” GRAZIA DELEDDA, CENTO ANNI DOPO: UNA VOCE CHE CONTINUA A INTERROGARE IL PRESENTE ” – DOTT.SSA ROBERTA FAMELI
Redazione- Nel 1926 Grazia Deledda fu insignita del Nobel Prize in Literature la cui consegna, tuttavia, avvenne nel 1927, per ragioni organizzative dell’Accademia svedese. Fu la seconda donna al mondo a ricevere questo riconoscimento (dopo Selma Lagerlöf, ndr) e rimane ancora oggi l’unica scrittrice italiana ad aver vinto il Nobel per la Letteratura. Un dato che invita a riflettere non soltanto sul valore dell’opera, ma anche su quante voci femminili abbiano trovato meno spazio nella storia letteraria. A cent’anni di distanza questo anniversario non è soltanto una ricorrenza letteraria. È soprattutto l’occasione per tornare a leggere una scrittura che continua a dialogare con il presente e con le domande del nostro tempo.
La sua storia conserva ancora oggi qualcosa di sorprendente. Nasce a Nuoro nel 1871, in una realtà lontana dai grandi centri culturali italiani. Non frequenta l’università, non entra nei circoli letterari più influenti e non dispone di una rete di relazioni intellettuali capace di aprire porte. La formazione avviene in gran parte attraverso letture autonome, curiosità personale e un’osservazione attenta della vita quotidiana. Da questo contesto periferico prende forma, con una determinazione rara, una delle opere narrative più solide del Novecento italiano. Il percorso non è immediato: nasce da anni di lavoro costante, da romanzi pubblicati con regolarità e da una voce narrativa che cresce lentamente. Il Nobel ,quindi, non rappresenta solo un riconoscimento individuale ma soprattutto segna il successo di una scrittura nata lontano dai centri culturali dominanti. La letteratura non è fatta soltanto di ciò che entra nel canone: è fatta anche di opere rimaste ai margini, di autrici dimenticate, di storie che non hanno trovato ascolto. La forza di questi romanzi nasce da un equilibrio raro. Le storie sono profondamente radicate nella Sardegna dell’entroterra: paesaggi severi, comunità compatte, tradizioni non scritte che regolano la vita quotidiana. È un mondo conosciuto dall’interno, osservato con precisione e senza idealizzazioni. Ma quella Sardegna non resta soltanto un luogo geografico. Diventa uno spazio narrativo in cui emergono questioni universali: il senso di colpa, il desiderio di redenzione, il conflitto tra aspirazioni personali e pressione sociale, la solitudine di chi cerca una strada diversa. Temi che superano il contesto regionale e parlano a lettori di epoche e luoghi differenti. Nei romanzi i personaggi non sono eroi esemplari. Sono uomini e donne attraversati da dubbi, rimorsi, aspettative familiari e sociali che spesso finiscono per confondersi con i loro stessi desideri. È in questa zona di incertezza che la narrazione trova la sua forza più autentica. In Canne al vento, forse il romanzo più celebre, il servo Efix è un uomo segnato da una colpa del passato. Vive con la consapevolezza di aver compiuto un errore irreparabile. Quel momento non resta confinato nel tempo: continua a orientare le sue scelte e il modo in cui guarda il mondo. Il senso di colpa che lo accompagna non è astratto. È concreto, quotidiano, presente nei lavori dei campi e nei rapporti con le sorelle Pintor. Non cerca di cancellare ciò che è accaduto, perché sa che non è possibile tornare indietro. La redenzione passa piuttosto attraverso la responsabilità: continuare a fare ciò che è giusto anche senza la certezza del perdono. È proprio questa tensione morale a rendere la figura di Efix sorprendentemente moderna. La narrazione parte da una realtà concreta e circoscritta per interrogare questioni che riguardano ogni essere umano: il rapporto tra le scelte e le loro conseguenze, tra il passato e il presente. Il Nobel del 1927 arriva in un momento storico complesso. L’Italia è entrata pienamente nell’epoca del regime fascista e il clima culturale è sempre più rigido. La scrittrice vive a Roma, ma rimane una presenza discreta, distante dalle dinamiche dei circoli letterari più influenti. Anche sul piano critico le opinioni non erano unanimi. Il filosofo Benedetto Croce, figura centrale della critica dell’epoca, aveva espresso alcune riserve su questa narrativa, giudicata troppo legata a un contesto regionale. Eppure l’Accademia di Svezia scelse proprio quell’opera. Una decisione che dimostra come il riconoscimento letterario non segua sempre le gerarchie culturali più visibili. Rileggere questi romanzi oggi significa anche interrogarsi su cosa chiediamo alla letteratura. Le pagine non cercano effetti immediati né scorciatoie narrative. Chiedono tempo e attenzione. I personaggi si rivelano lentamente, attraverso gesti e relazioni che si accumulano nel corso della storia. Le dinamiche familiari, i vincoli sociali e il peso della memoria diventano il cuore del racconto. Non sono elementi decorativi, ma strumenti attraverso cui la narrativa esplora la complessità dell’esperienza umana. Per chi insegna letteratura questo aspetto ha un valore particolare. Questi testi non offrono soltanto contenuti da studiare: educano a uno sguardo più attento. Insegnano a leggere situazioni ambigue, a riconoscere nei personaggi qualcosa che ci riguarda e a convivere con domande che non hanno risposte semplici. Il centenario del Nobel sarà accompagnato da iniziative in diverse città, tra cui Nuoro, Cervia e Stoccolma. Celebrare un autore è giusto, ma ogni anniversario porta con sé anche un rischio: trasformare gli scrittori in monumenti da ricordare più che da leggere. Questa narrativa resiste a quel destino. Non perché sia facile o immediata, ma perché continua a offrire strumenti per comprendere meglio le relazioni umane e i conflitti interiori che attraversano ogni epoca. A cent’anni dal Nobel non basta ricordarla. Il modo più autentico per celebrarla resta uno soltanto: rileggerla.

Grazia Deledda è un’autrice molto importante, la quale, però, non ha trovato un giusto spazio nelle storie della letteratura, in cui l’impronta maschile, talvolta maschilista, ha preso il sopravvento: mi sono occupato anni fa del romanzo storico femminile, vincendo, a Cava dei Tirreni, un premio prestigioso, dopo la mia relazione, in cui mettevo in evidenza i drammi delle donne, le loro emarginazioni nei secoli passati , il loro “stoicismo” e la loro capacità di “penetrazione psicologica”.
Nell’articolo emerge a chiare note che Benedetto Croce evidenzia , col suo metodo di indagine, scarsa sensibilità per la Deledda , di cui mette in evidenza il suo “regionalismo”, secondo uno schema formalistico (desanctisiano-crociano) e non coglie il pathos e la coralità della sofferenza umana.
Siamo, ahimè, ancora vittima della divisione poesia/non poesia, letteratura/non letteratura di origine ottocentesca e , così facendo, non valorizziamo, avendo pre-definito criteri estetici e valoriali, adeguatamente testi di autrici che meritano, a ragione, di stare in cattedra ( pensiamo anche a Sibilla Aleramo, Anna Banti,Dacia Maraini, ecc…).
Prof.Dott.Gabriele Gaudieri
Pedagogista,Didatta, Formatore.
Direttore editoriale di anankenews
Gentile Professore,
la ringrazio innanzitutto per il suo intervento e per le riflessioni che ha voluto condividere. Credo anch’io che il tema del riconoscimento delle autrici nella storia letteraria sia ancora oggi molto attuale. La lettura di Grazia Deledda continua a invitarci a guardare al canone con uno sguardo più ampio, capace di cogliere non solo le categorie critiche tradizionali ma anche la profondità umana delle storie che racconta. Anche il confronto con interpretazioni come quelle di Benedetto Croce può diventare un’occasione utile per ripensare alcuni criteri con cui la nostra tradizione letteraria è stata letta nel tempo.
La ringrazio ancora per il contributo al dialogo.