” IL MEDIOEVO ” – PROF.SSA GABRIELLA TORITTO
Redazione- Il Medioevo o Medio Evo o Età di Mezzo è una delle quattro età storiche (antica, medievale, moderna e contemporanea) in cui è stata suddivisa la storia dell’Europa dalla storiografia moderna. E’ costituito da un periodo di circa mille anni, approssimativamente dal V secolo al tardo XV secolo.
Tradizionalmente il Medioevo inizia con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476). Alcuni storici indicano la sua conclusione con la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo (12 ottobre 1492), altri con la presa di Costantinopoli da parte dei Turchi Ottomani (29 maggio 1453) e la fine della Guerra dei Cent’anni (19 ottobre 1453): eventi che sanciscono l’inizio dell’Età Moderna. E’ solitamente suddiviso in Alto e Basso Medioevo. Nei paesi di cultura anglosassone si usa spesso distinguere anche un Pieno Medioevo, concetto solitamente non utilizzato in Italia.
Gli intellettuali per lungo tempo hanno definito questo periodo “epoca dei secoli bui“, “età dell’oscurantismo”, poiché lo hanno ritenuto in contrasto con l‘antichità classica ma la correttezza del termine è stata successivamente contestata.
E’ sbagliato definire il Medioevo come “barbaro”, ossia ignaro della tradizione culturale del mondo antico, poiché nel Medioevo si sviluppa una lettura dei classici che tende a coglierne i sensi più riposti, purché concordino con le Verità rivelate nella Bibbia. Si tratta di una “lettura”, di un’interpretazione, forzata e anacronistica che conferisce a quei testi del mondo antico significati che forse i loro stessi autori non avrebbero mai pensato di dare.
Inoltre dopo la caduta dell’impero romano e le invasioni barbariche i monasteri rappresentano l’unico luogo deputato al recupero delle conoscenze dell’antichità, andate disperse durante le guerre, gli incendi, i saccheggi subiti attraverso circa cinque secoli. I monaci amanuensi svolgono un lavoro preziosissimo per i posteri: ricostruire, salvare importantissime opere greche e latine di letteratura, di diritto, di filosofia, di astronomia, di geometria, etc., ma finiscono per “interpretare” quelle stesse al fine di renderle “compatibili” con la Verità rivelata dal libro per eccellenza: la Bibbia.
In quel periodo, in diverse Università italiane, in particolare a Bologna, fioriscono gli studi filosofici sui temi di Avicenna e Averroè, entrambi filosofi e medici arabi: il primo, fondatore della medicina moderna (X° secolo d. C.), il secondo (XII° secolo d. C.), continuatore della ricerca di Avicenna, passato alla storia dei posteri per il commento al De anima di Aristotele.
Le letture di Averroè rendono eretico Guido Cavalcanti. Influiscono molto sul pensiero e sulla sua formazione, allontanandolo per sempre dall’amico Dante Alighieri. In quel tempo, con Averroè, si afferma la tesi secondo cui la verità può essere raggiunta senza la mediazione divina e che l’anima intellettuale non ha nulla di spirituale, ovvero è vincolata alla sfera della natura e non ha connessioni col divino.

Intorno al 1282 Alighieri e Cavalcanti iniziano a frequentarsi ma il loro sodalizio si consuma con una rottura, dopo l’entrata ufficiale di Dante sulla scena letteraria. In un primo tempo i due intellettuali stringono un fortissimo legame, fondato su un’assoluta affinità professionale. Insieme fondano la scuola poetica che prende il nome di Stil Novo. Entrambi sono convinti assertori che solo i “cuori gentili”, cioè nobili, possano provare amore e che l’amore non possa trovare sede in cuori volgari. Ritengono che la poesia d’amore debba rivolgersi ad un pubblico selezionato di persone animate da nobili sentimenti. Durante il sodalizio artistico-letterario Dante, stimolato da Guido Cavalcanti, inizia a studiare filosofia.
Dante si iscrive alla presunta Società Segreta dei Fedeli d’Amore. Ne è capofila Guido Cavalcanti, il quale conosce una quantità di verità proibite, alcune di esse sono anche riportate sulla Bibbia. La predetta società è a tal punto segreta tanto da caratterizzarsi di parole d’ordine, di un linguaggio criptato, nonché di frequenti rapporti intrattenuti dai suoi affiliati con i Templari e forse con la nascente Massoneria.
Guido Cavalcanti “inizia” Dante ad un sapere antichissimo, mai andato perso. Si tratta del ‘Sapere’ delle antiche civiltà della Mesopotamia, della Valle dell’Indo, portato in gran segreto nell’antico Egitto. Ad esempio i Sumeri, vissuti intorno al IV millennio a.C., conoscevano non solo la sfericità del pianeta Terra, il suo moto di rotazione attorno al proprio asse e di rivoluzione attorno al Sole, ma vantavano ampissime conoscenze dello scibile umano: dalla matematica all’astronomia. Elaborando il sistema sessagesimale, il loro sistema di numerazione era in base 60. Inventarono e svilupparono l’aritmetica con cui probabilmente divisero l’orologio con i relativi 60 secondi, 60 minuti e 12 ore, e l’anno solare.

Nel Medioevo Dante incarna la più alta espressione artistica della letteratura mondiale di tutti i tempi. Teologo, filosofo, letterato, astronomo, astrologo, politico, è stato lo scienziato per eccellenza del Medioevo. Molti storici e critici letterari hanno visto in lui l’antesignano del princeps rinascimentale. Dante ci insegna che nel suo tempo quattro sono i sensi o livelli di lettura (riconosciuti peraltro anche nella cultura ebraica), secondo cui si può interpretare un libro: il livello letterale, che riguarda il significato più superficiale, percepibile immediatamente; il livello allegorico, in cui la parola rimanda a un altro significato, collegato al precedente attraverso un rapporto di analogie; il livello morale, per cui attraverso i fatti raccontati e dal loro significato si vuole ricavare un modello di comportamento, volto a indicare la “via del bene e della virtù”; il livello anagogico (dal greco anà e àgo, condurre verso l’alto), relativo ai più alti misteri della fede che risolvono tutti i significati del testo letto alla luce della Verità divina.
Il Medioevo concepisce il fondamento della propria visione del mondo imperniato sulla religione, sull’ordine divino dell’universo. Dio, però, per il mondo medievale, non si identifica con il mondo, si colloca al di là di esso, in un’altra dimensione, dunque lo trascende. E se Dio è perfezione, è Verità suprema, allora tutto ciò che è supremo e perfetto va ricercato al di là del mondo, nell’altra dimensione, poiché il mondo visibile è solo apparenza imperfetta, fugace, passeggera.
Nel Medioevo la conoscenza e il sapere tendono a un sistema unitario, poiché la molteplicità e la varietà delle forme del reale sono riconducibili all’ordine divino che le rende perfetta unità. Tutti i settori dello scibile umano, poiché a Dio riconducibili, sono subordinati alla Scienza di Dio: la Teologia.
L’uomo dotto del Medioevo, l’intellettuale per eccellenza, è Dante Alighieri. Dante è colui che possiede le conoscenze di tutto lo scibile. Il dotto medievale non è uno specialista bensì un enciclopedico. La massima espressione artistico-letteraria dell’enciclopedismo medievale è la Divina Commedia, grande enciclopedia, compendio di tutto il sapere dell’autore e dei suoi tempi.
Occorre precisare che il modo in cui si organizza la vita materiale e sociale ha sempre riflessi sul modo in cui gli uomini pensano e si rappresentano la realtà. E viceversa.
Nel caso della civiltà medievale la struttura sociale gerarchica, statica e l’economia chiusa – che ignora lo scambio – trovano un evidente corrispettivo in una visione prettamente stabile della realtà intera. Tale visione è permeata profondamente dalla religiosità cristiana che domina la civiltà medievale. L’ordine del creato, in quanto provvidenziale e voluto da Dio, è ritenuto perfetto e immutabile. Insomma l’elemento che accomuna tutti gli uomini del Medio Evo è la religiosità, tanto che Marc Bloch, storico francese, li definisce un “popolo di credenti”. In tutto il Medio Evo vige una visione metafisica del mondo: “Tutto è permeato dalla religione”, scrive lo storico Hauser.
L’uomo del Medio Evo avverte profondamente il rapporto col soprannaturale per cui il mondo sensibile-visibile è permeato di spirituale ed è sempre posto a confronto con quello invisibile. Il mondo terreno è considerato il segno e il riflesso del mondo spirituale. Pertanto i confini tra il sogno e la realtà sono molto sfumati, tanto che visioni, miracoli e apparizioni sono fenomeni comuni con cui l’uomo medievale convive ogni giorno.
La Verità ultima è solo in Dio. L’uomo su questa terra può solo avvicinarsi ad essa, coglierne un’ombra o un riflesso, ma non può mai afferrarla interamente. Come già si legge nella 1° Lettera ai Corinzi di Paolo di Tarso: ” Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem”
Se nel Medioevo la Verità ultima è solo in Dio, allora la “critica” non rientra nell’orizzonte mentale della cultura filosofica. Bisogna attendere l’età umanistica e il ‘600 per intravedere il concetto di critica all’”ipse dixit”*, all’auctoritas dei grandi pensatori, dei filosofi antichi e dei teologi cristiani. Si ritiene che la Verità sia data una volta per tutte, consegnata definitivamente alla Rivelazione delle Sacre Scritture.
Si reputano, inoltre, “limitate” le possibilità umane, determinate dalla pochezza delle facoltà dell’uomo, essere mortale, offuscato dal “peso” della carne e del peccato. Spingere lo sguardo oltre quei limiti è considerato “follia”, “superbia”, tanto che Dante pone il mitico eroe omerico Ulisse nel XXVI Canto dell’Inferno, fra i superbi, per il “folle volo”, ossia per avere oltrepassato le Colonne d’Ercole, proibite nell’antichità, poiché oltre esse si incontrava la morte, convinti che la Terra fosse piatta.
A fronte di tanta spiritualità, coesistono e si sviluppano durante il Medioevo tendenze razionalistiche, come la Scolastica con Tommaso d’Aquino e Guglielmo d’Ockam che, pur rivendicando la trascendenza di Dio, vogliono suggellare le basi razionali della fede. Anche San Benedetto, il cui motto è “ora et labora”, auspica una partecipazione attiva del cristiano alla vita terrena e al mondo produttivo, e San Francesco, che scrive Cantico di frate Sole, concepisce l’Uomo, parte del Creato, che abbraccia fraternamente tutte le altre creature, che non disprezza il mondo, creazione divina, bensì lo esalta in quanto “portano significazione” del Creatore.
Il Medioevo è caratterizzano anche da alcuni aspetti contrastanti tra loro, che più che riflettere la realtà, rispecchiano le aspirazioni dominanti e dunque costituiscono una “proiezione rovesciata della realtà effettiva”. Tali aspetti li ritroviamo nel pensiero di Dante e nelle sue opere, in particolare nella “Commedia”. Essi sono: la trascendenza di Dio, l’universalismo, il particolarismo, l’enciclopedismo e la Scolastica, l’allegorismo, l’ascetismo, il misticismo.
L’idea dell’universalità dell’ordine voluto da Dio si rispecchia anche nelle concezioni universalistiche dell’ordine terreno. Ne scaturisce la divisione dei due massimi poteri: Chiesa e Impero, le cui autorità derivano da Dio, perciò poteri universali, i cui primati afferiscono rispettivamente alla sfera spirituale e alla sfera temporale. La visione universalistica dei due poteri, tuttavia, contrasta con una realtà medievale effettuale, dominata dai particolarismi più esasperati come la polverizzazione della storia e della società del tempo in grandi e piccoli signori/possedimenti feudali laici ed ecclesiastici.
Alcuni fenomeni tipici dei primi secoli del Medioevo sono: il crollo demografico, la deurbanizzazione, il declino del potere centrale/ato, le invasioni. Le migrazioni di massa di tribù dal Nord/Est d’Europa, iniziano già nella tarda antichità. Come conseguenza delle invasioni barbariche del V secolo, in particolare di quelle dei vari popoli germanici, si formano nuovi regni nei territori appartenuti all’Impero Romano d’Occidente.
Nel VII sec. d.C. il Medio Oriente e il Nord Africa passano sotto il dominio del Califfato degli Ommayyadi, una dinastia islamica. L‘Impero Romano d’Oriente, invece, sopravvive per tutta la durata del Medioevo. E’ generalmente indicato con l’espressione “Impero Bizantino“. Il Diritto romano rimane la sua base legislativa fondamentale, ordinata nel Corpus Iuris Civilis, voluto da Giustiniano, imperatore d’Oriente (527-565), redatto da Triboniano. Il Corpus Iuris Civilis è una raccolta di Diritto romano con cui si riordina il sistema giuridico dell‘impero. Rappresenta per secoli la base del Diritto comune europeo, sino agli inizi del XIX secolo, quando viene superato dal Codice Napoleonico.
In Occidente, la maggior parte dei regni incorpora le istituzioni romane pre-esistenti mentre l’influenza del Cristianesimo si estende in tutta Europa.
Il re merovingio Clotario II unifica il regno dei Franchi. La dinastia declina però a causa di lotte intestine, della minore età di molti degli eredi e di alcune famiglie nobili, che competono con il trono a livello economico, di potere e di influenza sociale. In particolare, i “maestri di palazzo“ hanno un controllo smisurato su tutte le attività della nazione franca. Sono responsabili della domus del re, cioè del suo patrimonio personale del sovrano, ossia dell’intero regno. Nominano duchi, conti e negoziano gli accordi con i paesi vicini. Dirigono l’esercito, estendono il territorio del regno (particolarmente in Frisia) e hanno potere anche nella scelta degli stessi sovrani. Fra loro si distingue Carlo Martello, reso famoso dalla vittoria riportata a Poiters nel 732 contro i musulmani, arrestando l’ingresso dell’Islam nella Francia cristiana. Da Carlo Martello discendono Carlo Magno e la dinastia dei Carolingi.
La Dinastia Carolingia dei Franchi fonda l’Impero Carolingio tra la fine del VIII° e l’inizio del IX° secolo nell’Europa occidentale, prima di soccombere ai conflitti interni, alle invasioni esterne dei Vichinghi dal Nord, dei Magiari dall‘Est e ancora dei Musulmani dal Sud. Morto Pipino il Breve (768), gli succedono i figli: Carlo e Carlomanno. Quest’ultimo muore nel 771, lasciando Carlo unico sovrano dei Franchi.
Carlo Magno è certamente il più grande re del Medio Evo, uno di quegli uomini che lasciano una traccia indelebile nella storia. Durante il suo lunghissimo regno, deve affrontare una moltitudine di problemi sia interni che esterni. Ha trentun anni quando inizia la conquista dell’Europa.
Papa Leone III lo chiama in suo aiuto contro i Longobardi, i quali, guidati da Desiderio, hanno di nuovo invaso i territori della Chiesa e ne minacciano l’indipendenza. Carlo Magno scende in Italia, sbaraglia i Longobardi e si fa proclamare imperatore (800 d. C.). In poco tempo conquista un grande impero, il Sacro Romano Impero, che si estende dalla Spagna fino all’Elba e a Roma. Per amministrare un territorio così vasto Carlo Magno lo divide in Feudi e si serve dei suoi rappresentanti: ai Marchesi affida le Marche; ai Conti assegna le Contee; i Baroni invece lo assistono negli affari ordinari e guidano le truppe.
La società medievale è verticistica, piramidale. In essa vige il sistema feudale. In seguito al crollo dell’Impero romano d’Occidente, la continua esposizione a guerre e saccheggi e l’assenza di un potere centrale spingono le popolazioni cittadine a rifugiarsi nelle campagne e a cercare lavoro e protezione presso i ricchi proprietari terrieri. Tale processo, base del sistema feudale, è legittimato da Carlo Magno, che divide l’impero in marche (territori di confine) e in contee, affidate rispettivamente a marchesi e conti, i quali esercitano il potere amministrativo in suo nome. In un primo tempo tali terre, o feudi, sono concesse in usufrutto: alla morte dei signori devono essere restituite all’imperatore.
Con i successori di Carlo Magno tale pratica si consolida e diviene un sistema fondato su un patto di vassallaggio, siglato da un giuramento: il re concede ai signori terre in beneficio (non in proprietà), contestualmente i signori si dichiarano suoi vassalli e si impegnano a prestargli aiuto, fornendo armi, soldati e viveri. A loro volta i vassalli possono concedere parte delle loro terre a propri uomini di fiducia, chiamati valvassori e questi ultimi possono fare altrettanto nei confronti dei loro sottoposti, i valvassini.
Il Medioevo si caratterizza come società verticistica, piramidale di elites privilegiate con alla base i servi della gleba. Il sistema feudale si rafforza ulteriormente quando ai feudatari è concessa l’immunità con l’esenzione dalle imposte, il potere di amministrare la giustizia e l’ereditarietà dei feudi, cioè il potere di trasmettere il feudo al primo discendente maschio. Ciò favorisce la nascita di un’aristocrazia guerriera, la classe dei cavalieri, composta per lo più dai figli cadetti (non primogeniti) del signore feudatario. Ne deriva una certa fragilità del potere del sovrano, tanto che nel corso della storia vi saranno alcuni feudatari che diverranno più ricchi, più potenti e militarmente meglio armati dello stesso loro sovrano.
Durante il Medioevo in Europa occidentale ogni tipo di sovranità è sostituito dal feudalesimo. Ai titoli nobiliari e alle onorificenze tipicamente feudali si aggiungono nuovi ducati, granducati, contee, marchesati appositamente istituiti per legittimare, secondo l’ordinamento feudale, gli assetti territoriali usciti da guerre di conquista, dalle crociate e da matrimoni diplomatici. In un’epoca di avanzata laicizzazione del pensiero politico, tale legittimità è tuttavia fatta risalire almeno in parte all’autorità divina.
Il sogno unitario di Carlo Magno svanisce a causa della guerra tra i suoi tre nipoti: Carlo il Calvo, Ludovico il germanico e Lotario. Nell’842 a Strasburgo Carlo il Calvo e Ludovico firmano il Giuramento di Strasburgo, un trattato di alleanza contro Lotario, scritto in francese e in tedesco, affinché tutti i soldati possano capirne il senso. Con il Trattato di Verdun, 843, il Sacro Romano Impero è diviso in tre parti: Francia, Germania e Italia.
Intorno all’anno Mille l’Europa feudale e agricola inizia un processo di sviluppo destinato a durare per secoli con il risveglio delle città. A provocarlo è un aumento della produttività agricola dovuto all’introduzione di nuove tecnologie: la rotazione triennale delle colture, l’adozione dell’aratro pesante, l’impiego del cavallo per il traino e la diffusione su larga scala dei mulini ad acqua. Aumenta di conseguenza la popolazione, migliora il tenore di vita, si ampliano gli scambi. Uno dei poli guida di tale sviluppo è l’Italia centrosettentrionale. Il centro propulsore non è più la campagna ma la città. Antiche città rifioriscono. Sorgono nuovi centri urbani. n essi riprendono vigore i commerci, l’artigianato, l’attività manifatturiera, mentre cresce l’uso della moneta e del credito.
I comuni hanno origine nelle città dell’Italia settentrionale e centrale attorno alla fine del XI secolo. Si sviluppano anche in alcune regioni della Francia, delle Fiandre e della Germania centro-meridionale. Alcune città si distinguono come Repubbliche Marinare, arricchendosi con i commerci marittimi e rivaleggiando tra loro. Sono Genova, Pisa, Amalfi, Gaeta, Venezia, Ancona, Ragusa.
Con la rinascita economica si formano spontanee forme di associazione sia nelle campagne sia nelle città per la difesa di interessi comuni, date le nuove condizioni di lavoro e di vita quotidiana. Sono le Corporazioni di Mestiere. La borghesia e la ricca aristocrazia desiderano operare con maggiore autonomia in ambito economico. Ambiscono ad intervenire in merito alle scelte politiche relative alla comunità d’appartenenza. Nascono nuove forme di organizzazione politica, totalmente differenti dal vecchio sistema feudale.
Il Comune è chiamato così perché la sua è “una gestione in comune della cosa pubblica”. Esige la partecipazione dei cittadini, anche se ciò non avviene completamente. Solo chi detiene il potere può partecipare poiché non esistono ancora gli attuali schemi democratici, basati sul principio di uguaglianza dei cittadini. Ben presto i Comuni, anche in Lega, insorgono contro il potere imperiale svevo.
Mentre nell’Italia centro-settentrionale nascono i Comuni, nell’Italia meridionale si affermano i Normanni.
Nei primi decenni dell’XI secolo nell’Italia meridionale, divisa tra i domini bizantini, longobardi e arabi, sbarcano i primi gruppi di Normanni (scandinavi di stirpe germanica).
Offertisi come mercenari ai signori in guerra contro i Bizantini, sanno trarre vantaggio dai compensi territoriali che man mano ottengono e cominciano ad espandere la loro influenza. Forti dell’appoggio del Papa, del quale si dichiarano vassalli, riescono ad unificare, nel volgere di un secolo, tutta l’Italia meridionale.

Nel 1130 Ruggero II d’Altavilla ottiene dal papa il titolo di re di Sicilia e di Puglia (con Calabria, Lucania e Campania). Si fa proclamare re anche da un’assemblea popolare (Curiae Generales – prima assise legislativa del Parlamento del Regno di Sicilia) il 25 dicembre dello stesso anno e pone la capitale del nuovo Stato a Palermo, città da lui arricchita di opere architettoniche, ingegneristiche di notevole pregio, oggi riconosciute Patrimonio dell’Umanità.
Ruggero è un abile condottiero ma anche un fine diplomatico. Appoggia il papato e riesce a farsi nominare Gran Conte di Sicilia. Inoltre getta le basi per un’organizzazione dello Stato non più basata sui signori feudatari ma su una classe di burocrati formati da funzionari pubblici non legati all’aristocrazia, dove il RE è colui che detiene il potere assoluto. Nel tempo l’organizzazione del suo regno risulta efficiente, personalizzato, centralizzato con la fondazione del Parlamento siciliano, uno dei più antichi al mondo.
Ruggero II di Altavilla è stato uno dei più grandi e più illustri sovrani e mecenati della storia. Venuto alla luce a Mileto, in Calabria, a fine anno 1095, è stato protettore delle arti e delle scienze. Ha avuto il merito di unire tutto il meridione d’Italia.
Meglio conosciuto come Ruggero il Normanno, succede al padre Ruggero I di Sicilia. Appartenente alla dinastia degli Altavilla, nel 1113 prende le redini del governo della Contea di Sicilia, curando in modo particolare il potenziamento sia delle truppe sia della flotta, al fine di mettere in pratica il progetto di conquista dei territori dell’Africa Settentrionale, ovvero la Tunisia dei nostri tempi e la Libia.
F.to Gabriella Toritto
Lectio presso l’Università della Terza Età di Olbia.
L’Università della Terza Età di Olbia organizza conferenze aperte non solo ai propri associati ma a tutta la Cittadinanza durante l’intero anno accademico. Tratta argomenti culturali e di interesse comune.
E’ riconosciuta ufficialmente dall’Associazione Nazionale di cui utilizza denominazione, sigla, emblemi e marchio. Persegue finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale (Art. 21 del D,Lgs. 117/2017).
La Presidente e i componenti del Consiglio Direttivo, i Docenti dei corsi e dei laboratori, gli Associati che curano la biblioteca, che gestiscono i corsi, che organizzano le conferenze e i cineforum, che fanno le iscrizioni, che gestiscono il sito web, che creano le locandine per illustrare le iniziative dell’associazione, che registrano (in audio e video) gli eventi organizzati dall’UNITRE sono tutti volontari che prestano la loro opera a titolo gratuito.
L’Università della Terza Età di Olbia fra l’altro vanta una magnifica struttura che la ospita, ricca di aule, palestra, Biblioteca, strumenti informatici e telematici, data in convenzione dal Comune di Olbia e costituisce punto di ritrovo di un folto pubblico, desideroso di aggiornarsi, di essere al passo con i tempi e di ricrearsi.
