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TRANSIZIONE DIGITALE | CHE FARE ?

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Redazione- Nei prossimi anni  gli investimenti pubblici  si concentreranno in settori  come transizione ecologica ,big data,intelligenza artificiale  e digitalizzazione  per generare il cambiamento che ci si aspetta  e che è comunque richiesto a livello globale

Ho esaminato e raccontato su queste pagine  che cosa  significa  transizione ecologica ,un tema  importante e  attualmente molto usato e abusato . Di una tale importanza da creare addirittura , in occasione della formazione del governo Draghi , un ministero , quello appunto della transizione ecologica. Il Next Generation Italia che  è stato declinato nel nostro paese attraverso i progetti e le riforme collegate  del Piano nazionale di ripresa e resilienza  e presentato a Bruxelles  lo scorso aprile,  affronta  la transizione ecologica ma anche la transizione  digitale.

Di questa vogliamo parlare  premettendo che pensare che la” transizione digitale” sia solo una questione di tecnologia può  essere sviante. Transizione digitale : che fare ? sembra essere il principale interrogativo  su un tema che  appare anzi è poliedrico, perché  mette assieme interventi in più comparti, richiede più competenze e  occuperà sicuramente una buona percentuale di tutti i progetti del piano di ripresa .

 Prima di coinvolgere le macchine, la «quarta rivoluzione industriale» ,come si vuole  chiamare questa grande spinta alla digitalizzazione in molti settori della nostra vita e principalmente  nella pubblica amministrazione , passa attraverso l’uomo. Che è comunque il protagonista sempre di una serie di interventi  perché solo attraverso le sue capacità e le sue competenze  ( si tratti di semplici compiti o dell’attività di un manager ) ,si può dar vita a tutti quei processi  che già accennavamo all’inizio . Ma soprattutto alla digital economy  che mette a disposizione risorse straordinarie come i big data  ,l’intelligenza artificiale . Insomma  arrivare fino alle più complesse innovazioni .

Dal Sole 24 ore,   che  è  la nostra fonte ,  apprendiamo  che secondo uno studio realizzato dal World Economic Forum, negli Stati Uniti entro il 2025 la nuova ripartizione del lavoro tra uomo e macchina portata dalla digitalizzazione farà sparire 85 milioni di posti di lavoro nelle medie e grandi imprese, ma ne creerà 97 milioni. Le aziende più competitive, spiega lo studio, saranno quelle che sceglieranno di riqualificare e migliorare le competenze dei dipendenti, affinché abbiano un livello di prontezza digitale adeguato per governare e sostenere la trasformazione e l’innovazione. «L’emergenza sta accelerando una trasformazione che era già in atto e sta incrementando il bisogno delle aziende di avere sempre più competenze digitali, su tutti i livelli — spiega Luciano Sale responsabile human resources di Tim, che con Risorgimento Digitale ha avviato un piano nazionale di formazione ed educazione digitale —. Stiamo lavorando con diverse Università italiane per far crescere i talenti dell’innovazione e formare esperti informatici ad alto profilo».

Ci sono decine di  istituti di ricerca che si occupano in questo momento nel nostro paese  di migliorare le performance economiche delle Piccole e Medie Imprese tramite l’analisi, l’applicazione e il trasferimento delle più efficaci metodologie manageriali sviluppate in ambito italiano e internazionale. Perché lo sviluppo organizzativo è di vitale importanza per la crescita di ogni impresa, anche dal punto di vista commerciale. Spesso però rappresenta un tema altamente critico che non sempre viene approcciato in maniera adeguata.  (1 )

Per le  piccole e medie imprese  dotarsi di “specialisti del digitale” non è semplice. Ancora oggi il 20% di queste imprese  non ha in organico alcuna figura con competenze digitali e solo l’11% è «digitally committed» ovvero è concretamente e culturalmente orientata all’innovazione e quindi matura per il salto digitale.

«Serve maggiore attenzione all’orientamento dei ragazzi delle scuole secondarie — sottolinea il rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta — per intercettare per tempo i talenti. Farlo quando hanno finito la scuola e devono decidere a quale facoltà iscriversi è tardi. Ma è importante che anche i corsi di laurea tradizionali aggiornino i programmi per fornire competenze informatiche , prosegue Resta,. Per digitalizzare la giustizia servono gli esperti digitali ma anche i giuristi, che conoscono tempi, flussi e procedure e sanno dove intervenire. E’ una figura nuova di project manager. Allo stesso modo, un ingegnere della mobilità dovrà avere competenze in scienze sociali».

Gli iscritti ai corsi di laurea in ambito tecnico-scientifico stanno aumentando, l’anno scorso le matricole delle discipline Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, e Matematica) sono state 94 mila. E con il nostro 24,7% di laureati Stem nel 2019 (ma solo 16,2% donne) siamo sopra al Regno Unito (23,2%) ma sotto alla Francia (26,8%), alla Spagna (27,5%) e alla Germania (32,2%). Quanto agli sbocchi, a cinque anni dalla laurea, in Italia il tasso di occupazione è di circa il 90%.

Per capire bene che cos’è appunto la transizione digitale bisogna però  fare un passo indietro e tornare a parlare della Next Generation Eu  quel pacchetto di progetti che interessano  il processo di ripresa  e di cambiamento nel nostro paese dopo la parentesi della pandemia da Covid 19. Proprio in termini  tutti italiani il Next Generation Eu viene declinato nel Piano nazionale di ripresa e resilienza .Un  pacchetto da 750 miliardi di euro concordato dall’Unione Europea per sostenere la ripresa economica dopo la crisi causata dalla pandemia.Il Piano è composto da un corposo pacchetto di investimenti e riforme, con l’obiettivo, tra gli altri, di accelerare la transizione ecologica e digitale, modernizzare la Pubblica Amministrazione, rafforzare il sistema produttivo, raggiungere una maggiore equità di genere, generazionale e territoriale. Complessivamente, il 27% dei fondi è dedicato alla digitalizzazione.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è organizzato in sei missioni.

Sul sito del governo   ( 2)   si legge : La Missione 1, che è dedicata a “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività e Cultura”, prevede uno stanziamento complessivo pari a 49,2 miliardi e punta a promuovere la trasformazione digitale del Paese, modernizzare la Pubblica Amministrazione, sostenere l’innovazione del tessuto produttivo, investire in due settori strategici del Paese, turismo e cultura.

In particolare, la Missione 1 risponde a sei obiettivi:

  1. Digitalizzare la Pubblica Amministrazione, sia attraverso importanti riforme strutturali che interventi tecnologici ad ampio spettro;
  2. Abilitare gli interventi di riforma della PA, semplificando i procedimenti e investendo in competenze e innovazione;
  3. Sostenere gli interventi per la riforma della giustizia attraverso investimenti nella digitalizzazione;
  4. Favorire la transizione digitale per tutto il tessuto produttivo italiano, con particolare attenzione alle Pmi, alle filiere produttive, alle competenze tecnologiche e digitali;
  5. Portare connettività ad alte prestazioni, in tempi certi, su tutto il territorio nazionale;
  6. Investire in infrastrutture digitali per il monitoraggio satellitare e più in generale nei settori della space economy e delle tecnologie emergenti.

La transizione digitale rappresenta un’enorme opportunità per aumentare la produttività del Paese, generare occupazione, garantire un più ampio accesso all’istruzione e alla cultura, colmando, così, i divari territoriali. Nonostante i recenti miglioramenti, l’Italia è ancora in ritardo per quel che riguarda i termini di adozione digitale e innovazione tecnologica, come evidenziato dall’ultimo aggiornamento dell’indice DESI, che vede il Paese collocato al 24° posto fra i 27 Stati membri dell’UE. L’ambizione del governo è recuperare il terreno perduto, riportando l’Italia nel gruppo di testa in Europa, nell’ottica degli obiettivi individuati dal Digital Compass 2030.

Il Digital Economy and Society Index è un indice creato dalla Commissione Europea che misura i progressi dei Paesi europei in termini di digitalizzazione dell’economia e della società. L’indice è la sintesi di diversi indicatori raccolti in 5 aree principali:

 –  Connettività: misura lo sviluppo della banda larga, la sua qualità e l’accesso fatto dai vari stakeholder;

  – Capitale umano: misura le competenze necessarie a trarre vantaggio dalle possibilità offerte dalla società digitale;

 – Uso di internet: misura le attività che i cittadini compiono grazie a internet, connettività e competenze digitali;

 – Integrazione delle tecnologie digitali: misura la digitalizzazione delle imprese e l’impiego del canale online per le vendite;

  -Servizi pubblici digitali: misura la digitalizzazione della PA, con un focus sull’eGovernment

Ognuna di queste cinque aree contiene diversi indicatori che sono raccolti annualmente per tutti i Paesi europei e opportunamente pesati a seconda della loro rilevanza. Nel rapporto DESI 2018 sono stati 34 gli indicatori utilizzati. Successivamente, per aggregare indicatori espressi in unità di misura differenti, viene fatta una normalizzazione tra 0 e 1. Ed è in questo modo che è possibile avere una misura media per ogni area e una misura complessiva, che riferisce sinteticamente lo stato di attuazione dell’Agenda Digitale.

Abbiamo detto che Il 27% delle risorse totali del Piano nazionale di ripresa e resilienza sono dedicate alla transizione digitale.

All’interno del Piano la strategia digitale viene  sviluppata su due assi.:  il  primo  riguarda le infrastrutture digitali e la connettività a banda ultra larga; il  secondo riguarda tutti quegli interventi volti a trasformare la Pubblica Amministrazione (PA) in chiave digitale .I due assi sono necessari per garantire che tutti i cittadini abbiano accesso a connessioni veloci per vivere appieno le opportunità che una vita digitale può e deve offrire e per migliorare il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione rendendo quest’ultima un alleato nella vita digitale dei cittadini.

La digitalizzazione delle infrastrutture tecnologiche e dei servizi pubblici è un impegno non più rimandabile per far diventare la PA un vero “alleato” di cittadini e imprese. Il digitale è la soluzione in grado di accorciare drasticamente le “distanze” tra enti e individui e ridurre i tempi della burocrazia.

La strategia Italia digitale 2026   (3)  include importanti investimenti per garantire la copertura di tutto il territorio con reti a banda ultra-larga, condizione necessaria per consentire alle imprese di catturare i benefici della digitalizzazione e più in generale per realizzare pienamente l’obiettivo di gigabit society.

Almeno cinque sono gli obiettivi della digitalizzazione : cinque ambiziosi obiettivi:

  1. Diffondere l’identità digitale, assicurando che venga utilizzata dal 70% della popolazione;
  2. Colmare il gap di competenze digitali, con almeno il 70% della popolazione che sia digitalmente abile;
  3. Portare circa il 75% delle PA italiane a utilizzare servizi in cloud;
  4. Raggiungere almeno l’80% dei servizi pubblici essenziali erogati online;
  1. Raggiungere, in collaborazione con il Mise, il 100% delle famiglie e delle imprese italiane con reti a banda ultra-larga.

Il mandato ministeriale di Vittorio Colao è dunque cruciale sotto tre punti di vista: quello della competitività del sistema produttivo, quello dell’ammodernamento della pubblica amministrazione, e quello dell’inclusione sociale. Il 13 aprile 2021 il Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, Vittorio Colao, è intervenuto in audizione presso la Commissione Trasporti della Camera dei Deputati. In questa occasione il Ministro ha illustrato gli obiettivi principali del piano per la transizione digitale; ha discusso la strategia messa a punto dal ministero per raggiungere quegli obiettivi; ha inoltre svolto un passaggio importante sui problemi più urgenti da affrontare – in particolare quello dei divari digitali, quello delle competenze e quello della cooperazione.   (4)

Il ministro ha sintetizzato il proprio pensiero in una frase in conclusione: “Digitale per una vita più facile, più sana, più inclusiva e per un’Italia più forte nel contesto internazionale”. Dichiarando inoltre : ““…la transizione digitale è un’occasione unica di crescita, occupazione, e innovazione, di preservazione sostenibile del territorio e della natura e anche di diffusione e più largo accesso all’arte e alla cultura. L’Italia deve cogliere questa opportunità senza esitazioni. E lo deve fare soprattutto per consentire ai nostri giovani, che davvero vivranno in un futuro digitale, di avere accesso a quelle opportunità dalle quali sono stati troppo spesso esclusi. L’Italia ha perso molto terreno rispetto alle economie più sviluppate, in termini di crescita, reddito e standard di vita, con una preoccupante ricaduta sulle prospettive per le generazioni più giovani. Questo è in gran parte dovuto al non aver saputo cogliere appieno le sfide e i vantaggi che la transizione tecnologica e digitale comporta. È chiaro che se vogliamo non solo recuperare terreno rispetto agli altri paesi, ma anche tornare leader nei settori industriali, nell’occupazione di qualità e negli standard di vita, dobbiamo lavorare a un ammodernamento digitale del nostro paese nel suo complesso.”

Del resto il Ministero  guidato da Vittorio  Colao che si occuperà della transizione ecologica  è parte della compagine di un  Governo che ha l’onere di innovare con una rilevante disponibilità economica (nell’audizione viene esplicitamente dichiarata una cifra superiore ai 40 miliardi di euro) e con la pesante responsabilità di indirizzare la spesa in modo efficace ed efficiente, non può che fare discorsi pragmatici, non retorici e realistici.

Una occasione unica e irripetibile che non va sottovalutata ma soprattutto non va sprecata perché rappresenta un pezzo di futuro. In una prossima  riflessione mi occuperò della digitalizzazione nella pubblica amministrazione . Qui voglio riprendere l’incipit di questa riflessione che partiva da un problema importante  quella dei processi di innovazione e quindi di cambiamento che questo paese deve produrre e promuovere in molti settori compreso quello della cultura . Innovazione significa  coinvolgere e quindi compromettere  tutti i protagonisti del digitale attraverso una vera e propria rivoluzione culturale . Significa aprire la mente  ad un modo di intendere e vedere  il mondo che ci circonda  in termini digitali. Certo  abbandonare alcuni vecchi saggi e buoni percorsi che hanno costruito la nostra forma mentis ( specialmente di quanti hanno una certa età)  sarà difficile e doloroso  ma forse necessario  con una semplice accortezza : quella di conservare il cuore di certi aspetti culturali  della nostra  vita  pre- digitale  con i quali appunto guardare al digitale per renderlo diverso da quello che spesso siamo abituati a vedere , per misurarlo  con la nostra disposizione e disponibilità al cambiamento concreto, per farne uno strumento e non un fine, insomma per  ridare agli algoritmo un volto se non proprio umano  sufficientemente compatibili con il modo specifico di essere del cosiddetto uomo sapiens.

La trasformazione digitale è infatti un processo che deve favorire la cultura dell’innovazione attraverso il coinvolgimento progressivo di tutti i dipendenti e i talenti del digitale, in modo da far evolvere i modelli di business. Serve far lavorare insieme persone con competenze diverse. Ma anche di età diverse, per mettere l’esperienza al servizio dell’innovazione.«Per la transizione digitale — spiega Resta — servono competenze e conoscenze e quindi capitale umano». Se da un lato la digitalizzazione è un processo irreversibile per le imprese, dall’altro per cogliere tutta la portata della «quarta rivoluzione industriale» (e non disperdere i 40 miliardi del Recovery destinati alla transizione digitale) occorre prima di tutto puntare sulle persone e investire sulla loro maturità digitale.

Di questo tema hanno parlato la ministra della dell’Università, Cristina Messa e il ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani.  “ Nei bilanci delle società non viene misurato, ancor meno in quelli dello Stato. Eppure la sua scarsità, oppure il suo spreco rendono le possibilità di crescita, di innovazione, di sviluppo di una Paese, infinitamente più ridotte. Il capitale umano è probabilmente l’asset più prezioso del quale un Paese come l’Italia può disporre. Eppure, come per tutte le materie prime, se non vengono lavorate, curate, gestite, trasformate, il valore risulta di molto inferiore al potenziale che si può esprimere. Succede che il dibattito sul Recovery fund si sia concentrato per il 90% sui cantieri e per quasi zero sulle persone che dovranno essere protagoniste delle due grandi transizioni, quella digitale e quella ecologica. I giovani, ma non solo. La domanda di una revisione delle competenze e dei saperi riguarda in modo trasversale le fasce di età, senza barriere anagrafiche. Come coltivare il capitale umano? Come remunerarlo con gli interessi? Come far dialogare imprese e Università? Come potenziare la cultura tecnologica, intesa non più come una specie di recinto pitagorico ma come conoscenza necessaria per tutti, dagli avvocati ai professori (in questo la Dad è stato la dimostrazione più efficace). Competenze trasversali, soft skill, un’educazione permanente (long life learning), partendo e raccontando quello che c’è già. Che, nonostante tutto, funziona. Provare a suggerire ai giovani quali sono i percorsi del futuro. Dal momento che imprese, università e aziende, sono immerse nello stesso cambiamento. Per questo nella sala Buzzati del Corriere della Sera e in diretta su Corriere.it , il primo appuntamento di questo viaggio. La ministra dell’Università, Cristina Messa e il ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani. Il rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta, l’ad di Accenture, Fabio Benasso e l’ad di Edison, Nicola Monti. E Andrea Guerra, gruppo Lvmh. Un primo dialogo per aprire la discussione sulle cose che si possono fare. E che si stanno già facendo. Come colmare il divario di genere e ampliare la svolta culturale-digitale necessaria al Paese. Un confine (se mai c’è stato veramente) sempre più sottile tra il sapere scientifico e quello umanistico. Perché il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha bisogno certo di capitali finanziari, i circa 200 miliardi che con l’Europa vengono messi in campo, ma può camminare soltanto se si allea con il capitale umano (5 )

Dunque  che fare  in tema di  trasformazione digitale  per favorire la cultura dell’innovazione ?  Sicuramente il primo passo è quello del coinvolgimento progressivo di tutti i dipendenti e i talenti del digitale, in modo da far evolvere i modelli di business.e non solo quelli  Serve far lavorare insieme persone con competenze diverse. Ma anche di età diverse, per mettere l’esperienza al servizio dell’innovazione. Ma è solo un primo passo  dal quale ci si aspettano  capovolgimenti importanti perché solo così  il nuovo, anche se spesso in forma traumatica , può prendere il posto di quello che non serve più  perché  ,nel sostituirlo, esprime la  necessità di acclamare pacatamente, ragionevolmente e intensamente  accettato   quello che viene  in termini di sviluppo  del nostro paese che non dovrà avere nulla di sconvolgente  perché ancora una volta dovrà commisurarsi alla civiltà  del lavoro,  della cultura, del progresso che in parte è rappresentato anche da quel fattore umano da cui  ho iniziato questa riflessione .

(1)https://www.i-aer.com/it/cosa-facciamo/programmi-di-trasferimento-culturale/

https://www2.deloitte.com/it/it/services/private.html?utm_source=google&utm_medium=cpc&utm_campaign=generica_midmarket&gclid=EAIaIQobChMI3oD2j5Wo8QIVkOF3Ch0CYAZPEAAYASAAEgJFEPD_BwE

https://www.pmi.it/

( 2)  https://innovazione.gov.it/notizie/articoli/next-generation-italia-approvato-il-piano-del-governo/

(3 ) https://innovazione.gov.it/dipartimento/focus/italia-digitale-2026/

(4)   Lo riferisce l’IRPA l’istituto di ricerca sulla pubblica amministrazione che nel suo resoconto continua così :   1.  “L’ammodernamento e l’estensione delle infrastrutture digitali. Il Ministro è stato chiaro sul punto: negare l’accesso veloce a internet significa violare i valori e principi della Costituzione italiana – oltre che impedire a internet di svolgere la propria funzione di moltiplicatore di opportunità. Sul lato dell’offerta, la strategia di transizione digitale prevede il rapido completamento della mappatura del territorio e successivamente il passaggio all’infrastrutturazione vera e propria. Sul lato della domanda, per il momento l’impegno è soprattutto nell’emissione di voucher per le famiglie a basso reddito.  2.  Cloud computing per la PA, per ridurre i costi, migliorare le prestazioni e semplificare l’azione amministrativa. Tra gli altri, il Ministro ha offerto alcuni dati interessanti. Il primo riguarda la percentuale di amministrazioni che usa strumenti di protezione dei dati non adeguati, ed è pari al 95%. Il secondo riguarda la creazione di un polo strategico nazionale a controllo pubblico  3.  Cittadinanza digitale. Un tema particolarmente importante, che il Ministro ha declinato soprattutto in funzione dell’interoperabilità delle banche dati delle amministrazioni e della piattaforma unica per le notifiche digitali. La pietra miliare di questa azione passa attraverso il principio ‘Once Only’  4. Sicurezza dei sistemi informatici. Sul punto il Ministro ha fatto cenni interessanti al tema dell’autonomia digitale e sull’opportunità di costruire spazi autonomi, ma sicuri, per sviluppare competenze e innovazione. Lo ha fatto citando casi recenti di cronaca, con grandi aziende tecnologiche vittime di attacchi digitali e appropriazione di informazioni riservate.  5 . Infine, competenze digitali – sia della forza lavoro attuale, in particolare quella della pubblica amministrazione; sia della forza lavoro del futuro prossimo, con interventi mirati sul sistema di educazione primario e secondario.

(5  )https://www.corriere.it/economia/opinioni/21_aprile_19/solo-capitale-umano-puo-rilanciare-recovery-fund-397c8f84-a111-11eb-8f82-b67ef1674282.shtml

 

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