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IL SINODO COME STRADA ALLA CITTADINANZA ATTIVA | “BUONI CRISTIANI E ONESTI CITTADINI”

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  1. Introduzione

Redazione-  Il rapporto tra sinodalità ecclesiale e cittadinanza attiva costituisce oggi uno dei nodi più rilevanti della riflessione ecclesiologica e socio-politica. Al cuore di questo legame vi è una precisa visione dell’essere umano: la persona è contemporaneamente membro della comunità ecclesiale e della società civile. Essa non vive una doppia identità separata, ma si compie integralmente sia nel “corpo di Cristo” — dove il fine è vivere Cristo e il suo Amore — sia nella società politica, dove il fine è collaborare alla realizzazione del bene comune. In questa prospettiva, l’ordine religioso e l’ordine politico appaiono come ambiti distinti ma non separati, poiché entrambi concorrono alla pienezza dell’unica vocazione umana. Proprio perché la persona è un soggetto relazionale chiamato alla comunione, la sinodalità supera la dimensione di mera metodologia organizzativa interna alla Chiesa per farsi espressione di una precisa visione comunitaria dell’uomo e della storia. Il “camminare insieme” (syn-hodós) assume così una nativa valenza pedagogica e civile: esso educa alla partecipazione democratica, alla cura del bene comune e alla responsabilità sociale. Come evidenziato dalla riflessione di mons. Mario Toso, la partecipazione non è un’opzione procedurale, ma una dimensione costitutiva della dignità sociale della persona (Cfr. Gioia e Speranza — Evangelizzazione, catechesi e insegnamento sociale). Ne consegue che una Chiesa autenticamente sinodale si offre come una “scuola di cittadinanza”, capace di formare individui pronti a servire la polis.

Questa visione trova un fondamento storico e carismatico straordinario nella tradizione salesiana. Il Sistema Preventivo di san Giovanni Bosco si è configurato, sin dall’Ottocento, come una pedagogia della corresponsabilità orientata alla formazione di “buoni cristiani e onesti cittadini”. Affrontando le grandi problematiche del suo tempo — come la questione operaia — don Bosco ha dimostrato che l’educazione alla fede non può prescindere dall’impegno civile. La prospettiva sinodale contemporanea riscopre dunque nel carisma salesiano una feconda anticipazione educativa, volta a generare una sintesi armonica in cui non vi siano distinzioni e competenze diverse tra le due società nel comune impegno per la dignità dell’uomo.

  1. Fondamenti ecclesiologici della sinodalità

Per comprendere appieno questa convergenza tra sinodalità e cittadinanza, occorre risalire alle radici ecclesiologiche del concetto stesso di sinodo. L’etimologia del termine — dal greco syn-hodós, “camminare insieme” — manifesta il carattere dinamico e comunitario della vita ecclesiale: la sinodalità non indica un evento assembleare sporadico, ma la forma permanente dell’essere Chiesa.

Il momento decisivo della riscoperta di questa dimensione è stato il Concilio Vaticano II. La costituzione dogmatica Lumen Gentium ha superato una concezione esclusivamente gerarchica, recuperando l’immagine biblica del Popolo di Dio pellegrinante nella storia, in cui tutti i battezzati condividono una comune dignità e partecipano alla medesima missione (Cfr. Cap. II, artt. 9-13).

Questa ecclesiologia di comunione genera una nuova cultura della partecipazione che non rimane confinata all’ambito intraecclesiale, ma educa a forme mature di responsabilità sociale e politica. La sinodalità possiede, pertanto, una dimensione pubblica intrinseca. In tale scia si colloca la costituzione pastorale Gaudium et Spes, che riconosce nella partecipazione dei cittadini alla vita pubblica un’esigenza della dignità umana (Cfr. Cap. IV, artt. 73-75). Il bene comune viene presentato come il criterio fondamentale dell’organizzazione sociale, mentre la partecipazione attiva dei cittadini appare come la condizione indispensabile per la costruzione di una società autenticamente a misura d’uomo (Cfr. CCC 1913-1917).

  1. La partecipazione nella Dottrina Sociale della Chiesa

Le intuizioni conciliari non sono rimaste isolate, ma hanno trovato progressivo sviluppo nel magistero sociale successivo. San Giovanni XXIII, nella Pacem in Terris, ha sancito il diritto-dovere dei cittadini di prendere parte attiva alla vita pubblica per tutelare i diritti umani. Successivamente, Paolo VI ha allargato questo orizzonte: nella Populorum Progressio ha affermato che i popoli devono essere soggetti e non recettori passivi dello sviluppo, mentre nella Octogesima Adveniens ha evidenziato il bisogno di democrazie reali contro i sistemi tecnocratici, definendo la politica come «una delle forme più alte della carità» in quanto servizio al bene comune.

Anche Benedetto XVI ha proseguito su questa linea: nella Caritas in Veritate ha inserito la partecipazione civile nell’orizzonte della giustizia, valorizzando il principio di sussidiarietà e i corpi intermedi come luoghi di corresponsabilità. Nei discorsi al Bundestag e alla Westminster Hall, il Pontefice ha avvertito sul rischio di ridurre la democrazia a mero calcolo procedurale, ricordando che una cittadinanza attiva richiede cittadini capaci di un profondo discernimento morale.

Questo cammino magisteriale trova una formale sistematizzazione nell’enciclica Magnifica Humanitas (25 maggio 2026) di Leone XIV. Il Pontefice riprende l’intero corpus della Dottrina Sociale come uno strumento vivo per leggere le sfide del presente, rimettendo al centro il principio cardine del bene comune. Contro le spinte di una “nuova Babele” contemporanea — contrassegnata dall’omologazione forzata e dall’idolatria del profitto — Leone XIV propone l’icona biblica di Neemia: la ricostruzione della città (Gerusalemme) rinasce proprio attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo, valorizzando l’armonia che scaturisce quando ciascuno si assume la propria parte, nel rispetto delle specificità locali.

3.1. Jacques Maritain e il personalismo comunitario come fondamento della cittadinanza attiva

Accanto al magistero pontificio, la riflessione filosofica ha offerto strumenti concettuali decisivi per comprendere il nesso tra persona, comunità e partecipazione. Tra i pensatori che maggiormente hanno contribuito al Concilio Vaticano II e ad elaborare una concezione personalista della democrazia, un posto centrale spetta a Jacques Maritain.

Alla base della sua antropologia vi è la distinzione tra individuo e persona. L’individuo rappresenta l’essere umano considerato nella sua dimensione materiale e nei suoi interessi particolari; la persona, invece, è un soggetto spirituale, dotato di intelligenza, libertà e apertura al trascendente. Proprio in quanto persona, l’essere umano è naturalmente orientato alla relazione, alla comunicazione e alla cooperazione con gli altri. La società non nasce quindi soltanto dalla necessità di soddisfare bisogni materiali, ma dalla vocazione stessa della persona a condividere il bene, la verità e l’amore.

Da questa prospettiva deriva una particolare concezione del bene comune. Esso non coincide con l’interesse dello Stato né con la semplice somma degli interessi individuali, ma consiste nell’insieme delle condizioni sociali, culturali e spirituali che consentono a ogni persona di svilupparsi pienamente. Per questo motivo la partecipazione alla vita pubblica non rappresenta soltanto un diritto o un dovere civico, ma costituisce una delle forme più alte di realizzazione della persona umana. Nel volume Umanesimo integrale (1936), Maritain propone una concezione della democrazia profondamente radicata nella dignità della persona. La democrazia autentica non può ridursi a un insieme di procedure o a un equilibrio di poteri; essa deve essere animata da un ideale morale condiviso e orientata alla promozione integrale dell’uomo. In questa prospettiva la cittadinanza non si esaurisce nell’esercizio del voto, ma richiede una partecipazione quotidiana e diffusa all’interno delle associazioni, delle comunità locali, delle realtà educative e dei corpi intermedi che strutturano la vita sociale. Particolarmente significativa è la valorizzazione del pluralismo. Secondo Maritain, una società democratica matura non pretende l’uniformità delle convinzioni religiose, culturali o politiche, ma favorisce la collaborazione tra soggetti diversi attorno a valori condivisi e alla ricerca concreta del bene comune. Tale impostazione anticipa molte delle intuizioni che oggi ritroviamo nei processi sinodali, fondati sull’ascolto reciproco, sul dialogo e sul discernimento comunitario.

Nell’opera politica L’Uomo e lo Stato (1951), il filosofo sottolinea inoltre che nessuna democrazia può sopravvivere senza una solida educazione civica e morale. Non si nasce cittadini attivi: lo si diventa attraverso un percorso educativo che forma il giudizio critico, il senso della responsabilità e la capacità di cooperare con gli altri. L’obbedienza esteriore alle leggi deve progressivamente trasformarsi in adesione interiore ai valori della giustizia, della solidarietà e della fraternità. Questa prospettiva possiede importanti ricadute pedagogiche. L’educazione alla cittadinanza non può limitarsi alla trasmissione di conoscenze istituzionali o normative; deve invece promuovere esperienze concrete di partecipazione e corresponsabilità. Si passa così da una pedagogia del dovere a una pedagogia del bene comune, nella quale i giovani imparano a riconoscere che il proprio bene è inseparabile da quello degli altri.

Un ruolo decisivo è svolto dai cosiddetti corpi intermedi, ai quali Maritain attribuisce una funzione essenziale nella costruzione della vita democratica. Associazioni, cooperative, comunità locali, gruppi educativi e organizzazioni della società civile rappresentano luoghi privilegiati di apprendimento della partecipazione. Essi impediscono tanto l’atomizzazione individualistica quanto l’assorbimento della persona da parte dello Stato, favorendo invece una cultura della cooperazione e della corresponsabilità. In questo senso il personalismo comunitario di Maritain appare sorprendentemente attuale. In una società segnata dalla frammentazione sociale, dalla polarizzazione culturale e dall’individualismo digitale, il filosofo invita a riscoprire una vera e propria “fede democratica”, fondata sul riconoscimento della dignità di ogni persona, sul rispetto dell’alterità e sulla ricerca condivisa del bene comune. Le intuizioni di Maritain trovano una significativa convergenza con la prospettiva sinodale contemporanea. Come il personalismo comunitario riconosce la persona quale soggetto attivo della vita sociale, così la sinodalità riconosce ogni battezzato quale protagonista della missione ecclesiale. In entrambi i casi, la partecipazione non è una semplice tecnica organizzativa, ma l’espressione di una precisa antropologia relazionale. Per questo motivo la Chiesa sinodale può essere interpretata come una vera scuola di cittadinanza attiva, nella quale si apprendono l’arte dell’ascolto, il discernimento comunitario, la corresponsabilità e la ricerca del bene comune.

  1. Sinodalità come pratica di discernimento comunitario

Dopo aver esplorato i fondamenti teorici — ecclesiologici, magisteriali e filosofici — occorre ora esaminare come la sinodalità si traduce in pratiche concrete. La sinodalità si attua attraverso quattro pilastri: ascolto, dialogo, discernimento e corresponsabilità. Papa Francesco ha impresso un’accelerazione a questo processo, definendo la sinodalità come «il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» e configurandola come una vera “Chiesa dell’ascolto” reciproco tra Popolo di Dio, Collegio episcopale e Vescovo di Roma (50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi). Sulla stessa linea, Leone XIV ha specificato che la sinodalità «non è una campagna, ma un modo di essere e un modo di essere Chiesa» (Giubileo delle Équipe Sinodali). Questo stile inizia con l’imparare ad ascoltarsi a vicenda: ascolto della Parola, ascolto reciproco e ascolto della sapienza anche di chi cerca la verità fuori dai confini della comunità ecclesiale.

Questo metodo si differenzia profondamente dalle semplici logiche maggioritarie o dai conteggi numerici dei sistemi politici. Il discernimento sinodale non cerca la vittoria di una fazione sull’altra, ma la ricerca comune del bene della comunità. Interpellato su come questo cammino ecclesiale possa concretamente ispirare società più giuste, Leone XIV ha risposto con realismo evangelico: «Poche volte nella mia vita mi sono sentito ispirato da un processo. Mi sento ispirato dalle persone che vivono con entusiasmo la fede» (Giubileo delle Équipe Sinodali). È dunque la qualità spirituale e umana delle persone — e non la tecnica procedurale — a formare cittadini capaci di discernere insieme e di offrire un modello alternativo di convivenza civile in un contesto sociale oggi polarizzato e frammentato.

  1. Sinodalità, corresponsabilità e rigenerazione della politica

Se la sinodalità forma persone capaci di discernimento comunitario, la ricaduta sulla sfera pubblica diventa inevitabile: essa investe direttamente le strutture di partecipazione e l’etica della responsabilità. Papa Francesco, nell’enciclica Fratelli Tutti, ha denunciato la crisi delle democrazie contemporanee, spesso ridotte a vuoti meccanismi di gestione del consenso, e ha indicato nella fraternità sociale il principio cardine per rigenerare i legami e la cura reciproca.

Per tradurre questa visione in azioni concrete e inclusive, Leone XIV ha sottolineato la necessità di una vera e propria riforma della corresponsabilità. Essa passa dal trasformare i consigli pastorali e gli organismi partecipativi in esperienze autenticamente aperte, dove «l’inclusione delle persone — uomini e donne, laici e religiosi — può aiutare tutti a partecipare e sentire un forte senso di corresponsabilità, di appartenenza, di leadership e di responsabilità» (Giubileo delle Équipe Sinodali). Il Papa riconosce che le resistenze a questo cambiamento «nascono dalla paura e dalla mancanza di conoscenza», motivo per cui la formazione a tutti i livelli diventa una priorità assoluta.

Questa pedagogia ecclesiale ha un’immediata traduzione civile e politica. Alle équipe sinodali Leone XIV ha chiesto di «essere coraggiosi nell’alzare la nostra voce per cambiare il mondo, per renderlo un posto migliore», affrontando piaghe quali la povertà, l’ingiustizia e il cambiamento climatico come grida urgenti che richiedono risposte basate sulla sussidiarietà locale e non su modelli uniformi imposti dall’alto. Il legame indissolubile con la polis è emerso con forza nel discorso del Pontefice ad Acerra, nella Terra dei Fuochi. Di fronte «a un concentrato mortale di oscuri interessi e indifferenza al bene comune, che ha avvelenato l’ambiente», Leone XIV ha posto la cittadinanza davanti a un bivio etico: «l’indifferenza o la responsabilità». Ribadendo che il bene comune «viene prima degli affari di pochi», ha richiamato i capisaldi della convivenza civile — onestà nel lavoro, equa distribuzione del potere e delle ricchezze, rispetto delle persone — lanciando un esplicito appello educativo: «Generate vita nuova trasmettendo a figli e figlie quel senso di responsabilità che troppe volte è mancato».

  1. Il carisma salesiano come pedagogia della cittadinanza

L’appello alla responsabilità e alla custodia della città lanciato da Leone XIV trova una sponda pedagogica naturale nell’esperienza educativa di san Giovanni Bosco, che ha anticipato molte delle moderne acquisizioni sulla partecipazione e sulla corresponsabilità. Il celebre binomio “buoni cristiani e onesti cittadini” esprime l’unità inscindibile tra formazione spirituale e impegno civile: per don Bosco, l’educazione alla fede non poteva prescindere dall’inserimento attivo e responsabile del giovane nella società. L’oratorio di Valdocco si configurava come una vera palestra di cittadinanza: attraverso il gioco, il teatro, le società di mutuo soccorso (un Inps e un sindacato ante litteram) e il lavoro, i giovani sperimentavano quotidianamente le regole della convivenza, della solidarietà e della gestione condivisa della comunità. Nel contesto della pedagogia sociale e dei laboratori di cittadinanza, questo motto ci ricorda che l’educazione è sempre un atto politico nel senso più nobile del termine: formare l’uomo per la società e, contemporaneamente, animare la società con i valori della solidarietà, dell’equità e della cura dell’altro. Il Sistema Preventivo converge profondamente con l’attuale paradigma sinodale: elementi come la centralità della relazione educativa, la valorizzazione dell’alleanza tra educatori e giovani, l’accompagnamento e la corresponsabilità comunitaria sono strutturali a entrambe le visioni. Già il Progetto di Vita dei Salesiani di don Bosco del 1986 e i recenti Capitoli Generali della Congregazione Salesiana hanno confermato questa traiettoria: il CG28 ha invocato una decisa conversione sinodale per superare modelli pastorali autoreferenziali o clericali, mentre il CG29 ha insistito sulla corresponsabilità missionaria dei laici e dei giovani, promuovendo ambienti educativi largamente partecipativi. La sinodalità, per i Salesiani, non è dunque un adeguamento terminologico recente, ma il recupero dell’identità originaria del carisma di don Bosco.

  1. Giovani, educazione e sfide contemporanee

Se il carisma salesiano offre un modello storico consolidato, oggi l’urgenza educativa si misura con sfide inedite, segnate dalla rivoluzione digitale, dalla frammentazione dei legami e da una diffusa crisi della partecipazione pubblica. In un ecosistema mediale che rischia di ridurre i giovani a spettatori passivi, isolati in logiche di polarizzazione o di manipolazione algoritmica, l’educazione sinodale offre un prezioso antidoto. Essa allena i giovani al pensiero critico, all’attitudine dialogica e all’esercizio del discernimento comunitario. La tradizione salesiana offre in questo campo un modello collaudato ed efficace. Quando l’ambiente educativo vive la logica del Sistema Preventivo, i giovani smettono di essere semplici destinatari passivi di interventi pastorali o assistenziali; diventano, al contrario, soggetti attivi, leader e co-protagonisti della missione. È proprio sperimentando lo stile sinodale all’interno di una comunità educante che le nuove generazioni imparano i codici della responsabilità civile, preparandosi a spendersi all’esterno per il bene della società.

  1. Conclusione

Alla luce di quanto esposto, la sinodalità si presenta come una delle categorie ecclesiologiche, sociali e pedagogiche più feconde per il futuro della Chiesa e della società. Essa non si riduce a un espediente procedurale, ma promuove un’antropologia relazionale radicata nella pari dignità, nella comunione e nella corresponsabilità. Educare alla sinodalità significa, intrinsecamente, educare alla cittadinanza attiva. Significa formare persone capaci di abitare la democrazia, di ricercare coralmente soluzioni ai problemi comuni, di esercitare la solidarietà e di spendersi per il bene di tutti. In questo comune orizzonte, la tradizione educativa salesiana e il magistero ecclesiale contemporaneo — arricchito dagli orientamenti di Papa Francesco e dalle recenti chiavi di lettura della Magnifica Humanitas di Leone XIV — si fondono in un’unica e coerente missione: generare donne e uomini che sappiano essere, nello stesso tempo, credenti maturi e cittadini responsabili, costruttori di una polis più giusta, fraterna e solidale in cui, nell’unità dell’agire della persona, non vi siano distinzioni e competenze diverse nelle due società rispetto alla missione universale di promozione del bene comune.

Don Alessandro Fadda SdB

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