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FEMMINICIDIO: LA “SPOON RIVER” DELLE DONNE UCCISE DAGLI UOMINI E GLI ORFANI SPECIALI

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Redazione- L’otto marzo ,festa delle donne ,è ormai la festa dei “diritti negati alle donne “, specialmente in questo anno di pandemia in cui le donne hanno pagato il prezzo più alto. A causa della perdita del lavoro e per aver dovuto rinunciare, ancora una volta, alla loro autonomia anche economica . Costrette come sono state ad occuparsi, quasi da sole, della cura dei figli, delle persone anziane, della gestione delle incombenze pratiche per la vita della famiglia. Una condensato di fattori negativi che ha riportato indietro di decenni una condizione che il femminismo storico aveva evidenziato come ingiusta e appunto lesiva dei diritti delle donne.

Anche perché a tutto questo va aggiunto il flagello del femminicidio che inesorabilmente nei mesi del lockdown ha visto crescere le violenze domestiche, tanto che con l’insorgere dell’emergenza epidemiologica da Covid 19 nei primi mesi del 2020, i media e i servizi specializzati hanno fin da subito iniziato a parlare di un probabile futuro aumento dei casi di violenza contro le donne tra le mura domestiche.

Una previsione azzeccata( ma ci voleva poco a fare questo tipo di previsione ) perché le donne sono risultate maggiormente esposte a causa per esempio della perdita del lavoro durante la quarantena, ( permanenza in casa e perdita dell’autonomia economica ),per le difficoltà a denunciare i conviventi violenti e a rivolgersi ai servizi di supporto e quindi sottrarsi alle violenze . Tanto che i dati raccolti presso gli uffici giudiziari fra il 1° agosto 2019 e il 31 luglio 2020, che tengono conto anche del periodo di lockdown, mostrano come la percentuale dei procedimenti iscritti per il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi sia aumentata dell’11%  con un sensibile incremento delle denunce avvenuto proprio tra il 1° gennaio e il 31 maggio 2020.

Il contatore dei femminicidi non accenna a rallentare la corsa. “La violenza contro le donne rappresenta uno dei mali più drammatici della nostra società. A confermarlo sono le continue notizie di cronaca sulla morte di donne per mano di uomini i dati su maltrattamenti e stupri. Dall’inizio di questo 2021 siamo a 13 casi , più di uno a settimana,13 casi in 53 giorni . Un dato che si unisce a quello del 2020 su cui pesano i lunghi mesi del lockdown.

“Solo nel 2020, si sono registrati 14.901 atti persecutori, il 73% contro donne; 20.131 casi di maltrattamenti (81% su donne); 4.134 casi di violenza sessuale (93% contro donne). Il numero delle chiamate al 1522 nel periodo compreso tra marzo e ottobre 2020, nel pieno della pandemia, è cresciuto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente del +71,7%, passando da 13.424 a 23.071.

Nei commenti ai dati dell’Istat sul fenomeno si legge :” Una chiave di lettura in termini di violenza di genere è fornita dall’esame della relazione tra gli attori dell’omicidio. Delle 111 donne uccise nel 2019, l’88,3% è stata uccisa da una persona conosciuta. In particolare il 49,5% dei casi dal partner attuale, corrispondente a 55 donne, l’11,7%, dal partner precedente, pari a 13 donne, nel 22,5% dei casi (25 donne) da un familiare (inclusi i figli e i genitori) e nel 4,5% dei casi da un’altra persona che conosceva (amici, colleghi, ecc.) (5 donne). Per oltre la metà dei casi le donne sono state uccise dal partner attuale o dal precedente e in misura maggiore rispetto agli anni precedenti: il 61,3% delle donne uccise nel 2019, il 54,9% nel 2018 e il 54,7% nel 2014.”

E’ sempre l’Istat che purtroppo fornisce una diagnosi del genere : “ Le differenze di genere dunque, rimarca l’Istat, rimangono forti: nel 2019 gli omicidi in ambito familiare o affettivo sono stati il 27,9% del totale di quelli compiuti da uomini e l’83,8% quelli che hanno avuto come vittime le donne. Un incremento considerevole se si considera che quindici anni fa gli stessi valori erano pari rispettivamente al 12% e al 59,1%. Nello specifico nel 2019 55 omicidi (49,5%) sono stati causati da un uomo con cui la donna era legata da una relazione affettiva (marito, convivente, fidanzato) e 13 (11,7%) da un ex partner.”

“Femminicidio Italia .Info”, un sito nel quale vengono esposti i numeri del fenomeno fino a riportare l’elenco delle donne uccise si domanda : “È proprio necessario parlare di femminicidio? Che senso ha questo termine? Perché non parlare di omicidio di una donna?

“Da molto tempo esiste un dibattito sull’importanza di questa parola e il suo significato. Il termine presenta diverse accezioni e noi non pretendiamo di utilizzare quella maggiormente corretta. Il vocabolario Treccani riporta (sino a consultazione effettuata in luglio 2019) “uccisione diretta o provocata, eliminazione fisica o annientamento morale della donna e del suo ruolo sociale”. L’Accademia della Crusca ha eseguito una lunga disamina sul termine a cura di Matilde Paoli rispondendo a una domanda simile.

Premessa la libertà di essere in accordo o meno, per noi il femminicidio “rappresenta qualsiasi forma di violenza esercitata sulle donne (spesso in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale) allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne la soggettività sul piano psicologico, simbolico, economico e sociale, fino alla schiavitù o alla morte”. (1)

Un modo di parlare di questo fenomeno che deve avere tutta l’attenzione perché spesso .dunque . l’uso del termine “ femminicidio non indica soltanto l’omicidio di una donna in determinati contesti e condizioni, ma anche il compimento di atti violenti reiterati nel tempo che non necessariamente provocano la morte. “

Tanto che Michela Murgia scriveva nel suo blog il 2 settembre 2012 a proposito di una notizia pubblicata quel giorno su Repubblica.it in questa forma: Fano, uccide la moglie in un raptus di gelosia “L’uomo […] ha accoltellato la donna, che ha tentato di difendersi inutilmente, dopo un violento litigio davanti ai quattro figli…”. «Nel giornale che vorrei – scrive la Murgia – la notizia sarebbe stata data così: Fano, giovane donna uccisa a coltellate davanti ai suoi figli e poi “Arrestato l’autore del violento femminicidio: era il marito”».
Non si tratta solo di una parola in più, allora, per quanto densa di significato, ma anche e soprattutto di un rovesciamento di prospettiva, di una sostanziale evoluzione culturale prima e giuridica poi.
Quanta strada, almeno nel nostro paese, sia stata percorsa dalle istituzioni è efficacemente sintetizzato nel testo citato di Silvia Leonzi di cui si ricorda solo un passo a beneficio dei più giovani: “Ed è proprio per la salvaguardia dell’onore che fino al 1981, nel nostro ordinamento, […] per un uomo [che uccide] la moglie, se colto da un impeto d’ira determinato dall’offesa recata [sono previste] pene minori rispetto a un analogo delitto di diverso movente, dal momento che l’oltraggio arrecato all’onore è ben più grave rispetto al delitto riparatore. Infatti, l’articolo 587 del Codice penale, abrogato con la Legge n. 442 del 5 agosto 1981, contempla una pena ridotta per chi uccida la moglie, la figlia o la sorella al fine di difendere “l’onor suo o della famiglia”.

Ma quando parliamo di femminicidio dobbiamo necessariamente parlare anche di altre vittime di questo fenomeno. Vittime di cui quasi nessuno parla mai, travolti dall’orrore di una violenza che confonde l’amore con il possesso. Vittime che non sono sotto i riflettori, perché minorenni. Ma proprio per questo più a rischio, infilati in percorsi fatti di affidamenti, adozioni, tribunali dei minori. Che fine fanno queste vittime?, che strumenti hanno e che strumenti fornisce loro la società per superare il trauma di un padre che uccide la propria madre?, come crescono?

Orfani, con due genitori scomparsi, o nella migliore delle ipotesi con uno dei due in carcere per ciò che ha fatto all’altro. Bambini ,ragazzi, adolescenti dimenticati .Una moltitudine di cui nessuno parla. Oltre 1500 in Italia, secondo uno studio che sta portando avanti la dottoressa Anna Costanza Baldry, docente di Psicologia all’Università Seconda di Napoli, consulente dell’Onu, della Nato e dell’Ocse in materia di violenza contro le donne e i bambini. Lo studio prende in esame i casi di bambini vittime del femminicidio

Dal 2000 al 2014 in Italia la violenza domestica, giunta fino all’omicidio, ha prodotto oltre 1.600 orfani speciali. ( 2 ) . I bambini e i ragazzi orfani a seguito di un crimine domestico costituiscono il volto nascosto della violenza di genere. La condizione drammatica che si trovano a vivere questi “orfani speciali” ha imposto la messa in campo di strumenti adeguati ed efficienti, idonei a dare una risposta celere ai loro molteplici bisogni, anche con riferimento al nuovo contesto familiare.

E’ quello che lo Stato si è proposto di fare dal 16 Luglio 2020 con il Decreto 21 Maggio 2020, n. 71 (3)

L’ex prefetto Raffaele Cannizzaro, commissario per le Vittime di Mafia e dei Reati Intenzionali Violenti, in occasione della presentazione della relazione 2020, facendo un bilancio del suo intero mandato, ha espresso la soddisfazione, in una intervista a larepubblica.it, per aver realizzato alcuni importanti risultati: il primo è aver finalmente liquidato i primi due assegni di sostegno alle famiglie affidatarie di minori orfani di femminicidio.

«Abbiamo adottato una misura importantissima che è un “unicum” nel panorama europeo e che ci consente di intervenire a sostegno degli orfani di femminicidio subito, senza attendere una sentenza del processo e neanche una richiesta di rinvio a giudizio. L’aiuto ai minori va dato tempestivamente», ha ribadito il prefetto. «Possiamo operare direttamente sulla base degli atti di indagine, se poi, anche dopo anni, dovesse venire fuori che non si trattava di un femminicidio ma di un delitto per altra causa, non chiederemo indietro i benefici economici riconosciuti. Abbiamo comunque assistito dei minori ed è interesse dello Stato crescere dei cittadini veri».Rispetto alle 2.000 persone oggi potenzialmente aventi diritto al sostegno «siamo soltanto all’inizio di un lungo percorso- ha sottolineato l’ex commissario -, ma siamo riusciti a liquidare l’assegno di sostegno (300 euro al mese) alle famiglie affidatarie di due ragazzi che hanno vissuto un dramma terribile: la prima è una tredicenne rimasta sola con la sorella oggi diciannovenne, figlia di un carabiniere che nel 2012 a Palermo uccise la moglie e poi si tolse la vita; il secondo è un ragazzino di 15 anni, anche lui vittima di una tragedia identica, adesso affidato allo zio in una città del centro nord». (4)

I casi dei minori anche loro vittime , anche se in modo diverso di un femminicidio, vengono trattati dai tribunali dei minorenni alla stregua degli altri orfani. Ma le loro storie sono completamente diverse. Alcuni non hanno perso entrambi i genitori, o almeno non nel modo tradizionale. «Nel carcere di Lecce è rinchiuso un uomo – racconta uno dei membri della rete Dire che raccoglie i centri antiviolenza sulle donne – che ha ucciso l’ex moglie e la successiva compagna. Quest’uomo riceve spesso visita da una ragazza: è la figlia che ha avuto dal primo matrimonio». Giusto? Sbagliato? Le categorie tradizionali stentano a inquadrare il problema.

Nella maggior parte dei casi, i tribunali dei minorenni affidano questi bambini ai parenti più prossimi, quasi sempre i nonni. Ma non è detto che siano quelli materni, il caso Parolisi che molti ricorderanno dice per esempio il contrario (5) . Alla rete Dire conoscono il caso di un bambino affidato ai genitori paterni perché, a giudizio del giudice, l’affidamento alla parte materna della madre avrebbe fatto crescere il minore in un clima di astio nei confronti della parte paterna. La discrezionalità è massima, in assenza di regole.

Ma torniamo alla violenza sulle donne per chiudere momentaneamente questa riflessione .Non stiamo parlando di un’emergenza, di un’onda improvvisa che si è alzata e che – affrontata con piglio da emergenza – si abbasserà. La violenza degli uomini sulle donne è strutturale: è una realtà che permane nei codici espressi e nell’oscurità dei corpi.

Le storie dei femminicidi cominciano sempre con uno schiaffo. Un piccolo episodio di violenza che spesso viene sottovalutato nella speranza che non accadrà ancora. E invece lo schiaffo si ripete, più forte. Sempre. E quindi proprio su quello schiaffo ,come cultura della violenza ( che cosa volete che sia uno schiaffo, c’è anche quello pedagogico e c’è quello di chi porge anche l’altra guancia ) ,proprio come cultura che va messa l’attenzione per cominciare a cambiare le cose . Per sconfiggere l’anonimato di comportamenti letali.

Anche se «Non svelo il nome del mio assassino – dice Pia quando incontra Dante in Purgatorio – Altrimenti vi ricorderete solo di lui e non di me».

Deh, quando tu sarai tornato al mondo,

e riposato de la lunga via?,

seguitò ‘l terzo spirito al secondo,

ricordati di me che son la Pia;

Siena mi fè, disfecemi Maremma;

salsi colui che ‘nnanellata pria

risposando m’avea con la sua gemma”.

(1)Si domanda infatti l’Accademia della Crusca : “C’è necessità di una parola nuova per indicare qualcosa che accade da sempre? Che senso ha sottolineare il sesso di una vittima? Non è offensivo per le donne parlare di loro usando la parola femmina, che pare “più propria dell’animale”? Perché non usare donnicidio, muliericidio, ginocidio o ciò che già abbiamo, uxoricidio? Legittimando femminicidio non provocheremo una proliferazione arbitraria di parole in -cidio? “ E risponde : “Recentemente si parla molto di femminicidio (o anche femicidio e femmicidio e del valore delle varianti vedremo dopo) intendendo non solo l’“uccisione di una donna o di una ragazza”, ma anche “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”. Abbiamo riportato la definizione di femminicidio in Devoto –Oli 2009, ma il termine è attestato anche in Zingarelli a partire dal 2010 e nel Vocabolario Treccani online, mentre Gradit \2007 ha femicidio registrato anche nei Neologismi Treccani 2012 come “femmicidio o femicidio”.
Ci sono state e ancora ci sono resistenze all’introduzione del termine, quasi fosse immotivato o semplicemente costituisse un voler forzatamente distinguere tra delitto e delitto semplicemente in base al sesso della vittima; quasi fosse neologismo frutto di una delle tante mode linguistiche più che del bisogno di nominare un nuovo concetto.

 ( 2 ) Oltre cento donne in Italia, ogni anno, vengono uccise da uomini, quasi sempre quelli che sostengono di amarle. È una vera e propria strage. Ma anche in Europa la situazione è seria. Nei ventotto Paesi l’European Union Agency for Fundamental Rights denuncia che sessantadue milioni di donne hanno subito violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita.Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, in Italia le donne che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso. Ai femminicidi si aggiungono così violenze quotidiane che sfuggono ai dati ma che, se non fermate in tempo, rischiano di mietere altre vittime. Migliaia le donne molestate, perseguitate, aggredite, picchiate, sfregiate. Manca però una percezione reale del problema: secondo l’Istat, solo un terzo delle donne maltrattate ritiene di essere vittima di un reato. E si pensi ai bambini, a quelli che restano privati non solo di uno ma in realtà di entrambi i genitori. Sono state 106 le vittime di femminicidio in Italia nei primi dieci mesi del 2018, secondo l’aggiornamento statistico sul fenomeno curato da Eures in vista della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne del 25 novembre scorso. Dal 1° gennaio al 31 ottobre 2018, rispetto al totale degli omicidi commessi in Italia i femminicidi sono saliti al 37,6 per cento rispetto al 2017, quando erano al 34,8 per cento. I dati mostrano che le violenze avvengono in famiglia (il 70,2 per cento) e in coppia (il 65,2 per cento nel gennaio-ottobre 2017). Eures- riporta ancora Conti- sottolinea un aumento progressivo dell’età media delle vittime, che raggiunge il suo valore più elevato proprio quest’anno: 52,6 anni per il totale delle donne uccise e 54 anni per le vittime di femminicidio familiare (in molti casi donne malate, uccise dal coniuge anch’esso anziano, che poi a sua volta si è tolto la vita). Tra il 2000 e i primi dieci mesi del 2018 le donne uccise sono state 3.100, una media di più di tre a settimana. E in quasi tre casi su 4 (il 72 per cento) si è trattato di donne cadute per mano di un parente, di un partner o di un ex partner. La coppia rappresenta l’ambito più a rischio per le donne, con ben 1.426 vittime di coniugi, partner, amanti o ex partner (pari al 66,1 per cento dei femminicidi familiari e al 47,6 per cento del totale delle donne uccise. Un dato su cui riflettere: nella maggioranza dei casi (il 57,1% nel 2017) tali violenze erano a conoscenza di terze persone e nel 42,9% la donna aveva presentato regolare denuncia. Senza evidentemente ricevere un’adeguata protezione. Bambini, ragazzi o anche adulti che hanno perso un genitore per mano dell’altro. Solo nel primo semestre del 2017- ricorda la psicoterapeuta- i bambini e gli adulti rimasti orfani in questo modo sono 38 di cui 22 minori che hanno visto la madre uccisa dal padre. Storie terribili che sembrano non finire mai, perché dopo il dolore ci sono la burocrazia, il processo, i diritti che non vengono riconosciuti in automatico ma per i quali bisogna combattere. Nel 27% dei casi si verifica anche il suicidio del padre, quando non è così la durata della pena si aggira, con il rito abbreviato, intorno ai 12 anni e quando questi padri escono o, talvolta, anche dal carcere reclamano i loro diritti.

https://www.dire.it/13-03-2019/307927-femminicidio-e-orfani-speciali-oltre-1-600-dal-2000-al-2014/

(3) Il Decreto si compone in tutto di 30 articoli suddivisi in sei Capi e propriamente: (i) capo i disposizioni generali; (ii) capo ii sostegno al diritto allo studio; (iii) capo iii iniziative di orientamento, formazione e sostegno per l’inserimento nell’attività lavorativa; (iv) capo iv spese mediche ed assistenziali; (v) capo v famiglie affidatarie e l’ultimo capo dedicato alle disposizioni finali.L’art. 26 del Decreto, poi, statuisce che i benefici di cui ai suddetti Capi sono anche cumulabili fra di loro.Ad espresso soddisfacimento delle finalità relative al Diritto allo Studio (Artt. 3-7) il Decreto destina le somme come di seguito indicate: a) anno 2017 euro 2.000.000; b) anno 2018 euro 4.000.000; c) anno 2019 euro 5.960.256; d) anno 2020 euro 3.500.000; e) anno 2021 euro 2.000.000; f) a decorrere dall’anno 2022 euro 1.500.000.Le suddette somme sono ripartite nella misura di due terzi per i benefici relativi a borse di studio e un terzo per l’erogazione dei benefici di gratuità o semigratuita’ della frequenza presso convitti, educandati o istituzioni educative in generale, anche sulla base di apposite convenzioni, a tal fine stipulate dal Commissario.Alle iniziative di orientamento e formazione (Artt. 8-14) , invece, sono destinate le risorse di seguito indicate, da ripartire tra le Regioni e le Province autonome: a) anno 2020 euro 2.000.000; b) a decorrere dall’ anno 2021 euro 1.000.000.La ripartizione delle menzionate risorse tra Regioni e Province Autonome sarà deliberata annualmente dal Comitato sulla base delle domande presentate dagli interessati alla Prefettura-Ufficio Territoriale del Governo di residenza dell’orfano.

Inoltre, a decorrere dal primo gennaio 2020, ai datori di lavoro privati che assumono, con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, gli orfani di femminicidio e’ riconosciuto un incentivo, per ogni assunzione effettuata, fino al 50 per cento dei contributi dovuti, per un periodo massimo di 36 mesi, a valere sul Fondo secondo la seguente quantificazione: a) anno 2020 euro 500.000; b) anno 2021 euro 1.000.000; c) a decorrere dall’anno 2022 euro 1.500.000.Per le spese mediche (Artt. 15-17) sono assegnate risorse pari a euro 500.000 per ciascuno degli anni 2018, 2019 e 2020.Le domande di accesso al Fondo sono presentate alla Prefettura-UTG di residenza dell’orfano, che le trasmette al Commissario per il coordinamento delle iniziative di solidarietà’ per le vittime dei reati di stampo mafioso e dei reati intenzionali violenti. L’istanza e’ sottoscritta, in caso di soggetti minorenni, dal genitore esercente la responsabilità’ genitoriale, se non dichiarato decaduto ai sensi dell’articolo 330 del codice civile ovvero dal tutore ai sensi dell’articolo 346 del codice civile ovvero da enti di assistenza nominati dal giudice tutelare ai sensi dell’articolo 354 del codice. Le misure di sostegno e di aiuto economico alle famiglie affidatarie (artt. 18-23) sono corrisposte alle seguenti condizioni: a) che la famiglia sia riconosciuta affidataria ai sensi della legge 4 maggio 1983, n. 184; b) che l’orfano non abbia compiuto la maggiore eta’ alla data del 1° gennaio 2020.La domanda di sostegno ed aiuto economico e’ presentata dalle famiglie interessate di cui agli articoli 19 e 20 del Decreto, da uno dei componenti o a mezzo di procuratore speciale, alle Prefetture – Uffici Territoriali del Governo di residenza delle famiglie affidatarie, per l’inoltro al Commissario e le risorse sono attribuite alle famiglie istanti, nella misura di euro 300 mensili per ogni minore affidato. I benefici, però, cessano al raggiungimento della maggiore eta’ del beneficiario.

Orfani di crimini domestici: in Gazzetta il decreto con le misure di sostegno Dal 16 luglio i figli delle vittime avranno almeno giustizia economica Pubblicato il 07/07/2020 da vvocato Francesca Specchia su Altalex,com

(4) https://www.interno.gov.it/it/notizie/orfani-femminicidio-bilancio-dellex-commissario-cannizzaro

( 5) Caso Parolisi .Scriveva il Centro : “La figlia del caporal maggiore Salvatore Parolisi, accusato di avere ucciso la moglie Melania, resta per il momento in “affido provvisorio” ai nonni materni. Lo ha deciso il tribunale dei minorenni di Napoli che ha depositato questa mattina l’ordinanza: Parolisi può vedere la figlia una volta al mese. Per quanto attiene alla potestà genitoriale di Parolisi la decisione è stata rinviata al 27 aprile prossimo in quanto – ipotizzano gli avvocati della famiglia Rea, Mauro Gionni e Antonio Capone –

secondo i magistrati, al momento non sussistono gli elementi per esprimersi.

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