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” LA FORMULA 214 DEI TESTI DELLE PIRAMIDI ” -DOTT.RE MARCO CALZOLI

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Redazione-  I Testi delle Piramidi sono produzioni dell’Antico Egitto risalenti all’Antico Regno. Sono scritti in antico egiziano, in un geroglifico molto formale (come l’alfabeto latino “quadrato”), all’interno delle piramidi di re e regine, localizzate a Saqqara, nella necropoli dell’allora capitale Menfi. Risalgono ad un periodo che va dalla fine della V dinastia (con il faraone Unis/Unas) sino all’VIII dinastia (con il faraone Ibi), ovvero dal XXIV al XXII a.C., circa due secoli.

Di solito nelle piramidi vi è un lungo corridoio, alla fine del quale si trova uno spazio quadrato detto Anticamera, con una porta sulla parete a sinistra che introduce in un ambiente detto Serdab; invece la porta a destra dell’anticamera è la stanza del sarcofago. In tutto questo percorso ci sono formule sulle pareti.

La stanza del sarcofago ha testi principalmente su queste pareti:

  • Parete Nord: viene offerto al defunto l’unguento adoperato per la imbalsamazione, probabilmente a base di natron, detto Occhio di Horus, accompagnato con offerte di cibo e consegna delle insegne reali (scettro, abbigliamento, e altri simboli di potere regale). Secondo il mito, l’occhio fu strappato a Horus da Set ed è il simbolo della distruzione e della morte, quindi quando viene riparato ritualmente è il simbolo della guarigione e della vita.
  • Parete Sud: rituale della resurrezione a nuova vita grazie a Nut. Il re risorge a nuova vita grazie al sarcofago, che viene identificato con la dea Nut, che rappresenta il cielo (il Sole segue il suo viaggio per illuminare la terra nel corpo di Nut, così come il sovrano compie il suo viaggio ultraterreno nel sarcofago). Si tratta di formule di risurrezione, nelle quali il re viene riportato nel mondo dei vivi, cioè viene invocato dal sacerdote e quindi risorge, si alza, e viene chiamato a fare presso i morti ciò che faceva presso i vivi, cioè a regnare e giudicare.
  • Parete Est: rituale del mattino al sorgere del sole, con formule che ritraggono il rituale quotidiano del Re che si preparava per la giornata e adesso lo compie nel mondo dei morti.

La formula 214 è sulla parete Sud, è quindi una formula di risurrezione. Ecco l’originale egiziano:

  1. hA NN zA.kw sj dd-mdw zp 4
  2. j jpwt kA.k jr.k j jpwt jt.k jr.k j jpwt ra jr.k
  3. jzj m xt ra.k wab.k jr.k
  4. qsw.k bjkwt ntrwt jmt pt
  5. wn.k jr gs ntr
  6. j.fx.k pr.k n zA.k nttt.k
  7. mdt.f nb m rn n NN dw pr.k
  8. wd.n sw gbb m twA m nwt jrt hm.f nn.f /wd.n sw gbb m twA m nwt jrt hm.f nn.f
  9. wab.k jr.k m qbhw sbAw
  10. aH.k hr nwhw bjA hr rmnwj hrw m rn.f jmj hnw
  11. kjw n.k hnmmt wtz.n kw j.kmw.sk
  12. jAq jr.k jr bw shr jt.k jr bw shr gbb
  13. dj.f n.k jmt hAt hrw bA.k jm.s skm.k jm.s
  14. wn.k jm.s knt jmntjw.

Traduzione.

  1. Oh NN (nome del re defunto), guardati dal lago (ripetere la formula quattro volte)
  2. Vengono (j, è una forma sDm=f) i messaggeri del tuo Ka a te (jr.k), vengono i messaggeri di tuo padre (jt.k) a te, vengono di messaggeri di Ra a te
  3. Procedi (jzj) appresso al tuo Ra, davvero (jr.k) sei puro (wab.k, una forma sDm=f)
  4. Le tue ossa sono le falconesse divine che risiedono in cielo
  5. Possa tu essere (wn.k) colui che è a fianco del dio
  6. Possa tu lasciare (j.fx.k) la tua casa a tuo figlio (n zA.k) e possa tu afferrare (nttt.k)
  7. Tutti coloro che parleranno (mdt.f) male (dw) del nome (m rn) del re (NN) quando uscirai
  8. Il dio Gebb ha considerato loro come (m) nemico (twA) nella sua città (m nwt), egli è respinto (hm.f), egli è piegato/sconfitto (nn.f)
  9. Possa diventare puro (wab.k) invero (jr.k, letteralmente “quanto a te”) nel firmamento stellato (letteralmente “nei cieli, m sbAw, freschi”, qbhw, cioè quelli più alti, superiori, nelle quali appaiono le stelle fisse)
  10. Tu scendi su funi (hr nwhw) di metallo (bjA) sulle spalle (hr rmnwj) di Horus nel suo nome nella barca
  11. Si inchinerà (kjw) a te l’umanità (hnmmt, gente di alto rango), una volta che quelle che non sanno perire (sk) ti avranno innalzato
  12. Sali (jAq, imperativo) dunque (jr.k) verso il luogo che porta tuo padre, verso il luogo che porta Gebb
  13. Egli darà a te nella fronte di Horus, sarai potente con il tuo Ba (bA.k, verbo) attraverso di essa, prevarrai attraverso di essa
  14. Sarai (wn.k) primo tra gli occidentali attraverso di essa.

Breve commento.

Il verbo zA significa “guardarsi da, proteggersi da”. Nel passaggio dall’antico egiziano al medio egiziano fino al copto si perde la sonorità delle coppie sorde/sonore. La prima perdita che si verifica è il passaggio da /z/ a /s/, vale a dire che la /z/ dell’AE si muta in /s/ del ME. La forma zA.kw è un imperativo (zA) con pronome suffisso accusativo (-kw). Questa formula ricorre uguale in varie piramidi: quindi alcuni re hanno zA.kw, invece altri re hanno la forma zA.k. Perché? Errore scribale. Oppure può essere una riformulazione del verbo: nel primo caso abbiamo un imperativo con accusativo (guarda te stesso, forma riflessiva), nel secondo caso abbiamo un congiuntivo esortativo (guardati, sDm=f attiva).

Il sostantivo sj vuole dire “bacino, lago, piscina”. La formula dice di fare attenzione a sj in quanto nell’Aldilà la materia acquosa è simbolo del male. Il re risorge non per ritornare sulla terra ma per indiarsi, cioè per diventare completamente una divinità e risiedere nel mondo dei beati, nell’Aldilà, dove ci sono anche entità negative e il male.

Il sostantivo jpwt significa “missione, messaggio”, ma qui è una nisbe che significa “missionario” (nei PT la nisbe si vede dalla triplicazione del determinativo, in questo caso del papiro). Il Ka è la agenzialità di una persona, la capacità di incidere sulla realtà con la volontà in quanto la persona è in vita. Insomma il Ka è la potenza vitale. L’uomo ce ne ha uno, invece gli dei ne hanno molti. Il Ka, il padre e Ra stanno inviando un messaggio: stiamo sulla parete Sud, dedicata alla risurrezione, quindi il messaggio dovrebbe contenere delle istruzioni per risorgere e essere ammesso tra queste tre entità.

La preposizione jr significa sia “verso, a” sia “se”. Il significato originario della preposizione ipotetica jr era “in quanto a”, quindi jr.k non significa “verso di te” ma “in quanto a te”, e in una traduzione migliore corrisponde al nostro “dunque, davvero, invero” (un po’ come il greco toi, che in origine significava “a te” e poi si è evoluta in una particella asseverativa).

“Le tue ossa sono le falconesse divine che risiedono in cielo”: letteralmente Le tue ossa (qs è “osso”, qsw è il plurale) falconesse (bjk, “falco”) divine (ntrwy, in questo caso ntr non è sostantivo ma aggettivo) in (jmt) cielo. Osserviamo che jmt è la nisbe della particella m.

“Colui che è a fianco del dio”: jr(j) è la nisbe di jr, “verso”, che traduciamo con “colui che è verso il fianco/lato/costola (gs) del dio (ntr)”. Secondo un’altra interpretazione, si tratterebbe della preposizione r semplice, quindi si tradurrebbe letteralmente: “Possa tu essere verso (jr) il fianco del dio”. Bisogna aggiungere una osservazione riguardo dal verbo wn, “essere”. Originariamente significava “stare”, come la radice ES dell’indoeuropeo. Questa formula compare allo stesso modo in diverse piramidi e ha la variante wnn.k, che è detta sDm=f enfatica. All’inizio la sDm=f aveva un valore singolativo, invece la sDm=f enfatica aveva un valore iterativo. Nell’espressione “sto andando a scuola” sottintendo che ci vado una sola volta (singolativo), invece “vado a scuola” significa che è un’abitudine andare a scuola (iterativo). Quindi wn.k significa “possa tu essere a fianco del dio” una singola volta, invece wnn.k “possa tu essere a fianco del dio” molte volte, tutti i giorni.

Sethe nel 1892 sostiene che lo j egiziano non solo corrisponde allo yod semitico ma anche all’aleph semitico, che egli chiama Aleph prosteticum. Il pronome “io” assoluto è in egiziano jnek, che corrisponde a un aleph semitico (in ebraico “io” è ‘anoki, con la aleph iniziale, traslitterata ‘). In egiziano lo yod egiziano ha due valori: lo yod vero e proprio (Amon è originariamente Jamn, con uno yod debole che cade) e un aleph prostetico (come nel pronome “io”). Quindi, nell’egiziano antico, davanti a certi verbi compare una aleph ma solo alla sDm=f e all’imperativo, che viene resa come uno yod. In medio egiziano questo fenomeno non si verifica, ma ritorna in copto. Questo vuol dire che il copto (l’ultima fase dell’egiziano) è imparentato con i dialetti eliopolitani (che si parlavano nell’Antico Regno) e non con quelli più meridionali (del Nuovo Regno). Nel verbo j.fx.k abbiamo un alpeh protetico, reso come uno yod. La forma ntt.t.k significa letteralmente “colui che siede a tavola con te”, cioè “colui che fa l’offerta a te”, vale a dire “il tuo erede”. Secondo Sethe è una forma costituita dal pronome relativo nty (colui che) + t.t (tavola di offerta), cioè “colui della tavola di offerta”. Invece Faulkner intende la forma come verbo transitivo da ntt, “vincolo”, quindi il verbo nttt.k significherebbe “possa tu afferrare” (con oggetto ciò che segue: mdt.f).

L’oggetto dell’ipotetico verbo nttt.k deve essere una forma nominale del verbo: o un infinito o un participio. Mdt.f sembra un participio (per essere un infinito mdt.f dovrebbe dipendere da un verbo servile, cosa che nttt.k non è). Se mdt.f fosse un participio femminile, dovrebbe esserci nb.t. Allora la t di mdt.f non è la marca del femminile, ma mdt.f è un participio allativo o prospettivo: “ogni colui che sta per parlare”, cioè “tutti coloro che stanno per parlare”, “tutti coloro che parleranno”. Pr.k significa “quando tu uscirai”.

Quindi abbiamo due possibili traduzioni:

  • Lascerai la tua casa a tuo figlio, il tuo erede (ntt.t.k). Tutti coloro che parleranno male del nome del re quando uscirai, il dio Gebb li ha considerati nemici …;
  • Possa tu lasciare la tua casa a tuo figlio e possa tu afferrare (nttt.k) tutti coloro che parleranno male del nome del re mentre uscirai. Il dio Gebb li ha considerati nemici …

Wd.n sw (dal verbo “ordinare”) è una sDm.n=f. Originariamente questa forma egiziana è passiva con agente (espresso dalla particella n): qualcuno che è stato comandato da (n) qualcun altro. Con il tempo, dal significato passivo si passa all’azione attiva: qualcuno ordina a qualcun altro. Nel caso specifico (wd.n) gli studiosi traducono con un significato ulteriore: vale a dire che Gebb ha considerato, ha istituito, ha considerato. Jrt è la nisbe della preposizione r: nella nisbe prende lo yod prostetico (jr); la nisbe è espressa dal secondo j (jrj) e t è la marca del femminile (jrjt), ma diventa jrt perché nell’egiziano le semivocali tendono a cadere, quindi il secondo j non è espresso. Nell’egiziano antico la preposizione r (anche la preposizione m) prende uno j iniziale con pronome suffisso, nella nisbe e prima di sostantivo (il cosiddetto yod prostetico). Allora jrt significa “nella città (m nwt) relativa”, cioè “nella città sua città”. “È respinto”: hm.f è una sDm=f, che nell’egiziano antico è sia attiva sia passiva (in questo caso la forma è passiva). Il participio mdt.f è singolare, traduciamo al plurale per comodità (“tutti coloro che parleranno male”): quindi la frase seguente viene da tradotta da noi “il dio Gebb ha considerato loro (sw) come nemici”, ben sapendo che sw è singolare nell’originale egiziano, perché è riferito a mdt.f.

BjA: metallo. La parola “ferro” non è indoeuropea, ma semitica, proviene dai fenici, che lo commerciavano molto. In fenicio “ferro” si dice brzl, quindi si assimila come berr-um, ergo in latino si produce ferr-um (i fenici non pronunciavano /brzl/ bensì /vrzl/, ma dato che i latini non avevano la pronuncia della /v/ la sentivano come una specie di /f/). In ebraico suona barzel: la prima parte è bar-, in molte parole una r semitica corrisponde a una aleph egiziana, quindi bar- corrisponde a egiziano bjA, come anche accadico barzillum. Il ferro si trova in natura ma ancora gli egiziani non lo adoperavano di frequente perché non avevano la tecnologia per utilizzarlo. I popoli dell’Età del Bronzo, come gli egiziani dei Testi delle Piramidi, lo usavano per le armi ornamentali, mentre per quelle di battaglia impiegavano il bronzo. All’inizio non c’era la tecnologia per lavorare il ferro, poi la inventarono ma il sistema produttivo si basava sul bronzo, quindi sarebbe stato antieconomico fare armi da combattimento con il ferro, pertanto continuarono a servirsi del bronzo per le necessità più importanti. Il ferro iniziò ad essere lavorato nelle necessità più importanti dai popoli successivi, quando sconfissero i popoli del bronzo con le armi di ferro, intuendone allora la superiorità. In copto la parola ferro si dice benipi, che deriva dall’egiziano bjA-n(y)-p.t, letteralmente “metallo del cello”. Era insomma il ferro meteoritico. Probabilmente l’egiziano bjA deriva dal semitico bjr, “pozzo, miniera”.

Il verbo wtz.n è una sDm.n=f e l’egiziano antico ha chiaro l’aspetto (più che il tempo), quindi la forma sDm.n=f esprime l’aspetto compiuto. Per questo traduciamo con un futuro anteriore (“ti avranno innalzato”). La forma j.kmw.sk è participio incompiuto di km, “ignorare” (letteralmente “non essere in grado di fare qualcosa”), con yod prostetico: “coloro che non sanno (kmw) perire (sk)”, cioè le stelle imperiture. La riga vuol dire: “Si inchinerà (kjw) a te l’umanità (hnmmt), una volta che quelle che non sanno perire (sk) ti avranno innalzato”. Vuol dire: quando le stelle imperiture ti avranno innalzato al loro rango, l’umanità griderà a te. Nelle lingue indoeuropee più antiche ci sono più termini per indicare la popolazione: latino (populus, plebs), greco (demos, laos), germanico (volk, deutsch). Quindi nelle lingue antiche abbiamo due terminologie per popolo: gli aventi diritto e quelli semplici (la pluralità della popolazione slegata dal concetto di cittadinanza, diritti). Anche in egiziano vi è la stessa differenziazione: remet (popolazione semplice, svincolata da ogni idea di territorialità), rk.yt (nobili, gli aventi diritto), hnmmt (popolo avente diritto ma in una dimensione più bassa rispetto ai nobili, esattamente come quelli di Eliopoli, capitale dell’Antico Regno, quindi la popolazione della capitale era eletta rispetto al popolino senza diritto).

Bw significa “luogo”; in medio egiziano svolge anche la funzione di astrattizzante (nefer è “bello”, ma bw nefer significa “bellezza”). Shr è una preposizione che significa “sotto” ma può avere anche un valore verbale se si trasforma in nisbe (tA shrj.j, “la terra che mi porta”, dove il primo j è la marca della nisbe). Allora shr jt.k vuol dire: “che porta tuo padre”. Jt è la forma con yod prostetico dell’antico egiziano (nel medio egiziano “padre” si dice semplicemente t).

Il Ka è la potenza vitale, invece il Ba è la potenza più nell’oltretomba (per questo si usa il verbo bA.k al prospettivo, cioè per indicare una azione futura: il re infatti deve ancora risorgere o sta sul punto di risorgere, solo dopo, penetrato totalmente nell’oltretomba, ivi sarà anche potente).

Gli occidentali sono i morti, in quanto l’Occidente è dove tramonta il sole: come il re è stato potente tra i vivi, deve essere potente anche presso i morti. Per questo il re è detto “primo tra gli occidentali”, knt jmntjw, che è un titolo di Osiride (il dio è immagine del re defunto), mentre Horus è immagine del re vivente.

Da notare altresì le ricorrenti allitterazioni e assonanze in tutta la formula 214. Per esempio nella riga 12 si ripete spesso il suono /j/ e /jr/. Questi giochi di parole hanno in tutti i Testi delle Piramidi un valore magico-sacrale. In una formula quasi finale di questo corpus compare il verbo “venire”,asa, all’ imperativo as: “ vieni a me (asuraj) nel tuo nome di Osiride (marinika asturu). Questo richiamo fonetico vuole indicare che il dio Osiride derivi dal verbo “venire”. La vocalizzazione di Osiride la abbiamo attraverso il copto, in cui il nome del dio è asuru (alcuni hanno pensato che sia lo stesso dio Assur degli assiri).

Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 52 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.

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