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EXIT STRATEGY : STORIE DI ABBANDONO E RINUNCE

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Redazione- Il coraggio delle comprensione  contro  la convenienza dell’accettazione Ecco il senso della exit strategy . Valutare prima  piuttosto che dopo. E valutare prima significa  anche decidere dall’inizio  la “fine” , il termine di una missione ,di un progetto,di un modo di fare. Ovvero decidere un tempo entro il quale portare avanti un’azione che però deve essere destinata ad avere un termine.. Un termine temporale dunque che però deve avere anche  uno sguardo sulla sostenibilità e in particolare su   quella  economica . Non si ammettono dipendenze, non si ammettono legami continui, reciproci . Occorre solo sapere quando  un intervento, una “storia” per dirla in altri termini , terminerà. Chi ha inventato questo processo decisorio   non ha però compreso , almeno io penso,  il senso e l’importanza di  iniziative e  progetti che per molti rappresentano la vita  intesa come realizzazione di sé e del proprio mondo .

Quando parlo di exit strategy  mi riferisco in questa particolare  riflessione all’abbandono da parte degli Stati Uniti d’America dell’Afghanistan dopo venti anni di occupazione. Un abbandono deciso  da tempo ma realizzato in modo frettoloso  solo in prossimità della scadenza fissata  nei patti con i Talebani  che proprio in considerazione di quegli accordi conoscevano i tempi e hanno potuto organizzare la loro occupazione dell’intero territorio  senza alcuna resistenza. Un abbandono che è sembrato ed è stato frettoloso  perché ha sottovalutato  la  spinta dei Talebani  ad occupare province  e distretti e ha sopravalutato la possibile resistenza da parte dell’esercito e comunque del governo in carica  che , secondo  informazioni di intelligence avrebbe dovuto contrastare tale occupazione almeno per due anni.  Tempo nel quale gli Stati Uniti d’America avrebbero potuto procedere ad una evacuazione lenta, costante e senza rischi.

Una exit strategy  che nasce  da un torto originario. Quello della mancanza di ogni “giustificazione “da parte delle forze Nato di occupare quel territorio  malgrado l’impegno a dar corso  alle strategie di transizione. Una occupazione  che non poteva vantare  nessuna pretesa di giustizia. L’occupazione di un paese  la cui struttura tribale  è irriducibile al concetto di democrazia  come la si intende in Occidente. Quindi probabilmente  destinata a non attecchire anche se proprio sotto questo aspetto la sorpresa,  davanti agli avvenimenti di questi giorni attorno all’aeroporto di Kabul dove migliaia di persone tentano di trovare un embarco per una qualsiasi destinazione pur di non restare nel paese , è grande.  Perché dimostra come  dopo venti anni di  lavoro  da parte di Onu, di organizzazioni non governative, di associazioni,  almeno quattro  generazioni di giovani afghani  stanno dimostrando di aver creduto in quei progetti e in quelle possibilità di riscatto  e che quindi non devono essere lasciati soli.  Soprattutto le donne che   hanno combattuto e ora stanno combattendo una strenua battaglia per  rivendicare ed affermare i loro diritti. Che sono in definitiva i diritti umani che l’Occidente da tempo acclama come  premessa per ogni convivenza sia tra i gruppi che tra le nazioni. Un exit strategy che  ci coinvolge anche  se noi ci siamo sentiti e ci sentiamo  forse anche assolti  da quello che è accaduto  ma non da quello che sta accadendo in questo momento all’aeroporto di Kabul .

La dottrina Biden e gli accordi di Doha  firmati da Trump  erano noti da anni e almeno quattro Presidenti degli Stati Uniti d’America, stando alle dichiarazioni di Biden avevano avuto in animo di portare l’America fuori dal pantano afghano.  Nulla era stato fatto per porre un termine a quella occupazione da parte di tutti i protagonisti. L’Europa per esempio è stata a guardare  e oggi non riesce  ad andare oltre  le generiche rassicurazioni  di corridoi aerei  per i collaboratori  dei diplomatici ,per traduttori e interpreti. O per il solito ritornello “aiutiamoli a casa loro”. Un numero insignificante rispetto alle persone che chiedono di lasciare il paese ormai in mano ai Talebani . Che favoriscono in questo momento la partenza degli stranieri per mostrare un volto moderato e accettabile nel rispetto degli accordi di Doha ma  che ostacolano la partenza dei loro connazionali  fino al taglieggiamento  per quanti si mettono sulla strada dell’aeroporto di Kabul .In una situazione in cui i signori della guerra  sono rifugiati  nei paesi limitrofi e sono in attesa e in agguato. Come è in agguato la cellula afghana dell’Isis-K , storica  nemica dei Talebani  che si avvia a destabilizzare il paese con i suoi attentati kamikaze per contrastare appunto la presa di potere da parte dei Talebani.

Una exit strategy che si fonda anche su una ipocrisia. Che suppergiù suona così: l’occidente che ha invaso l’Afghanistan  per una guerra sporca  ha oggi timore , a seguito  dell’abbandono degli Stati Uniti d’America e degli alleati Nato di quello scenario , di un’invasione degli afghani.  Una ipocrisia e una velata  preoccupazione  anche se a parole le dichiarazioni di solidarietà si sprecano . Ma a parole. Quel popolo chiede di essere “evacuato” e non basta  portare in occidente solo una parte di  afghani composta da   quanti in questi anni hanno collaborato con le varie istituzioni occidentali. Sono una frangia quasi sporadica nei confronti della richiesta che viene  di centinaia di migliaia di uomini e donne preoccupati per il loro destino in un paese  che a dir poco sarà assoggettato ad un regime se non ad una continua guerra tra  Talebani, Isis-K  e l’alleanza del nord .

Una paura dunque costruita   e architettata dalla politica  ma anche dalla stampa che vede i suoi effetti soprattutto in Europa stando  alle prime dichiarazioni di stati sovranisti  che in mancanza di una strategia comunitaria  dichiarano di voler chiudere le frontiere.  Malgrado  il tentativo di Mario Draghi  che sta tentando di coinvolgere  i paesi del G 20  per un piano di assistenza e di aiuti al popolo afghano. La paura di una ondata migratoria che è inevitabile  condiziona  la risposta europea alla crisi.  La narrativa  antimigranti  che ha condizionato e condiziona  l’idea del “ fenomeno migratorio” in  Europa, anche in questo caso, fa sentire  i suoi effetti. Che si avvertono proprio dentro le “parole” che vengono usate da alcuni politici  e dai mezzi di informazione. Perché dire che l’Europa ha paura di una ondata di immigrazione significa accettare da parte dell’Europa  il rifiuto all’accoglienza annunciata da  alcuni  paesi membri ( che già lo hanno esplicitato )  da una parte e dall’altra , il rifiuto di promuovere l’esame dei fatti nella loro obiettività.

Una Europa che dà spettacolo di se stessa  attraverso le parole con le quali vengono pensate  le sue strategie  ma anche e soprattutto  il suo Dna che è quello della sua Costituzione . Oltre alla paura c’è in tutto questo discorso  , come già accennavo, una ipocrisia da parte dell’Occidente e dell’Europa. In Afghanistan  i Talebani hanno continuato a gestire porzioni di territorio  mentre l’Unione del nord  ha continuato  nella sua guerra civile con attentati  e vittime tra la popolazione. Gli eserciti occidentali sono rimasti asserragliati nelle basi militari . Mentre organizzazioni non governative, associazioni, volontari  hanno  tentato di costruire e ricostruire un tessuto sociale  creando nella popolazione delle aspettative di libertà ,soprattutto nelle donne , e hanno determinato in questo momento in cui i Talebani  si avviano a governare l’intero paese con la legge della Sharia , quella insopportabile tensione che fa scappare via  quanti avevano appunto creduto nell’Occidente : c’è una generazione  di giovani nati dopo il 2001 che oggi vedono negato tutto quello   in cui erano stati allevati.

Un Occidente  che pure ha sostenuto  attività e programmi  non solo dal punto di  vista militare  ma anche economico, sociale ,culturale ed educativo. Un Occidente e in particolare un’America  che decide di rinunciare alla sua influenza  in  quel paese cedendo forse il passo  a Russia e Cina . Specialmente alla Cina da cui i Talebani si aspettano  contratti miliardari per lo sfruttamento delle minieri di terre rare del paese di cui la Cina  ha l’egemonia  nel commercio  mondiale.

Dunque una guerra portata in casa afghana  e poi ora abbandonata .Come per esempio  avvenuto in Libia dove l’Occidente  ha portato la guerra  e l’ha perduta lasciando  il paese nelle mani di partiti  vicini agli islamisti  e lasciando che lo Stato islamico  costruisse roccaforti  e controllasse buona parte del territorio. Un regime quello libico  che ha costruito campi lager  per gli immigrati,sostenuto con decine di miliardi di euro  dai governi europei  e da quello italiano. Con una ipocrisia di fondo  che consiste  nel fatto che  la liceità di un regime non è misurato sulla base  del rispetto dei valori  umani ma sulla disponibilità  a non mettere in discussione gli interessi dell’Occidente.

Gli interessi dell’Occidente consistono nell’Afghanistan  in affari interessanti che  coinvolgono i paesi  limitrofi  e in generale interessano  buona parte del Medio Oriente . Qui l’Occidente si trova a sostenere una  “ campagna di esportazione  della cosiddetta democrazia” che è giustificazione di affari proficui. D’altra parte lo aveva detto il 2 gennaio 1792 Maximilien Robespierre:  “ L’idea più  stravagante  che possa nascere nella testa di un uomo politico  è quella di credere che sia sufficiente  per un popolo entrare a mana armata in un territorio  straniero per fargli adottare  le sue leggi e la sua costituzione . Nessuno ama i missionari armati ,il primo consiglio che danno la natura e la prudenza  è quello di considerarli  nemici “  (1 )

E la storia recente  ha collezionato sconfitte  e rivolte in questo senso  a cominciare  dalle vicende  del Vietnam per gli Stati Uniti d’America .

Ho letto una recente polemica  su il Manifesto  che voglio richiamare e trascrivere perché  è appunto l’esempio di un modo di considerare questo tema importante della esportazione della democrazia  in  tema di exit strategy. Anche proprio sulla esportazione della democrazia in particolare mi riprometto di  dare un ulteriore contributo su queste pagine . Dunque  Franco “ Bifo “ Berardi su Il Manifesto .it del  21 agosto 2021  solleva a proposito di exit strategy ma anche di esportazione della democrazia questa polemica  : “Il coro di raffinati intellettuali ha ripreso a cantare: esportare la democrazia è un nostro diritto, anzi un nostro dovere! Cantano nel coro illustri intellettuali come Francesco Merlo, Ernesto Galli della Loggia, Fiamma Nierenstein e naturalmente Giuliano Ferrara. Colpito da tanta passione democratica sono andato a informarmi, e ho studiato la storia passata e presente del principale esportatore della democrazia, i famosi Stati Uniti d’America. Ho scoperto che si tratta di un paese nato da un genocidio perfetto, dallo sterminio spietato degli indigeni che abitavano quella terra prima che i democratici arrivassero. Ho scoperto che si tratta di un paese che ha conquistato la prosperità grazie alla deportazione di decine di milioni di africani, e grazie allo schiavismo sistematico, abolito formalmente dopo una guerra civile, ma poi tranquillamente continuato con la carcerazione di massa e i lavori forzati dei neri. Ho scoperto che in questo paese la polizia uccide quotidianamente nelle strade persone disarmate, soprattutto se di pelle nera. Le loro vite «non contano», lo grida per le strade un movimento intero di donne e uomini. Ho scoperto che l’11 settembre del 1973 questo paese finanziò e appoggiò un generale nazista che uccise Salvador Allende e trentamila cittadini cileni. Ho scoperto che una piccola minoranza possiede una ricchezza immensa mentre la maggioranza della popolazione, nera latina e bianca, vive in condizioni di miseria, sfruttamento e ignoranza. Ho scoperto che per ottenere un titolo di studio universitario è necessario contrarre un debito che pagherai solo accettando condizioni di lavoro precario e miserabile. Ho scoperto che le grandi aziende farmaceutiche di quel paese hanno distribuito oppiacei a milioni di poveri bianchi disperati.Inoltre, approfondendo un poco, ho scoperto che gli orribili assassini talebani non esistevano prima che gli Stati Uniti (il faro della democrazia, appunto) finanziassero l’islamismo radicale per colpire gli occupanti sovietici. Per giustificare il finanziamento del terrore islamista in Afghanistan, Zbignew Brzezinski, uno dei più importanti intellettuali dell’impero americano disse: «Cosa pensate che sia più importante nella storia del mondo? I talebani o la caduta dell’impero sovietico? Qualche islamista un po’ troppo eccitato o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?».

Ecco, ora sappiamo che Brzezinski sbagliava, su questo punto. L’Unione sovietica è implosa e scomparsa, dimenticata. Pace all’anima sua. Ma qualche islamista un po’ troppo eccitato ha finito per provocare il collasso della credibilità americana, al punto che possiamo dire che adesso è l’Occidente che scompare, anche se forse non lo farà così tranquillamente come lo fece l’Urss. Il punto è che i principali finanziatori del terrorismo islamico, e particolarmente di Al Qaeda, furono proprio loro, i difensori della democrazia, e la cosa non è poi tanto sorprendente dal momento che un altro paese dominato dall’orrore islamista, l’Arabia Saudita, strettamente allacciata al grande fratello democratico dal petrolio e dal dollaro, è il principale alleato degli Stati Uniti.

Mi è sorto allora il sospetto che questi intellettuali da bar Messico che scrivono su giornali «liberi» come la Repubblica, o Il Corriere della Sera, (e altri cosiddetti «liberi» ma padronali) non conoscano la storia. O forse la conoscono. Ma in questo caso sono costretto a dire che questo genere di «giornalismo» mi disgusta. Mi disgustano per il cinismo orrendo con cui chiamano le donne afghane a testimone della superiorità della loro democrazia. Mi disgustano per la mala fede con cui citano la liberazione dal nazismo per esaltare l’intervento armato americano. Solo cinismo e mala fede, infatti, possono far dimenticare a questi intellettuali da Bar Messico che la storia americana è una storia di orrore razzista che dura da due secoli.

Ma adesso è finita, anche se quelli che scrivono sui giornali «liberi» (ma padronali) non sono in grado di capirlo, o forse preferiscono ignorarlo. È finita perché l’America non esiste più. Quel paese, che da due secoli garantisce nel mondo la violenza razzista e imperialista, che da due secoli fomenta guerra, ora è morto. Non ha un presidente, perché Biden è annichilito dalla vergogna e nessuno può fidarsi più di lui. Non ha alleati perché gli alleati di quel paese se la stanno filando all’inglese. Non ha un popolo perché ce ne sono due e sono in guerra fra loro. Non ha un governo perché non c’è nessuna maggioranza parlamentare. Non ha un futuro perché il suo destino manifesto è quello di dilaniarsi nella disuguaglianza, nella demenza di massa, nell’ignoranza e nella violenza armata.

L’Occidente è finito, cari Merlo, Ferrara, Nierenstein, Della Loggia e compagnia bella. E anche voi, senza più la possibilità di raccontare le «magnifiche sorti» delle guerre umanitarie, siete finiti. Rendetevene conto.  (2 )

Ma al di là di queste polemiche casalinghe ci sono altre considerazioni di fare. Ventitre giorni è durata  la marcia dei Talebani per conquistare il paese. L’otto settembre  ,appoggiati dall’aviazione pakistana e da altre milizie hanno sferrato un attacco da nord e sud all’ultima rocca forte di resistenza la Valle del Panjshir  dopo aver tagliato comunicazioni e isolato la regione.

Una resistenza  condotta  da  ex membri dell’Alleanza del Nord e altre figure anti-talebane con una  alleanza militare sotto la guida di Ahmad Massoud (figlio del comandante Massoud assassinato da emissari di Al Qaida nel 2001) e del vicepresidente deposto Amrullah Saleh.

La Valle del Panjshir si trova in una regione montuosa e fu una formidabile base operativa per l’Alleanza del Nord e per i combattenti antisovietici. La popolazione della valle è costituita in maggioranza da persone di etnia tagika, in contrapposizione alla maggioranza dei talebani che sono pashtun. La valle è nota per le sue difese naturali, circondata dalle montagne dell’Hindu Kush, non cadde mai in mano ai sovietici durante l’invasione degli anni ’80, né ai talebani durante la guerra civile degli anni ’90. (3)

Nello stesso momento  i Talebani  hanno annunciato , insieme alla vittoria suli resistenti del Panjshir  la formazione  di un governo  composto da personaggi noti  a varie ragioni . Una composizione  che secondo fonti occidentali  desta preoccupazioni.

Infatti secondo l’Ansa “L’Unione europea ha criticato  la composizione del nuovo governo afghano dei Talebani, affermando che non è né “inclusivo” né “rappresentativo”. L’esecuvito presentato ieri “non sembra una formazione inclusiva e rappresentativa della ricca diversità etnica e religiosa dell’Afghanistan che speriamo di vedere e che i Talebani hanno promesso nelle ultime settimane”, ha detto un portavoce in un comunicato. Gli Stati Uniti sono “preoccupati” dal governo formato dai talebani e lo giudicheranno sulla base dei fatti. Lo afferma il Dipartimento di Stato. “Notiamo che la lista dei nomi annunciati” per la composizione del governo “include tutti membri dei talebani o loro alleati e nessuna donna”, afferma il Dipartimento di Stato, dicendosi “preoccupato dai precedenti di alcuni membri. In ogni caso giudicheremo i talebani sulla base delle loro azioni e non delle parole”. E fra le azioni sotto osservazione c’è la disponibilità o meno del nuovo governo di lasciare uscire dal paese gli afghani che lo vogliono.(4)

Alla guida  del  governo talebano dell’Afghanistan  è stato nominato  come ministro dell’Interno Sirajuddin Haqqani, leader dell’omonima rete di milizie ritenuta vicina ad Al Qaida,  attualmente ricercato dall’Fbi per terrorismo, con una taglia di 5 milioni di dollari, secondo quanto riferisce la stessa agenzia Usa. Mohammad Hassan Akhund, il nuovo primo ministro afghano nel governo dei Talebani, figura nella lista dell’Onu di persone designate come “terroristi o associati a terroristi”. Mohammad Hassan è stato in passato consigliere politico del Mullah Omar, già leader dei Talebani, oltre che governatore di Kandahar e ministro degli Esteri negli anni del primo governo degli studenti coranici, tra il 1996 e il 2001.

In definitiva un governo composto da protagonisti del vecchio corso che hanno atteso venti anni per tornare sulla scena. Tanto che Andrea Nicastro su Il Corriere della sera scrive : “I «nuovi talebani moderati» sono gli stessi intollerabili e terroristi di 20 anni fa. Hanno solo qualche chilo e qualche pelo bianco in più. Li abbiamo combattuti per 20 anni e adesso ci dovremo sedere con loro a trattare se non vogliamo che l’Afghanistan cada nella fame, ci sommerga ancora di più di eroina e produca milioni di profughi pronti a bussare alle porte dell’Europa. Sempre senza considerare la possibile riapertura delle scuole per shahid, gli attentatori suicidi. Il crollo del governo filoamericano di Kabul e, prima, la decisione unilaterale di Washington di ritirarsi dal Paese mostrano il cartellino del prezzo. Ed è salatissimo.” (5)

A capo del Consiglio direttivo dei talebani, il mullah Mohammad Hassan Akhund nominato premier ad interim, ministro degli Esteri sotto il regime dei talebani tra il 1996 e il 2001, governatore di Kandahar e consigliere politico del mullah Omar, di cui era uno stretto collaboratore. Co-fondatore dei talebani, Abdul Ghani Baradar sarà il vice premier. Nato nel 1968 nella provincia di Uruzgan (Sud), cresciuto a Kandahar, ha combattuto contro i sovietici negli Anni ’80. Considerato il genero del mullah Omar, è stato liberato su richiesta degli americani nel 2018 e ha firmato gli accordi di Doha. Serajuddin Haqqani, capo dell’ominima rete terroristica Haqqani, è il ministro dell’Interno. Figlio del celebre comandante della jihad anti-sovietica, Jalaluddin Haqqani, Serajuddin è il “numero 2″dei talebani e il leader della potente rete che porta il nome della sua famiglia. La rete Haqqani, fondata dal padre, è ritenuta terroristica da Washington, che l’ha sempre considerata una delle fazioni più pericolose per le truppe Usa e Nato durante due decenni. Il mullah Haibatullah Akhundzada sarà l’emiro, in sostanza la Guida Suprema, del nuovo Afghanistan. Erudito, massimo esperto di questioni giuridiche e religiose, meno di strategia militare, Akhundzada è riuscito ad ottenere in tempi rapidi una promessa di lealtà da Ayman al-Zawahiri, il capo di Al Qaeda, che lo aveva sopranominato “l’emiro dei credenti”, consentendogli di affermare la sua credibilità nella galassia jihadista.

Dunque la “ dismissione forzata” come la chiama Erri De Luca e della quale ho parlato su queste pagine  è giunta a voltare pagina con la formazione del governo dei Talebani.. L’Afghanistan e il suo popolo si avvia  al compimento del suo destino mentre l’Occidente e soprattutto l’Europa a parole esprimono ogni solidarietà ma nei fatti hanno difficoltà ad attuare interventi che riescano ad alleviare le sofferenze di quel popolo e a contrastare  il regime che i Talebani  si  preparano ad instaurare. Il popolo afghano e soprattutto le donne hanno bisogno di alleati. Saprà l’Europa essere un alleato valido  o  continuerà nella sua politica  che ripete come un mantra “ aiutiamoli a casa loro “ con i precedenti della Turchia e della Libia a cui sono state versate somme ingenti e dati aiuti  per fermare l’immigrazione attraverso i respingimenti, i campi di attesa.

La speranza , di fronte alle vicende che abbiamo  riferito è che non ci sia anche una exit strategie per   quanto riguarda  la richiesta pressante e doverosa  dell?occidente al governo talebano di garantire  , libertà, diritti umani, autodeterminazione delle donne, integrità dei confini, lotta al  terrorismo . Capisaldi irrinunciabili per riconoscere quel governo e per aiutare l’Afghanistan a  continuare un percorso di ricostruzione e rinascita

 (1) Oevres de Maximilien Robespierre, Phénix Éditions, Ivry, 2000, t. VIII, pp. 81-83. Estratto da Wikiquote.  
Fonte: https://le-citazioni.it/frasi/156610-maximilien-robespierre-lidea-piu-stravagante-che-possa-nascere-nella-tes/

(2 ) https://ilmanifesto.it/lettera-aperta-agli-intellettuali-del-bar-messico/?fbclid=IwAR1HaIiGJwU6FhGcwzjXH-fsVzbRcSQbjIoQXMG0acjtyWkV0_y1Hqcb8dE

(3) https://it.wikipedia.org/wiki/Resistenza_del_Panjshir

(4) https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2021/09/07/i-talebani-sparano-per-disperdere-una-protesta-a-kabul_3ed2fa42-76c7-45b7-921b-461f7f063306.html

(5) https://www.corriere.it/esteri/21_settembre_07/afghanistan-talebani-oggi-nuovo-governo-c7264a9a-0fe9-11ec-bed3-6f3896af8bb8.shtml

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