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ATENE E WASHINGTON, OVVERO IL TRAMONTO DELL’IMPERIALISMO DEMOCRATICO

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Redazione-  Il concetto di hybris è come un filo rosso che attraversa tutta la storia dell’umanità: dall’antica Grecia, quando la Repubblica ateniese subì una drammatica sconfitta nel V secolo avanti Cristo in Sicilia, al 21mo secolo con un “impero democratico” degli Stati Uniti che a circa 2500 anni di distanza ripete in Iran gli stessi ragionamenti sbagliati

Una delle definizioni degli Stati Uniti è l’imperialismo democratico

Nei corsi delle accademie militari sulla dottrina della guerra, la rivisitazione del passato è considerata istruttiva perché esplicativa e argomentativa; è vista come un repertorio di risposte sperimentate a interrogativi strategici che periodicamente si ripresentano. L’analogia ha una forza illustrativa probabilistica; serve a capire un fenomeno nuovo tramite uno vecchio; nella logica dei modelli, le inferenze sono plausibili e attendibili, non necessarie e deterministiche: ogni evento è irripetibile.

Gli Stati Uniti vengono spesso definiti attraverso la formula (apparentemente contraddittoria) dell’imperialismo democratico. Non sono un caso unico. Hanno un illustre precedente; un altro grande impero era democratico pure lui: quello ateniese nel V secolo avanti Cristo, che fu travolto da un’avventata spedizione militare ateniese in Sicilia, nel 415–413, contro Siracusa, allora potenza periferica e di frontiera. Per alcuni. le analogie con la spedizione punitiva in Iran del 2026 sono inquietanti, in termini di leadership azzardata, di alleanze volubili, di vincitori inaspettati, di previsioni sbagliate, di narrazioni menzognere, di spese insostenibili, di conseguenze impreviste, di voltafaccia e di vittime. Così dicono oggi i commentatori più filoamericani. A circa 2500 anni di distanza, la storia non si può ripetere, ma si possono ripetere gli stessi ragionamenti sbagliati.

Da Tucidide a Platone, i più grandi autori hanno potentemente ragionato sulle cause di quella disfatta del passato. Tucidide definisce quella spedizione la più grande rovina del mondo antico, perché riassume tutte le forme possibili di rovina: militare, economica, politica, morale, strategica. Non era mai accaduto, dice, che un popolo greco avesse «subito una sventura così totale» e che «tutto fosse andato perduto».

Atene infatti perse tutto; si era impegnata con ambizioni enormi: allargare il proprio impero nel Mediterraneo occidentale e piegare indirettamente Sparta, attraverso il controllo delle risorse siceliote. La sconfitta non solo annullò quel progetto, ma capovolse il bilancio conclusivo: gravemente danneggiati, gli alleati di Atene persero fiducia e cominciarono a ribellarsi, Sparta riprese ardore e iniziò la sua guerra – che altrimenti non avrebbe iniziato. Da quella débâcle iniziò il declino dell’impero ateniese; costruito in secoli, fu compromesso in pochi mesi.

Le analogie con gli Stati Uniti di oggi ad alcuni risultano evidenti. Oltre che due imperi democratici, Atene e gli Stati Uniti hanno avuto entrambi forza marittima ed estrema volontà di potenza: due imperi talassocratici afflitti da sovraestensione compulsiva. Negli anni, i massimi studiosi americani, da Donald Kagan a Victor Davis Hanson, hanno colto le somiglianze tra i due imperi e ragionato sulle cause del crollo di quell’impero del passato. La tipologia interpretativa preminente è l’avventura e l’hybris .

I calcoli di Atene sin dalla partenza erano sbagliati e la spedizione non era necessaria. L’impero aveva ignorato le cautele, sottovalutato la distanza, i costi, la complessità, facendo superbo affidamento sulla propria enorme potenza. Invece, l’iperestensione militare fu mortale. Una punizione estrema fu proporzionata ad una presunzione estrema.

Il fallimento siciliano innescò una spirale sistemica. Atene era entrata in una fase di espansione insostenibile, priva delle basi economiche necessarie per un gravoso impegno di lungo periodo: distanze enormi, costi insostenibili, incapacità di contenere le differenti esigenze locali, vulnerabili supply chains. L’impero disponeva di risorse e mezzi straordinari, ma sottovalutò l’avversario e il contesto. Logistica e geografia furono i veri trionfatori. La flotta necessitava di continuo approvvigionamento, in un territorio ostile. Quando Siracusa taglia le vie di rifornimento, la spedizione ateniese è condannata – e sono travolti tutti, le triremi e gli opliti, gli arcieri e i cavalieri, i rematori e i condottieri.

Era una guerra “fuori scala” rispetto alle caratteristiche di quell’impero. L’avventura siciliana fu il sintomo di una malattia mortale: la convinzione che potenza e ricchezza fossero infinite e autosufficienti. La disfatta rivelò i limiti di un intero progetto di dominio – e fu catastrofe totale.

Il quadrato, composto dal rapporto tra potere e popolo, hybris e razionalità di governo continua a rivelare il lato oscuro di una “democrazia imperiale”

Oltre che in termini di hybris e di sovraestensione, di alleanze e di logistica, un’altra lezione di quella disavventura del passato riguarda la dubbia veridicità della sua narrazione. Nonostante sia una storia che non è stata scritta dal vincitore, i resoconti sono parziali. Esemplare il caso di Diodoro Siculo, benemerito plagiario di fonti silenziate e oggi scomparse: la sua prospettiva siciliana fa capire che Tucidide è a volte reticente. Anche quella volta, non ce l’hanno raccontata giusta.

Un ultimo argomento è attuale, pur se pudicamente discusso, nei corsi delle accademie militari sulla dottrina della guerra. Altrove si discute apertamente e da molto tempo della componente democratica del modello imperiale statunitense; in riflessioni a volte accademiche e a volte pratiche, da Colin Crouch a Patrick Deneen, da Hans-Hermann Hoppe a Peter Thiel.

La disfatta di quella lontana spedizione militare fu la disfatta della democrazia greca, che ad Atene beneficiava largamente dell’impero. La spedizione fu votata dal demos e sostenuta da esplicita avidità di arricchimento, ampliata e radicalizzata da dirigenti avventuristi e incapaci. Manipolato da demagoghi spesso bravi con le chiacchiere e per il resto pericolosi, il popolo decideva su spedizioni e tributi, alleati e nemici.

Socrate è un contemporaneo e in parte una vittima della disfatta siciliana, perché il suo processo è dentro una sequenza di crisi civili post-traumatiche. Quando avvenne la spedizione, Platone aveva circa 15 anni; da adulto, vede Atene perdere pure la guerra del Peloponneso. Quella spedizione siciliana diventa per lui un caso paradigmatico non di cattivo governo in generale, ma specificamente di cattiva deliberazione democratica, con una lezione ritenuta eterna di teoria politica. Atene aveva una democrazia radicale all’interno e una politica espansionista all’esterno, che imponeva ad alleati silenziosamente riluttanti. Questo sistema portò alla spedizione siciliana e alla rovina. Platone critica la democrazia perché darebbe inevitabilmente spazio a emotività e incompetenza, destinate a generare decisioni irrazionali. La sua sfiducia nei leader popolari è totale: un istrione, un imbroglione, un pazzo può essere legalmente eletto e trascinare tutti all’inferno.

Per Platone e per tanti altri quella spedizione fallimentare fu una lezione universale sul rapporto tra potere e popolo, hybris e razionalità di governo. Rivelò il lato oscuro di una democrazia imperiale: nelle mani di dirigenti sbruffoni, un’espansione arrogante, senza limiti e senza cervello, può raccogliere successi temporanei, ma andrà a sbattere, prima o poi.

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