COSA SIGNIFICA EDUCARE ALLA VERITÀ NELL’ERA TECNOLOGICA ( PARTE SECONDA )
Redazione- Nel precedente saggio abbiamo considerato quale possibilità sia data all’era moderna di educare alla verità. Abbiamo esaminato il pensiero e le considerazioni sul questo tema di due importanti filosofi moderni e contemporanei D. Bonhoeffer e W. F. Hegel. Ci hanno ambedue descritto il concetto di verità verso cui tendere, per entrambi è determinante il contesto reale in cui la verità è racchiusa, senza il quale essa perde il suo valore. Condividiamo a tale proposito le parole di F. Hegel, “ il vero è l’intero”.
A questo punto è stato bene chiedersi in quale “realtà” sia oggi racchiusa la verità, quale percezione del reale abbia l’uomo moderno.
La sociologia nell’analisi dei “comportamenti sociali” rileva che l’uomo moderno si attiene a una lettura definita “euristica” del reale, le social cognition, sono immagini spesso semplificate e veloci della realtà che la nostra mente usa per essere sempre più o meno orientata e presente, esse però come abbiamo descritto nel precedente saggio, sono letture risultanti da ragionamenti sociali che hanno la caratteristica di essere superficiali, non constano di passaggi logici e comprovati riscontri, a volte non sono attinenti e non votati ad una corrispondenza oggettiva del reale. Ne consegue che la verità delle nostre azioni, delle nostre scelte e delle nostre routine è una verità “relativa”, giustificabile. Per capire come siamo arrivati ad attenerci a una lettura così veloce e superficiale della realtà, dobbiamo considerare le origini dei nostri comportamenti sociali, quando la sociologia non esisteva perché l’uomo viveva in una comunità più semplice e ristretta.
Partiamo con le origini attribuite al concetto di verità, studiate e analizzate da un filosofo moderno e contemporaneo, M. Heidegger, il quale ci propone questa riflessione.
Per Martin Heidegger il concetto di aletheia (intesa come svelamento o non-nascondimento) si contrappone alla concezione di verità come adaequatio o esattezza. Egli affronta questo tema principalmente in scritti della sua fase matura, l’origine dell’opera d’arte (1935-36), e nel saggio La fine della filosofia e il compito del pensiero (1962), rileggendo i presocratici e la caverna di Platone.
Ne ”L’Origine dell’opera d’arte” del 1935-36, Martin Heidegger definisce l’origine dell’opera d’arte nell’arte stessa, intesa come aletheia, ovvero il “mettersi in opera della verità”. L’arte non è espressione dell’artista, ma l’evento in cui l’ente si disvela (s-velamento) il senso dell’essere emerge, contrapponendosi alla verità come semplice adeguazione. L’origine dell’opera non è l’artista, né la cosa materiale, ma l’arte stessa, che si manifesta attraverso l’opera in modo storico, fondando la verità .
In questo concetto è racchiusa un’idea di verità attribuita all’arte, dinamica, in movimento verso la luce, che si determina attraverso il contesto che in questo caso è l’opera, che gli fa da sfondo.
Questa considerazione di verità come cammino verso la luce, il filosofo la sostiene anche nella lettura del “Mito della Caverna” di Platone, discussa principalmente nei saggi “L’essenza della verità” (del 1931/32) e “La dottrina platonica della verità” (1942).
Il Mito della caverna descrive attraverso il cammino del prigioniero il disvelamento della verità come aletheia. Si riportano parti di un saggio a cura di M. Manzoni tratto da: ” Mito e Filosofia. Heidegger interprete del mito della caverna”:
“Emblematica raffigurazione del passaggio dalla verità come alétheia alla verità come orthótes è offerta dal mito della caverna, descritto da Platone nel Libro settimo della Repubblica.”
Heidegger si sofferma sui quattro momenti in cui è scandito il processo di liberazione del filosofo:
- la situazione dell’uomo, prigioniero nella caverna;
- la liberazione dalle catene all’interno della caverna;
- l’uscita dalla caverna verso la luce del sole;
- il rientro dell’uomo ormai liberato nella caverna.
Nel primo momento l’uomo incatenato vede solo ombre, ma non sa che esse sono solo illusioni. Siamo noi che conosciamo la condizione di quell’uomo a poter dire che egli vive in un mondo di parvenze. Egli crede che esse siano la verità; anzi gli sfugge la differenza stessa tra vero e falso, ombre e cose, luce e buio. Alla domanda “che cos’è il vero (lo svelato)?” egli risponderebbe: ciò che sta dinanzi agli occhi, gli enti (le ombre). Anche di se stessi e degli altri, gli uomini incatenati percepiscono solo l’ombra.
Nel secondo momento, all’uomo che viene liberato dalle catene, appare la distinzione tra ombre e cose, ma la liberazione è solo esteriore, repentina e non assimilata; infatti egli vorrebbe tornare indietro, nella caverna. Se gli si mostrassero gli oggetti alle sue spalle e gli si chiedesse “che cos’è (tí estin)?”, egli risponderebbe che ciò che vedeva prima era “più svelato” (alethéstera) di quello che gli viene mostrato ora. Il comparativo usato da Platone indica che ci sono diversi gradi di svelatezza; c’è divergenza tra ciò che è stato visto prima e dopo.
Nel terzo momento avviene l’autentica liberazione del filosofo, sia pure per forza, e inizia il processo di assuefazione alla luce, che dapprima lo accecava. Essa avviene con perseveranza e pazienza: mediante l’osservazione del riflesso degli oggetti sull’acqua, poi alla fioca luce delle stelle ecc. Si compie un’autentica trasformazione (paidéia) che porta ad un nuovo punto di osservazione, da dove si riconoscono come ombre le precedenti conoscenze. Al di la dell’ente c’è altro: l’idea. E’ grazie ad essa che riconosciamo che cosa ogni ente è e come è, in breve l’essere dell’ente. In altri termini: quando noi vediamo un libro e lo riconosciamo come tale, in realtà noi non vediamo che una copertina di una certa forma, ma non vediamo un “libro”. Ciò che ci rende possibile riconoscere quei dati come libro è l’idea di libro. Scrive Heidegger: “Ciò che noi vediamo lì, un libro, è chiaramente qualcos’altro rispetto a nero, duro, molle, ecc.
I prigionieri nella caverna credono che ci sia solo ente; non sanno nulla dell’essere e della comprensione dell’ente. Ciò che rende possibile tale visione è la luce, la sua trasparenza: “Noi vediamo qualcosa che è un libro, solo se comprendiamo il suo senso d’essere alla luce del “che cos’è”, dell’ “idea”, solo se comprendiamo ciò che è visto attraverso l’idea”. Questo vedere chiaro rende liberi. In questo momento Platone dovrebbe dire che l’uomo giunge alle idee, a ciò che è massimamente svelato (tá alethéstata), benché il termine non compaia; le idee sono massimamente ente, quell’ente così essente come solo un ente in assoluto può essere essente: l’essere.
Il quarto momento consiste nel ritorno nella caverna del filosofo, sia pure nella consapevolezza dei rischi che comporta il suo farsi, da liberato, un liberatore. Ora che sa, sa che le ombre sono copie, conosce la condizione degli incatenati, comprende che essi non possono riconoscere le ombre in quanto ombre. La verità non è un quieto possesso: la svelatezza accade nella storia di una continua liberazione. Il liberatore porta con se una distinzione – tra ente e essere-, sollecita una separazione tra ciò che è svelato e ciò che, presentandosi, si nasconde. Solo ora si può vedere che l’essenza della verità come svelatezza consiste nel superamento del velamento: dell’essenza della verità fa parte la non verità“.
Mi soffermo sul commento di questo concetto: ”La verità non è un quieto possesso”. M. Heidegger, commentando Platone e l’impianto emblematico che espone della verità, non solo ci esplicita la sua appartenenza al reale, ma esalta la trasparenza del reale che la rende possibile, si sofferma sulla responsabilità di chi la possiede e si rende conto di quanto delicata e critica sia condividerla. Parlando a tale proposito del prigioniero liberato commenta: “E ora considera anche questo: se colui che è stato liberato in questo modo ridiscendesse e si mettesse a sedere allo stesso posto, non avrebbe improvvisamente, venendo dal sole, gli occhi pieni di buio? E se ora dovesse competere nuovamente con coloro che sono sempre rimasti incatenati colà, nell’esprimere opinioni sulle ombre, mentre ha ancora gli occhi offuscati, prima cioè di averli di nuovo adattati al buio, cosa che richiederebbe un non breve periodo di adattamento, non sarebbe esposto laggiù al ridicolo e non gli si direbbe forse che è salito solo per ritornare con gli occhi rovinati, e che dunque non vale assolutamente la pena di andare su? E non pensi che essi, se qualcuno si adoperasse per liberarli dalle catene e per condurli verso l’alto, se potessero afferrarlo e ucciderlo, lo ucciderebbero veramente?”.
Educare alla verità ci chiama a corrispondere un gesto di conoscenza intenzionale della realtà, un ritorno alla dimensione reale che ci spinge a fronteggiarla, accettarla così come è.
Abbiamo spostato la realtà in una dimensione virtuale che la ammaestra, infatti oggi è molto più appropriato chiedersi, non tanto se una cosa sia vera, ma se è reale. La realtà è ammansita secondo le nostre più fragili debolezze, non possiamo educare alla verità se prima non recuperiamo la dimensione reale dell’essere. Nell’antica Grecia il Mito educava, a tale proposito il “Mito della Caverna” ammonisce l’uomo e lo responsabilizza verso l’uso della verità, non nascondendo quanto questo uso possa essere motivo di dissidio, divisione. Come il prigioniero che si libera dalle catene, l’uomo moderno si è liberato dalla costrizione e dal riconoscimento oggettivo del reale, la verità segue l’andamento probabile o attenuante di ciò che accade, è relativa a esso, quindi educare alla verità diventa inutile perché significa solo estrapolare dal diritto e dalle leggi, quella sintetica risposta senza riferimento, “è vero o falso?” Spesso la nostra verità si riduce al segno di questa “crocetta”. E’ possibile educare alla verità nel nostro tempo presente? Forse si, a patto che l’uomo si riconcili con la realtà di cui fa parte. La verità è inalienabile da essa, ogni nostro gesto corrisponde alla veridicità delle nostre intenzioni, delle nostre anche più piccole azioni se supportate heideggerianamente dal “Esser-ci”, dall’autenticità del nostro vivere aperto al fare , a comporre e realizzare il reale. Vogliamo concludere con un’immagine che suggerisce chi siamo facendoci ricordare quante possibilità non sappiamo di avere.
Vi invito a guardare questa immagine: a parte il grande scalpore che ha suscitato (giustamente tutti si sono chiesti come fosse possibile che ancora potessero accadere fatti del genere, una bimba che cammina da sola nel deserto del Sahara) essa ci ricorda che il nostro è sempre un incedere caparbio e volitivo, anche se apparentemente senza possibilità. 
Professoressa Teresa Di Meco- Pedagogista

Conosco da anni l’autrice di questo ottimo articolo, scritto con rigore filologico e con una argomentazione teoreticamente valida, di chi “padroneggia” la filosofia; ho apprezzato l’analisi del concetto di “aletheia” per Heidegger, inteso come svelamento, la verità è nella sua ” nudità” , non coperta da “veli” ed è prorompente , forte e si manifesta suis viribus!
Prof.Dott.Gabriele Gaudieri
Pedagogista, Didatta, Formatore
Direttore editoriale di anankenews