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“ INGENIOSA SCIENTIA NATURAE”. DAI RITI DELL’ACQUA ALLE FONTANE :L’AQUILA FONTANA 99 CANNELLE

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Redazione- E’ da qualche giorno trascorso il 21 giugno ,il giorno del solstizio d’estate,  che permette alla  cultura popolare da nord a sud Italia di mettere assieme sacro e profano per celebrare  il ritorno della luce,della grande luce della stagione estiva. Con un clou  nella notte tra il 23 e il 24  quando si  festeggiano   le nozze  tra  il sole  e la luna e quelle tra il fuoco e l’acqua. E’ la notte di San Giovanni Battista che fa fare previsioni  sul mosto, sui matrimoni e sul grano. L’acqua diventa il simbolo di una trasformazione  che attraverso i riti  di un tempo  continua a svolgere la sua  azione realmente vitale ma  anche simbolica. Ritorna il ricordo , la memoria ma anche la pratica di usi e costumi   di una volta quando  nella notte  che precedeva la festa di San Giovanni i  contadini accendevano i falò, raccoglievano fiori e fasci d’erba ricchi di rugiada, aspettando il sole. La tradizione voleva che quella notte la rugiada cadesse sul grano dando vita ad un grande rito di purificazione.

La rugiada della notte di San Giovanni serviva a purificare dalle malattie ma anche ad aumentare la fertilità delle donne che si rotolavano  nei campi bagnati di rugiada; oppure si bagnavano gli occhi per preservare la vista. In quella notte di antichi riti e sortilegi le streghe si riunivano sotto un albero di noci per compiere i loro sortilegi.

Sull’acqua , sulle fontane, sul noce di Benevento sotto il quale si radunavano le streghe ci sono contributi  di  demo antropologi e folkloristi , oltre che antropologi di chiara fama. Contributi di spessore culturale che a secondo delle scuole e dei metodi attraversano  il sapere  popolare e lo intrecciano  tra cultura Alta e cultura Bassa in un continuum. Trasversalmente poi alcuni autori attraversano il retroterra di usi e costumi con gli strumenti delle scienze sociali  ma anche di altre scienze come la medicina, la glottologia  con ampie possibilità di indagini .

Mi riferisco alla tradizione italiana di studi demologici, studi territoriali, rivolti alle differenze  culturali  locali,  quelli  che  Alberto Cirese chiamava i ”dislivelli interni di cultura”. E mi riferisco a studiosi come  De Martino, Pitrè, Corso, Lauria ,Cocchiara e tanti altri. .

Ho accennato ai riti propiziatori dell’acqua  ,ai sortilegi e  alle magie di questo elemento naturale per introdurre  quel luogo di magie e di sortilegi ,non solo nella notte di S. Giovanni ma per tutti i giorni dell’anno, che è la Fontana delle 99 Cannelle a L’Aquila. Da quell’acqua sorse la città , la città che si chiamò L’Aquila proprio, come dice il cantore Buccio di Ranallo,  per  ricordare appunto la ricchezza di questo elemento disponibile  nel sito della Rivera.

La rugiada del mattino attraverso la porta del solstizio rende l’acqua di San Giovanni  lo strumento del sortilegio e della magia.  Alle porte della città di L’Aquila c’è un altro sortilegio e un’altra magia. Il rumore dell’acqua che da secoli ormai si  ascolta  confusa con quella del creato , nelle notti stellate, e con quelle degli uomini che lavoravano gli orti  durante il giorno . E poi la fusione di quel rumore nella pietra che dà vitaad un complesso monumentale che non è solo “monumenta” ma molte cose messe assieme compresa la tecnologia dell’impianto idraulico che alimenta proprio la fontana

Un’iscrizione apposta sul prospetto principale della fontana della Rivera all’Aquila: «a. d. m.c.c. l.x.x.i.i. | magister. Tancredus. de. Pen|toma. de Valva. fecit. hoc. opvs». ricorda Tancredi da Pentima architetto e scultore che sembra abbia contribuito alla costruzione della fontana  che oggi “

ha l’aspetto di «uno chiostro quadro, aperto d’una parte, con tre frontespitij» (L’Aquila, Biblioteca regionale S. Tommasi, ms. 288, Dell’antichità innovata dell’Aquila, c. 17v), ed è l’esito di una rilevante serie di manomissioni, restauri e ampliamenti succedutisi nei secoli. La fonte primitiva consisteva in un unico prospetto, quello orientale, che era però molto più corto dell’attuale e lievemente inflesso al centro, come si può tuttora constatare nella porzione destra di questo lato del monumento.” (1)

Al di là  degli aspetti  tecnici, idraulici e architettonici  che un  interessante opuscolo pubblicato a seguito dei lavori di restauro dopo il sisma  del 2009, illustra mirabilmente,  qui voglio parlare della  magia e del sortilegio,unito  all’acqua,   che si ripete sulla pietra  di quelle effigi zoomorfe e antropomorfe schierate in una grande danza  a specchiarsi nelle vasche sottostanti .Il volto di santi,angeli e demoni. Uomini e donne . Plebei, potenti, chierici, nobili, contadini. Animali . Effigi. Impresse nella pietra . Tutto impresso nella pietra come un inventario fisiognomico, una lista nel tempo e del tempo che  l’intreccio di masselli di pietra bianca e rosa tratta dalla vicina cava di Genzano di Sassa, presenti anche nella facciata della basilica di Santa Maria di Collemaggio e in altri monumenti dell’Aquila ,si è  incaricata di tramandarci . Impronte di un viaggio nella storia e nel tempo di un territorio che la pietra, docile sotto lo scalpello, ci rimanda ogni giorno quando andiamo a vedere le fontane del complesso monumentale delle 99 cannelle a L’Aquila. Un accostamento tra acqua e pietra che è accostamento primordiale ma anche misterioso. Aria , acqua, terra e fuoco fusi nei volti di quei mascheroni scolpiti come «Ingeniosa scientia nature» come un’eredità della sapienza greca e araba.

Da Ruggero Bacone a Della Porta, da Le Brun a Lavater, da Gall a Lombroso: il racconto della fisiognomica coinvolge un numero rilevante di letterati e di artisti, di medici e di filosofi, coincide con un caleidoscopio di testi che rappresentano emozioni, diagnosticano talenti, prevedono destini. Dall’atelier al gabinetto scientifico e all’aula giudiziaria, la fisiognomica cerca di scrivere le incerte regole dei modelli umani, prima di essere soppiantata dai più scaltri paradigmi psicologici e biologici. E’ stata una pratica esoterica? Una scienza? Una retorica?Sicuramente un crocevia di importanti dibattiti nella cultura europea, un capitolo inconsueto della storia delle idee. Da questo alfabeto dimenticato si può forse ricavare qualche antidoto contro la menzogna e l’esasperante vanità dei divismi contemporanei. (3)

Ma la fisiognomica delle 99 cannelle a L’Aquila è il suggello su quella pietra che canta, quella pietra che fiorisce nelle grandi cattedrali dei Cistercensi, disegnate, edificate, ornate da fregi, affreschi ,capitelli .Il sesto acuto dei maestri borgognoni e i costoloni dei lombardi rammodernano le costruzioni e scaricano sulla terra la lievità del cielo in un incontro tra cielo e terra che le guglie e le facciate delle cattedrali interpretano ed esaudiscono.

Così diventa essenziale l’opera dei cistercensi . Tutto cominciò in quel secolo :“Nel cuore della notte mi alzo a renderti lode, o Dio” e “Sette volte al giorno canterò le tue lodi” (Regola, cap. 16).Ed è verso la chiesa quindi che converge tutta la vita del monaco: infatti in essa si giustifica, si realizza e si sublima la sua vita nel contatto con Dio mediante la sacra liturgia e l’ufficio divino o “Opus Dei”.

“Proprio alle regole di San Benedetto si collega l’ordine dei Cistercensi, fondato alla fine dell’anno mille. Le chiese, i chiostri, le sale capitolari sono esempi fantastici di armonia “povera”, dove il contributo di statue e immagini è ridotto al minimo ed è proprio la semplicità, il rigore e lo slancio dei moduli architettonici a imprimere un segno del tutto particolare, in un periodo in cui  il gotico stava imponendosi sempre più impreziosito da sculture, vetrate multicolori e ornamenti molto elaborati.

Quasi tutti gli edifici cistercensi, che erano stati eretti in tutta Europa, sono andati distrutti a seguito della Rivoluzione Francese, ma l’Italia ne conserva ancora qualche esempio meraviglioso. Tra queste fatemi citare i tre capolavori più suggestivi e meglio conservati: le Abbazie di Casamari e Fossanova, nel Lazio, e lo spettacolare rudere di San Galgano in Toscana.” (4)

 “I Cistercensi pare che seguissero un ordine divino per creare il loro complesso monastico:si canalizzavano le acque stagnanti così che la terra si asciugasse;la si livellava e fissando con la corda le dimensioni del complesso monastico,si orientava la chiesa e gli altri edifici con la luce dell’alba. Si mettevano a coltura i prati,si piantavano alberi da frutto,verdure e fiori,abbandonando il disprezzo per il lavoro manuale e agricolo a cui si dava valore,al pari della preghiera.

San Bernardo non negava riferimenti al Vecchio Testamento o alla Gerusalemme Celeste ma poneva l’accento sul significato didascalico dell’architettura della Chiesa insistendo sugli aspetti di umiltà e di semplicità. Le chiese a pianta Bernardina  terminano quasi tutte con un quadrato o un rettangolo, generalmente più basso della navata, derivato dalle piccole chiese e dalla tradizione degli oratori, è infatti un’espressione dell’umiltà monacale. La forma rettangolare era ritenuta più modesta di quella rotonda o addirittura la più modesta possibile, mentre l’abside tonda rappresenta una simbologia della tradizione imperiale.

L’interesse per il numero e per i rapporti numerici in San Bernardo, quindi, assume un’importanza fondamentale. Il concetto del numero come espressione della bellezza fu ereditato da parte dei Padri della Chiesa dalla più alta antichità, dai Semiti  e dei Greci e non era comunque estraneo all’Antico Testamento. Si pensi ai 318 servitori di Abramo, ai 480 anni computati dall’uscita dall’Egitto alla costruzione del Tempio. Quanto alla metafisica di questo simbolismo, i Padri l’avevano ricevuta principalmente dalla tradizione pitagorica largamente diffusa da opere tradotte in latino da Apuleio.Seguendo questa tradizione, i numeri sono il principio, la fonte e la radice di tutto. Lo sforzo continuo degli autori cristiani e anche di San Bernardo, fu di purificare la scienza dei numeri da ogni riferimento alla divinazione astrale. Essi rinviano quasi sempre a una frase del Libro della Sapienza che e la più citata. Il versetto costituisce una specie di consacrazione di tale scienza: ma tu (cioè Dio)hai disposto tutto  con misura, numero e peso e definisce il carattere fondamentale del bello e dell’estetica. Il percorso dal mondo greco verso la cultura occidentale fu segnata per primo da Agostino.

 Alla metà del XII secolo il cistercense Odo di Morimond sostiene che i numeri sono superiori alle cose perché alcuni simboli numerici precedono le cose stesse. Per esempio, se l’uomo fu creato nella doppia natura di anima e corpo, ciò fu possibile perché già esisteva il concetto di due; tre inoltre ha sempre significato la Trinità, ed è simbolo di trascendenza, così che, secondo il pensiero di Odo i numeri sono digniores rispetto alle cose.  (5)

In quel secolo l’interesse per l’allegoria del numero si arricchì del rapporto esistente tra microcosmo e macrocosmo che fu espresso in termini numerici, ossia archetipi matematici. Il numero quattro per esempio rappresenta i punti cardinali, le fasi della luna, i sensi, le stagioni e che nella cultura classica è l’elemento costitutivo del tetraedro di Platone, o il numero costruttivo dell’uomo di Vitruvio, significa la perfezione morale (immanenza, cioè l’espressione della perfezione divina nel creato). Il numero otto nelle scritture si riferisce al giorno che segue l’ultimo della creazione e il giorno dopo la Resurrezione di Cristo;esso non si aggiunge al settimo, ma ne manifesta lo splendore, la pienezza della perfezione, perché ottavo è il giorno dopo il quale non vi sarà più inizio di nulla: è il primo e l’ultimo giorno della settimana senza fine, tempo che si compie nell’eterno. Questa una cor relazione tra 7 e 8 indica il ritorno definitivo della creazione nel seno di Dio. Il numero sei (2 x 3) è numero della creazione, il sette il numero della storia della salvezza o dell’Antico Testamento, l’otto è quello della consumazione della salvezza, o del Nuovo Testamento; il 12 (3 x 4) è il numero della durata.

Novantanove cannelle , dunque in questa filosofia del numero si iscrive la storia delle novantanove cannelle e dei novantanove volti della fontana.

Progettazione dello spazio quale identità che abita se stessa lasciandosi scorgere dall’altro, oltreché corrispondenza fra aspetto umano e comportamento. E’, negli esiti,di quei piccoli mascheroni, maschere che non coprono ma rivelano, materia vibrante dei sogni. Superfici convergenti su un ovale antropomorfo che, come nelle fasi lunari, viene decostruito o accresciuto di una porzione ridondante – a seconda del punto di vista – in tempi congelati che ricordano la vita..

Dal ritorno all’oggetto pellicola, a volte dichiarato altre indirizzato verso una stratificazione, alle trasparenze polimateriche, dal positivo al negativo, nella ricerca dell’immagine della ”grande madre” archetipica. Magma e quiete, perturbante e familiare ad un tempo, percezione di incongruenze suggerite e apparentate con il mistero che il volto, la persona nell’antica accezione di maschera teatrale, guscio vuoto, reca con sé queste immagini ti chiamano a riflettere sul mondo in un incontro nuovo.

Scrive Bruna Marcantonio: “ L’acqua che purifica e trasforma, che lava e redime. Tutto in questa fontana è volto a manifestare l’essenza della rinascita, non sono presenti croci, la morte è superata. E’ presente l’uomo nuovo. Tra le varie maschere una si distingue, per la sua forma e per la posizione in cui è stata situata, la pietra angolare. Questa particolare pietra, che il tempo e l’acqua hanno consumato ma non tanto da renderla irriconoscibile, rappresenta il corpo di un pesce con la testa d’uomo e fa riferimento a “Cola Pesce”, personaggio mitologico che nel basso Medioevo ebbe un netto rimando al re di Sicilia Federico II. E’la pietra filosofale della fontana, situata nell’unico punto che da la possibilità di controllare tutte le altre, un onore che solo a lei è concesso. Tancredi da Pentima lasciò così la sua firma, in quella che è l’icona del segreto delle società muratorie, da cui in seguito si svilupparono le massonerie. Tutti questi ed altri ancora sono i segreti della Fontana delle 99 cannelle, ridotta a banale lavatoio dalla nostra cultura e privata di quel messaggio spirituale che per fortuna sta tornando alla luce.”

Dalle meraviglie e sortilegi dell’acqua e della pietra alla leggenda della nascita della città di L’Aquila  perché la leggenda vuole  che la Fontana celi storie e misteri collegati alla fondazione de L’aquila.

Si narra che durante il XIII secolo si decise di fondare una città – madre, riunendo le popolazioni dei 99 castelli confinanti. I signori dei 99 castelli avrebbero dovuto inviare le proprie genti, ciascuno in un’area della nuova città, assegnata loro durante la fase di progettazione urbanistica; quest’area doveva avere una piazza con una fontana al centro e una chiesa. Attorno a ogni piazza bisognava costruire le nuove abitazioni che avrebbero dato origine a ogni nuovo quartiere.

Ecco perché la città de L’Aquila possiede 99 piazze, 99 fontane e 99 chiese.

Alla fine del Duecento si costruì dunque una fontana monumentale, che doveva essere il simbolo della città appena fondata e della sua unità civica.

Leggenda vuole che i volti dei mascheroni rappresentino i signori dei 93 castelli che diedero vita alla fondazione della nuova città

Richiama l’attenzione in maniera particolare, il mascherone dalla testa di pesce: posta sul lato destro, tale figura sarebbe allegoria della leggenda di Colapesce  testimoniando quindi che Federico II contribuì alla fondazione de L’Aquila.

L’iniziale costruzione della Fontana risalirebbe all’anno 1272, come riporta una lapide posizionata sopra le Cannelle, ma l’opera è stata poi ampliata e portata avanti in diversi periodi storici.

Originariamente la Fontana aveva la funzione di pubblico lavatoio, ma il suo significato è senz’altro più profondo: è un monumento simbolico abruzzese ricco di significati collegati al numero 99. Ogni maschera è diversa dalle altre: 93 contengono un fiore con rosone, simbolo molto usato nell’arte, anche orafa, abruzzese; le altre 6 cannelle sono vuote e rappresenterebbero le piaghe di Cristo. Forte è la carica allegorica che si cela dietro ogni maschera.(6)

Pietra, acqua,riti dell’acqua,   architetture,  effigi  antropomorfe e zoomorfe, tecnica idraulica , leggende sulla nascita della città .   Tutto dentro una maschera  dove il  simbolo della maschera indica un bisogno di protezione, ma anche di trasformazione. E’ il non-essere che vorrebbe farsi essere, l’occultamento che presume di farsi disvelamento. E’ identificante di un’assenza, di una diversità, a volte di una patologia.La maschiera dunque come metafora moderna della città di L’Aquila.

Nell’antichità le maschere rappresentavano le forze sovrannaturali della divinità; qui invece sembrano rappresentare le forze subnaturali dell’uomo, l’incapacità di essere e, insieme. la ribellione a questa incapacità, la volontà di superarla o di sfuggire a un giudizio che condanna a un ruolo prestabilito. La maschera serve per nascondere un vuoto e nel contempo per indicare che si vuole colmarlo con un pieno diverso.

Perché come scrive Shopenaur : «Tutto ciò che è profondo ama la maschera; le cose più profonde hanno per l’immagine e l’allegoria perfino dell’odio. (…) Ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera: e più ancora, intorno a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera, grazie alla costantemente falsa, cioè superficiale interpretazione di ogni parola, di ogni passo, di ogni segno di vita che egli dà.»

Indossare una maschera rende tutto più semplice . Aiuta a nascondere l’identità e a renderla irriconoscibile. Le maschere ,nella fantasia e nella realtà, hanno da sempre permesso di fare ciò che ai volti è proibito.

Grazie ad una maschera Romeo riuscì ad entrare in casa Capuleti, a danzare con Giulietta e a non farsi sfidare da Tebaldo , con “the mask “ dei fumetti della Dark Horse chiunque poteva diventare invulnerabile pieno di poteri , violando così le leggi della fisica e della realtà, e solo mettendo la maschera il nobile Don Diego de la Vega riuscì a combattere , in nome della povera gente, contro la tirannia sotto la maschera di Zorro. Dietro una maschera si celano molteplici identità e al contempo la vera essenza dell’essere che ,in contrasto con la quotidianità , si confonde tra i sogni.

Il cubismo e le maschere del Congo di Picasso, la danza espressionista di Mary Wigman, Hugo Ball e il dadaismo, hanno messo in evidenza l’importanza della maschera, soprattutto nella sfera figurativa. La maschera è così riuscita, a dare voce alle catastrofi sconvolgenti e alla percezione di morte che le due guerre del 900 avevano disseminato nella cultura e soprattutto negli animi.

In latino la persona era la maschera che copriva il capo dell’attore in teatro, la quale era regolarmente diversa in base ai personaggi . Pirandello ,partendo proprio da questo presupposto ,sostenne la più grande verità : ogni uomo si serve di una maschera di volta in volta diversa per interagire con se stesso e con gli altri. Ma quando la maschera che si è creato o che gli hanno cucito addosso esplode, non gli resta altro che scontrarsi con la follia.(7)

Si corre il rischio di restare intrappolati, di non saper riconoscere e scindere l’io dalla maschera che si porta, e così questa diventa l’ arma che copre gli occhi, che riveste l’ animo e che oscura l’indole . La si trascina dietro come una coperta di Linus per proteggere l’ entità che dietro si tenta di nascondere .

E’ possibile abbattere questi muri ed esporsi senza ostacoli?

Oscar Wilde, sosteneva: “ogni uomo mente ma dategli una maschera e sarà sincero”… Alle volte, la maschera, si trasforma in una muraglia, dietro la quale si ci nasconde per difendersi dalla paura che qualcuno possa attaccare il vero io .

Internet è una maschera. Su internet nessuno conosce nessuno, un semplice nickname o un avatar diventano i costumi dell’identità, e gli inevitabili giudizi su ciò che si scrive, o su ciò che si mostra, non sfiorano più di tanto .Si ci può creare un io del tutto diverso, migliore di quello che si è .

Ma prima o poi iI trucco si sfalda e si scioglie; ed anche se dietro ogni maschera ce n’è un’altra e un’altra ancora prima o poi si arriva al niente. La verità è nascosta tra il velo sottile che divide la pelle dalla maschera … Solo da lì può venire fuori la vera essenza dell’anima.

Ed è proprio la vera essenza dell’anima di una città che abbiamo cercato in questa riflessione attraverso la magia e il sortilegio dell’acqua e della pietra fonti di  ispirazione per la leggendaria costruzione di una città che  come un’araba fenice è rinata  molte volte compresa l’attuale  dopo il devastante terremoto del 2009 .

( 1)  Dalla parete aggettavano soltanto quindici degli attuali novantré mascheroni portagetto: dotati di sembianze ora maschili ora femminili ora animali, essi formano «un complesso di grande omogeneità, dovuto indubbiamente a una medesima mano» (Bologna, 1997, p. 44), quella di uno scultore che si suole appunto identificare con Tancredi da Pentima dell’epigrafe commemorativa. Apparteneva alla fontana antica l’alternanza fra la chiara pietra delle protomi umane e animali e quella rossa di Genzano dell’Aquila delle formelle quadrate che vi sono intercalate, recanti al centro rosette a quattro o cinque petali (pp. 39-74). Andrebbe invece posticipato di poco più di un ventennio il paramento murario a conci bicromi che si eleva al di sopra del parapetto orientale (pp. 75-92). Dall’incrocio delle fonti con le evidenze stilistiche si ritiene che ai primitivi mascheroni portagetto nuovi si aggiungessero agli inizi del Trecento, nella prima metà del secolo successivo e nel 1494, anno al quale viene fatto risalire anche lo stemma cittadino sovrapposto alla composita epigrafe commemorativa (pp. 93-97). L’intervento decisivo per la fisionomia odierna della fontana ebbe luogo al tempo di Margherita d’Austria, figlia naturale dell’imperatore Carlo V, che ebbe il perpetuo governo della città dal 1572 al 1586. Il progetto di ampliamento, da interpretarsi «nel quadro della rivalutazione post-tridentina del primitivo» (p. 121) e riconducibile per via indiziaria all’architetto e trattatista aquilano Geronimo Pico Fonticulano, comportò il prolungamento del fronte primitivo, al quale fu aggiunta una seconda vasca, l’addizione dei lati settentrionale e meridionale – quest’ultimo addossato alle mura cittadine – e un corredo di cinquantanove nuovi mascheroni. Il risultato fu la trasformazione della fontana medievale in una sorta di piazza destinata alla funzione di pubblico lavatoio (pp. 105-152). Soltanto dopo il 1871, che è l’anno inciso nella lapide più recente dell’epigrafe commemorativa, furono aggiunte le sei cannelle prive di mascheroni visibili all’estremità destra del prospetto meridionale, verosimilmente per far sì che i getti risultassero in tutto novantanove: è questo il mitico numero assegnato dalla tradizione storiografica aquilana ai castelli fondatori della città (pp. 21 s., 157).   Enciclopedia Treccani

(2) Le scritture del volto. Fisiognomica e modelli culturali dal Medioevo ad oggi di Paolo  Getrevi  Feltrinelli editore

(3) http://www.infinitoteatrodelcosmo.it/2020/11/13/i-numeri-cistercensi/

( 4 ) http://www.duepassinelmistero.com/Architettura%20Cistercense.htm

(5 )   http://www.duepassinelmistero.com/Architettura%20Cistercense.htm

(6) https://www.archeome.it/abruzzo-la-fontana-delle-99-cannelle-storia-e-leggende-della-citta-de-laquila/

(7) https://romanzocoeva.wordpress.com/2011/03/01/maschera/

Altre fonti :

http://www.homolaicus.com/arte/picasso/maschera.htm

http://it.wikipedia.org/wiki/Fisiognomica

http://www.medioevo.org/artemedievale/Pages/Abruzzo/99Cannelle.html

bruna.marcantonio@fastwebnet.it

Ferdinando Bologna, La Fontana della Rivera all’Aquila, detta delle novantanove cannelle, L’Aquila, Textus, 1997.

Alessandro Clementi; Elio Piroddi, L’Aquila, 4a ed., Bari, Editori Laterza, 1986.

Touring Club Italiano, L’Italia – Abruzzo e Molise, Milano, Touring Editore, 2005.

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