lodandolo, risplendiamo altresì della Sua luce: chi rispetta Dio rispetta sé stesso. Onorando Dio diventiamo divini o meglio ritorniamo a essere divini.
Siddhiṃ significa “perfezione”, come sviluppo delle migliori qualità spirituali. Mānavaḥ, “essere umano”, dalla radice man, “pensare”, donde il latino mens, “mente”: l’uomo è tale perché ha il libero arbitrio. Sviluppando la propria interiorità, “l’essere umano ottiene (vindati) la perfezione”. Pertanto la perfezione altro non è che sviluppare sé stessi: con il retto agire uniformarsi a Dio.
Conoscere la creazione è un retto agire che porta alla perfezione. Altresì studiare i vari popoli e le loro variegate lingue è un atto a dir poco sacrale.
Per questo, come dice Aristotele nella frase iniziale della Metafisica, “tutti gli uomini per natura tendono al sapere”, pantes anthrōpoi tou eidenai oregontai fusei. Dio ha dato all’uomo un intelletto per usarlo e aderire con la propria interiorità alla perfezione del creato, che è pervaso da Dio.
Bibliografia
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- B. Emeneau, “The South Dravidian Languages”, in Journal of the American Oriental Society, Vol. 87, No. 4 (Oct.-Dec. 1967), pp. 365-413;
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- Krishnamurti, The Dravidian Languages, Londra 2003;
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- Shetty, “Language Contact and the Maintenance of the Tulu Language in South India”, in Texas Linguistic Forum Vol. 47 (2003), pp. 183-195;
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- S. Subrahmanyam, “The Central Dravidian Languages”, in Journal of the American Oriental Society, Vol. 89, No. 4 (Oct.-Dec. 1969), pp. 739-750.
Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 54 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.
