NON SPRECARE LA CRISI CAUSATA DALLA PANDEMIA: IL FUTURO PROSSIMO E’ GIA’ COMINCIATO
Redazione- Come sarà il mondo di domani. Venti più quindici fa trentacinque. Come sarà il mondo nel 2035? Probabilmente nessuno può “dire” fin da oggi come sarà fatto il mondo che ci circonderà e nel quale vivremo tra qualche anno . Una manciata di anni in fondo. Un tempo brevissimo che spinge a dire fin da ora che quel futuro è un futuro prossimo , dietro l’angolo, già pieno di questo presente. Perché questo presente, a volerli guardare, ha già tutti gli elementi non per “predire” il futuro ma per esercitare l’analisi concreta di molti elementi precostituivi di quel futuro.
A cominciare dalle crepe , che si allargano di giorno in giorno , ( con inizio forse durante il pieno della pandemia covid 19) nell’ordine internazionale che regola i rapporti tra Stati, gruppi di Stati e continenti. Rapporti che hanno “ tenuto” per molti decenni, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, quando hanno instaurato un equilibrio che diventa sempre più fragile e che rischia di andare in frantumi. A causa di decisioni e comportamenti che si possono osservare meglio in questi mesi di pandemia ma che già davano segnali da qualche tempo. A cominciare appunto, come si diceva, a livello internazionale. Gli Stati Uniti d’America da una parte, la Cina dall’altra e nel mezzo l’Europa .
E mi riferisco per esempio agli Stati Uniti d’America che con la loro decisione unilaterale di spostare le truppe americane finora stanziali in Germania hanno rischiato di modificare e di mettere in forse una storica alleanza strategica. Complice sicuramente Donald Trump che ha ora lasciato il posto a Joe Biden che dichiara al suo arrivo alla Casa Bianca che cercherà di mettere riparo e di voler considerare con la massima attenzione le alleanze storiche . Seguita dalla Cina che sfruttando metodicamente le debolezze del multilateralismo in declino negli ultimi quattro anni tenta , attraverso la via della seta , di avviare un progetto di colonizzazione economica, tecnologica e geopolitica di Asia, Europa e Africa.
Con una Europa nel mezzo che in questi ultimi mesi ha abbandonato più dogmi che in trent’anni della sua storia . Un’Europa che ha la necessità di ricavarsi un ruolo nel nuovo ordine mondiale perché diversamente rimarrebbe schiacciata tra super potenze .
Tutto nella speranza che il mondo che verrà potrà permettere all’Europa di affermare i propri valori , forti delle ambizioni e con la sicurezza della capacità di resistenza e penetrazione.
Un mondo che verrà , quello europeo , in cui sicuramente protezionismi e isolamento sono esclusi , in cui, per questo l’Europa dovrà salvaguardare le sue imprese strategiche dalle acquisizioni straniere predatorie. Un’Europa capace di rafforzare gli spazi di informazione dovuti a operatori stranieri , la messa in sicurezza delle reti 5G, la ciber sicurezza. E la potenza di calcolo del super computer delineeranno i contorni di un nuovo mondo.
Che mondo sarà allora per il nostro paese quello dunque del futuro prossimo? Uno tsunami di denaro sta per abbattersi sul nostro paese. Il Recovery Fund sarà una specie di New Deal che probabilmente permetterà di chiudere l’emergenza ed aprire a progetti strutturali di medio e lungo periodo . Quindi la conseguente necessità , per usare quella risorsa non per avviare un centinaio di progetti, che sarebbero una inutile lista della spesa sulla quale Bruxelles appunterebbe subito il suo sguardo non solo malizioso ma ferocemente indagatore, per dare inutilmente un segnale a tutti che qualcosa si muove ma un piano ben definito e significativo. Per i bisogni del paese e per i bisogni dei cittadini. Su questa esigenza sembra si stia consumata una crisi di governo. Almeno a sentire chi questa crisi l’ha voluta in piena pandemia, senza avere una soluzione alternativa al Governo dimissionario e alla sua maggioranza, tranne a scoprire ( il tempo sarà l’unico giudice ) che le motivazioni erano tutt’altre .
E proprio dunque in linea con queste paventate esigenze occorre pensare e razionalizzare pochi progetti capaci di trascinare interi settori . Questo vuol dire innanzitutto non “ sprecare la crisi” e in generale “ non sprecare il futuro “ che sarebbe veramente grave e inaccettabile. Perché quei progetti saranno pagati da euro a debito. Un debito che peserà sulle future generazioni. Un debito che dunque deve produrre cambiamenti positivi proprio per loro e non a caso il programma progetto della Ue si chiama Nex Generation Eu che diventa Recovery Plan e Recovery Fund nella dimensione comune .
In realtà l’Europa per l’uso dei Recovery Fund chiede interventi solo in tre settori principalmente , digitalizzazione, economia verde e ammodernamenti strutturale.
Sono circolate alcune bozze del piano italiano. Le prime 130 pagine in dicembre . Poi di seguito alle richieste dei partiti della maggioranza e soprattutto di Italia viva sono state modificate e compiegate nel Piano nazionale di riforma (Pnr) allegato al Documento di economia e finanza (Def), principale documento di programmazione della politica economica e di bilancio del Paese. Possiamo chiamarlo anche Recovery Plan, dicitura che rende forse più chiaro il fatto che stiamo parlando delle risorse che arriveranno all’Italia dal Recovery Fund, fresco di approvazione in Europa.Quando sono state messe a tacere ulteriormente le obiezione dei paesi che fin dall’inizio avevano manifestato la loro opposizione al progetto europeo di mettere in comune il debito che sarebbe scaturito per la ricerca di fondi necessari a contrastare gli effetti della pandemia .
Nel quadro di un vero e proprio rilancio del Paese, uno degli assi portanti sarà la digitalizzazione della pubblica amministrazione, in un più ampio panorama di modernizzazione dello Stato che dovrà comprendere anche la lotta alle disparità di genere e il famoso green new deal.
In altre parole la conversione ‘verde’ dell’economia europea e la digitalizzazione restano le priorità indicate dalla Commissione: la doppia transizione “verso un’Europa verde e digitale rimane la sfida principale di questo generazione”, scrive l’esecutivo Ue nel documento che invita a “investire su vasta scala, nelle energie rinnovabili e soluzioni a idrogeno, trasporto pulito, cibo sostenibile e un’economia circolare intelligente”.
Il sostegno che l’Europa concederà agli Stati membri dunque, dovrà essere “coerente con gli obiettivi sul clima e l’ambiente”, cosi’ come investire in infrastrutture e competenze digitali per contribuire a rafforzare la competitività e la sovranità tecnologica dell’Unione”.
La Commissione stabilisce che il nuovo strumento denominato ‘Recovery and Resilience Facility’ avrà 560 miliardi a disposizione per sostenere investimenti e riforme nel quadro delle priorità strategiche per l’economia verde e digitalizzata e per potenziare la resilienza delle economie. (1)
Detto in breve dunque il futuro è già cominciato . Non sprecare l’occasione di un cambiamento è il punto fondamentale di costruzione di questo domani che è già ieri .
Ma a proposito di spreco Il primo a parlarne è stato Papa Francesco con un argomento antropologico forte che ricomprende tutti i temi annessi e connessi a questa visione del mondo. Papa Francesco in sostanza dice : “Fa male pensare a quanta gente viene scartata senza compassione: anziani, bambini, lavoratori, persone con disabilità… Ma è scandaloso anche lo spreco delle cose. La Fao ha documentato che, nei Paesi industrializzati, in un anno vengono buttate via più di un miliardo di tonnellate di cibo commestibile!” Lo ha ricordato l’11 settembre 2020 ricevendo in udienza le Comunità Laudato si’, un progetto congiunto della diocesi di Rieti e di Slow Food nato nel solco dell’omonima enciclica papale. Il pontefice ha ribadito il suo ‘no’ alla cultura dell’indifferenza e dello scarto: “Aiutiamoci, insieme, a lottare contro lo scarto e lo spreco, esigiamo scelte politiche che coniughino progresso ed equità, sviluppo e sostenibilità per tutti, perché nessuno sia privato della terra che abita, dell’aria buona che respira, dell’acqua che ha il diritto di bere e del cibo che ha il diritto di mangiare”. Rivolto poi ai membri delle Comunità il Papa si è detto certo del loro impegno a “non accontentarsi di vivere da spettatori, ma di essere sempre protagonisti miti e determinati nel costruire il futuro di tutti. Vi auguro di alimentare la contemplazione e la compassione, ingredienti indispensabili dell’ecologia integrale”.
Per Papa Francesco, lo spreco alimentare è uno dei segni nefasti della “cultura dello scarto”, che mette in pericolo il destino stesso del pianeta, aumentando le disuguaglianze tra chi nel mondo ha troppo e chi invece troppo poco. Al tema della riduzione dello spreco alimentare, un anno fa, la Pontificia Accademia delle Scienze ha dedicato una apposita Conferenza. Nel discorso rivolto il 18 maggio 2019 ai membri della Federazione europea dei banchi alimentari, Francesco aveva spiegato che lottare contro la piaga terribile della fame vuol dire anche combattere lo spreco: “Lo spreco manifesta disinteresse per le cose e indifferenza per chi ne è privo. Lo spreco è l’espressione più cruda dello scarto. Mi viene in mente quando Gesù, dopo aver distribuito i pani alla folla, chiese di raccogliere i pezzi avanzati perché nulla andasse perduto (cfr Gv 6,12). Raccogliere per ridistribuire, non produrre per disperdere. Scartare cibo significa scartare persone. E oggi è scandaloso non accorgersi di quanto il cibo sia un bene prezioso e di come tanto bene vada a finire male”. Ma lo stesso pontefice proprio in quell’incontro con la Federazione europea dei banchi alimentari dice che è possibile fare non qualcosa ma molto : “Che cosa possiamo fare? Di fronte a un contesto economico malato non si può intervenire brutalmente, col rischio di uccidere, ma occorre prestare cure: non è destabilizzando o sognando un ritorno al passato che si sistemano le cose, ma alimentando il bene, intraprendendo percorsi sani e solidali, essendo costruttivi. Occorre metterci insieme per rilanciare il bene, sapendo che se il male è di casa nel mondo, con l’aiuto di Dio e con la buona volontà di tanti come voi, la realtà può migliorare. C’è bisogno di sostenere chi vuole cambiare in meglio, di favorire modelli di crescita basati sull’equità sociale, sulla dignità delle persone, sulle famiglie, sull’avvenire dei giovani, sul rispetto dell’ambiente. Un’economia circolare non è più rimandabile. Lo spreco non può essere l’ultima parola lasciata in eredità dai pochi benestanti, mentre la gran parte dell’umanità rimane zitta.”
Ma non sprecare significa anche tenere nel dovuto conto quello che si può fare nei confronti delle generazioni future che erediteranno, per esempio, un paese indebitato. Occorre riconvertire il debito e farlo diventare buono . Secondo una riflessione che l’ex governatore della BCE Draghi ha recentemente espresso in un intervento al Meeting di Comunione e liberazione. il debito buono consiste nel dare opportunità ai giovani di costruire un bagaglio professionale che li metta in grado di operare all’interno di una formazione continua e all’interno di un mondo del lavoro in cui siano state create le premesse e le condizioni per cambiamenti veloci con rimodulazione di competenze da affrontare appunto con la formazione e l’istruzione permanente e con una flessibilità reale.
Promuovere questa azione nei confronti dei giovani però non basta ; occorre trasformare questo paese ,perché il debito serva a crearne un altro più vivibile, proprio al servizio dei giovani di domani. Aver caricato le future generazioni di un debito , per trovare oggi le risorse per avviare alcuni progetti ,potrebbe risultare in definitiva positivo se quei progetti finanziati con il debito riusciranno a dare loro appunto un paese di verso da quello attuale. Un paese capace di offrire opportunità e possibilità di impegno, di vita in grado di soddisfare quelle che sono le attese di quei giovani .
La pandemia da coronavirus con la sua recrudescenza di queste settimane ci sta proiettando con forza nel futuro perché sta rompendo tutte le regole e sta spazzando via tutte le speranze che durante la prima fase della pandemia erano restate in piedi . A cominciare dall’affermazione che saremmo stati tutti migliori, che sarebbe cambiato tutto . Stiamo per essere sbalzati nel futuro con tutto quel bagaglio di cose che non andavano che avremmo voluto rivedere, riconsiderare , cambiare. Un futuro che non siamo stati capaci di immaginare nel modo in cui volevamo realizzarlo e che dovremo prendere com’è perché sta facendo irruzione nelle nostre vite . E ‘ lui che prende noi ,che ci ghermisce e noi non sappiamo e non vogliamo rispondergli. Ed è per questo che abbiamo rubato il futuro ai nostri figli che se lo troveranno com’è. E’ un peccato gravissimo .Mentre in questo momento corriamo dietro di beghe politiche e siamo investiti da un cattivo vento che potrebbe riportarci indietro di decenni ilo mondo intero sta cambiando. E di quei cambiamenti non ci accorgiamo. Ne abbiamo accennato in questa rilessione quando abbiamo parlato di Anerica ,Cina, Europa e dei loro rapporti che ci coinvolgono anche se facciamo finta di non saperlo .
E allora si comincia a parlare di riforme. Ma senza una cultura del riformismo non si fanno le riforme. Non si fanno riforme senza una guida politica che è in sostanza capacità di scelta , individuazione di priorità,riferimenti ideali come bussole per orientarsi nelle decisioni da prendere. Dunque la stagione del riformismo che abbiamo attraversato con soggetti come i sindacati, le riviste di dibattito politico, i centri studi, i network come il Forum coordinato da Fabrizio Barca o l’Alleanza per lo sviluppo sostenibile di Enrico Giovannini , ci possono aiutare ad avviare un percorso di riforme e ci possono dire ancora qualcosa per sostenere un cambiamento senza il quale si rischia di rimanere al palo.
Ecco la fotografia del paese. Le strutture sanitarie sotto assedio, l’economia al collasso, i ragazzi davanti ai tablet senza socialità che tentano di recuperare quella sbagliata quando possono con assembramenti e maxi risse, la morte in solitudine degli anziani. Uno scenario che non ha più niente dello Stato sociale che è il principale strumento per realizzare i diritti e appunto la giustizia sociale che fanno vivere la democrazia. Uno scenario che si riduce al massimo allo Stato assistenziale , se non clientelare che è il principale nemico dello Stato sociale.
Il nuovo percorso di riformismo chiede probabilmente l’uscita di scena di una classe politica e burocratica ormai decotta. In una situazione in cui è necessaria anche una stagione forse di riforme anche costituzionali . Ovvero riforme che compiano quegli aggiornamenti e quegli adeguamenti che gli stessi padri costituenti avevano presupposto al momento della stesura della costituzione stessa e non riforme inadeguate e legate a esigui interessi ideologici di parte o di facciata. Riforme costituzionali in grado di anticipare anche in questo caso il futuro. C’è infatti chi dice che forse più che sottoporre la carta costituzionale ad uno strappo come appunto quello de taglio dei parlamentari comporterà, sarebbe valsa la pena di apportare un cambiamento articolato ma armonico e anche perché i costituenti, come accennavamo , al termine del loro lavoro indicarono le possibilità che la Costituzione potesse cambiare nel tempo e per questo ne indicarono in un articolo la legittimità. Esprimendo allo stesso modo un giudizio sul lavoro che avevano appena completato . I più illuminati tra loro ebbero a dire che la prima parte della Costituzione guardava al futuro ,mentre la seconda parte , ovvero il Titolo II ,era sicuramente miope.
Il Piano di Ripresa e Resilienza serve a rifondare una autorevolezza che poi sta a fondamento della democrazia. Ma è proprio questo Piano che deve produrre un nuovo patto Stato cittadini che significa rinascita dello Stato e del rapporto tra i cittadini e le istituzioni che è sotto l’attacco della politica che non riesce a farlo diventare la via vera delle riforme. Che non riesce a vederlo come il perno di un meccanismo nuovo nei rapporti tra governance e attuazione, tra il vecchio e il nuovo mondo. Tanto che è diventato oggetto di attacchi al Governo in carica da parte delle forze politiche della sua stessa maggioranza ,per la sospetta volontà del Presidente di voler gestire senza condivisione dei processi di cambiamento che tale opportunità ,offerta da finanziamenti europei per circa 209 miliardi , determineranno nella vita del paese . Attacchi che hanno determinato una crisi di Governo oltre ad avere determinato comunque il miglioramento della prima bozza evoluta in un documento sul quale si stanno consultando le parti sociali e che approdato in Parlamento sarà discusso appena possibile.
L’augurio è che il futuro che stiamo vivendo non sprechi questa crisi dovuta alla pandemia e ai disaccordi della maggioranza di governo ma restituisca al paese una dimensione di rinascita all’altezza delle aspettative ma soprattutto delle esigenze e delle necessità che permettano di vivere a tutti una vita degna di questo nome .
(1)Massimo Maugeri AGI Come saranno spesi i soldi del Recovery Fund 3 giugno 2020 https://www.agi.it/economia/news/2020-06-03/come-saranno-spesi-soldi-recovery-fund-8798150/
“La Commissione inoltre propone una nuova iniziativa chiamata REACT-UE per aumentare il sostegno alla coesione, ovvero alle politiche messe in campo dalla Ue per ridurre il divario tra le diverse regioni europee e colmare i ritardi delle regioni meno favorite.
Attraverso REACT-EU, la Commissione propone di mettere in campo 55 miliardi di euro in più per finanziare la politica di coesione fino al 2022. Finanziamenti supplementari saranno previsti nel periodo 2020-2022 per gli attuali programmi di coesione e per il Fondo di aiuti europei agli indigenti Il finanziamento aggiuntivo sarà assegnato in base alla gravità del’impatto economico e sociale della crisi, compreso il livello di disoccupazione giovanile e la relativa prosperità degli Stati membri.” (…) La Commissione propone di fornire un sostanziale finanziamento aggiuntivo di 30 miliardi di euro per il Just Transition Fund, portando il totale a 40 miliardi di euro. I finanziamenti potranno essere utilizzati per alleviare gli impatti socioeconomici della transizione verso la neutralità climatica nelle regioni più colpite, sostenendo ad esempio per la riqualificazione dei lavoratori, l’aiuto alle Pmi per creare nuove opportunità economiche e investire nell’energia pulita e nell’economia circolare.
Il meccanismo di transizione sarà sostenuto da 1,5 miliardi di euro provenienti dal bilancio dell’UE e da 10 miliardi di euro di prestiti da parte della Banca europea per gli investimenti. Complessivamente i pilastri del meccanismo di transizione giusta dovrebbero mobilitare fino a 150 miliardi di euro di investimenti “per
garantire che nessuno rimanga indietro durante la transizione verde”.
