” LE LUCI DI HAIMBURG ” DI RENATO LEBAN ( PRIMA PARTE )
Storia in due parti ideata e scritta da Renato Leban
Racconto di Natale ambientato nel mondo romantico della Vienna Asburgica
(1852-1862)
Questi sono i Personaggi :
Hans Melchior …………………………………………… ……….………….ottantatreenne
Momi …………………………………………………….……………..…….il gatto rosso
Elky ……………………………………………………..……………………l’elfo biondo
Vick il capo degli Elfi …………………………l’elfo che ha 500 anni ed ha i capelli rossi
Lianas ……………………………………………………… .. fatina della foresta incantata
Olyn …………..……………………………………………………..………la ninfa del lago
Il giovane conte Peter von Haimburg …………………………………amico di Hans Melchior
Il conte Johann von Haimburg…………………………………………………padre del giovane Conte
La Contessa di Haimburg……………dama di compagnia dell’Arciduchessa e madre di Peter
Krono …………………………………………………………………lo gnomo dispettoso
S.Nicholaus …………………………………………………………..……… Babbo Natale
Rudy e Rendy …………………………………………………….le renne di Babbo Natale
Tacaboton ……………………………………………………………..…. la fata dei fiocchi
Tacadiz ………………………………………………….……………. lo gnomo incollatutto
Taiatabari ……………………………………..lo gnomo seminazizzanie, fratello di Tacadiz
Taccagno………………………………………………il mago senza esperienza, fratello di Tacaboton
Peetula …………………………………….…………….. la gazza ladra, pennuto irriverente
La Volpe argentata……………………………………………………………………………..amica di Momi
Francesco Giuseppe …………………………………………………………………… 1’Imperatore
Sissi …………………………………………………..……………. l’Imperatrice Elisabeth
L’ Arciduca Massimiliano Ferdinando ……………………………..…….. fratello dell’imperatore
L’ Arciduchessa Sofia ………………………..…. madre degli Imperatori e degli Arciduchi
L’ Arciduca Carlo Lodovico……………………………………..altrofratello di Francesco Giuseppe
L’ Arciduca Lodovico Vittorio ……………….detto Luzi Wuzi, fratello di Francesco Giuseppe
II Conte Paar Edward ……………………………….. …aiutante dell’Imperatore d’ Austria
Contessina Gisella Toth…………………………………fidanzatina del Conte Peter von Haimburg
Richard Müller ………………………………… amico di Hans e propietario della segheria
Josepha ………………………………….……..……………..… moglie del Signor Müller
Johanna ……………………………………… commessa dell’Ufficio Postale di Haimburg
Gertrude ………………………………..…….…………moglie del Macellaio di Haimburg
Magdala ……………………………….……….….. inserviente della Contessa di Haimburg
Erwin ……………………………….……………. servitore del Conte Peter von Haimburg
Contessa Marianne von Meissl……………………………….dama di compagnia dell’Imperatrice
Contessa Ida Ferenczy…………………………………………..dama di compagnia dell’Imperatrice
Lo Scudiere……………………………………………………………….dell’Imperatrice Elisabeth (Sissi)
La Zingara……………………………………………………………………………………….indovina Magiara
Il barone Karl Ludvig von Bruck………………………. fondatore del Lloyd Austriaco-Triestino
Karl e Joseph Müller ………………………………………………figli di Richard e di Josepha Müller
Katharina………………………………………………………………………………la tata del giovane Conte
Hohenzollern……………………………………………………………………………………………………nobile
Wilhelm von Tegettoff……………………………………………………………………………….Ammiraglio
Conte Charles Bobelles…………………………………………………………………………………….nobile
Nicola ………………………………………………………………………………………..Re del Montenegro
Milan Obremovic…………………………………………………………………………………Re della Serbia
Klemens Metternich …………………………………………………………………….Pricipe e Cancelliere
Millosicz………………………………………………………………………………………………….Ammiraglio
Taffe Edward……………………………………………………………………………Conte e primo ministro
Schwarzenberg Felix……………………………………………………………….Pricipe e feldmaresciallo
Johann Strauss (Figlio)…………………………………………….Compositore e direttore d’orchestra
Gruber………………………………………………………………………………………Compositore musicista
La storia si svolge in Austria fra il 1852 ed il 1862
Le località descritte sono Haimburg nella Carinzia, vicino alla citta` di Klagenfurt, e naturalmente il mondo di fantasia di S. NICHOLAUS, oggi chiamato Babbo Natale.
Prima Parte
Nevicava ad Haimburg, ma a Klagenfurt faceva solo freddo, un freddo umido e gelido. Così, in tutta la Carinzia, la gente si stava preparando alla stagione natalizia, poichè nella cristianissima Austria regnavano gli Asburgo nel milleottocentocinquantadue. L’imperatore allora aveva soltanto ventidue anni ed era il giovane Francesco Giuseppe, mentre il nostro uomo di Haimburg era già ottantatreenne. Si può ben dire che da una parte la vita era nel suo splendore e dall’altra stava per concludersi. Ma non affrettiamo i tempi ed andiamo a vedere chi era questo vegliardo signore di Haimburg e soprattutto che cosa stava facendo in quel periodo Hans Melchior.
La notte si allungò distendendo le sue ombre ai piedi del vecchio castello di Haimburg, e poi scivolò lentamente in ogni strada dando la sensazione di coprire con un manto vellutato la neve fresca. La luna in cielo diventò più luminosa e creò un alone di mistero.
Momi, il gatto rosso, grattò alla porta della stanza per poter entrare e quindi andare a sdraiarsi sopra la grande stufa di maiolica verde. Era una cosa che faceva abitualmente dopo il suo giretto serale. Come gatto, egli era un grande conquistatore di belle a quattro zampe. Naturalmente, ogni tanto ritornava a casa dopo aver combattuto con qualche suo rivale, e spesso ne portava i segni sul suo bel muso. Momi aveva il suo carattere e non si lasciava accarezzare facilmente; lo faceva solo quando qualcuno gli era molto simpatico. Il suo rapporto con Hans era di vecchia data e lui se lo ricordava a mala pena. Comunque erano passati tanti di quegli anni che ormai pensava di essere diventato vecchio persino lui.
-Vieni dentro, vecchio birbante, che è ora di stare al calduccio. Ecco da bravo, ne vuoi un pò? Lo so è solo un po’ di latte caldo ma a quest’ora non ho proprio voglia di mettermi a cucinare altro.- Momi si avvicinò alle gambe di Hans e vi si strofinò con tutto l’entusiasmo di cui era capace.
– Fa’ piano, vecchio brigante, se mi spingi ancora finirò per cadere.-
Il gatto lo guardò e miagolò come per dire: Non esagerare, che non sono così forte. Poi salto’ sul tavolo e si avvicinò ad Hans che lo accarezzò. L’uomo allungò una ciotola di latte caldo a Momi che lo annusò e prontamente si ritirò. Non amava le cose fumanti. Si allontanò e saltando andò ad accovacciarsi proprio sull’orlo esterno della grande stufa. Hans prese una tazza per lui, la riempì di latte caldo e con gli occhi cercò l’armadietto dove aveva conservato un po’ di rum. Aprì la bottiglia con un bel suono di tappo come se fosse stato un vinello fresco d’annata.
-Bene, ora torniamo al tavolo del lavoro perchè abbiamo ancora tante cose da fare.- e prendendo fra le mani la tazza fumante si sedette sulla panca che faceva parte della stufa. Sul suo tavolo c’erano dei colori e tanti disegni. Ne prese uno fra le mani ed, alzandolo vicino alla lampada a petrolio, lo guardò attentamente e disse ad alta voce:
– Mi va bene questo.-
Peter von Haimburg

Quel giorno al castello di Schönbrunn, l’Arciduca Massimiliano, fratello dell’Imperatore,
stava parlando con il Conte Paar quando si avvicinò a lui il figlio di una delle dame di compagnia dell’Arciduchessa Sofia. Era un bel ragazzo di circa nove anni, con dei begli occhi neri ed i capelli castani. L’Arciduca lo guardò e, sorpreso di vederlo accanto a loro, disse:
-Ciao, cosa fai qui?-
-Sto aspettando la mamma.-
-E dov`è – chiese il Conte Paar.
-E` con l`Arciduchessa vostra madre- rispose il ragazzo educatamente.
-Credo che stia parlando con Sua Altezza.-
-Lo so, Conte Paar, lo so.-
L’Arciduca si avvicinò al ragazzo e notò che fra le mani aveva una figura in legno dipinta a mano.
-Bella, che cos`è?-
-E` lo gnomo dei boschi.-
-Dei boschi?-
Il Conte Paar guardò l’Arciduca ed osservò che il ragazzo stava porgendo la figura di legno a Massimiliano.
-Si vostra Altezza, lo gnomo dei boschi. Come vede ha un abete sulle spalle ed un quadrifoglio sul cuore.-
In quel momento apparvero l’Arciduchessa sua madre e la Contessa di Haimburg, dama di compagnia, la quale vedendo il proprio figlio così vicino all’Arciduca, chiese:
-Peter, che cosa stai facendo?-
-Sto mostrando lo gnomo dei boschi.-
– Scusatemi Altezza, forse il ragazzo vi sta disturbando? Vieni qui Peter.-
-Non mi disturba Contessa anzi, la cosa mi ha incuriosito- e rivolto verso Peter accettò la
figurina di legno ben dipinta e la osservò con cura.
-Bello davvero!-
-Ed è ben fatto! Guardi qui, Conte Parr, c’è scritto qualche cosa sulla fascia alta che porta sul petto, fascia molto interessante.-
-Si, lo è, dev’essere un nuovo giocattolo per il prossimo Natale- osservò il Conte Paar.
-Non è un giocattolo, è un ornamento dell’albero fatto dal signor Melchior.-
-E chi è il signor Melchior?- chiesero in coro Massimiliano, il Conte Paar, e l’Arciduchessa Sofia.
-E` un nostro vicino di casa- disse la Contessa Haimburg ed aggiunse:
-E` un buon uomo, un vecchietto che ama fare questi lavori durante il periodo natalizio.-
Ma per non essere giudicata troppo facile alle discriminazioni sociali continuò:
-Naturalmente, non e`che la nostra famiglia lo frequenti, ma l’altro giorno egli è venuto al castello ed ha incontrato Peter e voi potete capire come sono i ragazzi. Insomma, per farla breve lo ha convinto che quello è uno gnomo dei boschi e che gli porterà fortuna.-
-Beata innocenza!- commentò L’Arciduchessa.
Ma la cosa piacque all’Arciduca Massimiliano che si mise a ridere dicendo:
-Credo proprio che gli porterà fortuna!-
-Sai Peter, credo che il signor Melchior ti abbia dato un bellissimo regalo. Anzi, potresti dirgli che sarei onorato se ne facesse uno per noi.-
L’Arciduchessa guardò suo figlio e poi guardò Peter e scuotendo la testa commentò:
-Se c`è qualcuno che crede ancora nelle favole, ebbene questo è di certo Sua Altezza.-
E mentre a Schönbrunn si continuava a parlare dello gnomo dei boschi e la notizia faceva il suo ingresso alla Hofburg di Vienna, il signor Hans Melchior continuava pazientemente a dipingere uno ad uno i suoi gnomi.
La Lettera da Vienna
Quel giorno ad Haimburg all’ufficio postale era arrivata una lettera da Vienna. Ricevevano tante lettere da Vienna, ma quella aveva il timbro del palazzo Imperiale e soprattutto era scritta a mano e Johanna, la commessa dell’ufficio postale, conosceva bene la calligrafia dell’ Imperatore.
Così, quando il signor Hans Melchior andò per ritirare la lettera, la curiosità di Johannna era là sulle sue labbra, pronta a chiedere cosa avesse spinto l’Imperatore a scrivere a quel signore di ottantatrè anni? Perchè lo aveva fatto e che cosa voleva l’Imperatore?
Ma la delusione sua fu grande quando a tutte quelle domande il signor Hans, rispose:
-E’ solo un lavoro in più- e non disse altro. Johanna avrebbe volentieri strappato dalle mani quella lettera al signor Melchior, ma lui se la mise in tasca e se ne andò in tutta tranquillità con il suo solito sorriso sulle labbra.
Mentre Hans se ne stava uscendo, entrò Gertrude, la moglie del macellaio. Hans si tolse il cappello in cenno di saluto e proseguì per la sua strada.
Ma a Johanna sembrava la più grossa ingustizia del mondo vedersi sfuggire davanti a sé le notizie dalla casa Imperiale, e per di più con un tizio che per tutta risposta le aveva detto:
-E` soltanto un lavoro in più.-
Così, quando Gertrude si avvicinò al banco, lei non la salutò come al solito, ma disse:
– Non ci crederai mai, ma quello ha ricevuto una lettera dall’Imperatore e tutto ciò che ha detto è stato un borbottare incomprensibile.
-Davvero?- commentò Gertrude un po’ sospettosa e a sua volta incuriosita.
La gente di Haimburg vedeva Hans raramente, poichè lui se ne stava chiuso in casa fra i suoi libri, le sue carte, ed i suoi disegni. Di lui sapevano poco o niente. Non era un tipo che frequentasse la chiesa, la trattoria, e tanto meno la piazza. Sapevano ch’era venuto da un’altra città, molti anni prima, e che s’interessava d’arte, ma di certo non sapevano null’altro.
L’ Amico di Hans
Hans non aveva molti amici, si poteva ben definirlo un solitario. L’unico amico che aveva da anni era il proprietario della segheria di Haimburg, Richard Müller, che era sposato con Josepha ed aveva due figli, Karl che studiava a Vienna per diventare un veterinario e Joseph che studiava a Graz per diventare dottore in agraria. Richard era più giovane di Hans. Egli ammirava l’amico per i suoi talenti artistici, ma soprattutto lo ammirava per la saggezza che sapeva dimostrare nel saper rimaner disincantato dalle chiacchiere altrui. Sembrava che il suo amico vivesse in un altro mondo. Lui non si era mai dimostrato invidioso, egoista, o peggio curioso dei fatti altrui. Insomma era capace di vivere serenamente una sua vita interiore con l’armonia del mondo che lo circondava.
Quel giorno Hans decise che avrebbe dovuto rientrare a casa per mettersi al lavoro sui suoi gnomi e così fece. Davanti alla porta c’era l’altro amico ad attenderlo, il gatto rosso Momi che alzò la coda, incurvò la schiena, e poi fece una specie d’inchino mentre aprì la bocca in un grande sbadiglio ed infine salutò, miagolando delicatamente, come se volesse dire:
-Benvenuto, vedi ero qui.-
Hans lo prese in braccio, lo accarezzò e, spingendo la porta con il piede, entrò in quel piccolo mondo dove le sue favole diventavano realtà.
La Visita
Più tardi, qualcuno bussò alla porta. Era il giovane Peter accompagnato da Katharina, la sua tata.
-Scusateci signor Melchior, ma Peter ha tanto insistito per farle visita che non ho potuto fare a meno di accontentarlo.-
-Non vi preoccupate, signorina-
– Sono Katharina, la tata di Peter al servizio della signora Contessa.-
– Vi prego entrate, ciao Peter, come stai?-
-Molto bene signor Melchior, ho una cosa molto importante da dirvi…-
-Ci credo Peter, volete darmi i vostri mantelli?-
-Vi prego ancora di scusarci per questa nostra intrusione, mormorò Katharina, preoccupata di ciò che avrebbe potuto dire la Contessa.-
-Non vi preoccupate signorina, Peter è un amico….non è vero?-
-Si, si- rispose egli prontamente.
-Non è che gradireste una bella tazza di cioccolato caldo?-
-Oh…signor Melchior sarebbe una cosa bellissima- disse Peter, mentre aveva notato Momi sdraiato comodamente sulla poltrona.
-Scusatemi se vi chiedo di aiutarmi signorina, ma come vedete non sono più quello di una volta e ora faccio fatica a muovermi.-
-Lo faccio con molto piacere signor Melchior.-
-Ecco se va di là, in cucina troverà tutto l’occorrente, le tazze, il latte, ed il cioccolato.-
-Ed ora a noi Peter: raccontami di questa cosa speciale….-
-Come voi sapete, la mia mamma è la dama di compagnia dell’Arciduchessa Sofia e l’altra settimana ero con lei al castello di Schönbrunn dove ho incontrato l’Arciduca Massimiliano…-
-Lo so Peter, lo so.-
-Com’è che lo sapete signor Melchior?-
– Te lo dirò dopo che mi avrai raccontato se lo gnomo che ti ho regalato ti ha portato fortuna.-
-Oh sissignore! L’Arciduca Massimiliano me lo ha confermato.-
-Ah si, e cosa ti ha detto?-
-Mi ha detto che il vostro gnomo è bello e che sarebbe onorato se voi ne faceste uno per lui.-
-Beh Peter, anch’io ho una sorpresa per te….-
In quel momento Katharina rientrò nella sala portando con s sé un vassoio sul quale c’erano delle tazze fumanti di cioccolato. Gli occhi di Peter s’illuminarono pregustando il suo sapore. Il profumo era così invitante e così delizioso che aspirò profondamente sino a riempirsi le narici di quell’aroma.
-Vi prego, signorina Katharina, potrebbe essere così gentile da guardare là nella dispensa sopra il caminetto? Dovrebbero esserci alcune fette di torta Sacher. Sarei ben felice se potessimo assaggiarla mentre berremo il cioccolato. Che te ne pare Peter?-
-Voi sapete signore che non oserei mai contraddirvi, mai e poi mai davanti ad una Sacher.-
Katharina non si fece pregare e preparò ogni cosa nel miglior modo possibile.
La Lettera dell’Imperatore
Così il signor Melchior continuò la sua conversazione con il ragazzo, e mostrandogli la lettera lo fece partecipe di ciò che gli aveva scritto lo stesso Imperatore il quale, dopo aver parlato con il fratello, si era fatto convincere che sarebbe stata una cosa piacevole avere un ornamento natalizio fatto dalle mani di un suo compatriota.
-Uahoo!!- disse Peter…
-Non esagerare e sii educato Peter- aggiunse Katharina.
-Lasciatelo dire- commentò Hans sorridendo:
– Non è una cosa che capita ogni giorno e personalmente mi sento onorato di fare qualche cosa per l’Imperatore ed è grazie al nostro giovane amico se oggi possiamo dire di essere così fortunati. E così dicendo appoggiò la mano sulla spalla di Peter, che senza perdere tempo disse:
– Se voi lo farete, la Contessa mia madre si preoccuperà di farlo arrivare nelle mani dell’ Arciduchessa Sofia che poi lo consegnerà personalmente all’Imperatore.
-Lo farò in segno della nostra amicizia, va bene?-
-Certo, e quando potrò venire a prenderlo?-
-Ma Peter non è educato mettere premura al signor Melchior!- rimproverò Katharina.
-Ha ragione il nostro giovane amico, non si può far attendere un Imperatore. Ti va bene domani?-
-Mi va bene domani.-
-Peter tu non sai quali progetti abbia tua madre e forse non potrai venire qui domani- disse la signorina Katharina.
-Non vi preoccupate. Se Peter non potrà venire da me, ve lo porterò io stesso al castello.-
-Grazie signor Melchior, grazie di tutto ed ora Peter credo sia venuto il momento di ritornare al castello prima che la signora Contessa si preoccupi per la nostra assenza. Non vorrei essere io stessa causa di preoccupazioni inutili. La mia signora è sempre così gentile e premurosa con tutti noi che non sarebbe giusto ripagarla in questo modo. Su Peter, saluta il signor Melchior e ritorniamo al castello.-
-Va bene tata, ma prima di andarmene potrei accarezzare il gatto?-
-Certo che puoi, ma sta attento, non è detto che lui sia della stessa idea.-
Il Gatto
-Come si chiama?- chiese Peter.
-Momi.-
-E` un nome buffo, no?-
-E`un nome da gatto, un gatto indipendente e con un suo caratterino.-
Peter allungò la mano, accarezzò il gatto con timore, ma per tutta risposta, ricevette uno sguardo sonnolento, ed un movimento della coda che voleva dire:
-Non sto dormendo.-
Katharina aiutò il giovane Conte a rimettersi il mantello e dopo aver salutato educatamente il signor Melchior, entrambi ritornarono al castello.-
La Contessa camminava nervosamente e sembrava non essere di buon umore.
-Signorina Katharina dov’eravate? Vi ho cercato per un bel po’ di tempo.Vi prego di farmi sapere quando e dove andate con mio figlio.-
-Sono qui, mamma- intervenne candidamente il ragazzo.
-Ti ho cercato Peter, ero in pensiero.-
-Siamo andati a trovare il signor Melchior.-
-Ancora lui? Bene, ci mancava anche il signor Melchior a complicarci la vita.-
-Perchè dici così mamma? Il signor Melchior è un bravo uomo.-
-Si, lo so Peter, lo dicevo così per dire e voi, signorina Katharina, preparatevi e preparate le cose del giovane Conte, poichè dobbiamo partire adesso.-
-Adesso e per dove?-
-Dobbiamo andare a Vienna, l’Arciduchessa Sofia ci aspetta per questa sera.-
-Questa sera?-
-Si, ho detto questa sera, e quindi fate preparare la carrozza al signor Erwin ed avvertite la signora Magdala che dovrà venire con noi. Coraggio Peter, preparati non voglio sentire altro.-
-Ma io che c’entro?- domandò Peter.
-Come tu che c’entri? C’entri bello mio! Sei tu che hai iniziato questa storia ed ora non puoi tirarti indietro. Tu e quel tuo amico strano.-
-Quale amico strano?-
-Quel signor Melchior con i suoi buffi gnomi dei boschi.-
-Ma è una persona per bene- commentò Katharina a sostegno di Peter.
-Si, si. Non ne ho il minimo dubbio che sia una persona per bene, ma tu ragazzo mio non puoi entrare in casa sua e nella sua sfera personale in questo modo. Devi ricordarti che prima di tutto tu sei il Conte Haimburg e che devi rispettare una certa formalità nel tuo comportamento. Il giorno che dovrai frequentare la corte Imperiale non potrai presentarti come se tu fossi un selvaggio. Io ti ho dato una certa educazione e spero che tu vorrai onorarmi nel metterla in pratica.-
-Si mamma.-
-Il signor Melchior è stato gentile ad ospitarti, ma allo stesso tempo avrebbe dovuto capire che tu sei troppo giovane per andare da lui. E voi, signorina Katharina, lo avreste dovuto sapere e quindi evitare certe situazioni incresciose.-
-Scusatemi signora Contessa, ma il Conte aveva tanto insistito…-
-Ora non abbiamo tempo per discuterne, ne parleremo più tardi in carrozza.-
-Va bene mamma.-
-Obbedisco signora.-
Un Peso sul Petto
Nella casa di Hans era tornata la tranquillità e la sera ritornava più fredda che mai, ma la grande stufa di maiolica funzionava benissimo ed il gatto rosso si stava allungando sulla panca accanto alla fonte di calore senza alcun timore, anzi sembrava che stesse provando un balletto per l’opera di Vienna, tanto si girava e rigirava tutto beato.
Hans era al tavolo di lavoro con i suoi ornamenti. La stanza in quel periodo dell’anno sembrava la casa di un elfo al servizio di Babbo Natale. C’erano degli gnomi un po’ dappertutto. Quelli da rifinire nei disegni, quelli mezzi colorati e quelli belli e pronti per essere regalati. In mezzo a tutti questi c’era quello fatto specialmente per l’Imperatore. Hans lo guardò attentamente con molta cura, poichè voleva che il suo lavoro si presentasse nel modo migliore. Alla fine quella decorazione Natalizia sarebbe stata lì a rappresentare lui ed il suo giovane amico, il conte Peter, che aveva detto e fatto tanto sino a coinvolgere tutta la famiglia Imperiale.
Hans si sentiva come se avesse un peso sul petto, come se fosse inquieto per un qualcosa di cui non riusciva ad indovinare il motivo. Si sentiva affaticato dalla lunga giornata passata al tavolino. Al pomeriggio se ne uscì a distribuire i suoi gnomi, così come aveva sempre fatto in questi ultimi anni. Erano passati quasi trent’anni da quando aveva iniziato a distribuirli.
Per lui quello era un gesto d’amore verso il suo prossimo, era un augurio, senza chiedere nulla in cambio. Per Hans il Natale era un momento speciale, era il tempo della riconciliazione con il mondo e lo spirito, era il momento in cui egli socializzava ed apriva il proprio cuore, ma sopratutto era il tempo in cui egli donava, con la speranza di poter infondere uno spirito benefico che potesse evolversi e durare nel tempo. Ecco perchè egli si era inventato quei ninnoli di legno decorati in modo e forme diverse. Per lui era un momento importante per ricordare e vivere gli insegnamenti del comandamento “ama il tuo prossimo come te stesso.”
Sorrise fra sé e sé ripensando alla faccia della signora Johanna ed alla sua smisurata curiosità, poi fece per prendere un bicchiere, ma una fitta tremenda al petto lo bloccò lì dov’era. Rimase immobile per non peggiorare il dolore acuto che provava. Gli sembrò che il tempo si fosse fermato. Era un’eternità, poi si accovacciò lentamente, quindi riprese a respirare, prima con fatica e poi più regolarmente, ed alla fine si sedette a terra sudando e tremando tutto. Il gatto lo guardava con gli occhioni spalancati come per dire:
-Che cosa stai facendo? Hei tu, non farmi dei brutti scherzi!-
Ma Hans aveva perso tutte le forze e si lasciò andare, appoggiandosi alle gambe del tavolo. Rimase fermo lì per un bel po’ e poi lentamente il sangue ritornò a scorrergli normalmente nelle vene. Si fece coraggio e pian piano cercò di alzarsi. Alla fine i suoi ottantatre` anni si facevano sentire in tutta la loro solenne fragilità. Doveva reagire e quindi pensò ad altro. Pensò che aveva già consegnato quasi tutti i suoi ornamenti natalizi e che la sua missione era quasi completa. E` vero, mancavano da consegnare alcuni gnomi, incluso il più importante, quello dell’Imperatore. Ma era lì, e quindi bastava consegnarlo. Insomma il più era fatto!
Il gatto lo guardò e miagolò delicatamente come per voler dire:
-Su forza, andiamo a letto.-
Con molta difficoltà egli si alzò ed andò a riposarsi nella stanza da letto.
Al palazzo Imperiale
Intanto, al palazzo Imperiale di Vienna, quella sera le dame di corte si scambiavano gli ultimi pettegolezzi sul giovane Imperatore, il quale aveva deciso di prendere su di sé l’onere di ogni potere dello stato. Trasformò il suo regno in una monarchia assoluta. Francesco Giuseppe a quel tempo vestiva solo in uniforme, cosa che costringeva tutti gli altri uomini a fare lo stesso, quindi a mettersi sull’attenti per salutarlo militarmente. Tutto ciò conferiva una certa eleganza in seno alla corte, ma anche un certo nonsochè di rigidità e formalità. L’unico ad essere meno formale era l’Arciduca Massimiliano che stava divertendosi a fare la corte ad una contessina dello Salzkammergut. Era un bello spettacolo vedere tutti i fratelli Asburgo in divisa: erano giovani, eleganti e ben educati. L’Imperatore aveva tre fratelli, Massimiliano che aveva vent’anni, Carlo Lodovico che ne aveva diciannove, ed il più piccolo che ne aveva dieci e si chiamava Lodovico Vittorio, e tutti erano in divisa. In quell’istante si sentì scattare sull’attenti gli ufficiali presenti e si videro inchinarsi tutti all’entrata dell’Imperatore. Anche il Conte Paar ed il Barone Karl Ludwig von Bruck, fondatore dei Lloyds Austriaci di Trieste, s’inchinarono alla presenza dell’Imperatore Francesco Giuseppe. La sala degli specchi era illuminata con centinaia di candele che riflettevano la luce ed i costumi. Ogni cosa sembrava moltiplicata per il numero infinito degli specchi presenti nel salone delle feste. Le dame sfoggiavano eleganti toilettes, ornate dai piu raffinati e preziosi gioielli di famiglia, ricreando così dei magici riflessi sulle pareti del salone delle feste. Gli uomini, eleganti ed austeri, indossavano inpeccabili uniformi che dimostravano nei fatti la serietà e la preparazione in campo militare. L’Austria era a quel tempo il più grande degli imperi d’Europa.
La festa era gia iniziata quando entrò l’Arciduchessa Sofia con la contessa Haimburg. Ognuno s’inchinò al passaggio della madre dell’Imperatore che questa volta aveva accettato di fare un’eccezione alla regola. Infatti, con loro c’era anche il giovane Conte Peter, con in mano il suo inseparabile gnomo dei boschi. Nel frattempo ognuno aveva trovato il piacere della conversazione con il suo più stretto vicino. E così, senza indugiare, il giovane Conte si avvicinò all’Arciduca Lodovico Vittorio, che aveva soltanto un anno più di lui. Naturalmente, ciò non sarebbe potuto accadere se l’Arciduca fosse stato più adulto, poichè l’etichetta di corte non glielo avrebbe permesso. Ma essendo Peter stato invitato personalmente dall’Imperatore, egli poteva parlare con il quasi coetaneo Lodovico Vittorio.
L’Incontro con l’Imperatore
L’Imperatore stava parlando con il Barone Karl Ludwig von Bruck, quando si accorse della presenza di Peter. Fece un cenno con la mano verso di lui per invitarlo a conferire privatamente:
-Buona sera Peter, avete fatto un buon viaggio?-
-Sissignore, è stato un buon viaggio, anche se devo dirvi che eravamo un po’ stretti a causa dei tanti abiti e le valigie delle signore.-
-Mio giovane Conte, vi dovrete abituare, è un problema comune quando si viaggia con delle signore. Come sta vostra madre la Contessa di Haimburg?-
-Come potete vedere da voi, Maestà , ella gode di buona salute.-
-Si è vero, e mi sembra essere anche di buon umore.-
-Ora direi di sì, ma prima…-
-Cosa intendete dire?-
-Voglio dire che sembrava che sarebbe crollato il cielo se non fossimo arrivati per tempo.-
-Non vi preoccupate, mio giovane amico, succede sempre così quando si ha a che fare con
L’Arciduchessa mia madre. Ma la ragione per cui vi ho chiesto di venire qui questa sera, come sapete, è un’altra. Personalmente ho tanto sentito parlare di questo gnomo dei boschi che vi è stato regalato da un contadino di Haimburg.-
-Scusatemi, vostra Maestà, ma non è un contadino.-
-Ah no? E` forse un vostro amico?-
-Si, egli è un amico, ed è un artista del nostro villaggio. Si chiama Hans Melchior.-
-Questo lo so, poichè io stesso gli ho scritto, ma parlatemi un po’ di questi ornamenti e ditemi perchè voi credete che essi portino fortuna.-
-In verità, più che crederci, dovrei dire a vostra Maestà che lo so che portano fortuna.-
-Perchè?-
-Per la stessa ragione che sono qui, a parlare con l’uomo più potente d’Europa.-
-Avete ragione mio giovane Conte, avete proprio ragione. E potreste mostrarmelo questo gnomo dei boschi?-
Lo Gnomo
-Certo Maestà eccolo qui.-
Francesco Giuseppe lo guardò attentamente, lo girò e lo rigirò, lo guardò ancora e poi disse:
-Bello, ma che cos’ha di speciale?-
-E` stato fatto per me, e non ho dovuto dare nulla in cambio; è stato un gesto di rispetto e di amicizia, proprio per me. Capite cosa voglio dire?-
-Forse no…Conte-
-Volevo dire che prima…. io non conoscevo il signor Melchior, e che lui ha fatto questo per me, ma la cosa curiosa è che allo stesso tempo lo ha fatto anche per tutti gli altri abitanti di Haimburg, senza chiedere nulla in cambio. Nulla a nessuno! Non le sembra generoso da parte sua?-
La conversazione con l’Imperatore venne interrotta lì a quel punto, perchè arrivò un ufficiale che disse che si richiedeva la presenza di Sua Maestà in una stanza accanto.
-Scusate giovane amico, ma ora devo andare, spero che potremo riprendere la nostra conversazione in un altro momento. Comunque, vi prego di farvi mio portavoce presso il signor Melchior e confermargli che l’Imperatore sarà onorato di avere uno dei suoi gnomi. –
L’Imperatore uscì dalla stanza, mentre un battere di tacchi all’unisono lo salutava nuovamente sull’attenti, unito da un inchinar di teste delle più belle dame d’Europa che gli rendevano l’omaggio dovuto.
La notte aveva allargato le sue braccia lasciando scivolare via l’oscurità e la luce stava entrando nella valle in punta di piedi, danzando sulle cime innevate della Carinzia.
Momi fu il primo a muoversi. Si stiracchiò, si allungò e fece la gobba, poi con un bel balzo arrivò sul davanzale della finestra, dal quale guardò con molto interesse i passerotti che saltellavano sulla neve in cerca di cibo.
Richard
Richard lasciò la sua casa poco dopo le sette del mattino. Era come un orologio, puntuale e costante. Andò verso la segheria, che era un po’ fuori dal villaggio. Passò davanti alla casa di Hans e vide il gatto davanti alla finestra. Pensò all`amico con una certa invidia, poiché egli poteva dormire fino a quando voleva, visto che non aveva impegni. A ottantatre` anni si poteva permettere di fare quello che più gradiva.
Arrivò alla segheria e tutto procedeva come al solito. I suoi operai si erano già messi all’opera. Avevano messo in posizione le seghe rotanti e poi quelle a nastro, quindi avevano aperto i canali dell’acqua che convogliavano il ruscello negli argani e facevano muovere tutto l’impianto in modo efficace e continuo. Erano passati quasi trent’anni dalla prima volta che Richard aveva messo piede nella segheria ch’era stata di suo nonno e poi di suo padre.
Tutto sembrava seguire la monotonia dei giorni lavorativi. Persino la signora Josepha era arrivata puntuale con le vettovaglie per il pranzo.
-Ciao cara, com’ è andato il mattino?-
-Non male, sono andata come ti avevo detto all’ufficio postale a ritirare la posta ed ho incontrato la signora Johanna, la commessa, che mi ha detto di aver visto il tuo amico Hans, ed ha aggiunto che aveva ricevuto una lettera da Vienna, dalla casa Imperiale. Anzi, ha voluto precisare che le sembrava che fosse proprio la calligrafia dell’Imperatore. E quando gli ha chiesto qualche timida informazione, tutto quello che lui ha detto è stato:
“E`solo un lavoro in più”- senza concedersi una sola parola di più, che ne so, magari solo per cortesia verso una signora. Insomma, è un vero orso il tuo amico Hans.-
-Non lo credo proprio, diciamo le cose come stanno; la signora Johanna è una terribile ficcanaso, e di certo moriva dalla curiosità di sapere che cos`era scritto in quella lettera, e perciò ha ben fatto Hans a non dirle una sola parola di più.-
-Sempre pronti voi uomini a difendervi l’un l’altro, no?-
-Perchè, sei curiosa anche tu?-
-Chi io? No, tu mi conosci, io non ho di queste curiosità. Anzi, dato che parliamo del tuo amico Melchior, lasciami dire che ho preparato due dolci, uno per i tuoi operai, ed uno per lui. Fra poco è Natale e credo che gli farà piacere sapere che qualcuno sta pensando a lui come ad un vero amico.-
-Brava, è stata una bella idea, grazie, sono proprio contento ed orgoglioso di te! Vieni qui, meriti un bacio!-
-Grazie, ma non qui, ci sono i tuoi operai…-
-Perchè, pensi che non lo sanno che ci vogliamo bene, dopo venticinque anni che siamo sposati?-
-Si, ma…sai che mi metti un po’ a disagio.-
-D’accordo, ma ho veramente apprezzato il tuo gesto. Anzi sai cosa farò? Andrò a trovare Hans dopo che ho finito di mettere a posto le mie carte qui nella segheria.-
-Ti prego solo di non fare troppo tardi, sai che mi piace cenare assieme a te.-
-Non dubitarne.-
– Ciao.-
-Ciao cara, a più tardi.-
Verso mezzogiorno c`era la pausa pranzo e gli operai si riunivano nella grande sala dietro all’ufficio del signor Müller. Egli stesso stava per raggiungerli per condividere il pasto con i suoi operai, quando fu attratto dal rumore degli zoccoli dei cavalli che salivano su dalla strada verso il paese. Gli venne spontaneo girarsi e guardare verso la stessa direzione da cui proveniva il rumore.
L’Arciduca Massimiliano
Vide così che stava arrivando un’elegante carrozza scortata da una coppia di soldati a cavallo. Stupito, si fermò a guardare mentre alle sue spalle si erano aggiunti alcuni operai, incuriositi da tale apparizione inconsueta per il loro piccolo paese. L’unica persona a girare in carrozza era la signora Contessa e di certo non era lei, quindi doveva essere un ospite importante che veniva a farle visita.
L’Arciduca Massimiliano scese dalla carrozza e salutò con un appropriato inchino la Contessa di Haimburg,
-Siate il benvenuto Arciduca, spero che il viaggio sia stato piacevole.-
-Oh si, l’ho molto gradito. Per me venire in Carinzia è sempre un’occasione di serenità.-
-Come sta vostra madre, l’Arciduchessa Sofia?-
-Lei sta bene grazie, e vi porge i più rispettosi saluti. Ora concedetemi l’onore di spiegarvi il motivo della mia visita.-
-Vi prego.-
-Come voi avete ben visto alla festa dell’Hofburg, mio fratello l’Imperatore ha parlato con vostro figlio Peter.-
-Si certo, e.. allora?-
-Pare che la storia dello gnomo lo abbia talmente incuriosito che mi ha pregato di averne cura e quindi eccomi, venuto qui di persona, per conoscere questo signore. Naturalmente mi sarebbe cosa gradita, se fosse possibile, andare a trovare questo signore in compagnia del giovane Conte Peter.-
-Arciduca, voi sapete che a casa mia voi siete libero di chiedere qualunque cosa, proprio come se foste a casa vostra. Quindi sarò ben contenta di avvertire mio figlio, il giovane Conte Peter, di rendersi immediatamente disponibile.-
-Katharina, per favore fate in modo che egli sia pronto per andare con l’Arciduca Massimiliano. Vi prego anche di avvertire la signora Magdala che gradiremmo bere qualcosa, noi saremo là nel salotto azzurro. Dopo di voi Arciduca.-
-Grazie, molto gentile.-
Peter e Max
Poco dopo apparve, tutto sorridente, il giovane Peter che disse:
-Ciao Maxi!-
-Ciao Peter.- rispose L’Arciduca sorridendo.
Ma alla signora Contessa, non piacque tanta confidenza da parte di suo figlio e controbattè:
-Non mi sembra di avervi insegnato che ci si esprime così davanti a sua altezza il fratello dell’Imperatore.-
A prendere le sue difese fu proprio l’Arciduca che aggiunse:
-Ma Peter ha quasi l’età di mio fratello, l’Arciduca Lodovico, e vostro figlio per me è come se fosse mio fratello.-
-Ciò non toglie che debba sapere come ci si comporti con un Arciduca.-
Peter rimase raggelato dalla severità di sua madre.
-Voi permettete Contessa? Sarebbe meglio se potessimo andare ora da questo signor Melchior.-
-Vi prego, disponete che venga fatto ciò che credete meglio!-
-Allora andiamo Peter, fammi da guida.-
-Ciao Mamma.-
-Mi raccomando Peter, comportati come si deve.-
-Ciao!-
La carrozza scese dalla collina del castello ed allegramente s’infilò nelle piccole strade del villaggio sino a fermarsi davanti alla casa del signor Melchior.
A Casa di Hans
Il sole illuminava la bella facciata di quella piccola casa adorna di piante e di un bellissimo salice piangente. Il gatto era sdraiato su uno sgabello dipinto a mano ed era vicino alla porta; sembrava quasi l’immagine di una piccola sfinge, messa lì a controllare ogni viandante. Quando capì che la carrozza si sarebbe fermata, scattò via come una volpe davanti ad una muta di cani. Peter bussò alla porta. Dall’interno qualcuno rispose:
-Entrate, la porta è aperta.-
Peter lasciò il passo all’Arciduca Massimiliano che entrando si presentò:
-Sono L’Arciduca Massimiliano. Possiamo entrare?-
-Certamente si!- rispose una stridula voce femminile.
L’Arciduca si levò il cappello in segno di rispetto ed entrò, seguito dal ragazzo che non riusciva a capire come mai ci fosse una persona estranea in casa.
-Buon giorno, disse l’Arciduca.-
-Buon giorno a voi- replicò la signora ch’era presente nella stanza di Hans.
-Con chi abbiamo l’onore di parlare?-
-Sono la signora Gertrude, la moglie del macellaio.-
– Ah…e come mai siete qui?- chiese sospettoso Peter.
-Sono passata di qui ed ho visto il gatto che cercava di uscire, miagolando dietro la finestra, e
così sono venuta a bussare alla porta. Ho bussato, ma nessuno mi ha risposto. Ho bussato ancora e
poi ho provato a vedere se per caso la porta fosse aperta. Lo era, quindi sono entrata per vedere se
il padrone di casa sarebbe rientrato fra qualche minuto. Allora mi sono seduta ed ero qui, quando
voi avete chiesto se potevate entrare. L’Arciduca accennò ad un sorriso di circostanza e disse:
-Forse allora possiamo accomodarci ed attendere anche noi il Signor Melchior, non credo che
sia andato tanto lontano, tu che ne pensi Peter?-
-Ha ragione l’Arciduca.-
Peter si guardò attorno come se cercasse di capire il perchè di quella stranezza. Il signor Melchior non era uomo che amasse estranei per la casa. La donna che gli stava di fronte sembrava la tipica curiosa, una donna senza stile, vestita come tutte le donne del paese, con lo scialle sulle spalle e la treccia arrotolata sulla testa. Non si poteva dire che fosse una bellezza. A Peter sembrava che lei fosse più giovane del signor Melchior. Mentre stava pensando tutte queste cose, l’arciduca gli chiese:
-Tu sai se il signor Melchior ha fatto lo gnomo per l’Imperatore?-
-Credo di si, ma non l’ho visto. Ne ho parlato l’altro giorno con lui, e mi sembrava contento di poter fare una cosa speciale per l’Imperatore. Il signor Melchior ha un grande spirito ed è stato sempre pronto a fare qualche cosa che possa rendere felici gli altri. E` veramente un brav’uomo!-
La signora Gertrude aggiunse con studiata intenzione:
– E` un po’ orso con noi, signore, ma a dire il vero, non è un uomo cattivo.-
-Meno male!- concluse il ragazzo un po’ indispettito.
La signora Gertrude non era esattamente il tipo di donna che avrebbe conquistato le simpatie del signor Melchior, e di certo neppure quelle del giovane.
L’arciduca guardò l’espressione di Peter mentre la signora parlava e potè facilmente intuirne i suoi pensieri. Nella stanza si creò quella situazione d’attesa un po’ imbarazzante, dove ognuno sembra evitare lo sguardo dell’altro, per non sembrare petulante e curioso. Ma la signora Gertrude si muoveva liberamente nella stanza, come se fosse alla ricerca di qualche cosa che potesse darle uno spunto per quelle informazioni dalle quali avrebbe potuto poi creare un buon argomento di conversazione con la sua cara amica, la signora Johanna. Naturalmente tutto ciò non faceva che infastidire il giovane Conte. Chi se ne stava tranquillo e beato era l’Arciduca Massimiliano che si godeva la situazione fra i due.
Il Signor Müller
Qualcuno chiamò da fuori il nome del signor Hans e bussò alla porta. Gertrude non attese neppure un secondo, e come se fosse stata lei la padrona di casa disse con voce stentorea:
-La prego entri!-
La porta si aprì ed apparve il faccione del signor Müller, che portava con sè il dolce preparato la moglie.
-Buon giorno- disse, sorpreso di vedere tutta quella gente in casa di Hans, e poi, rivolto alla signora Gertude, fece un gesto di saluto inchinando leggermente la testa. Ma era evidente che la sorpresa era dovuta alla presenza dell’Arciduca. E perciò disse:
-Altezza, è un onore incontrarvi qui a casa del signor Melchior.-
Permettete che mi presenti: sono l’amico del signor Hans, il proprietario della segheria, mi chiamo Richard Müller.-
– Piacere, signor Müller, voi sapete dov’è il signor Melchior?-
-Onestamente no, vostra Altezza.-
Così la signora Gertrude entrò nel loro dialogo e disse ch’era pronta ad andare a vedere se egli fosse nelle altre stanze, al che il signor Richard replicò nervosamente:
– Ma credete che a quest’ora non vi avrebbe sentita? E` evidente che non è in casa.-
-Il signor Hans non ha problemi di udito- aggiunse Peter.
-D’accordo, d’accordo, ma bisognerà pur trovarlo quest’uomo, prima o dopo- disse la signora Gertrude tutta infastidita.
-Ha ragione- commentò l’Arciduca, -sarà meglio muoversi. Peter, noi dovremmo tornare al castello, altrimenti tua madre, la signora Contessa, starà in pensiero.-
In quel momento l’attenzione di tutti fu attratta dall’entrata del gatto che miagolando diede in realtà il benvenuto al tanto desiderato signor Melchior.
La Sorpresa
Così, quando la porta si aprì del tutto, ci fu uno spontaneo commento di soddisfazione ed uno di assoluta sorpresa, quella di Hans.
-Buon giorno- disse timidamente -a che devo tanto onore?-
-Stavamo cercando lei- risposero gli ospiti.
Notando che c’era una signora aggiunse:
-Se mi permettete darò l’opportunità di parlare per prima alla signora.-
-Vi prego, quale ragione vi ha condotta qui?-
-Sono venuta perchè il vostro gatto stava pregando di poter uscire, e dato che la vostra porta era aperta, sono entrata e mi sono detta: aspettiamo il padrone, forse sarà qui nei paraggi..-
-La ringrazio sentitamente, signora Gertrude, voi siete stata molto gentile di preoccuparvi di Momi, sono sicuro d’interpretare anche il suo pensiero nel ringraziarla. C’è qualcosa d’altro in cui io vi potrei essere utile? Vi prego, ditemelo.-
-No, non credo.-
-Allora non vi trattengo più e vi prego di non considerarmi un uomo insensibile, ma come vedete ci sono altri ospiti che attendono di avere delle attenzioni, e forse anche delle risposte, perciò vi prego di scusarmi ancora.- S’inchinò e lasciandole libero il passaggio la salutò.
La faccia della signora Gertrude cambiò colore. Si alzò dalla sedia e con un gesto di stizza si avvicinò alla porta. Sembrava seccata e infastidita dal fatto che non aveva avuto alcuna informazione. E poi si senti` estromessa, proprio quando avrebbe potuto sapere quale fosse il motivo della visita dell’Arciduca Massimiliano d’Asburgo.
– Ora, tolgo volentieri il disturbo- rispose mentendo spudoratamente, poi se ne uscì nervosamente.
A quel punto il suo amico Richard sorrise e disse:
-Scusami Hans, ti ho portato un dolce che è stato fatto da mia moglie, ora te lo lascio qui. A più tardi.-
Un Dialogo a Tre
L’Arciduca nel frattempo si era alzato salutando con un inchino del capo, imitato dal giovane Conte.
Hans salutò l’amico, quindi invitò entrambi gli ospiti a mettersi comodi.
– Signor Hans, sono L’Arciduca Massimiliano Ferdinando d’Asburgo, fratello dell’Imperatore d’Austria, e sono colui che, assieme al qui presente Conte Peter Haimburg, ha provato a convincere lei a farci uno gnomo da poter dare all’Imperatore, o almeno così speriamo.-
La tensione sparì e tutti e tre risero all’ultima affermazione.
Il signor Melchior lo guardò con un’aria divertita, e poi se ne uscì con questa esclamazione:
-Beati voi giovani, che siete sempre così spontanei e allo stesso tempo divertenti. Vi prego di non giudicarmi male Altezza, ma per me, voi siete ancora un ragazzo, un po’ come Peter, e per entrambi ho stima ed affetto, specialmente per questo giovanissimo amico, il Conte a cui voglio bene come se fosse mio nipote.-
-Signor Melchior, voi non vi dovete preoccupare, vi siamo semplicemente grati di aver accettato il nostro invito e siamo noi quelli che si sentono onorati di avere un amico come voi.-
-Permettetemi,vostra Altezza, vado a prendere quello per cui siete venuti a farmi visita.-
Mentre Hans se ne andava nell’altra stanza a prendere lo gnomo, Peter si avvicinò all’Arciduca Massimilano e tutto fiero disse:
– Hai visto Max, che il mio amico ha mantenuto la promessa?-
-Non ne avevevo alcun dubbio, specialmente da quando ho capito quanto ti stimi e quanto ami la tua compagnia.-
-Credimi, anche per me la sua compagnia è preziosa.-
-Va bene, ma ecco qui di ritorno il nostro artista.- ed entrando Hans disse:
-Non esageriamo con i titoli, vostra Altezza, sono solo un povero vecchio che ama fare delle cose per il periodo natalizio, sperando che ciò porti un sorriso in più nelle case altrui.-
Hans aveva finalmente nelle mani lo gnomo per l’Imperatore.
Al primo sguardo, quello era semplicemente un blocco di legno dipinto a mano e raffigurava uno gnomo visto di fronte, con un cappello rosso fiamma a forma di campanula, con la faccia paffuta, contornata da una candida barba che gli dava un’espressione bonaria.
Hans gli aveva dipinto una bella giacca color oro antico che si chiudeva sul davanti con tre alamari. Le maniche erano disegnate un po’ a sbuffo con dei polsi bianchi ricamati, mentre i pantaloni neri erano attillati ed infilati negli stivaletti rossi. Naturalmente lo gnomo portava con sé alcune cose, come un bel quadrifoglio verde, la sega scaccia guai e logicamente l’albero di Natale appoggiato sulle spalle. Il tutto era adornato da una leggera spruzzata di neve fresca ed infine sul petto risaltava una bella fascia azzurra con su scritto BUONA FORTUNA.
– E`proprio un bel lavoro- commentò l’Arciduca ricevendolo dalle mani del signor Melchior.
Incuriosito e pieno di ammirazione, il giovane Conte si allungò per vedere meglio il lavoro del suo amico e commentò:
-Ma questo non è da appendere.-
-Hai ragione Peter, questo non è d’appendere, è da mettere sopra un mobile.-
-E senti qui quant’è pesante!- aggiunse Massimiliano.
-E` tutto d’ un pezzo, ed è stato tagliato da Richard.-
-Di che legno è?- chiese Peter.
-E`di rovere, un legno forte, resistente e bello.-
L’Arciduca guardò con attenzione il lavoro fatto da Hans, e notò con quanta precisione ogni particolare era stato ben disegnato e dipinto. Notò anche che non aveva più la sensazione di avere soltanto un pezzo di legno dipinto fra le mani, ma poteva vedere da sé che quell’oggetto sembrava aver aquisito una sua propria forza. Era un diffusore naturale di energia. Improvvisamente Massimiliano si sentì felice, un tipo di felicità di cui non riusciva a capire la causa, ma della quale si sentiva interiormente appagato. Guardò il Conte Haimburg e poi guardò il signor Melchior, non disse una parola, ma era evidente che qualche cosa era accaduto in lui da voler esprimere le sue forti emozioni. Infatti, abbracciò Peter e tenendolo bene stretto lo fece roteare attorno di lui, esclamando:
-Sono contento, anzi felice!-
Lasciato il ragazzo, ancora sorpreso per tanto entusiasmo inaspettato, l’Arciduca si inchinò davanti al signor Melchior e spiegò:
-Scusate il mio entusiasmo, ma credo che sua Maestà l’Imperatore debba vederlo quanto prima.-
– Vi prego, aspettate Arciduca, questo l’ho fatto per l’Imperatore, ma come ha detto giustamente il Conte Haimburg, non è stato fatto per essere appeso, perciò ho pensato di farvene un’altro. L’ho fatto apposta affinchè possa essere messo sul vostro abete. Eccolo dunque a voi.-
-Grazie di cuore signor Melchior, ora se mi permettete io ed il giovane Conte torneremo al castello dopodichè io proseguirò direttamente per Vienna.-
Peter sorrise e facendo a sua volta un profondo inchino, senza alcun indugio abbracciò il signor Hans dicendo:
-Grazie ancora per il vostro sostegno.-
I due giovani amici uscirono dalla casa, raggiunsero la loro carrozza, ed ancora una volta salutarono il signor Melchior.
Il gatto Momi saltò sulla panca e con un leggero miagolio chiese un po’ di attenzione al suo padrone.
– Hai ragione, vecchio birbante, vieni qui, lo so che ti ho trascurato, ecco ti do un po`di latte. Non ti va? Vuoi provare il dolce della signora Josepha? Sei un po’ viziato, non ti pare?-
Per tutta risposta il gatto gli si avvicinò e spingendo la sua testa contro la sua mano si fece accarezzare.
I Due Fratelli
A Vienna intanto fervevano i preparativi del Natale. In ogni casa ed in ogni strada si vedevano gli alberi addobbati con ricchi ornamenti. Anche all’ Hofburg i valletti di corte stavano preparando le sale per la gran festa del . L’arrivo dell’Arciduca Massimiliano dalla Carinzia aveva generato curiosità ed interesse e persino l’Imperatore, che abitualmente era molto attento alle parole ed ai gesti, ebbe un certochè di entusiasmo nel voler vedere di persona il tanto decantato gnomo. Il Conte Paar annunciò l’Arciduca Massimiliano d’Asburgo a sua Maestà che lo accolse nel suo studio con un cordiale saluto.
-Eccoti qui, fratello mio. Dimmi, com’ è andata la tua missione ad Haimburg?-
-Direi molto bene; la Contessa ed il Conte Haimburg sono stati i portavoce ideali e le persone giuste per ottenere quello di cui vostra Maestà ha sentito tanto parlare.-
-Ebbene, dov`è?-
-Eccolo qui, Maestà.-
E così dicendo Massimiliano porse nelle mani dell’Imperatore lo gnomo. L’Imperatore lo prese e guardò quel pezzo di legno, accuratamente dipinto. Lo osservò con molta curiosità ed attenzione chiedendosi ancora una volta cosa mai avesse di speciale.
-E`bello non è vero?- chiese Massimiliano pieno di entusiasmo.
-Si, è un bel lavoro, ma non vedo che cos’abbia di tanto speciale, alla fine è un pezzo di legno colorato, no?-
– Vedete, vostra Maestà, credo che le mie parole servirebbero poco ad aiutarvi a capire il perchè a noi sembra così speciale. Permettetemi di lasciarvelo qui. Decidererete poi sul da farsi.-
-Credo tu abbia ragione Maxi, per il momento lo metterò sul mio tavolo. Comunque sia, ti prego di far pervenire una lettera di ringraziamento al signor Melchior ed alla Contessa di Haimburg per essersi così gentilmente prestati a realizzare un nostro desiderio.-
– Maestà, ogni vostro desiderio sarà esaudito.-
-Grazie, ora puoi ritirarti.-
L’Arciduca lasciò lo studio dell’Imperatore camminando all’indietro, così come voleva l’usanza prevista dall’etichetta di corte. Non si doveva mai mostrare le spalle all’Imperatore. Sarebbe stato considerato un atto di poco rispetto ed in certi casi persino un atto di alto tradimento verso la corona. Se ne andò un po’ contrariato dal fatto che suo fratello non fosse rimasto favorevolmente impressionato dal dono che egli era andato a prendere con tanto entusiasmo sino in Carinzia. Per un momento rivide l’espressione felice di Peter, quando lui, per la prima volta, gli aveva mostrato il lavoro del Signor Melchior. Ricordava benissimo la sua espressione e la gioia che aveva negli occhi nel momento che disse:
-E` stato fatto per me…non ho dovuto dare nulla…è stato fatto per me.. come un vero segno di amicizia, per me.!.-
Chissà se l’Imperatore avrebbe potuto mai capire e provare le stesse emozioni per il lavoro svolto dal signor Melchior o se lo spirito di quell’amicizia avrebbe avuto mai la meglio sul suo scetticismo? Cacciò dalla mente quei pensieri che lo rattristavano e, togliendosi dalla tasca l’ornamento natalizio che il signor Hans gli aveva donato, commentò:
-Caro Peter, non tutti riescono a vedere lo spirito delle cose…-
Un cameriere ch’era vicino a lui lo guardò stupito e non capì con chi l’Arciduca stesse parlando. Massimiliano notò la sua faccia, rise fra sé e sé, e salutandolo con un cenno della mano sparì nei corridoi dell’Hofburg.
La Fatalità
Le luci del castello di Haimburg illuminavano la piccola collina del vilaggio, mentre la neve continuava a scendere copiosamente, coprendo pian piano ogni angolo, ogni tetto, ed ogni cortile. Il salice che stava davanti alla casa di Hans era appesantito dalla neve, tanto che sembrava quasi voler diventare un corpo unico con il terreno ai suoi piedi. Dalle case vicine si vedevano i fili di fumo delle tante stufe, mentre in lontananza si sentiva il suono di una fisarmonica che fluttuava dolcemente sui fiocchi di neve, portando l’eco delle melodie natalizie. Quattro case più in giù, verso la segheria, c’erano i signori Müller che si stavano preparando a consumare la cena, mentre la signora Gertrude stava discutendo con suo marito, il macellaio. Più tranquillamente la Signora Magdala stava piegando la biancheria per la signora Contessa, mentre il giovane Conte Peter stava raccontando a sua madre come gli era sembrato buffo il modo di giocare del gatto del signor Melchior. Il vento spalancò la porta della casa di Hans e, sollevando un cumulo di neve, entrò in quella parte della casa che portava direttamente alla stanza da letto del signor Melchior. Un sibilo risuonò fra le pareti e fece rabbrividire di freddo Momi, il quale decise immediatamente di cambiare il luogo della sua permanenza, andando a chiedere ospitalità nel letto di Hans. Abitualmente il gatto rosso non era così invadente, ma non sopportava la neve e più di tutto quel vento. Spinse con il suo muso le coperte e, senza pensarci troppo, scese sino ai piedi di Hans, il quale finalmente si svegliò e, accortosi del gelo che stava entrando in casa sua, si alzò dal letto per andare a chiudere la porta. Se ne uscì così com’era sotto le coperte, cioè con un paio di mutandoni lunghi di lana e la maglia di cotone grosso. Andò per chiudere la porta che stava sbattendo a causa del vento, e notò che anche le persiane si erano aperte e stavano sbattendo rumorosamente contro il davanzale. C’erano là poche piante coperte con la carta per ripararle dal freddo intenso di quei giorni di Dicembre. Il signor Melchior si allungò per poter chiudere l’ultima persiana e con uno sforzo contro il vento gelido e rabbioso, riuscì a prenderne la maniglia ed infilarla nell’altra parte della persiana, così da poter agganciare assieme tutte e due le ante. Il freddo era così intenso che si senti` raggelare come se fosse stato lui stesso una foglia del suo salice piangente.
Stava per raggiungere l’altra maniglia quando scivolò sulla lastra di ghiaccio che si era formata proprio sotto il davanzale della finestra, vicino alla porta d’entrata. Cadde pesantemente come un ramo spezzato, sbattè la testa contro il davanzale, e scivolò giù sino a fermarsi con la faccia dentro la neve. Cercò di reagire e provò a rialzarsi immediatamente, ma scivolò ancora sprofondando di più nella neve.
Il vento non si fermò neppure per un istante anzi, le raffiche si rafforzarono ed una di queste chiuse del tutto la porta d’entrata. Il signor Melchior si toccò la fronte poichè un rivolo di sangue gli stava uscendo, bagnandogli la parte sinistra del volto. Cercò ancora di rialzarsi, ma le gambe non lo sostenevano più ed il freddo lo stava aggredendo in ogni parte del corpo. Provò con tutta la forza di volontà a trascinarsi vicino alla porta, e ci riuscì, nonostante il dolore ed il freddo che cominciavano a bloccare i suoi muscoli. Mise una mano sulla maniglia della porta di casa e tirandola verso di sé cercò con tutta la sua forza di aprirla, ma qualcosa stava bloccando la porta dal di dentro. Tirò la porta a sé senza alcun successo. Ci riprovò, cercando di alzarsi in piedi, ma scivolò ancora e cadde per la terza volta. Disperato ed infreddolito pregò il buon Dio di aiutarlo e, raccogliendo in sé tutte le sue forze, si trascinò fino a mettersi proprio di fianco alla porta, dopodichè si mise in ginocchio e provò ad alzarsi. Il freddo era così pungente e rigido che si stava congelando. Povero Hans, a quell’ora non c’era nessuno che potesse dargli una mano, nessuno che potesse soccorrerlo ed aiutarlo, neppure il suo gatto che era rimasto all’interno della casa cercando di ripararsi da quell’inverno inclemente. Rimase fermo, vicino alla porta. Cercò invano di rialzarsi e finì per sentire sempre più forte i tremiti dovuti al freddo ed al dolore che stava provando. Il suo respiro si fece più pesante e più lento. Sulla sua faccia caddero i fiocchi di neve che cominciarono a coprirlo, come se fosse stato lui stesso una statua di ghiaccio.
A Schönbrunn
Nel frattempo, dall’altra parte dell’Austria cioè al castello di Shönbrunn, si stavano facendo i preparativi per la grande cena della vigilia di Natale. Quello era il periodo dell’anno quando l’Imperatore invitava le famiglie più importanti del suo impero. Si raccoglievano dei doni che poi venivano distribuiti fra i più bisognosi. L’Arciduchessa Sofia era colei che in prima persona dirigeva tutte le operazioni. Era raggiante e felice di poter organizzare il tutto, con il suo solito rispetto per la formalità nella quale ogni cosa si sarebbe dovuta svolgere. L’Imperatore da parte sua era ben felice di poter delegare ogni attività e allo stesso tempo poter adempiere le funzioni che davano lustro alla casata ed al suo Impero. Il giovane Arciduca Carlo si stava provando la giacca della nuova uniforme mentre il più giovane dei fratelli, l’Arciduca Lodovico chiamato familiarmente Luzi Wuzi, stava giocando beatamente a pancia in giù, sul pavimento della loro stanza.
-Che stai facendo?- chiese l’Arciduca Carlo a suo fratello.
-Sto preparandomi per la battaglia.-
-Di quale battaglia stai parlando?-
-Quella di Waterloo.-
-In questo caso, credo che dovresti avere più soldatini, e soprattutto più bandiere.-
L’Arciduchessa Sofia entrò nella stanza, proprio quando L’Arciduca Lodovico rovesciò sul tappeto tutta una guarnigione di soldatini Austriaci.
-Per l’amor del cielo Lodovico! Ti pare sia il momento di fare tanto disordine? E tu, che sei più grande Carlo, non potevi stare un po’ più attento a quello che stava facendo tuo fratello?-
-Ma perchè devo essere sempre io quello che si deve prendere le colpe delle sue malefatte?-
-Perchè sei il fratello maggiore!-
-Anche Maxi è suo fratello e così pure Franzi! E loro sono i miei fratelli maggiori. Perchè devo essere sempre io a rispondere per lui?-
-Non osare discutere con me. Per prima cosa devi aver più rispetto per i tuoi fratelli,
poi ricorda che tu sei un’Arciduca e un vero Asburgo non può comportarsi senza conoscere le buone maniere, ed in fine devi avere un po’ più d’amore per tuo fratello Lodovico; lui è il piu` piccolo. In quanto a Franzi, come lo chiami tu, devi ricordarti che lui è l’Imperatore ed è colui che porta su di sé l’onore della nostra famiglia.-
-Uffa! Con Franzi è sempre la stessa storia: egli è il tuo protetto ed il tuo favorito.-
-Basta ! Ricordati che tu, come noi tutti, beneficiamo del suo lavoro. Senza di lui la nostra famiglia non riceverebbe il rispetto dovuto al nostro rango. Il nostro casato ha servito la patria per secoli e gli Asburgo sono da sempre stati un buon esempio. Ora chiedo a te, Arciduca Carlo, di continuare ad essere ciò che per secoli sono stati i nostri avi, persone degne dei loro titoli e del rispetto altrui.-
– Ma mamma ogni volta che Luzi Wuzi fa qualche stupidaggine, tu mi fai la stessa predica! Uffa!-
Si aprì la porta ed entrò Francesco Giuseppe, l’Imperatore. Tutti s’inchinarono, compreso l’Arciduca Carlo che aveva appena finito di reclamare con sua madre, la contessa Sofia. Egli aveva un’espressione strana in volto.. .
-Che cosa vi è accaduto?- chiese l’Arciduchessa.
-In verità non lo so, ma per certo so che qualcosa sta accadendo, ho uno strano presentimento. E` come se qualcuno tentasse di dirmi qualche cosa di cui non riesco a percepire il significato. Ero nel mio studio, quando si è aperta una finestra ed il vento ha sollevato alcuni documenti che avevo sul tavolo. Uno di questi era la lettera di ringraziamento per il signor Melchior. Allora mi è venuto spontaneo di usare lo gnomo di legno che avevo sul tavolo, come se fosse un fermacarte. La cosa curiosa è che ho avuto l’impressione che fosse di ghiaccio. L’ho guardato ed ho trovato che è molto bello, anzi più lo guardavo e più me ne sentivo attratto. Così l’ho rimesso sul tavolo, sopra alla lettera e le altre carte. Stavo per chiudere la finestra, quando ho avuto l’impressione come se qualcuno mi stesse chiamando. Mi sono persino girato a guardare se ci fosse qualcuno.-
-Tutto ciò è molto strano!- commentò l’Arciduchessa Sofia.
Lei conosceva bene suo figlio e sapeva benissimo che il suo Franzi non si faceva impressionare facilmente. La cosa che la colpiva di più era l’espressione del suo volto: era come se stesse ancora ripensando al fatto. Infatti, l’Imperatore continuò a camminare per la stanza, guardando fuori dalle finestre, come se stesse cercando qualcosa o qualcuno.
Un Presagio
Ad un certo punto si fermò e chiese:
-dov’è Maxi?-
-Sarà nelle sue stanze- rispose la madre.
-Vi prego di cercarlo, ho bisogno di parlargli.-
L’Arciduchessa fece un cenno con le mani ad un valletto che, con un inchino, le si avvicinò.
-Vi prego, avvertite l’Arciduca Massimiliano che sua Maestà ha bisogno di conferire con lui ora.-
-Sarà fatto!-
La madre a quel punto si preoccupò di far uscire entrambi i giovani Arciduchi, mentre due dame raccoglievano in fretta i soldatini dell’Arciduca Lodovico, che non sembrava molto felice di doversi trasferire così repentinamente. Pochi minuti e la stanza sarebbe ritornata alla sua abituale sobrietà. La tensione nell’aria si era rarefatta, ma l’espressione sul viso dell’Imperatore continuava a seguire i suoi strani pensieri.
-Che ne pensate voi, madre mia, del signor Melchior?-
-Penso che sia un rispettoso compatriota. E` un uomo di una certa età, e per certo segue un suo modo di vivere che può essere giudicato un po’ eccentrico, ma credo che sia un buon uomo. Ma perchè me lo chiedete?-
-Perchè non riesco a togliermelo dalla mente, lui ed il suo gnomo.-
-Che cos’ha di speciale questo gnomo?-
-Sembra che comunichi qualcosa.-
-Se devo essere onesta, a me non ha dato questa impressione, e sono sicura che la contessa di Haimburg potrebbe convalidare ciò che dico. Insomma, non credo alle magie o ai sortilegi.-
-Cosa avete capito madre? Non sto parlando di magie o sortilegi, sto parlando di emozioni, di sentimenti, di sensazioni che nascono nel cuore e via via si fanno più presenti e più vivi.-
La madre lo guardò e fu stupita di sentir parlare in quel modo suo figlio. Egli non manifestava mai le sue emozioni: era molto riservato e misurato. Di quali sentimenti stava parlando? E di quali sensazioni cercava di farla partecipe? Francesco Giuseppe sembrava rincorrere con la mente immagini ed emozioni lontane da quella stanza austera.
Fu annunciato l’arrivo dell’Arciduca Massimiliano.
La Notizia
-Vi prego di scusare il mio ritardo, ma mi è arrivata una notizia che mi ha colto di sorpresa e di cui desidero informarvi immediatamente. Il signor Melchior ha avuto un incidente.-
-Cosa vuoi dire con ciò?- chiese l’Imperatore.
– L’hanno trovato davanti a casa sua, coperto di neve. Si è ferito al capo e si è rotto l’osso del femore.-
-Ed ora dov’è?- chiese l’Arciduchessa.
-E` stato portato all’ospedale di Klagenfurt.-
-Ma quando è accaduto e chi l’ha trovato?- chiese l’Imperatore.
-L’ha trovato il suo amico Richard, qualche ora fa.-
-Ed ora come sta?- s’informò l’Arciduchessa.
-Il suo cuore batte ancora, ma lentamente, sembra che non riescano a risvegliarlo da uno stato d’incoscenza. E`stato per troppo tempo al gelo.-
-Povero signor Melchior- commentò l’Arciduchessa.
Com’era curioso il destino, mentre al castello di Haimburg ci si preparava per la festa ed ognuno se ne stava ben chiuso nella propria casa, un colpo di vento creava la tragedia nella vita privata di Hans e allo stesso tempo un’inquietudine ingiustificata faceva si che Richard dicesse alla moglie:
-Devo andare da Melchior!-
-Ma non ti sembra che sia un po’ tardi per andare nelle case altrui?-
E lui senza una ragione specifica, insistette per andarvi. Il destino non poteva sembrargli più misterioso quando giocava le sue carte. E così d’impulso decise che doveva muoversi.
Quando arrivò a casa del suo amico e lo vide in quelle condizioni, ringraziò il cielo di aver seguito il suo istinto.
Richard lo soccorse e poi avvertì la signora Contessa di Haimburg, la quale si prodigò immediatamente per farlo trasportare all’ospedale di Klagenfurt.
Il giovane Peter si era dimostrato forte e coraggioso, ma quando dovette allontanarsi da Hans, scoppiò in un pianto lungo e doloroso. Alla fine bisognava considerare che Peter aveva solo nove anni e che era normale essere travolti dalle emozioni, specialmente alla sua età.
Momenti Difficili
Lo stesso Imperatore rimase turbato dal racconto di suo fratello, l’Arciduca Massimiliano.
Quel signore di ottantatrè anni era entrato nei loro cuori proprio grazie all’affetto, l’entusiasmo, e l’amicizia che il giovane Conte di Haimburg aveva dimostrato per lui.
L’Arciduchessa Sofia non si perse d’animo e disse:
-C’è qualche cosa che possiamo fare per aiutare il signor Melchior?-
-Credo che ora sia nelle mani dei medici, e quindi in questo preciso momento l’ospedale è il solo luogo dove egli possa trovare un valido aiuto- disse l’Imperatore.
-Andrò personalmente a trovare il giovane Conte che ha bisogno di essere confortato- aggiunse l’Arciduca Massimiliano.
-Non credo che ciò sia una buona idea- rispose l’Arciduchessa. Il ragazzo ha sua madre e la Contessa saprà di certo trovare le parole giuste per far capire al giovane che cosa stia accadendo. Non è giusto che noi s’interferisca nella sua famiglia. Se proprio vuoi fare qualche cosa di buono e di utile, vedi se c’è qualcuno che si è preso cura dell’animale che aveva in casa il signor Melchior.-
-La vostra è stata un’osservazione saggia, mamma.- osservò Francesco Giuseppe e rivolto verso il fratello disse:
-Credo che se il giovane Conte saprà che ci siamo preoccupati per l’amico a quattro zampe, sarà un po’ più sereno. A proposito, di che animale stiamo parlando?-
-Stiamo parlando di Momi, un bel gatto rosso, ma sono certo che il signor Müller ci abbia preceduti. Io ho avuto modo di conoscerlo questo signor Müller, e ne ho avuto un’ottima impressione. Egli è l’amico del signor Hans, infatti è stato lui che ci ha informato dell’accaduto, ed è stato ancora lui che ha portato la notizia al castello di Haimburg- concluse Maxi.
– Bene, ti prego di assicurarti che ciò sia realmente avvenuto. Non vogliamo che questo Momi sia un’altra vittima dello sventurato caso del signor Melchior. Credo che il nostro giovane Conte non ce lo perdonerebbe mai.-
-Maestà, non vi preoccupate, ogni vostra parola è un ordine.-
Così dicendo l’Arciduca Massimiliano salutò suo fratello l’Imperatore e con un profondo inchino si accomiatò da lui e da sua madre, l’Arciduchessa Sofia.
Speranze e Timori
La notizia dell’incidente del signor Melchior era passata di bocca in bocca. Il paese di Haimburg non era grande e tutti si conoscevano, perciò quasi tutti si dimostrarono sinceramente colpiti da quanto era accaduto a quel signore di ottantatrè anni. Un’età di tutto rispetto, e la gentilezza e la cordialita` di Hans erano ben note a tutti. Così, ognuno avrebbe voluto aiutarlo a modo suo. L’emozione fra la gente crebbe quando si venne a sapere che lo stesso Imperatore aveva chiesto sue notizie. Ad Haimburg c’era un vera collezione di quelle buffe decorazioni natalizie. Anno dopo anno, la gente aveva accettato di buon grado quegli auguri come dei veri portafortuna. Si deve poi considerare che erano fatti a mano dal signor Melchior, perciò molto più graditi. Ora lo stesso Imperatore ne aveva ricevuto uno. Hans aveva creato involontariamente una vera tradizione, e quando si avvicinava il Natale tutti si aspettavano di veder spuntare quell’uomo dai capelli bianchi, con quel dono che portava un po’ di colore e di allegria. L’augurio che egli scriveva sul retro dei ciondoli era una specie di scacciaguai, un vero portafortuna personalizzato. Ora quell’uomo era in fin di vita all’ospedale di Klagenfurt. Ad assisterlo c’erano i medici e c’era l’affetto di tutto un paese. Al suo capezzale in quel momento c’era una sorella dell’ordine delle Orsoline che stava ripetendo sotto voce le preghiere serali. In quel momento un’altra sorella entrò e chiese:
-Come sta?-
– Non ha ripreso conoscenza.-
-Ma c’è qualche speranza?-
-Sorella, come ben sapete, non possiamo mettere limiti alla provvidenza Divina.-
-D’accordo ma, un po’ di certezza ci aiuterebbe.-
-Certo che si, ma attualmente i dottori stanno cercando di ristabilire le sue funzioni vitali con il minor sforzo possibile.-
-Peccato però, un uomo così amato e così solo.-
-Infatti, se non fosse stato da solo si sarebbe potuto evitare questa disgrazia.-
L’Aria di Natale
Per le strade di Vienna la gente si affrettava a fare le ultime compere quando allo stesso tempo ad Haimburg la signora Josepha stava preparando la pasta per fare i dolci di Natale, la pinza e la putizza. La pinza era praticamente la pasta per un tipo di focaccia fatta a base di uova, farina, burro e lievito che veniva poi lavorata e lasciata riposare, quindi lavorata ancora sino ad ottenere dei panetti circolari che venivano incisi con un segno della croce, messi a cuocere in forno in speciali contenitori di alluminio. Alla fine venivano pennellate con il tuorlo d’uovo così che, dopo la cottura, potessero avere un bel colore brunito. La lavorazione delle putizze era cosa ben più complicata, anche se la pasta era la stessa delle pinze, ma il ripieno trasformava il dolce che era fatto con zucchero, uva passa, pinoli, noci, mandorle pelate, buccia di limone, vaniglia, cioccolato, cannella, rum ed un pizzico di sale. La preparazione delle putizze richiedeva un grande lavoro ed era molto importante il saper lavorare la pasta sino a farla lievitare, riposare, per poi lavorarla ancora calda, mentre il ripieno doveva amalgamarsi ed insaporirsi con gli altri elementi. Molte donne in quel periodo facevano le putizze, ma ben poche erano coloro che sapevano farle nel modo appropriato.
In quegli anni poche case avevano il forno adatto a cuocere una quantità di dolci allo stesso momento, perciò quasi tutte le signore portavano i loro dolci al forno del panettiere, cosicchè il confronto era sotto gli occhi di tutti. La signora Josepha era senza alcun dubbio la miglior cuoca, tanto è vero che lei preparava dei dolci anche per la Contessa di Haimburg.
Mentre Hans stava combattendo la sua battaglia a Klagenfurt, l’Arciduca Massimiliano si era interessato circa la sorte del compagno di avventure di Hans, il gatto Momi.
L’Amico Fedele
Al primo momento era rimasto da solo nella casa di Hans, ma il giorno dopo il signor Richard aveva preso il gatto dell’amico in casa. Ma come di solito capita con i gatti, egli non amò questo trasferimento forzato e se ne scappò di nuovo a gironzolare nei dintorni della casa del signor Melchior. Così, quando l’Arciduca parlò con la signora Contessa, lei suggerì che la miglior soluzione era quella di lasciare il gatto libero di circolare nella casa del signor Melchior, ma avere qualcuno che se ne prendesse cura. Il giovane Conte si offrì di portargli da mangiare e di vedere se magari un po’ più in avanti nel tempo avesse potuto trovare una casa per poterlo ospitare. Lui lo avrebbe preso molto volentieri, dopo tutto al castello c’erano mille luoghi dove un gatto avrebbe potuto trovare un luogo da eleggere come il suo rifugio personale. Era evidente che in quel momento Momi non voleva abbandonare la casa del signor Melchior. Se ne stava lì, tutto raggomitolato, non si faceva distrarre da nessun invito, neppure dal cibo che gli era stato portato da Peter. Quello che voleva era rivedere il suo padrone. Ma non tutte le cose sono possibili, neppure per i gatti, e cosi`l’attesa diventava sempre più lunga e triste. Momi rimaneva lì, imperturbabile testimone di un attaccamento oltre ogni logica umana. Per lui non c’erano bocconcini di carne o sorsi di latte che valessero la pena di perdersi il rientro del suo amico Hans. Perciò il suo desiderio era di stare lì, davanti a quella porta che si era chiusa per un colpo di vento. Peter accarezzò il bel muso di Momi, lo guardò con attenzione, e delicatamente lo sfiorò attorno al bel naso rosa e disse:
-Caro vecchio mio, devi aiutarmi a non lasciarti andare; il tuo padrone sta male ma sono certo che si sentirebbe più felice se sapesse che almeno tu non sei qui da solo ad aspettarlo. Anch’io, come te, gli voglio bene, ma proprio perchè gli sono molto affezionato, vorrei che tu potessi starmi vicino. Il gatto lo guardò, socchiuse gli occhi come se volesse dire: -Ti ho capito- ma non si mosse. Peter tentò allora di prenderlo in braccio, ma un mugolio cupo e minaccioso uscì dalle fauci soffianti del gatto. Insomma, in poche parole Momi aveva fatto la sua scelta, e nessuno avrebbe potuto fargli cambiare idea. Il Conte si alzò e rispettosamente fece alcuni passi all’indietro, mentre il gatto continuava a miagolare e a soffiare con ferme intenzioni di farsi rispettare.
Non sapendo come comportarsi in questa occasione, il giovane Conte lasciò Momi là dov’era e si recò a far visita al signor Müller, il quale capì la situazione e disse:
-Se fossi in voi, signor Conte, non me ne farei un problema. I gatti sono come le donne, vanno lasciati fare, altrimenti prima o poi scoppia la guerra.-
La cosa convinse poco Peter, che ritornando al castello di Haimburg chiese alla madre se ciò fosse vero.
-Non e` privo di sagezza il signor Richard e mi sà che non ha torto anche se l’espressione è un po’ scortese. Comunque è la prima volta che sento qualcuno che ci paragona a dei gatti. Ma come puoi ben capire non ci si può meravigliare del signor Müller; non è proprio quello che si può dire un tipo raffinato.- La conclusione della madre gli sembrava ancora più adatta a confondergli le idee.
A Vienna
Intanto a Vienna tutto era pronto per la grande cena della vigilia di Natale. Ogni invitato si stava preparando e nel farlo cercava di presentare sé stesso nel modo migliore. L’Arciduchessa Sofia aveva scelto personalmente ogni invitato e tra questi, oltre che tutti i componenti della famiglia Imperiale, c’erano anche la signora Contessa ed il Giovane Conte Peter von Haimburg. Ora la sala si stava riempiendo. Entrarono nell’ordine seguente:
Il Conte Paar Edward, aiutante generale dell’Imperatore, amico dell’Arciduca Massimiliano, Il Barone Karl Ludvig von Bruck, fondatore del Lloyd Austriaco a Trieste, uno stuolo di contessine e baronesse, e con loro c’era l’Ammiraglio Wilhelm von Tegetthof che stava parlando con l’Ammiraglio Millosicz, mentre il Conte Taaffe Edward, primo ministro, stava intrattenendosi con il principe Schwarzemberg ed il Pricipe e Cancelliere Klemens Metternich, il quale stava presentando il Re di Serbia, Obremovic Milan, al suo pari grado Nicola, Re del Montenegro, proprio quando stava entrando Hohenzollern, uno dei rappresentanti più antichi della monarchia europea. Gli stessi Asburgo erano imparentati con loro. In quel momento entrarono nel salone delle feste l’Arciduchessa Sofia accompagnata dalla Contessa von Haimburg, seguita dai suoi figlioli gli Arciduchi Massimiliano, Carlo Lodovico e Lodovico Vittorio e dietro a loro, come se fosse stato il fanalino di coda, apparve il giovane Conte Peter von Haimburg. Il salone delle feste all’Hofburg era gremito dei pi ù bei nomi della nobiltà Viennese, mentre il maestro Johann Strauss figlio dava inizio ad un sottofondo musicale con uno dei più bei valzer composti per lo stesso Imperatore. Il brusiglio del chiacchiericcio si fermò nel momento stesso in cui venne annunciata l’entrata di Francesco Giuseppe, Imperatore d’Austria. ll rumore del battere dei tacchi degli ufficiali salutò ancora una volta sua Maestà, mentre le dame s’inchinarono, deferenti al suo passaggio. La tavola era imbandita per duecentocinquanta invitati, la posateria delle grandi occasioni era esposta a far da contorno alla cristalleria di bohemia, la più raffinata ed elegante, e non per ultimi spiccavano i servizi di porcellana che facevano bella mostra di sé con i loro ornamenti in puro oro zecchino.
La cosa più bella comunque rimanevano le decorazioni floreali, fresche, colorate, e bellissime. L’Imperatore prese posto come al solito al centro della tavola e poi via via ognuno trovò il posto assegnatogli secondo un preciso ordine dettato dall’etichetta di corte. Ogni invitato aveva scritto davanti a sé un cartellino che indicava il suo nome ed il suo titolo. In ciò credo che nessuno, meglio dell’Arciduchessa Sofia, sapesse come disporre gli invitati secondo il loro rango e le loro simpatie politiche. Quest’ordine evitava delle spiacevoli situazioni e degli inutili imbarazzi diplomatici. Il menù era sobrio, scelto con cura in modo da non mettere a scompiglio le cucine imperiali con dei menù troppo personalizzati. I camerieri ed i valletti si adoperavano affinchè ognuno si sentisse a proprio agio e fosse servito nel migliore dei modi. L’Imperatore in questo era estremamente attento e non tollerava mancanza di professionalità o peggio delle dimenticanze dovute alla poca cura. Ogni cosa doveva essere al suo posto, pulita, perfetta ed efficace. Lo stile e l’eleganza dovevano essere il più importante passepartout delle serate a corte. Pian piano la serata diventò un piacevole momento di dialogo fra gli invitati e perciò anche un momento di serenità per ognuno. Durante la cena gli invitati si divisero in piccoli gruppi con differenti argomenti di conversazione. I militari naturalmente parlarono delle loro esperienze belliche mentre le signore erano incuriosite dal fatto che l’Imperatore non avesse ancora scelto la sua futura sposa. Naturalmente c’erano già delle ipotesi, ma come era logico la scelta non sarebbe stata casuale, l’Arciduchessa Sofia aveva le idee chiare e a discuterne con lei bisognava essere più forti e più decisi dello stesso Cancelliere Metternich. Infatti fu proprio lui a definire l’Arciduchessa Sofia “l’uomo più forte della casa
d’ Asburgo.” Comunque la serata si poteva considerare un vero successo: c’era uno spirito sereno e positivo.
L’Annuncio
In fondo alla sala era stato preparato un bell’abete, tutto pieno di decorazioni, che avrebbero fatto la felicità dei ragazzi e delle ragazze invitate a quella festa della vigilia di Natale. L’abete era decorato con mandarini, noci, caramelle, cioccolatini e con delle candeline di cera che erano state accese specialmente per la serata. C’erano anche tanti ciondoli fatti con del vetro soffiato a far bella mostra di sé. Ai piedi dell’abete era stato messo in esposizione fra i tanti regali anche il regalo del signor Melchior, lo gnomo dipinto a mano. A fianco dell’albero c’erano due valletti che erano stati messi lì affinchè nessuno andasse a toccare, o peggio ad urtare, le candeline e magari provocare così un incendio che avrebbe potuto risultare pericoloso per tutti. Più in là, in un altro salone, c’erano i ballerini del teatro dell’opera che danzavano alle musiche del maestro Johann Strauss figlio. L’Imperatore stava parlando con l’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff quando nella sala entrò il Conte Bombelles. Era rientrato da poco da Klagenfurt, e portava le ultime notizie sulla salute del signor Melchior. Era stato lo stesso Imperatore a chiedere al Conte Bombelles di tenerlo informato su ciò che stava accadendo. Nel momento stesso che il Conte entrò nel salone una delle finestre si spalancò ed il vento portò all’interno una reffolata di neve che andò a colpire l’abete, il quale si piegò paurosamente verso la tavola imbandita a festa. Alcune candeline si spensero, altre caddero a terra e vennero spente immediatamente dai valletti, prima che potessero fare altri danni. Tutti gli ospiti furono sorpresi e meravigliati dell’accaduto. In quel silenzio irreale il Conte Bombelles non dimenticò di fornire all’Imperatore l’informazione che il signor Melchior non ce l’aveva fatta.
Era spirato senza riprendere conoscenza soltanto un’ora prima.
L’Inizio di un’Altra Storia
La notizia incuriosì i più, poichè quasi nessuno conosceva il signor Melchior, e così immediatamente ognuno si rivolse al suo vicino per avere più notizie su questo strano signore, amico dell’Imperatore. Quelli che rimasero più colpiti dalla notizia del Conte Bombelles furono coloro che avevano avuto l’opportunità di conoscerlo personalmente e fra questi c’erano la Contessa von Haimburg , suo figlio Peter, l’Arciduca Massimiliano, e persino l’Arciduchessa Sofia.
Di nuovo un altro colpo di vento aprì in malo modo più finestre e le candele accese sui tavoli e sui muri si spensero quasi contemporaneamente, mentre il vento ululava la sua rabbia invernale. L’unica cosa che brillò in quello stato irreale fu lo gnomo ai piedi dell’abete. La cosa fu notata da tutti gli invitati. L’Imperatore Francesco Giuseppe non si perse d’animo, chiamò i valletti, fece chiudere le finestre e riaccendere le candele poi, rivolgendosi verso suo fratello l’Arciduca Massimiliano, gli disse:
-E tu non mi dire che il tuo signor Hans non sia venuto a salutarci!-
-Credo che tu abbia ragione Franzi, ma era un sant’uomo, credimi.-
-Ti credo, e mi dispiace sinceramente che sia andata a finire così. Ora ti prego di stare con il Conte Peter von Haimburg, egli è troppo giovane e queste emozioni possono ferirlo interiormente.-
Infatti alla notizia della morte del signor Melchior, Peter si allontanò dal tavolo e cercò un luogo dove poter nascondere il proprio volto, irrigato dalle lacrime. L’Arciduca Massimiliano gli arrivò accanto e, mettendogli una mano sulla spalla, gli disse:
-Peter, lo so che gli volevi bene, io stesso mi ci ero affezionato. Il signor Hans ora è in cielo e ci vede ed è con noi.-
-No, Max io non posso accettare che il buon Dio abbia lasciato morire un uomo così buono e così pieno di attenzioni per tutti noi, solo per il gusto di lasciarci qui a piangere la sua dipartita.-
-Mi sembri un po’ arrabbiato, Peter. Devi capire che siamo noi che dobbiamo dare un senso alla sua vita.-
-Un senso alla sua vita? Ma è lui che ha speso tutta la sua vita a dare un senso alle creature di Dio, è lui che mi ha insegnato l’amore ed il rispetto per gli altri, anche quando quest’ultimi non se lo meritavano.-
-D’accordo Peter, ma adesso non lo aiuteremo a sentirsi meglio, solo perchè noi siamo arrabbiati. Il Signore sa quando è il momento di ognuno, e non chiederà certo il nostro permesso per richiamarci a sé.-
La Contessa von Haimburg venne vicino a loro e, accarezzando la testa del figlio, disse:
-Ascolta Peter, abbiamo perso un buon amico, ma per certo abbiamo guadagnato un angelo che ci proteggerà da lassù.-
Peter abbracciò la madre cercando affetto e protezione. Lo stesso Arciduca Massimiliano si sentì inumidire le guance e con un gesto fugace cercò di nascondere la propria emozione.
Il Momento dei Regali
La serata continuò seguendo il programma previsto fino a pochi minuti prima di mezza notte. Così, quando ormai mancavano solo pochi minuti a mezzanotte, tutti si sedettero attorno al grande tavolo imbandito, ma non i ragazzi e le ragazzine ch’erano state invitati: essi furono fatti sedere attorno al grande abete. Ognuno di loro stava aspettando di aprire il proprio regalo di Natale, ed ecco che un rumore di catene e di ferro trascinato per le stanze li spaventò un po’ tutti e sulla porta apparve un uomo vestito da diavolo, con un grande sacco sulle spalle che conteneva carbone. Il diavolo era vestito con dei colori rossi e neri, aveva un forchettone in mano e delle catene per prendere tutti quei bambini che erano stati cattivi durante l’anno trascorso. Egli si avvicinò ad un giovanissimo figlio di un’Ammiraglio e gli chiese:
– Tu dimmi come faresti a farti il segno della croce?-
Il bambino era tanto spaventato ed emozionato che cominciò a guardarsi i polsi, cercando di ricordarsi se si doveva farlo con la mano sinistra o con la destra. Più il tempo passava e più terribile diventava la minaccia del Diavolo che voleva portare con sé il povero mal capitato. Per fortuna sua, una bambina gli suggerì la mano destra e, prendendolo direttamente per il braccio, lo aiutò a farsi il segno della croce. Ma non era finita lì. Il Diavolo scorazzava in mezzo ai bambini, spaventandoli e gettando sul tavolo i pezzi di carbone che in verità era un dolce dall’apparenza simile al vero carbone. Ma ecco che finalmente si sentì un altro rumore più piacevole, più sereno, la luce si schiarì nuovamente ed apparve il vescovo S. Nicholaus. Era lui che veniva ogni anno a portare i regali ai bambini più buoni. Egli era un uomo alto e magro, con una bella barba bianca, ed aveva l’abito talare color rosso e bianco con una tiara d’oro sul capo. Si accompagnava con un bastone ricurvo, simbolo del suo sacerdozio. Quando entrò nel salone tutti gli occhi erano puntati su di lui e sui regali che egli aveva portato con sé. Ora da lontano si sentivano intonare i primi canti di Natale. Il più famoso di tutti era La Notte Santa del maestro Gruber. Le campane iniziarono a rullare lentamente e poi a festa. Tutta Vienna ricordava così la nascita del nostro Signore Gesù il Cristo. Ancora una volta, come ogni anno, ogni Viennese aveva l’opportunità di stare accanto ai suoi familiari e godere della pace di quei momenti, così importanti per tutta la Cristianità.
Le Luci di Haimburg
L’unico a non condividere la compagnia di qualcuno in quel momento così speciale era Momi, il gatto del signor Melchior, ch’era rimasto fermo davanti a quell’uscio che non si era più riaperto. Il gatto era seduto, stava immobile ma vigile, attento a qualsiasi movimento inusuale. Infatti la porta si aprì con un colpo di vento ed il fruscio dello stesso sembrò la voce di Hans. Una luce irreale illuminò l’interno della casa ed uno ad uno ogni ciondolo che il signor Melchior aveva creato s’illuminò di una luce propria, cosicchè dall’esterno sembrò che qualcuno fosse entrato ad accendere tutte le luci che erano in quella casa. Ma la cosa non finì lì, anzi si ripetè in ogni casa ad Haimburg dove c’erano dei ciondoli fatti a mano dal signor Melchior. Quest’ultimi s’illuminarono con la stessa brillantezza e la cosa fu così evidente che ognuno cominciò ad uscire nelle strade per condividere la meraviglia e lo stupore per questo strano miracolo delle luci. Si venne a sapere così che il signor Melchior era venuto a mancare nella stessa serata della vigilia di Natale.
S. Nicholaus
Nello stesso palazzo dell’Imperatore stava accadendo qualche cosa di strano. Infatti, se vi ricordate, eravamo rimasti fermi con il racconto a quando il Vescovo S.Nicholaus stava per aprire i pacchi per i ragazzi presenti all’Hofburg. La sala era illuminata dalle candele dell’albero di Natale mentre le altre erano state spente per poter creare un po’ d’atmosfera. Ora, colui che faceva la parte del vescovo S. Nicholaus, stava per aprire finalmente il suo grande sacco ed anche in quel caso si ripetè la medesima storia: una luce chiara, quasi una sfera, entrò con un colpo di vento nella stanza e si infilò letteralmente nel sacco. L’uomo cominciò a levare dal sacco i regali, ma in realtà erano tutti degli gnomi luminosissimi, ed ognuno sembrava la copia dello gnomo dato all’Imperatore. Lo stesso Conte Peter von Haimburg volle avere un altro di quei gnomi e tenendolo fra le mani non riuscì a capire da quale fonte ricevesse quella strana luce. Pochi minuti e tutta l’Hofburg era illuminata a giorno dalla presenza inspiegabile di quei tanti gnomi venuti fuori da un solo sacco.
Nel frattempo ad Haimburg si faceva festa per le strade e tutti ricordavano e mostravano i loro gnomi come un segno d’amicizia e di fratellanza nei confronti del signor Melchior. Ora nell’aria c’era un’euforia inconsueta. Momi, dopo aver visto la luce e la porta aprirsi un’altra volta, sgattaiolò in casa e si accovacciò vicino alla stufa. Chissà, forse sperava di poter trarne un po’ di calore, ma la casa era fredda e vuota. Ma in una storia di Natale che si rispetti non poteva finire tutto così tristemente, specialmente per il miglior amico di Hans. Momi non poteva essere abbandonato come un gatto qualunque. Infatti, un fascio di luce lo colpì sopra il musetto ed una luce intensa si fermò proprio in mezzo alla sua fronte. Il gatto si sentì immediatamente meglio, si rilassò e si addormentò, quasi sentendo l’abbraccio ed il calore di Hans. Era così sereno, così tranquillo che quando il signor Müller tornò al mattino seguente, lo trovò raggomitolato vicino alla stufa: sembrava che dormisse pacificamente. Il signor Hans era venuto a prenderlo e tutto era avvenuto in perfetta armonia e serenità. Non c’era in lui ombra di tristezza. Avvenne così che, da quel giorno, gli abitanti di Haimburg decisero di ricordare il signor Hans Melchior come un cittadino molto particolare, poichè appendendo i loro gnomi di Natale agli abeti continuarono a notare una luce, nonostante questi fossero fatti solamente di legno. Lo stesso giovane Imperatore continuò a modo suo a ricordare il vecchio signor Melchior, tenendo sul tavolo di lavoro proprio quello gnomo fatto specialmente per lui, e quando qualcuno gli chiedeva da dove venisse quella strana luce, lui rispondeva convinto:
-Questa è la luce di Haimburg, una luce speciale, nata dall’amore ed il rispetto di un grande uomo per il suo prossimo.-
Ecco la storia è tutta qui. A quel punto l’Imperatore se ne andava con un sorriso sulle labbra, e sul tavolo rimaneva da solo uno gnomo ad illuminare il volto dell’ultimo interlocutore.
Fine della prima parte
Seconda Parte
HANS
Fu dopo la morte di Hans all’età di ottantatrè anni, causata da una banale caduta davanti all’uscio di casa, in una notte del dicembre 1852, che egli si ritrovò in un mondo irreale, in una dimensione diversa da quella in cui aveva sempre vissuto. Haimburg era un paesino vicino a Klagenfurt, nel sud dell’Austria. Il signor Hans che di cognome mi piace ricordarvi si chiamava Melchior, era diventato popolare alla corte di Vienna, grazie all’amicizia che aveva avuto con il giovane Conte Peter von Haimburg. Ora in quel luogo diverso, ogni cosa sembrava più strana del solito. Hans si era risvegliato disteso a terra, sotto un grande abete, e si sentiva come se avesse dormito per un lungo
tempo. Ora al suo risveglio non riconosceva più nè il luogo nè tanto meno gli strani personaggi che vedeva indaffarati a confezionare pacchi e regali. Erano esseri curiosi, magri, alti con la pelle bianchissima e le orecchie affusolate. Molti di essi avevano i capelli biondi, ma alcuni erano addirittura albini. Hans alzò un po’ la testa e vide che c’erano anche tantissimi gnomi che decoravano gli alberi con degli ornamenti di legno, che al momento in cui venivano appesi ai rami degli abeti s’illuminavano inspiegabilmente. La cosa lo meravigliò e lo fece sorridere, ma come si usa dire in certi casi, le sorprese non finirono lì. Quella più grande si fece sentire in un modo decisamente diverso dal solito e fu per mezzo delle fusa di un gatto, il quale altro non era che un suo compagno di avventure, Momi, il vecchio e fedele gatto rosso. Il felino lo salutò con un leggero struscio della testa, socchiuse i grandi occhi, e fece le fusa.
– Carissimo amico mio, tu non sai quanto piacere ho nel rivederti- e così dicendo il signor Hans accarezzò l’animale che rispose:
– Sono contento anch’io-
– Ehi..?!.Non sapevo che potessi parlare!- commentò stupito Hans.
-Non in quel mondo in cui eravamo, ma in questo si. Qui posso parlare.-
La meraviglia di questi fatti continuava a stupire il Signor Melchior, che non capiva più se stesse sognando o semplicemente se gli avesse dato di volta il cervello, ma prima di giungere a qualsiasi conclusione, cercò di approfondire l’argomento:
– Ma tu…sai dove siamo?-
– Credo che siamo arrivati nel regno dove tu hai sempre sognato di andare.-
– Sei proprio sicuro?-
-Penso proprio di si!-
Hans si guardò attorno e vide gli Elfi, gli Gnomi, le Fate, e naturalmente Babbo Natale.
-Non ci posso credere, sto avendo delle visioni…..-
– E` ben strano che tu non creda a ciò che puoi finalmente vedere- disse il gatto, quasi a
voler sottolineare maggiormente la sua incredulità.
-Non devi fraintendermi amico, io ho sempre pensato che sarebbe stato bello vivere in un mondo fatato, dove il bene prevale sul male, ma vederlo qui davanti a me mi fa dubitare di me stesso e della capacità di distinguere il sogno dalla realtà.-
-Beh, per aiutarti posso dirti ad esempio che io non sono l’unico animale che può parlare, qui tutti gli animali parlano.-
-Allora siamo messi male, chissà quanti asini, ci sono in libertà.-
-Non è una questione di razze, commentò il gatto un po’ infastidito. Quelli che tu chiami asini, e noi chiamiamo somarelli, sono più umili e gentili di certe creature a due gambe, che spesso parlano soltanto perchè hanno il dono della parola, o peggio perchè hanno scoperto che muovendo la bocca altri animali li stanno ad ascoltare.-
-Credo che tu abbia ragione, è solo una triste realtà, ma spero che i tuoi amici animali non siano altrettanto loquaci, solo perchè qualcuno qui li ha miracolati.-
-Non lo so Hans, ma dimmi, sai dirmi se qui c’è anche il pifferaio magico?-
-No, ma perchè t’interessa di sapere se c’è un pifferaio magico?-
-Perchè se c’è lui, eh, beh… vuol dire che ci sono anche i topi!-
-Ma guarda un po’! Diceva il vero quel proverbio che parlava del lupo che perde il pelo ma non il vizio! –
-Scusami Hans, è vero che ho il pelo, ma ti sembro forse un lupo? Mi sentirei di agire contro la mia stessa natura.-
-No. Ma lasciamo perdere questa storia, perchè è vero che non sei un lupo, ma ora andiamo a vedere di conoscere un po’ questo strano mondo.Vieni con me?-
-D’accordo, andiamo.-
E così parlando, come dei veri amici, il gatto ed il signor Hans si avvicinarono ad una grande casa di legno da dove si poteva intravvedere un andirivieni d’Elfi, Gnomi, e Fate, tutti gioiosamente indaffarati.
Quando furono davanti alla porta della casa, Hans guardò il gatto e disse:
-Sarà meglio bussare, è una questione di buona educazione, non ti pare?-
II gatto si sedette accanto all’uomo, guardando verso la grande porta. La luce che proveniva dalla casa illuminava gli abeti e da lì si udivano dei suoni di carillon che creavano un senso di serenità e di pace in tutta la foresta circostante. Hans si decise, alzò il braccio pronto per bussare quando, nello stesso istante, si spalancarono le ante della porta e volando velocissime se ne uscirono alcune fate che scomparvero immediatamente dentro alla foresta degli abeti illuminati.
Sulla porta apparve in controluce la sagoma di un uomo grande e grosso che con una voce profonda chiese:
-E voi chi siete?-
Ancora sorpresi da quell’uscita repentina, guardarono il nuovo interlocutore senza proferir parola, sino a quando l’uomo finì di parlare. Alla fine Hans rispose:
-Sono il signor Melchior, e questo è il mio amico gatto, il suo nome è Momi.-
-Siate i benvenuti, volete accomodarvi?-
-Certo- rispose prontamente il gatto -qui fuori fa freddo e sta calando la notte.-
-Vi prego quindi entrate- disse l’ uomo in controluce.
All’interno della casa c’era un enorme salone con tantissimi giocattoli raggruppati un po’ di qua e un po’ di là. Gli uomini dalla pelle molto chiara e con le orecchie affusolate stavano lavorando nel dividere i giocattoli per tipo, categoria ed età dei destinatari. Più in alto, nei piani superiori, si vedevano volare da un lato all’altro della casa le fate, impegnate a trovare le carte ed i fiocchi da mettere ai pacchi confezionati. Gli gnomi provvedevano a fabbricare i regali fatti in legno, e così c’erano quelli che disegnavano, che segavano, assemblavano, tagliavano e dipingevano, e poi quando erano bene asciutti li passavano agli Elfi. Insomma, quella era una fabbrica di giocattoli. In quella grande casa non c’era un angolo buio o un posto dove qualcuno se ne stesse con le mani in mano. Il primo pensiero che venne in mente al signor Melchior fu l’immagine di un formicaio in piena attività. La luce in quella grande casa faceva da padrona; la serenità e la gioia di lavorare uniti, la si avvertiva nell’aria ed in ognuno dei presenti.
L’uomo li fece accomodare e scomparve in mezzo a quella moltitudine di pacchi, di Gnomi, ed Elfi. Hans ed il gatto si guardarono l’un l’altro come per dire a sé stessi:
-Ed ora che cosa facciamo?-
Davanti a loro si presentò un Elfo, alto, magro, e biondo.
-Ciao, mi chiamo Elky, e questi giocattoli devono essere pronti per il prossimo viaggio. Vorreste darci una mano?-
Il gatto Momi lo annusò e si lasciò accarezzare, poi rivolto verso Hans commentò:
-E’ un po’ buffo questo Elky, ma non sembra pericoloso. Se vuoi Hans potresti aiutarlo.-
-Grazie, rispose Hans divertito, credo di sapere da me stesso che cosa voglio e posso fare, non credi?-
Poi rivolto verso il nuovo arrivato esclamò:
-Vi aiuteremo volentieri, il mio nome è Hans e come potete vedere lui è il mio gatto.-
-Tanto piacere Hans, e ti ringrazio sin d’ora per ciò che farai per noi e tutti i bambini del mondo.-
-Ah, ah, si mette male Hans- commentò Momi. -Hai capito che cosa ha detto? Tutti i bambini del mondo!-
-Ha detto del mondo? Ma, forse sta scherzando?-
-No, non sto scherzando!- replicò Elky.
-E quanto tempo dovremmo stare qui? Un’eternità? Che ne dici Hans?- chiese Momi.
Elky guardò Momi e gli chiese :
-Che cos’è un’eternità?-
Ma il gatto non seppe rispondere, girò la testa verso il suo amico uomo come per chiedere aiuto. Allora Hans venne in suo soccorso e spiegò:
-Dipende in quale contesto se ne parla. Se parliamo di noi mortali, uomini ed animali, l’eternità è un tempo indeterminato che non finisce mai, ma al contrario, può aver avuto un principio, se parliamo delle cose di Dio… quindi in quel caso l’eternità è sempre esistita, e non avrà mai fine.-
-Ma perchè ci sono queste differenze?- chiese candidamente il giovane Elfo.
-Fai sempre queste domande complicate prima di cena?- brontolò Momi.
-Scusatemi, avete ragione, ma è la prima volta che sento parIare qualcuno di Eternità e poi non vi ho neppure chiesto se volete unirvi a noi nella sala da pranzo.-
-Oh, questa si che è una bellissima idea!- disse tutto raggiante il gatto, e cominciò a muoversi nella direzione della sala dove avrebbe potuto essere il luogo predisposto, il refettorio comune.
-Ehi tu,..fermati!- lo richiamò Hans, e si scusò con l’Elfo.
-Ma ti pare il modo di comportarsi? Noi siamo degli ospiti, perciò abbi un po’ di pazienza e di buone maniere.-
Il gatto tornò indietro e, come per scusarsi, si strusciò sulle gambe di Hans.
-Si padrone, ma il mio stomaco è a digiuno da un’eternità!-
-E non usare certi termini a sproposito, lascia che ci guidi il nostro amico.-
-Vi prego entrate, la sala è da questa parte.-
-Grazie.-
A quel punto il gatto non si fece pregare due volte e sgattaiolò fra le gambe di entrambi per arrivare in un grande salone pieno di Gnomi, Elfi, e Fate. C’era un brusio di fondo indistinguibile e le parole che giungevano all’orecchio di Hans erano incomprensibili, ma l’odore del cibo era piacevolissimo e perciò molto invitante.
-Uhm! Che buon odore !- esclamò Momi che aveva alzato il musetto indirizzando le sue vibrisse verso un gran pentolone fumante.
Elky li invitò a prender posto assieme agli altri commensali e, presentandoli alla tavolata, annunciò:
-Questi sono i nostri nuovi amici, Hans e Momi. Hans ci aiuterà con i giocattoli, mentre Momi provvederà a proteggerci dai danni che possono causare i roditori ribelli, e poi ci delizierà con la sua bella voce nelle notti in cui la luna è piena.-
Uno gnomo piccolino e barbuto disse:
-Siate i benvenuti fra noi!-
-Grazie!- risposero i due amici.
Un altro, con gli occhiali appesi sul naso, aggiunse:
-Ma non sono i lupi ad ululare davanti alla luna piena…?-
-Certo che si- disse un terzo gnomo, -i gatti miagolano e sono lagnosi, specialmente quando si mettono a fare delle serenate, o quando litigano con uno dei loro rivali.-
Gli Gnomi si misero a ridere, ma il gruppo degli Elfi rimase taciturno, guardando i nuovi arrivati incuriositi e senza dire una parola.
La cosa fu notata da Hans che, per rompere quel loro silenzio, intonò fischiettando una melodia natalizia.
Tutta la stanza stette silenziosa ed attenta ad ascoltare quel suono dolce e gioioso. Quando egli finì vi fu un forte applauso ed un coro di approvazione che diede finalmente a loro un caldo benvenuto.
Una delle Fate della foresta venne con due piatti fumanti e li presentò agli ospiti.
-Uhm…che profumo… e che cos’è?- chiese il gatto.
-Zuppa di frutti di bosco, insaporita con il salmone rosa- rispose Lianas, la fatina della foresta.
– E`la prima volta che ne sento parlare, ma sembra appetitoso- disse il gatto annusando l’aria con maggior interesse.
Hans ringraziò e si mise a mangiare quella strana zuppa. Uno Gnomo gli passò il pane mentre un Elfo dai capelli rossi gli offrì del vino.
-Mi chiamoVick, e sono il capo degli Elfi anziani.-
-E quanti anni hai, venti? Vent’uno?- chiese sorridendo Hans.
-No, io ne ho ben cinquecento!-
-Ma va!! E chi credi di poter prendere in giro? Si e no, hai appena quattro peli di barba….-
A quel punto intervenne un altro Gnomo che aggiunse :
-Vick dice la verità, poichè io stesso sono più vecchio di lui e molti di noi sono ancora più vecchi, ma fra di noi chi è il più vecchio di tutti e senz’altro Babbo Natale.-
-No, non posso credere che Vick abbia tanti anni, e se li porta come fosse un ragazzino!-
-Ciò è dovuto al fatto che lui è un Elfo.-
-Allora, fatemi dire che sono molto onorato di fare la vostra conoscenza!-
-Grazie, il piacere è tutto nostro- rispose Vick a nome degli Elfi, continuando a versargli il vino allegramente.
In quel momento entrarono nel salone la fatina Tacaboton, alta magra e vestita con tanti piccoli fiocchi colorati. Era seguita da una gazza che, svolazzando un po’ di qua e un po’ di là, cercava di convincerla a donarle alcuni nastri d’argento del suo bellissimo vestito.
Infastidita dalla gazza petulante la fatina Tacaboton emise un gridolino di piacere quando vide che nel salone c’era un gatto, e così si espresse:
-Oh l’anima coduta, è forse il cielo che ti manda?-
Naturalmente Momi la guardò con un’aria sospetta e cercò rifugio presso il suo amico, poi guardò con più interesse la gazza e puntò le sue vibrisse in avanti, soffiandole contro. Hans notò il movimento del gatto, e dato che lo conosceva bene, sapeva che la gazza a quel punto non avrebbe avuto scampo, perciò intervenne con voce autoritaria e disse:
-Ehi Momi, che non ti venga in mente di trasformarla in un solo boccone, mi raccomando!-
Il gatto capì che egli non scherzava, perciò si accovacciò, non smettendo di controllare i movimenti della fastidiosa gazza. Ma come si sa, le gazze non si fanno intimorire dai gatti, e per giunta amano sfidarli, perciò in un modo sfacciato gli si avvicinò e, sentitasi protetta dall’uomo disse:
-Ehi, carino, come vedi non puoi farmi nulla- e gracchiando a mo’ di sberleffo cominciò a saltellargli attorno. Il gatto non si fece pregare due volte ed allungò una zampata a quell’inutile pennuto, ma Hans lo bloccò in tempo, mettendogli la mano sul collo.
-Non devi fare queste cose! Te l’ho detto un’istante fa. Noi qui siamo degli ospiti!!-
Momi miagolò cupamente qualcosa simile ad un brontolio minaccioso per l’ingustizia e l’umiliazione sofferta, ma decise di ubbidire al padrone. Nel frattempo la fatina Tacaboton, piena di fiocchi colorati, salutò i presenti con un cenno della mano svolazzante e poi si avvicinò ad Hans chiedendogli:
-Chi siete? Da dove venite? Che cosa fate? Dove state andando? Come vi chiamate?
Quanti anni avete e.. e.. ?-
-Forse se voi mi concedeste il tempo di presentarmi potrei rispondervi- disse educatamente Hans.
Gli Gnomi e gli Elfi si misero a ridere. Ma la fatina dei fiocchi divenne tutta rossa in volto, si sentì derisa, e se ne andò così all’improvviso com’era venuta. La gazza volò su di un lampadario e gridò ad alta voce:
-Non e`cosa bella da fare, far arrossire la fata dei fiocchi, no, non è una cosa bella, no, no!-
E se ne volo’ via, gracchiando in malo modo.
Momi scosse la testa come a disapprovare tutto quel gracchiare inutile, e commentò:
-Se fossimo ancora in Austria queste cose non sarebbero mai accadute!-
-Che cosa vuoi dire con questo?- chiese Vick.
-Voglio dire che a quest’ora quella cornacchia avrebbe fatto la fine che si meritava.-
-Non è vero, replicò Hans, poichè tu non avresti potuto comportarti come un gatto randagio.-
-E poi lei è una gazza, non è una cornacchia- rimarcò Vick.
-Gazza, cornacchia o corvide che sia, quel pennuto non mi piace.-
-L’ abbiamo capito amico mio! Ma credo che ciò non farebbe piacere alla fata Tacaboton.-
L’Elfo Vick scuotendo la testa sorrise, e poi spiegò:
-In questo regno voi non avete bisogno di lottare l’uno contro l’altro, c’è posto e rispetto per tutti, la violenza è stata bandita in ogni sua forma, perciò non dovete preoccuparvi per il cibo, o per avere un rifugio, qui lo troverete sempre.-
Ciò non convinse Momi, il quale pensò che l’Elfo avesse perso il senso della realtà evolutiva, e soprattutto che amava fare delle prediche, ma si fece forza e guardò Hans come per dirgli:
-Lo so che ci vuole tanta pazienza, ed è solo in nome della nostra amicizia che fingerò di non essere stato infastidito da questo stupido pennuto.-
Hans lo guardò e sorrise, comprendendo quello che passava per la testa dell’amico a quattro zampe, e lo accarezzò per consolarlo.
In quel momento l’ attenzione di tutti fu attratta da una folata di vento che fece tintinnare i campanelli appesi alle bardature delle renne Rudy e Rendy che entrarono nel salone, agghindate a festa e pronte per il prossimo viaggio.
Hans le guardò con attenzione e curiosità. Pensò che erano belle, ma gli tornò alIa mente che aveva sempre visto Babbo Natale che guidava una slitta con sei renne, perciò se la realtà era quella dov’erano finite le altre renne?
Vick intuì il suo pensiero e rivolgendosi direttamente a lui commentò:
-Abbi pazienza e capirai tutte le cose un po’per volta. Nel frattempo sappi che Rudy e Rendy sono le capofila della muta e perciò sono loro quelle che hanno un nome, le altre sono meno famose ma naturalmente altrettanto importanti.-
-Ci credo- disse l’uomo sorridendo.
Una delle renne gli si avvicinò incuriosita cercando di vedere e capire chi fossero quelli estranei, ma il gatto impaurito andò a nascondersi immediatamente fra le gambe di Hans. La renna annusò 1’uomo come se fosse stato un cespuglio o qualche cosa che avesse a che fare con il suo cibo abituale, il che fece indietreggiare Hans per precauzione. La cosa buffa di questo animale era che, nel cercare di capire chi fossero questi nuovi arrivati, il suo naso s’illuminava, proprio come fosse stato una lampadina rossa.
-Tu devi essere Rudolph- disse il signor Melchior, felice di aver riconosciuto il suo nome.
-Com’è che sai il mio nome?- chiese la renna.
-Beh, ho sempre creduto a Babbo Natale e quello è il nome che ti viene dato- proseguì divertito l’uomo.
-Buon per te- rispose la renna, continuando ad annusare la sua giacca.
-E perchè ora la chiamano Rudy?- chiese il gatto che se ne stava sempre ben nascosto dietro le gambe del suo amico.
-Perchè è piu sbrigativo ed è più facile da pronunciare per gli Gnomi- intervenne il biondo Elky che continuò:
-Ecco, voi non potete saperlo, ma gli Gnomi hanno una certa difficoltà nel pronunciare alcune lettere. Come ad esempio le ph ed alcune altre piccolezze, come le erre…o le esse..-
-Insomma, ci stanno dicendo che abbiamo a che fare con degli handicappati- mormorò Momi da sotto le gambe di Hans, il quale senza attendere un’istante replicò:
-Ma che modi sono questi di esprimersi, dov’è finita la tua buona educazione?-
-Ho fatto solo una constatazione- si giustificò timidamente Momi.
-Non mi pare proprio!- brontolò insoddisfatto Taiatabari, che era un piccolo Gnomo con tanto di barba incolta ed una voce bassa, bassa ed afona. Quando parlava sembrava che il cielo brontolasse con lui preparandosi ad un cupo temporale. Non era bello, ma vi sfiderei a dirmi quale Gnomo potrebbe vantarsi dei suoi argomenti estetici. Taiatabari i suoi trecento anni se li portava proprio male e ciò gli dava un aspetto sciatto e grezzo, insomma per dirla in poche parole, era uno di coloro che non ispirava simpatia, anche perchè non era mai contento ed aveva sempre un motivo per discutere e lamentarsi.
In verità, il povero Taiatabari stava solo difendendo la sua gente poichè, come il fratello Tacadiz, era a capo della squadra degli Gnomi dal berretto rosso, e come suo fratello, era geloso delle proprie caratteristiche e dell’ autorità che aveva, grazie alla sua posizione. Attratta dalle parole dello Gnomo, anche l’altra renna si avvicinò a loro per conoscerli un po’ più da vicino e quando vide il gatto che si nascondeva fra le gambe di Hans, allungò il muso per annusarlo, ma così facendo si trovò a mettere involontariamente l’uomo in una posizione quanto meno scomoda tanto che, per non essere incornato dalla renna, egli fece un passo indietro e perdette l’equilibrio, cadendo rovinosamente al suolo.
Momi fece giusto in tempo un balzo per evitare di rimanere schiacciato dal corpo di Hans, che sprofondò come un sasso sul pavimento. La caduta fece sorridere i presenti e lo stesso Hans, il quale si rialzò aiutato da Rendy, la quale si presentò e si scusò allo stesso tempo. Ormai era il caso di dire che il ghiaccio era stato rotto ed ognuno si era presentato a proprio modo, ma il fatto che avessero potuto ridere per una banale caduta li aveva messi in condizione di avere uno spirito più malleabile e meno sospettoso gli uni verso gli altri.
Momi
Lianas, la fata della foresta incantata, chiamò su di sé la propria attenzione dicendo:
-Ci sono dei dolci caldi appena sfornati. Se c’è qualcuno che desidera averne, sono pronta a distribuirli, venite pure.-
Tutti accettarono l’invito e all’improvviso la sala si riempì d’altri Gnomi ed Elfi che si misero in fila per ottenere i dolci promessi, mentre le fate entrarono volando sopra le teste dei commensali, portando con sé dei vassoi colmi di profumati e fumanti Buchteln, Krapfen, e Strudel.
Ma il gatto non sembrava molto intressato a quell’andirivieni. Infatti non erano quel tipo di profumi ad attirare la sua attenzione, c’era un’altra cosa che lo stimolava di più, un sottile filo di fumo che proveniva dall’altra parte della casa perciò, senza dare nell’occhio ed emettere un rumore, pian piano con le sue vibrisse ben tese, pronte a cogliere qualunque cosa estranea al suo passare, egli si intrufolò prima in una stanza semi buia e poi in un’altra da dove appunto quel filo di fumo se ne usciva lasciando traccie di appettitosi futuri spuntini. La stanza era buia e s’intravedeva soltanto la luce di un caminetto acceso sul quale uno spiedo con delle invitanti salcicce girava lentamente. Il gatto percepì la presenza di un estraneo, ma l’odore di quel cibo era troppo invitante per dover perdere il coraggio e soprattutto per frenare il suo naturale istinto. Allungò la zampa per poter prendere una di quelle salsicce. Lo fece con delicatezza e quasi con un gesto di vero amore, quando all’improvviso qualcuno gridò:
-Giù le zampe dalla mia colazione!-
Momi si girò di scatto e allo stesso tempo si abbassò istintivamente, come per prevenire un qualsiasi attacco. Tirò indietro le orecchie e attese di capire che cosa stesse per accadergli.
Davanti a lui c’era un uomo grande e grosso da far paura, con una fluente barba bianca.
-Che cosa stai facendo in questa stanza?- chiese l’uomo.
Un po’ spaventato, ma non troppo, il gatto guardò meglio in faccia il suo interlocutore e ne dedusse che quello doveva essere il padrone della casa, perciò gli rispose onestamente dicendo:
-Stavo assaporando il piacere di poter condividere con voi un po’ di questo cibo.-
-Rubandomelo?-
-No, non era questa la mia intenzione, ma dovete ammettere che il suo profumo avrebbe fatto cadere in tentazione chiunque.-
-Già ,chiunque non fosse stato un abitante di questo nostro regno.-
-Che cosa volete dire con ciò?- mormorò delicatamente Momi.
-Che nessun altro avrebbe osato entrare nella mia stanza e cercare di rubarmi la colazione!-
-E come mai?-
-Perchè qui, quando desideri qualche cosa, basta chiederla, e se è una cosa buona e soprattutto se non sei stato un discolo, la riceverai direttamente da Babbo Natale.-
-Beh, allora stiamo freschi….-
-Ossia?- chiese un po’ bruscamente l’uomo.
-Che se devo aspettare tutto l’anno per mangiare due salsicce, beh lasciatemi dire che preferisco gestirmi da solo i miei desideri.-
-Sei un po’ impertinente, non ti pare?-
-Chi, io? Soltanto perchè ho un po’ di fame? Non siete forse voi il famoso vescovo che porta tutti i doni ai bambini?-
-Si, sono Nicholaus, e allora?-
-E dovete proprio prendervela con un povero gatto affamato?-
-Tu sei un furbone, Momi.-
-Vedo che conoscete bene il mio nome…-
-Ma certo che lo conosco, ricordi? Me lo ha detto il tuo padrone Hans.-
-E quando, di grazia?-
-Quando ci siamo incontrati la prima volta.-
Ah eravate voi quell’omone?-
-Si, ero io quell’omone che vi ha aperto la porta- rispose un po’ infastidito,- ed ora se non ti dispiace vorrei poter mettermi al tavolo e far colazione.-
-Senza un po’ di compagnia?-
-E va bene, per questa volta sarai mio ospite, ma desidero essere lasciato in pace quando sono qui nella mie stanze.-
-Non abbiate timore signore, che se troverò una buona colazione altrove, non verrò di certo a disturbarvi.-
-Mangia e stai zitto, gatto briccone.-
-Vi ringrazio signore.-
Intanto nello stanzone dov’erano tutti gli Elfi, gli Gnomi, e le Fate, qualcuno pensò bene di rendere più piacevole l’intervallo dei lavori natalizi cercando di far portare del cioccolato caldo. L’idea geniale era venuta a Tacadiz, fratello di Taiatabari e cugino della fatina Tacaboton …e fu lei a suggerire di delegare tale compito allo gnomo Taccagno, che altro non era poi che suo fratello, di preparare la desiderata bevanda. Ma Taccagno era chiamato così per l’abilità nel risparmiare su ogni cosa, anche sui sogni altrui, e a questo strano fratello mancava totalmente il senso della realtà, e volava con la fantasia. Infatti, fu lui che fece il terribile miscuglio di mirtilli, terra ed ortiche, in quella che credeva si sarebbe poi trasformata in una piacevole e profumata cioccolata calda. Una cosa tremenda! Krono, uno degli Gnomi, provò a sorseggiare la bevanda, e notò che il colore non era quello invitante di una cioccolata calda, s’insospettì, la gustò con cautela e poi la sputò, esprimendo tutto il suo tremendo disgusto:
-Possano gli anziani della tua gente farti bere queste schifezze per il resto dei tuoi giorni!-
-Amen !Amen!- risposero in coro gli altri, conoscendo bene le limitate virtù di Taccagno.
Intervenne a sua difesa la fata Tacaboton:
-Ma perchè offendete il buon nome della nostra famiglia?-
– E` perchè non si è mai visto in alcun regno un mago più disgraziato di lui!- commento` Krono,
e così dicendo provò ad allungare un pugno per colpire il naso di Taccagno, il quale era si un pessimo mago, ma con le mani era più svelto delle lucertole grigie, e così senza pensarci due volte rispose a quel gesto di provocazione gettando su di lui parte della pozione che aveva preparato.
Non vi posso esprimere la sorpresa dei presenti e poi la valanga di risate, quando tutti videro che la pozione di Taccagno aveva colorato la faccia di Krono di un colore bluastro.
Offeso ed umiliato, Krono stava per rispondere a sua volta con altro gesto inconsulto, quando sulla porta apparve Nicholaus, seguito dal gatto del signor Melchior. Egli battè due volte le mani dicendo:
-Ora basta! Ed ognuno ritorni al suo lavoro. Taccagno, vai a scusarti con Krono, e tu amico, ritorna così com’eri prima!- E con un gesto leggero della mano Nicholaus fece sparire dalla faccia dello Gnomo il colore bluastro, calmò l’animo di Krono e quello di Taccagno, e così per magia ognuno di loro se ne andò nella direzione da cui era venuto, e nella grande casa della foresta ritornò la pace e la gioia di lavorare per l’unico scopo importante, quello cioè di far felici i bambini di tutto il mondo.
La Leggenda di S. Nicholaus
Hans fu sorpreso di vedere quei cambiamenti repentini di umore e di stato d’animo, e si chiese come avesse fatto il vecchio Nicholaus a tenere tutto sotto controllo con un semplice gesto della mano. L’uomo dalla folta barba bianca lo guardò, capì il suo stupore, e disse:
-Ho letto nei tuoi occhi la sorpresa e la curiosità, e per questo motivo, se ti fa piacere, vorrei spiegarti perchè esiste questo regno e quali sono le sue regole.-
-Ti ascolterò con molto interesse- rispose Hans.
-Devi sapere che tanti anni fa vivevo sulla terra come te, infatti nacqui a Patara di Licia, in Asia Minore nel 250 dopo Cristo, da una famiglia nobile. Io seguii con amore e fedeltà gli insegnamenti del nostro Signore, così fui eletto vescovo in Mira. Venni imprigionato nel periodo delle persecuzioni ai Cristiani all’epoca di Diocleziano, ma la magninimità del nostro Dio mi tenne in vita e mi concesse l’opportunità di salvare la vita ad alcuni ufficiali e di preservare dalla carestia la città di Mira, grazie a delle intuizioni suggeritemi dallo Spirito Santo. Qualcuno disse che avevo risuscitato dei giovani uccisi da un oste rapinatore. In verità è sempre stato solo per opera della Grazia Divina se tutto ciò è accaduto. Ricordo che una volta mi ritrovai a parlare con il padre di tre ragazze ed il povero uomo, non avendo i mezzi per poter fornire una dote conveniente per il loro matrimonio, pensò che avrebbe potuto risolvere il problema mandandole a prostituirsi.-
– Era un’idea un po’ malsana, non ti pare?-
-Oh si! L’integrità, l’onore, ed il rispetto delle ragazze non avrebbero potuto essere distrutti da un’idea peggiore…-
-Si, era una strana idea.-
-Ma la disperazione fa commettere errori incomprensibili, e a quel punto non ebbi alcun dubbio nel voler aiutare quel padre disperato. Presi le monete d’oro che avevo risparmiato e le misi in tre diversi sacchetti, donando ad ognuna la propria dote, salvando così la loro rispettabilità e la loro purezza.-
-Bravo, è stata una buona azione.-
-Eh si, quando ero nel tuo mondo, amavo aiutare i bambini, ed ogni volta che mi si presentava l’opportunità cercavo di portare loro dei piccoli doni…..-
-Ecco allora da dove è nata la tua leggenda.-
-No Hans, la mia leggenda, come la chiami tu, è nata dopo la mia dipartita dalla terra. Io finii i miei giorni sotto l’impero di Costantino il Grande il sei dicembre di un anno dopo il concilio di Nicea.-
-Ma com’è che ora nel mondo intero, quando si pensa a te, si pensa come ad un padre che porta dei doni?-
-Forse perchè ho amato da sempre i bambini in modo speciale, o forse più semplicemente perchè il nostro Salvatore, nella sua immensa bontà, ha voluto che ogni bambino potesse avere la speranza e la certezza che vi fosse sempre qualcuno che pensasse a loro, anche quando il loro vero papà o la loro mamma non potesse permettersi il lusso di donargli ciò che avevano desiderato per tanto tempo.-
-Hai ragione Nicholaus, credo proprio che sia stato un gesto d’amore. Ora scusami se ti chiedo ancora un’ ultima cosa, ma la mia curiosità è troppo grande e l’opportunità è unica; com’è che dal nome che in greco vuole dire il vincitore del popolo, sei diventato Nicholaus, San Nicolò, Santa Claus, ed infine Babbo Natale?-
– E` giusta la tua curiosità, ma devi sapere Hans, che c’è un detto che dice: “Paese che vai, usanza che trovi.” Insomma, ognuno adatta il nome alla sua lingua e poi ne fa una specie di icona universale. Il fatto che ora io sia ricordato come S.Nicholaus ed in un futuro come Babbo Natale, è molto semplice da spiegare. Mentre i primi Cristiani mi festeggiavano e mi ricordavano il sei dicembre, giorno della mia morte, ora i nuovi cristiani mi hanno collegato alIa festa della vita. Il perchè è presto detto: in dicembre c’è il Santo Natale che ci ricorda la nascita del nostro Signore Gesù Cristo, e che cos’è più importante da ricordare? La morte, oppure il dono della vita? Per questo motivo, i doni che rappresentavano all’inizio le mie opere, hanno man mano perso d’importanza ed hanno prevalso i simboli del bambino e dei doni che si sono riuniti in un’unica idea, quella di festeggiare il Padre nel momento più importante della sua creazione, il dono della vita! In altre parole, la nascita del suo figlio, cioe`il nostro Salvatore, ed ecco quindi l’evolversi di una grande fede, di una grande festa, di una grande gioia per il mondo intero.-
-Mi hai convinto, Nicholaus. Ma dopo queste tue parole mi viene spontanea un’altra domanda: ora come devo chiamarti?-
-Come mi chiameresti nel tuo paese?-
-Ti chiamerei S.Nicholaus, essendo io un Austriaco.-
– Per me va bene!-
La Motivazione di Hans
-Si Hans, ma ora parliamo di te e della ragione per cui sei qui in questo luogo.-
-Che cosa vuoi sapere?-
-Tu non sei arrivato qui per caso, poichè a nessun altro uomo, eccetto al sottoscritto, è stata concessa l’opportunità di venire in questo mondo, ed io stesso ho dovuto rispondere a chi di dovere che avrei mantenuto un certo comportamento e mi sarei attenuto a certe regole. Quindi è chiaro che deve esserci un motivo per cui il Salvatore ed i suoi arcangeli ti hanno dato questa grande opportunità.-
-Ora non ricordo quasi nulla, Nicholaus, ma credo che nella mia vita io stesso abbia sempre creduto allo spirito del Natale e quindi abbia in qualche modo lavorato affinchè esso potesse essere condiviso con ogni persona che incontravo.-
-Volendo dire?-
-Che lavoravo materialmente, ore su ore, per poter fare dei piccoli ornamenti natalizi per poi distribuirli ad ogni persona.-
-Spiegati meglio, signor Melchior.-
-Io disegnavo e creavo ogni anno dei diversi soggetti natalizi che poi facevo ritagliare ed infine li dipingevo a mano, uno per uno, per poter donarli e quindi condividerli con tutti i miei amici, colleghi, e conoscenti; un piccolo segno di stima, di affetto, ed un augurio che durasse più che un solo istante.-
-E quanti di questi oggetti hai fatto?-
-Onestamente non lo so, ma posso dirti che li ho fatti per moltissimi anni e per tanta e tanta gente.-
-Però mi sembra strano che ti sia bastato avere questo hobby per darti l’opportunità di venire qui. Alla fine, qualunque artigiano, paziente e capace, avrebbe potuto essere qui al tuo posto. Credo che la tua esperienza umana abbia in sé qualche significato spirituale più complesso.-
-Non capisco di che cosa stai parlando.-
-Hans, se tu sei qui, vuol dire che lassù qualcuno ha pensato a te come un mio possibile aiutante.-
-Nicholaus, per me sarebbe la cosa più bella che mi possa capitare!-
-L’ho capito amico mio, ma prima di dire che tu possa rimanere, devo poter capire se sei la persona giusta o se sei soltanto uno che è capitato qui perchè qualche santo ci ha messo lo zampino come protetto.-
-Insomma ,vuoi sapere se sono un raccomandato?-
-Non ho detto questo.-
-Bella fiducia che hai!-
-No Hans, non prendertela a male, non ce l’ho con te, tu non c’entri, ma non è la prima volta che qualche santo giocherellone si diverte a mandarrni qualche suo protetto che poi risulta non essere adatto al compito.-
-Ma non avevi detto che eri tu e soltanto tu l’uomo che s’interessava di lavorare per il Natale?-
-Si è così, ma quando le persone muoiono ed i loro corpi finiscono di esistere le loro anime possono andare in altre dimensioni, mi capisci?-
-Non molto bene.-
-Guardati Hans, cosa noti di diverso in te?-
-Nulla.-
-Perchè nulla è cambiato, tu vedi me, ed io vedo te che hai un corpo, mi capisci?-
-Aspetta ,vuoi dire forse che le altre persone che erano venute qui non avevano un corpo?-
-Bravo il mio signor Melchior!-
-Ma se non avevano un corpo, come potevi vederle?-
-Non essere sciocco, sai benissimo che lo spirito si sente e quindi si può percepire con la fede.-
-Percepire è una cosa, vedere è un’altra.-
-Ma si può vedere benissimo con gli occhi della fede, e tu non puoi metterti a discutere se Babbo Natale ha fede o no. Ho ragione?-
-Hai ragione, non sono qui per discutere.-
-Bene, mi fa piacere di sapere che almeno su una cosa siamo d’accordo.-
-In verità, credo di non essermi lamentato o di aver avuto divergenze di opinioni con nessuno- precisò Hans.
-Il mio era un semplice modo di dire, neppure io ho ragione di lamentarmi, è che devo poter capire se sei la persona giusta. Anzi, ti dirò di più, sarei proprio felice di sapere che finalmente è venuto qualcuno con cui posso parlare senza aspettarmi come risposta un sortilegio, un trucco, o qualche strana magia. Gli Gnomi e gli Elfi sono brava gente, ma certe volte sono così suscettibili, per poi non parlare delle Fate con le loro stranezze e le loro manie.-
-Forse non dovresti dimenticare che appartengono al genere femminile.-
-Eh già! Ma non farti sentire dalla Fata dei fiocchi, Tacaboton.-
-Cosa vuoi dire?-
-Voglio dire, che se lei viene a sapere che hai osato pensare una cosa simile sul genere femminile, ebbene, amico mio, lei incomincerebbe a spiegarti quanto sono brave, belle, e buone le donne… e la notte potrebbe tranquillamente incombere lenta e decisa, ma tu saresti ancora là a dover ascoltare le parole, o meglio quel suono acuto e stridulo a parvenza di voce, e l’unica via d’uscita per te sarebbe lo sfinimento o l’esaurimento nervoso.-
-Grazie dell’avvertimento!-
-Shssshhh!! Attento, la sua gazza Peetula ci sente benissimo, e sta venendo qui.-
-Qualcuno ha parlato della mia padrona?- chiese la gazza mentre cercava di afferrarsi con le zampe ad una sporgenza di un grosso mobile.
-Perchè mi chiedi questo?- domandò Nicholaus.
-Perchè mi era sembrato di sentire pronunciare il suo nome.-
-Si, hai ragione, ma non era una cosa importante, stavo condividendo un po’ della mia esperienza con Hans.-
-Ed io non posso condividerla con voi?-
-Non mi sembra il caso. Ma piuttosto di curiosare su ciò che stiamo dicendo, perchè non vai a vedere se la tua padrona ha bisogno di aiuto?-
– Non la sto forse aiutando?-
A quel punto Hans cercò di cogliere l’attenzione del pennuto e disse:
– Peetula, sei molto bella e mi sembri anche molto intelligente.-
-Grazie signor Melchior, voi siete troppo buono, ma avete proprio ragione.-
-Ed è per questo che vorrei metterti in guardia da Momi, sai lui pensa che tu sia anche…buona.-
-Signore, voi sapete che accetto sempre molto volentieri i complimenti….-
Infastidito da quel gioco, intervenne Nicholaus a concludere con una frase che gelò il sangue di Peetula.
-D’accordo, sono belli i complimenti, ma onestamente non ho capito se il gatto Momi la vorebbe assaggiare con le piume o senza.-
-Screanzati!!- commentò la gazza volando via.
Le Strade dell’Amore
Entrambi sorrisero per la reazione avuta dalla gazza, mentre con calma si stava avvicinando a loro la ninfa Olyn. Era triste e pensierosa e camminava come in trance.
-Salute a voi- disse tranquillamente.
-Che cosa c’è che non va? Vi vedo triste- disse affettuosamente Nicholaus.
-Ho incontrato il Capo degli Gnomi.-
-Ebbene?-
-Mi ha detto che non devo distrarre il giovane Elky.-
-E voi lo distraete?-
– Ma io, lo amo…- sussurò appena Olyn.
-E allora lo distraete, lo distraete…- commentò Hans.
-Nicholaus aggrottò le sopracciglia, puntò le labbra in fuori, guardò la ninfa e chiese:
-E lui?-
-Mi vuole tanto bene.-
-E che cosa vi ha detto esattamente l’anziano Vick?-
-Che Elky pensa troppo a me, e che perciò sarà colpa mia se le spedizioni dei giocattoli non
arriveranno per tempo a destinazione, e che lui non può permettere che ciò avvenga.-
-Forse egli non ha tutti i torti a preoccuparsi, ma voi Olyn, voi che ne pensate?-
-Non vorrei essere io la causa di questi problemi, ma provate a mettervi nei miei panni, per me Elky è il sole, la speranza, la vita!-
-Ho capito, il sole, la vita, l’amore…..ma dovremmo pur trovare una soluzione buona per entrambi. Non posso mica rimandare le feste natalizie per questi sentimenti, voi mi capite Olyn?-
-Si che vi capisco, ed è perciò che ho la morte nel cuore.-
-Su, su non esageriamo, io non ho mai fatto male a nessuno. Fatemi pensare, fatemi parlare con Vick e lo stesso Elky, e poi troveremo un modo, una soluzione.-
A quel punto la ninfa Olyn stava per piangere, quando ad Hans venne un’idea. Si avvicinò alla nifa e le chiese:
-Dove lavorate abitualmente?-
-Io non ho un lavoro specifico, io sto accanto alla sorgente vicino al lago incantato.-
-E che cosa fate?-
-Sono la ninfa e quindi sono la protettrice del lago.-
-Quindi, in un certo senso, siete la guardiana del lago.-
-Si.-
-E dove lavora Elky?- chiese ancora Hans rivolto verso Nicholaus.
-Elky è il capo delle spedizioni e lavora qui nella grande casa.-
-E allora perchè non li fate lavorare assieme? Loro saranno uniti, potranno vedersi, parlare,
lavorare, e volersi bene come tutti gli altri.-
-E chi proteggerà le creature del lago?-
-Buona domanda Olyn…-
-Perchè, qui non avete un principe ranocchio?- domandò Hans.
-Non proprio, rispose sorridendo Nicholaus, ma potremmo senz’altro chiedere ad una delle fate di baciare qualche sprovveduto e trasformarlo in ranocchio in modo tale da poter prendere il suo posto. Naturalmente sto scherzando.-
Il sorriso ritornò sul volto di Olyn che s’illuminò di una nuova speranza.
-Ora fatemi andare, perchè devo parlarne con Vick, altrimenti sarò il primo a sentire i suoi commenti. Comunque, con te Hans dovrò riprendere il nostro dialogo.-
-A più tardi!-
-Ciao.-
-Grazie ancora San Nicholaus.-
Nel piano superiore della casa, i preparativi per il grande viaggio di S.Nicholaus erano in pieno svolgimento. Lì c’era una vera catena di Elfi tutti intenti a disegnare, dipingere, assemblare i pezzi dei vari giocattoli. Negli altri saloni c’erano le Fate impegnate a tagliare, cucire ed incollare. A capo di tutte c’era la fata Tacaboton che sceglieva i colori delle carte per i pacchi ed abbinava i luccicanti fiocchi dai colori sgargianti.
Elky lavorava nella parte più bassa della casa. Era a capo degli Elfi e curava tutte le spedizioni. Con lui ora stava parlando l’anziano Vick, e Nicholaus avrebbe scomesso che lo stava rimproverando per la storia con la ninfa Olyn. Infatti le ultime parole di Vick furono:
-Speriamo che non debba ripetermi più. Prima il dovere e poi il piacere!-
Elky vide arrivare S.Nicholaus ed in segno di rispetto inchinò la testa e lo salutò:
-Buona sera Nicholaus.-
La Promessa
-Buona sera a voi, come procedono i lavori?- chiese S.Nicholaus.
-Stavo giusto appunto spiegando al nostro giovane Elky che bisogna saper mantenere le promesse fatte.-
-Perchè, non le sta forse mantenendo?- chiese Nicholaus guardando direttamente il giovane negli occhi il quale, sentendosi sotto esame, percepì un disagio ed avvampò in viso di un bel colore carminio.
L’anziano degli Elfi capì il disagio e disse:
-Il nostro giovane è bravo ed è capace nel suo lavoro, ma ogni tanto ha bisogno di ascoltare chi ha un po’ di più esperienza.-
-E` vero- commentò Elky.
-Ma fatemi dire la ragione per cui sono venuto da voi e forse alla fine potremo trovare un accordo comune.-
-Vi prego, dite pure…- invitò Vick, mentre il giovane Elfo incuriosito si fece più attento alle sue parole.
-Sono venuto qui perchè ho incontrato la ninfa del lago, Olyn.-
-Appunto!- sottolineò il vecchio Vick lasciando intendere che stavano parlando proprio di quello nel momento in cui Nicholus li aveva raggiunti.
-Ma quello che non vi ho detto ancora,- e sottolineò la frase,- è che Olyn era molto triste, e credo che questo non sia il regno dove qualcuno possa andarsene in giro tutto triste senza che nessuno lo noti e soprattutto che non faccia qualche cosa per impedirlo.-
La faccia di Elky cambiò espressione. Il capo degli Elfi stava per dire qualche cosa, ma S.Nicholaus lo fermò per tempo e con un gesto della mano attirò la sua attenzione dicendo:
-Lo so che le promesse sono promesse e vanno mantenute, ma ciò non vuol dire che non si possa trovare una soluzione giusta per ognuno, non vi pare?-
Entrambi annuirono, anche se Vick cominciava a capire dove il gran capo volesse arrivare.
-Capisco che ciò che sto per proporvi non rientra nelle normali regole del nostro quieto vivere, ma è pur vero che non posso lasciar soffrire qualcuno senza aver almeno tentato di trovare una soluzione.-
Vick era pronto ad interrompere il suo discorso, ma ancora una volta Nicholaus lo fermò con un semplice cenno della mano e continuò:
-E non vi ho mai messo nelle condizioni di non poter raggiungere le nostre mete, ed ho sempre mantenuto la parola data, perciò ora vi prego di ascoltarmi, per poi dirmi che ne pensate. Parlando con la ninfa Olyn, sono venuto a sapere che lei è innamorata di voi, Elky, perciò a questo punto desidero chiedervi se questo amore è da voi contraccambiato, o se è solo un suo sentimento.-
Il viso di Elky era luminoso ed attento ad ogni sua parola, perciò rispose immediatamente:
-Oh si, l’amo anch’io con un tenero e profondo sentimento.-
-E voi come lo definireste questo sentimento?-
-Lo chiamano amore, ma sarebbe più giusto chiamarlo “Follia della giovane età.”- aggiunse Vick.
-Non siate così severo, amico mio, poichè senza questo tipo di follia noi stessi non saremmo qui, e tutto ciò che stiamo facendo ora non avrebbe alcun significato. Potete immaginarvi un mondo senza i bambini? A che cosa servirebbe avere un S. Nicholaus, degli Gnomi e degli Elfi se poi non ci fossero dei bambini a cui portare dei doni? E non sono i bambini il frutto dell’amore?-
-Avete ragione, ma mi permetto di farvi pensare a come una relazione fra di loro in questo momento nuocerebbe al programma che abbiamo preparato per questo Natale.-
-Capisco le vostre osservazioni, ma pensate per davvero che potrei accettare una situzione simile senza aver valutato un’altra soluzione?-
-Qui voi siete il capo e noi vi ascolteremo, ma sappiate che se sbagliate non sarete il solo a soffrirne le conseguenze.-
-Oh sì, lo so molto bene, ecco perchè prima di decidere qualunque cosa ho pensato di venire a parlarvi e mettere in chiaro la posizione di ognuno. Lo so che per voi, anzianoVick, sarebbe più logico che io non permettessi ad Olyn ed Elky di volersi bene, ma questo onestamente mi sembrerebbe un abuso nei confronti del loro stesso libero arbitrio, di cui non voglio e non posso prendermi la responsabilità. E poi, onestamente, che figura faremmo di fronte al mondo se noi, che promulghiamo la bontà ,impedissimo il realizzarsi e l’adempiersi di un così importante sentimento?-
-Allora quale soluzione avete in mente?-
-E`un’idea suggeritami dal nostro ospite Hans.-
-Ma egli è soltanto un uomo e può sbagliare!- mormorò quasi sottovoce Vick.
-Si, tutti possono sbagliare, credetemi.-
-Si, è vero ma noi possiamo rimediare con un po’ di magia ….-
-Vick, state diventando troppo vecchio e certe cose le avete proprio dimenticate.-
-L’amore fa fare delle cose che non avreste mai fatto senza questo favoloso sentimento.-
-E allora che cosa propone questo nostro ospite?- chiese ansioso Elky.
-Propone di mettervi a lavorare insieme, dopo che ognuno di voi si sarà impegnato a svolgere il proprio compito rispettando i tempi di consegna. Quindi, vi chiedo di darmi la vostra parola d’onore che manterrete le promesse fatte davanti a me e davanti al capo degli anziani.-
-E` assurdo chiedere una cosa simile a due giovani innamorati- commentò Vick.
-No, non lo è – ribattè S.Nicholaus. La parola data deve essere un sacro impegno per ognuno di noi, nessuno escluso. Una persona vale tanto quanto è capace di mantenere fede alla parola data.
Nessuno è obbligato ad impegnarsi, ma se dà la sua parola, ebbene sarà meglio che la mantenga, perchè se non lo farà lo allontanerò da questo regno. Ed ora, pensateci bene prima di decidere, poichè gli Elfi e tutti gli altri saranno costretti ad abbandonarvi al vostro destino se sbaglierete.-
Il viso di Elky sprigionava serenità e sicurezza e così si espresse:
-Vi prometto che manterrò le promesse fatte e che assieme a Olyn lavoreremo con più entusiasmo per portare a termine i nostri rispettivi incarichi.-
-Fate attenzione Elky, perchè come ha detto Nicholaus, siamo uniti nell’offrirvi quest’opportunità, ma saremo altrettanto fermi ed uniti se non rispetterete le vostre promesse.-
-Non dubitate!-
In quel momento si sentì sbattere una delle finestre della casa ed il vento gelido della foresta fischiare fra gli alberi. Qualcuno era uscito dalla casa di soppiatto. Vick andò in cerca della finestra e trovatala la chiuse, non senza notare delle impronte sul davanzale. Dietro di lui c’era Taiatabari, lo gnomo fratello di Tacadiz, il quale gli disse:
-Vorrei proprio sapere di chi sono quelle impronte.-
-Anch’io, ma per il momento ritorniamo al nostro lavoro- e con un gesto della mano lo invitò ad andarsene. Taiatabari se ne andò ma si girò più volte cercando di capire che cosa nascondessero quelle impronte misteriose.
Vick aveva capito bene di chi erano quelle impronte, ma sapeva che Taiatabari era un chiacchierone ed avrebbe creato ulteriori problemi, e quella era l’ultima cosa di cui avevano bisogno in quel momento .
Elky chiese il permesso di andare a dare la buona notizia a Olyn e quindi, senza perdere ulteriore tempo, si recò sulla strada che portava al lago incantato perchè voleva incontrare Olyn e condividere con lei la buona notizia. S’imbattè in una volpe che stava cercando di nascondersi e di occultare qualche cosa che aveva in bocca pochi istanti prima.
Elky la salutò e le chiese:
-Posso aiutarti?-
-Oh no, no grazie!- e senza attendere ulteriori commenti accelerò l’andatura e scomparve in mezzo alla neve.

La Tragedia di Tacaboton
Un urlo acuto distrusse la precaria tranquillità nella grande casa dei giocattoli. La fata Tacaboton, con le mani fra i capelli, era seguita da uno stuolo di fatine che cercavano inutilmente di calmarla mentre lei continuava gridare.
-Oh. la mia povera Peetula, la mia povera Peetula- e mostrava le mani aperte con un po’ di piume della sua povera compagna.
Tacadiz la fermò e con piglio sicuro disse:
-Mostrami le prove di questa crudeltà- e la fata Tacaboton allargò le dita mostrando quelle poche misere piume, poi ribattè:
-E’ tutto ciò che mi rimane di lei- ed appoggiandosi alla spalla di Taiatabari si mise a piangere.
Naturalmente, le urla ed il pianto della fata Tacaboton scossero l’animo della piccola comunità e, com’era logico, tutti vennero a vedere che cos’era accaduto di così tremendo. Anche S.Nicholaus ed il signor Melchior si avvicinarono alla fata chiedendo che cosa le fosse accaduto, ma quando le furono accanto, lei non esitò a puntare il dito contro il signor Melchior ed esclamò:
-E` stato quel vostro malefico amico, quel gatto rosso. Si, è stato il gatto, ne sono sicura!-
Sorpresi per questa sua affermazione e reazione, sia S.Nicholaus che il signor Melchior si guardarono l’un l’altro come per chiedersi se ciò fosse stato possibile.
In quel preciso istante la fatina Lianas entrò portando la notizia che qualcuno aveva visitato la loro dispensa ed erano sparite alcune provviste.
Allora fu la volta di Taiatabari di protestare contro Momi e di accusarlo di essere una bestia infida e ladra. Gli fece coro Tacadiz, Tacaboton, e persino Taccagno. Tutti erano pronti a linciare il povero gatto dal pelo rosso. Gli Elfi presenti si limitarono a commentare fra di loro, scuotendo la testa in segno di sconcerto e meraviglia. Il signor Melchior si sentì chiamato in causa e cercò con lo sguardo il suo amico felino. La storia indispettì S.Nicholaus che intimò:
-Acquietatevi ! Prima di accusare qualcuno, vorrei che foste sicuri di ciò che state affermando.-
Ma la fata Tacaboton, con le lacrime agli occhi ed un gesto teatrale aggiunse:
-Non vi basta? E non è forse evidente che Peetula è stata vittima della ferocia di quella belva?-
-E ‘ vero, è tristemente vero!- ripeterono in coro e all’unisono Tacadiz, Taiatabari e Taccagno.
Intervenne l’anziano Vick che chiese se qualcuno avesse assistito all’accaduto, ma nessuno di loro in verità aveva visto o udito nulla e così il signor Melchior chiese:
-Qualcuno sa dirmi dove è finito Momi?-
-Lo sappiamo noi!- risposero ad una voce in fondo al salone le due renne, Rudy e Rendy, che erano appena entrate, avanzando lentamente verso il centro della sala. Quando furono davanti all’anziano Vick e S.Nicholaus s’inchinarono per il solito saluto e poi confermarono:
-Il gatto sta dormendo tranquillamente sulla poltrona di fronte al caminetto, nella stanza di S.Nicholaus.-
-Andiamo a prenderlo- disseroTaccagno, Tacadiz eTaiatabari- e diamogli la lezione che si merita!-
-Si, andiamo!- risposero tutti in coro e fecero per muoversi, ma la mano e la voce di S.Nicholaus fu ferma e decisa.
-Nessuno va da nessuna parte! Qui non ci comportiamo in tal modo!-
Non avevano mai sentito la voce di S.Nicholaus così decisa e ferma nei suoi propositi. Il suo stesso viso non ammetteva alcun dubbio o esitazione su ciò che aveva appena finito di dire.
-Sedetevi! Ho detto sedetevi!-
Tutti rimasero ammutoliti e sorpresi. La stessa fata Tacaboton si sedette senza dire una sola parola.
-Signor Melchior vi prego, andate a prendere Momi e portatelo qui, e poi ne parleremo. No, nessuno aggiunga altro, prima voglio sentire che cosa avrà da dire il gatto.-
Hans s’allontanò di fretta per andare a cercare il suo amico. Mentre stava uscendo incontrò Elky ed Olyn che, vedendolo turbato, gli chiesero che cosa gli fosse accaduto.
-Scusatemi Elky, ma non posso trattenermi con voi. Il mio amico Momi è nei guai, e sono tutti la` nel salone che ci stanno attendendo.-
-Come mai?- chiese Olyn.
-Credono che il mio amico abbia rubato dalla dispensa e che si sia mangiato la gazza.-
-Ma è ridicolo, non è assolutamente vero- ribadì l’Elfo biondo.
-Ah, se solo potessi dimostrarlo, sarei ben felice di prendere le difese di Momi.-
-Forse non voi Hans, ma di certo noi lo possiamo fare- rispose il giovane scambiando un sorriso d’intesa con Olyn.
-Si certo, e lo faremo molto volentieri- confermò Olyn.
-Vado a prendere il gatto prima che a qualcuno venga una brutta idea.-
-Andate pure, vi aspetteremo nel salone.-
Hans trovò il suo amico gatto che stava effettivamente dormendo in santa pace al calore del caminetto.
-Hei vagabondo,svegliati. Dove sei stato tutto questo tempo?-
Il gatto alzò un sopracciglio ed aprì un’occhio, si stiracchiò un po’, allungò le zampe anteriori e si girò sulla schiena, mostrando la pancia all’amico.
-Su, vieni con me, che sei nei guai…-
-Nei guai? Come sarebbe a dire?-
-Sarebbe a dire che hai scatenato la rivoluzione in questa casa.-
-E perchè?-
-E’ quello che si chiedono tutti.-
-Tutti chi?-
-Gli Gnomi, gli Elfi, le Fate e persino S.Nicholaus si è arrabbiato.-
-Non capisco il perchè- ripetè il gatto ormai sveglio.
-Dicono che ti sei mangiato la Gazza Peetula!-
-Ma va! E quando, di grazia?-
-Non fare lo spiritoso con me, tutti sanno che……..-
-Tutti sanno che cosa?- miagolò offeso il gatto.
-Su, vieni, sono nel salone che ci aspettano.-
Attraversarono le sale in silenzio, non una parola fra i due amici. Il gatto sembrava avere un diavolo per pelo. Il suo avanzare era in realtà un continuo brontolio dai toni cupi e minacciosi. Quando finalmente giunsero nel salone ci fu un brusio ed un borbottare di frasi minacciose fra gli Gnomi, gli Elfi, e le Fate. Li stavano attendendo per giudicarli senza alcuna pietà.
La prima a parlare fu la fata Tacaboton che, indicando il gattto, l’apostrofò con un grido:
-Assassino!!-
-Cacciamolo via!- gridarono gli Gnomi Taccagno, Tacadiz e Taiatabari.
-Silenzio!- sentenziò l’anziano Vick, lasciate che la legge faccia il suo corso- e poi rivolto a S.Nicholaus, inchinandosi in segno di rispetto, continuò:
-A voi la parola signore!-
Il Processo
Il gatto si guardò attorno e si appiattì, tirando indietro le orecchie, guardando con timore ogni essere di quel mondo poco amichevole nei suoi confronti, poi si avvicinò alle gambe di Hans in cerca di riparo, ma era pronto a difendersi da qualunque attacco.
Hans lo guardò ed ebbe un gesto di affetto nei suoi confronti; lo accarezzò e gli sussurrò:
-Non temere, nessuno ti toccherà.-
-Veniamo a noi dunque, signor gatto!- disse solennemente S.Nicholaus.
-Vi prego – rispose educatamente Momi.
-Si dice che tu abbia fatto fare una brutta fine alla gazza Peetula.-
-In verità signore, me la sarei gustata per benino, se non fosse stato per il rispetto che porto a voi ed al mio amico Hans, ma non ho avuto questo piacere.-
-E’ un bugiardo, è un assassino!- ribatterono gli Gnomi assieme alla fata Tacaboton.
-E che ci puoi dire delle cose che mancano nella nostra dispensa?- chiese la fata Lianas.
-Non molto in verità. Ho dormito e non ne so nulla.-
-E` un bugiardo!- grido’ Taiatabari.
-E` un ladro!- aggiunsero Tacadiz e Taccagno.
-Se ci permettete, vorremmo dire anche noi qualcosa su questa storia- intervenne Elky.
-Parlate pure- disse S.Nicholaus.
-Quando voi mi avete concesso di avere al mio fianco la ninfa Olyn…- un mormorio di sorpresa si levò dal gruppo dei presenti, -mi sono recato al lago per poter condividere con lei questa bella notizia. Uscendo ho incontrato una volpe che nascondeva fra le sue zampe qualche cosa, purtroppo non so dirvi se quella fosse la Gazza, ma posso dirvi che ha fatto di tutto per scomparire quanto prima.-
A quel punto un brusio fra i presenti fece capire ad Hans che le cose stavano migliorando per il suo amico a quattro zampe. Anche l’anziano Vick si decise a parlare ed affermò:
-Ed io posso confermare che le impronte che si sono trovate sulla finestra aperta non erano quelle di un gatto.-
Un coro di “Ohh!” fu il commento dei presenti.
-Ma allora, se non è stato il gatto a lasciare le impronte ,vuol dire che non è lui il colpevole-sentenziò il signor Melchior.
-E`la volpe! E` la volpe!!- gridarono all’unisono Tacadiz, Taccagno, e Taiatabari. A quel punto un coro di proteste investì i malcapitati Gnomi.
-Basta, finitela! Siete dei volta gabbana, delle banderuole al vento!- zittirono gli Elfi.
-Siete dei traditori!- aggiunse la fata Tacaboton.
-Voi non pensate più alla mia povera Peetula- e continuò a disperarsi. -Si, povera gazza…-
Intervenne S.Nicholaus che disse:
-A questo punto credo che noi tutti dobbiamo delle scuse al gatto Momi, l’amico del signor Melchior, e a lui medesimo per le ingiuste accuse di cui sono stati fatti oggetto.-
Un applauso di approvazione sancì la pace fra i diversi gruppi ed il signor Hans con il suo compagno a quattro zampe.
Tuttavia, il mistero della scomparsa della gazza teneva ancora con il fiato sospeso sia la comunità che la povera fata Tacaboton. Ci pensò la fata Lianas a sbrogliare la matassa del mistero, che chiese:
-Qualcuno ha visto lo gnomo Krono?-
-No- risposero in coro i presenti.
-Forse allora ho un’idea.- continuò la fatina.
Si avvicinò a S.Nicholaus e sottovoce disse:
-Credo di sapere dove possiamo cercare la gazza.-
Caccia alla Gazza
-Non tenerci sulle spine, tutti vogliono sapere dove si trovi la gazza e soprattutto se sia viva!-
A queste parole Tacaboton ricominciò il suo lamento: -La mia povera Peetula ….-
Olyn si avvicinò a Tacaboton e l’abbracciò in segno di partecipazione e sostegno. Momi commentò fra s sé e sé: -Quante storie per uno stupido pennuto!- Hans lo guardò ed indovinando i suoi pensieri gli fece cenno con un dito sulle labbra di non proferir parola. Avevano avuto già troppi problemi a causa della poca simpatia fra la gazza ed il suo amico, perciò non desiderava averne altri.
Elky si ricordò di aver incontrato lo gnomo Krono prima che lui e l’anziano Vick si mettessero a parlare. Infatti, lo aveva visto aggirarsi nella sezione fiocchi in cerca di qualche cosa, ma non aveva notato nulla di particolare, anzi lo aveva salutato tutto contento.
Fu quest’ultima osservazione che fece scattare l’idea a S.Nicholaus.
-Hai detto che era tutto contento?-
-Si, ho detto questo- ripetè l’Elfo biondo.
-Beh, allora è certo che Krono ha messo in pratica uno dei suoi scherzi.-
-Ossia?- chiese Tacaboton.
-Sono quasi certo che qui ci sia lo zampino dello gnomo Krono.-
-Perciò, se è come voi dite che l’ultima volta che lo avete visto egli era nel reparto fiocchi, mi pare quasi logico collegare l’idea dei focchi ai pacchi e poi..alla spedizione. Allora andiamo alla sezione spedizioni, e controlliamo i pacchi!-
Tutti i presenti nel salone stavano per muoversi, quando il signor Melchior intervenne dicendo:
-Così non la troveremo mai, siamo in tropppi, è meglio che ci vadano solo alcune persone. Anzi, avrei un’idea migliore: sarebbe meglio mandare chi può trovarla con il fiuto. La troverebbe prima, senza distruggere tutto il lavoro fatto finora.-
-Avete ragione!- confermò l’anziano Vick.
-Sono perfettamente d’accordo- concordò Nicholaus .
Venne deciso che le renne Rudy e Rendy, assieme al gatto Momi, sarebbero andate a controllare tutti i pacchi e che avrebbero aperto soltanto i pacchi sospetti. Momi non aveva tutta questa voglia di mettersi alla ricerca del fastidioso pennuto ma per amor di pace, e soprattutto per l’amicizia che aveva con Hans, accettò di buon grado di unirsi a quella spedizione di salvataggio.
Quando le renne si trovarono assieme al gatto, molto amichevolmente cercarono di spiegare come avrebbero potuto procedere nella ricerca. Momi non riusciva a capire il motivo delle loro perplessità, ma quando furono entrati nel piano dove c’erano i saloni con i pacchi, con un colpo d’occhio si rese conto di che cosa stessero parlando. C’erano milioni di pacchi! Saloni e saloni stracolmi di bellissimi doni, tutti incartati ed infiocchettati ad arte. Ognuno di loro aveva il nome e l’indirizzo del destinatario. Al gatto venne di pensare che quella era stata un’altra cattiveria di qualche Gnomo e per lui quella era una punizione in più, ma dietro a lui vennero Hans, l’Elfo Elky, e S.Nicholaus che si organizzarono e si divisero i compiti. Ognuno doveva controllare una zona specifica. A Momi toccò la parte più alta, poichè con la sua agilità poteva saltare facilmente da una scatola all’altra. Le renne Rudy e Rendy iniziarono dai corridoi più lontani, l’Elfo e Hans da quelli medi, e S.Nicholaus decise che avrebbe supervisionato il tutto. La ricerca ebbe inizio immediatamente. Mentre gli uomini prendevano in mano i pacchi per controllarli, le renne e Momi passavano vicino ad essi soltanto annusandoli, e così la ricerca poteva essere veloce e spedita. Nel frattempo Olyn e Tacaboton stavano parlando con Lianas; l’una dava coraggio all’altra e l’altra dava il meglio di sé per farsi compatire. E la storia si ripetè con il ritmo naturale che intercorre abitualmente fra delle amiche di vecchia data.
Comunque, la caccia al tesoro ebbe inizio, e la ricerca della povera gazza divenne una sfida con il tempo, poichè se fosse stato vero che lei era stata messa in uno di quei pacchi, avrebbe potuto morire soffocata. Migliaia di pacchi furono visionati, toccati, scossi ed annusati. Rudy e Rendy erano velocissime, persino Momi accelerò la sua ricerca, mentre Hans ed Elky iniziavano a guardare fra gli ultimi pacchi che erano stati preparati. Un rumore simile ad un ticchettio usciva da uno degli ultimi piccoli pacchi ed il giovane Elky invitò i presenti a fermarsi per poter individuare meglio la direzione. Momi, il gatto rosso, si spostò senza far rumore, si avvicinò, puntò le sue vibrisse e direzionò il musetto verso un pacco confezionato con una bella carta rossa dorata. Vi si avvicinò, lo annusò, e con un deciso miagolio indicò in quel pacco il luogo dove avrebbe potuto trovarsi la povera gazza. S.Nicholaus venne immediatamente e decise di aprire il pacco senza aspettare oltre. Due, tre gesti ed il pacco fu liberato dalla carta dorata e dal fiocco. Tolto il coperchio si scoprì che il ticchettio non era dovuto alla presenza della gazza ma di un cucù funzionante. La delusione si lesse sulla faccia di tutti i presenti e senza dire una parola di più ognuno riprese a cercare fra gli altri pacchi la creatura pennuta. A quel punto la delusione e la preoccupazione di non trovarla più in vita si diffuse fra i ricercatori. Lo stesso Nicholaus sembrava arrendersi all’evidenza dei fatti. Chi invece era diventato più attento ed insistente era Momi, che ancora una volta miagolò con una voce chiara e sicura anzi, per attrarre l’attenzione, corse da Hans e gli disse:
-L’ho trovata, vieni!-
Tutti circondarono il pacco blu. Elky notò che la scatola aveva dei fori, perciò la gazza doveva essere viva e nascosta proprio là dentro. Rendy la toccò con il muso, Hans aiutò S.Nicholaus ad aprire la scatola e quando ciò avvenne la gazza alzò la testa guardando stupita le facce di coloro che l’avevano liberata.
-Che scherzi stupidi sono questi?- chiese tutta arrabbiata.
Naturalmente la loro reazione fu tutt’altra cosa e tutti si misero a ridere. Poi S.Nicholaus le chiese seriamente come stesse e come fosse finita in quella scatola. Ma la gazza non aveva visto il suo assalitore, poichè qualcuno le aveva coperto il capo con un tovagliolo e poi si era ritrovata al buio. S.Nicholaus non le chiese altro. Si complimentò con lei per lo scampato pericolo ed invitando i presenti a ritornare nel salone fece segno con l’indice sulle labbra, come per invitare al silenzio sull’accaduto. Tutti se ne ritornarono nel salone e l’arrivo di Peetula fu salutato da un lungo applauso. La fata Tacaboton e le sue amiche, la ninfa Olyn e la Fata Lianas, le corsero incontro per darle il benvenuto, ma la cosa spaventò la Gazza la quale volò in alto su di un armadio, guardando giù verso le donne mentre il cuore le pulsava a mille battiti al minuto.
-Mia cara, carissima Peetula… vieni dalla tua mamma- le disse piena di entusiasmo ed affetto la fata Tacaboton.
Ma la gazza era troppo spaventata da tutta quella storia e non si fidava più di nessuno. Fu allora che Nicholaus usò ancora una volta uno dei suoi poteri magici per poter calmare gli animi di tutti e specialmente quello della gazza dicendo:
-Ecco, venite, troverete serenità e pace- ed ognuno ritrovò ancora una volta il suo equilibrio, la sua serenità, e la sua pace.
Un Po’ di Tranquillità
Dopo i primi giorni così movimentati nel regno di S. Nicholaus, i nostri amici Hans e Momi cominciarono a familiarizzarsi con quel nuovo mondo, diventando sempre meno estranei e sempre più amici degli Gnomi e degli Elfi. Ma più il tempo passava e più si faceva prossima la decisione che S. Nicholaus avrebbe dovuto prendere, una decisione difficile e molto importante per tutti. Se Hans fosse rimasto, egli avrebbe dovuto dargli degli incarichi con delle responsabilità. C’era bisogno di qualcuno che portasse con sé delle nuove idee ed un nuovo entusiasmo, ma era pur vero che la presenza di un gatto non era stata prevista, e soprattutto di un gatto che aveva ben chiaro l’istinto della caccia e della sopravvivenza. Con questo nessuno voleva colpevolizzare il nostro povero Momi, ma era un dato di fatto che ogni qual volta la gazza o qualche altro animale facente parte del suo naturale menù gli passava accanto, la tentazione per lui diventava sempre più forte, ed ogni tanto qualche zampata furtiva il nostro amico a quattro zampe se la lasciava scappare, e per il povero Hans la storia si stava complicando poichè veniva continuamente stressato dalle richieste d’intervento, quale amico del felino vivace. La fata Tacaboton, in questo suo cercare di difendere la sua amica gazza, era diventata un incubo, una vera persecuzione, una lamentela continua e come se non bastasse ecco che veniva incoraggiata e sostenuta dagli Gnomi Tacadiz, Taiatabari e Taccagno. Ma poi, per fortuna, a rendere la vita un po’ piu piacevole in quel mondo c’erano gli Elfi, S.Nicholaus ,e la dolce Olyn che riusciva a trovare sempre una parola di conforto per tutti. Anche la fatina della foresta incantata si dimostrò una vera amica per Hans e Momi. Infatti, grazie a lei, le creature circostanti che attorniavano la grande casa diventarono una fonte di suggerimenti e di doni naturali. Ogni albero, ogni cespuglio e pianta divennero una fonte di conoscenza e di crescita individuale. Persino Momi, che per istinto conosceva qual’erba fosse utile per il suo sistema digestivo, accettò i consigli di Lianas, e fu sorpreso nello scoprire quanti aromi piacevoli si potessero nascondere in quello che lui chiamava “il regno dei ruminanti.”
In quei giorni Elky portò Hans in tutti i reparti dove si preparavano i doni natalizi e, seguendo delle precise direttive, chiese ad Hans di esprimere le sue opinioni e le sue eventuali preferenze ed Hans si pronunciò in favore del reparto della progettazione, facendo quindi delle scelte indirette che furono valutate da S.Nicholaus e dal suo staff di anziani.
I giorni passarono lenti e tranquilli ed Hans si stava pian piano inserendo nel gruppo degli Elfi ed in quello degli Gnomi, mentre Olyn stava diventando di fatto un’amica inseparabile delle Fate ed un’ottima assistente per il giovane Elky. Persino Momi sembrava aver trovato un suo peronale equilibrio.
La Volpe
Chi non aveva trovato il suo abituale quieto vivere era l’anziano Vick, che dopo la brutta storia capitata alla Gazza non aveva smesso di cercare l’ospite inatteso e di certo non aveva dimenticato la sua visita in dispensa. Si ricordava che il giovane Elfo aveva parlato di una volpe e la cosa lo incuriosiva talmente che per lui era diventato un chiodo fisso. Infatti, ora lo si poteva incontrare nei luoghi più curiosi intento a guardare, a cercare, e curiosare per poter trovare una traccia
dell’intrusa. Ormai per lui era diventato una specie di gioco mentre per gli altri ospiti era soltanto una mania in più, tipica del suo carattere. Chi lo prendeva in giro era Krono, lo gnomo, che quando lo incontrava andava a stuzzicarlo e persino a spaventarlo, arrivandogli alle spalle, per poi fargli esplodere i sacchetti di carta pieni d’aria. Di solito la scena finiva sempre allo stesso modo: Krono arrivava vicino a Vick con cautela, soffiava nel sacchetto di carta, e poi dava un gran colpo con le mani e mentre il botto spaventava Vick, egli scappava per non essere vittima dell’ira dell’anziano degli Elfi.
Un giorno, mentre Krono stava appostandosi dietro ad un angolo per sorprendere ancora una volta il povero Elfo, qualcosa lo sfiorò. Egli passò velocemente davanti, urtando nella fretta un vaso di miele che era stato posto su di uno scaffale. Improvvisamente il vaso cadde sulla testa del malcapitato Gnomo, mentre entrava colui che avrebbe dovuto essere la vittima designata del suo abituale scherzo.
-Accidenti! E chi è stato a ridurti così?- chiese incuriosito e divertito l’anziano Vick.
Lo sfortunato Gnomo, coperto di vetri e miele, era così furibondo che per tutta risposta emise una specie di grugnito che scandalizzò la Fata Tacaboton. Eh si, la Fata stava entrando nella sala nel momento più tragicomico della vita dello Gnomo ed era accompagnata dal solito stuolo di amiche petulanti che, alla vista dello sventurato Gnomo, si misero a ridere.
– E chi è mai questo essere appiccicoso?- chiese la fata schizzignosamente.
-E`lo gnomo Krono- precisò divertito l’anziano Vick aprendo la porta della dispensa, e quello fu il segnale dell’inizio di una catastrofe annunciata. Piatti e bicchieri scivolarono sotto le gambe impaurite di una volpe, colta nell’atto di fuggire per evitare di essere catturata con la bocca piena. Il rumore ed il caos più totale invase la dispensa ed i testimoni occasionali. A quel punto la volpe, di un bel colore argenteo, si dileguò zigzagando fra le gambe degli Gnomi e delle Fate.
Le loro esclamazioni ed urla attirarono l’attenzione degli altri.
-Ma che diavolo state facendo?- chiese incuriosito Tacadiz.
-Prendila!! Prendila!!- esclamò Taiatabari,vedendo la volpe sfuggirgli dalle mani.
– E` troppo tardi!- commentò con un certo sorriso sulle labbra Olyn, mentre vedeva Taccagno finire con la faccia su un saccodi patate.
In pochi secondi la volpe argentata aveva seminato il caos e la confusione in tutta la zona della dispensa e della cucina. L’animale era sparito in un batti baleno, ma era chiaro che doveva essere ancora nella casa, poichè le finestre e le porte erano state chiuse nel momento stesso in cui gli altri Gnomi cominciavano a dare la caccia alla povera bestia.
La ricerca dell’intrusa continuò come se fosse stata una vera battuta di caccia. Tutti gli Gnomi si erano messi agli ordini di Taitabari. Per gli Elfi quello sembrava un gioco crudele e perciò non vollero parteciparvi, e soprattutto non volevano mettersi agli ordini di uno Gnomo sprovveduto di cui non apprezzavano il modo di agire.
La ricerca della volpe proseguì senza successo per alcune ore, ma quando fu 1’ora della cena ognuno ritornò a pensare a sé stesso, abbandonando senza rimpianto le ricerche del povero animale e dedicando tutte le attenzioni a soddisfare il proprio appetito.
A questo punto è lecito chiedersi che fine avesse fatto la volpe. Dopo il suo scatto iniziale, avendo evitato di rimanere schiacciata dai piedi dell’anziano Vick ed essere scivolata fra i piatti ed i bicchieri, era riuscita ad intrufolarsi fra le gambe degli Gnomi e quindi nascondersi fra il muro e i tendaggi della sala. In quel trambusto e quella confusione qualcuno aveva atteso troppo tempo per richiudere la porta e naturalmente la volpe non aspettò due volte per scomparire nei corridoi della casa. S’infilò, veloce come un lampo, nella prima stanza la cui porta trovò socchiusa. La stanza era grande, ammobiliata con sobrietà ed era nella penombra, illuminata solo da un monumentale caminetto acceso davanti al quale c’era un’enorme e comoda poltrona. La stanza sembrava apparentemente vuota, insomma un perfetto nascondiglio per chi in quel momento aveva il cuore in gola e temeva per la sua stessa vita.
L’Incontro
La volpe si avvicinò con cautela al caminetto, guardando attentamente che non ci fosse nessun Gnomo o Elfo, e quando si sentì un po’ piu’ sicura si accovacciò sotto la poltrona e sospiro’ dicendo:
-Meno male, anche per questa volta l’ho scampata bella!-
-Dici?-
-Chi ha parlato?! Chi ha parlato?!- chiese spaventata la volpe.
-Sono Momi, il gatto rosso, l’amico di Hans.-
-Un gatto?-
-Si, sono un gatto!-
-E come mai sei qui?-
-Come sarebbe a dire come mai! E perchè la cosa ti sorprende tanto?-
-Perchè non ho mai visto un gatto.-
-Ah no?-
-No davvero! Tu sei il primo gatto che sento, e che non vedo, ma dove sei? Dove ti sei nascosto?-
-No, non sono nascosto, sono qui.-
-Ma non ti vedo.-
-Allora prova a guardare in su, sono qui sulla poltrona.-
La volpe girò il muso verso la poltrona e vide il gatto rosso che la stava comodamente osservando.
-Ma tu hai la pelliccia!- osservò la volpe sorpresa.
-Ma sai che bella scoperta che fai, certo che ho la pelliccia, e l’ho sempre avuta. Tutti i gatti
hanno la pelliccia; forse non è così bella come la vostra, ma almeno nessuno ci da` la caccia per torgliercela.-
-Già, voi siete fortunati.-
-Fortunati? No, la nostra non è stata una questione di fortuna…-
-Ah no?-
-Il nostro è stato soprattutto un rapporto di diplomazia, di astuzia, e fiducia fra noi gatti e gli uomini. E tu sai come sono suscettibili gli uomini e come cambino spesso le loro idee.-
-Si certo, hai proprio ragione, con loro non si sa mai come comportarsi, o che cosa passi nella loro strana mente.-
– Ma dimmi volpe, come mai sei entrata nella stanza di S.Nicholaus?-
-Perchè c’era un’orda di Gnomi che mi stava dando la caccia.-
-La caccia? E perchè mai?-
-Mi hanno trovata che stavo rovistando nella dispensa.-
-Scusa, ma che cosa intendi per rovistare?-
-Insomma, stavo cercando del cibo.-
-Vuoi dire che stavi cercando di rubarlo?!-
-Insomma, il cibo io devo procurarmelo, questi Gnomi e gli Elfi pensano soltanto per il loro stomaco.-
-Vedi, vedi la grande differenza che c’è fra di noi, noi che siamo i gatti e voi le volpi?-
-Si, certo che lo vedo, noi siamo molto più astute di voi gatti.-
-Tu dici? Se fosse così come tu stai dicendo beh, allora dovresti spiegarmi come mai l’uomo a voi dà la caccia, mentre a noi ci coccola e ci porta persino del cibo?-
-Tu stai facendo troppo lo spiritoso, gatto.-
-Calmati, calmati mia bella e furba volpe, ed ora come pensi di uscire da qui?-
-Non lo so, ma troverò la maniera per farlo….-
-Forse io avrei una buona idea.-
-Davvero?-
-Penso proprio di si.-
-E quale sarebbe la tua grande idea?-
-Potrei parlarne con il mio amico Hans.-
– E chi è Hans?-
– Un amico, ed è un uomo.-
-Ma sei matto? Un uomo? Tu vuoi farmi ammazzare?!-
-No, lui non farà niente di tutto questo, abbi fiducia. Egli è amico mio e lui ci potrà aiutare.-
-Ma sei proprio sicuro? Non è che stai cercando di mettermi nei guai?-
-Abbi fiducia, non ti metterò in nessun guaio, di Hans posso fidarmi.-
-Spero che il tuo non sia un tranello, una trappola , o peggio un tradimento.-
-Uauh!! Che paroloni che stai usando, trappola, tranello, inganno evviva la fiducia!-
-Non l’ho inventato io il detto: “Fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio!”-
-Bene amica mia, se tu hai qualche altra via d’uscita allora ti prego di usarla; è il momento di vedere quanto tu sia astuta e come tu possa cavartela da sola…..-
-E va bene, scusami, proverò a fidarmi di te e di questo uomo, come hai detto che si chiama?-
-Si chiama Hans, e grazie tante per l’onore concessomi, signora volpe.-
-Ma dov’è ora?-
-Non lo so, lo devo cercare.Tu rimani qui e non uscire da questa stanza per nesssun motivo.-
-Ti prego Momi, ti scongiuro di non scherzare, ci va di mezzo la mia vita.-
-Sono un gatto che sa mantenere le promesse fatte!-
-Lo spero proprio.-
A quel punto il gatto saltò giù dalla poltrona e se ne usci` dalla stanza per andare alla ricerca del suo amico, mentre la volpe decise di nascondersi in un luogo più buio della stanza ed in cuor suo sperò che quel gatto non si fosse preso gioco di lei. Per sentirsi un po’ più protetta si nascose sotto il letto di S.Nicholaus.
Intanto nella grande casa in mezzo alla foresta ognuno continuava a lavorare disegnando, tagliando, dipingendo, montando, e costruendo i giocattoli che poi sarebbero stati impacchettati, infiochettati, ed etichettati e quindi caricati sulla grande slitta di S.Nicholaus.
La Richiesta d’Aiuto
Momi trovò Hans che stava parlando con un Elfo e quando lo vide nel corridoio del secondo piano della grande casa gli andò incontro:
-Ciao Hans!- disse strofinandosi contro le gambe dell’amico.
-Ehi, ciao bello, dove eri sparito?- chiese con curiosità il signor Melchior.
-Ero a riposarmi un po’ davanti al caminetto di S.Nicholaus.-
-Eh, voi gatti ve la prendete sempre comoda, beati voi!-
-Non mi pare che qui qualcuno ti abbia messo fretta per fare questo o quello.-
-E` vero, ma se vuoi essere d’aiuto alla comunità devi darti da fare, altrimenti mi sentirei un peso e non credo che questo aiuterebbe qualcuno, di certo non tutti quei bambini che stanno aspettando i doni da S.Nicholaus.
-Hai ragione amico mio, ma non sono venuto qui per distrarti dalle tue buone intenzioni, bensì a chiederti aiuto, aiuto per un’amica.-
-Un’amica? E da quando tu hai un’amica?-
-Non da molto, ma comunque abbiamo bisogno del tuo aiuto.-
-Bene, possiamo parlrne più tardi?-
-No, in verità avrei un po’ di fretta.-
-Come sarebbe a dire che hai un po’ di fretta? E perchè mai?-
-Perchè questa mia amica è in grave pericolo.-
-In grave pericolo? E chi sarebbe questa tua nuova conoscenza che ti mette fretta e che dice di essere in grave pericolo?-
-Beh, lei non ha detto di essere in grave pericolo, ma in verità lo è.-
-Fammi capire, chi è che sta mettendo in pericolo la tua amica?-
-Sono gli Gnomi.-
-E come mai?-
-Perchè lei è una volpe, e l’hanno pescata a rovistare nella dispensa.-
-Ah capisco, quindi è lei quella che ti ha messo nei guai a causa della Gazza e poi è sempre lei quella che rubava il cibo dalla dispensa e quindi…-
-E quindi le stanno dando la caccia per farle la festa.-
-Non credo che qui gli Gnomi siano cosi tremendi da uccidere una povera volpe. No, non ci credo!-
-Forse tu non ci credi, ma nel frattempo lei si nasconde ed è terrorizzata.-
-Va bene, va bene, fammi vedere che cosa possiamo fare, e con chi possiamo parlarne senza creare ulteriori problemi.-
-Con chi pensi di poter parlare?-
Potrei parlarne con l’Anziano Vick, o con Lianas, oppure con la fata Tacaboton, tu che ne pensi?-
-Che se vuoi vendere la pelliccia di una volpe argentata e vederla sul collo di una di queste persone allora hai scelto la strada più veloce per farlo.-
-Ehhh.? Stai forse cercando di dirmi che non hai fiducia in nessuno di loro?-
-Mi stupisco sempre di come tu sia così perspicace e lungimirante.-
-Ed io di come tu sappia usare le parole sino ad ottenere ciò che credi sia meglio per te.-
-Su, Hans, per favore aiutaci, ho dato la mia parola che tu avresti cercato di aiutarla ad uscire da questo guaio.-
-Ti ringrazio per la fiducia che mi dimostri, ma ti pregherei per la prossima volta di parlarne con me prima di dare la tua parola.-
-Hai ragione Hans, ma questo è un caso estremo e non potevo di certo comportarmi in modo diverso.-
-Hai qualche idea migliore?-
-Si, che c’è l’ho.-
-E qual’è?-
-Parla direttamente con S.Nicholaus.-
-Ma pensi che sia giusto distrarlo proprio ora dai suoi impegni per una cosa di così poco conto?-
-Per la volpe non è certo una cosa di poco conto.-
-E’ vero, per lei è molto importante. Allora proviamo ad andare a parlare con S.Nicholaus.-
Lo trovarono che stava parlando con alcune fatine che lavoravano nella sezione dove si confezionavano i pacchi più belli. Era intento a scegliere i colori delle carte.
-Eccovi qua! E qual buon vento vi porta da queste parti?- chiese S.Nicholaus.
-Abbiamo bisogno del vostro aiuto, S.Nicholaus.- rispose Hans guardando l’espressione di Momi come per cercare una conferma.
-Si, abbiamo bisogno del vostro aiuto, vostra Santità- confermò tutto ossequioso il gatto.
-Non chiamarrni Vostra Santità, Momi. Non è un titolo che mi aspetta, e poi puzza tanto di bruciato.-
-Ossia?- chiese Hans.
-Sono certo che volete qualche cosa in cambio.-
-Beh, avete capito velocemente.-
-Che cosa avrei dovuto capire?-
-Che abbiamo bisogno di aiuto.-
-E come mai?- indagò incuriosito il sant’uomo.
-Perchè c’è qualcuno qui in questa casa che è in pericolo.-
-In pericolo? E chi sarebbe questo qualcuno?-
-Una volpe.-
-Una volpe?!- ripetè un po’ divertito S.Nicholaus.
-Perchè la cosa vi fa sorridere?- chiese Hans che aveva notato l’espressione del santo.
-Perchè sto pensando che sia la stessa volpe che rubava nella dispensa della Fatina Lianas e a cui gli altri Gnomi stavano dando la caccia.-
-Si, credo che sia la stessa- aggiunse un po’ sconsolato il signor Melchior.
-Bene, e allora? Che volete farne?- chiese il gatto rosso muovendo la coda a scatti come per voler dire che era diventato impaziente di sentire la sua idea.
S. Nicholaus guardò il viso di Hans facendogli capire che stava scherzando e poi, rivolto verso Momi, aggiunse molto seriamente:
-Potremmo dire alla Fatina Lianas che ci prepari un buon sughetto a base di Volpe.-
-Che cosa?!!- protestò immediatamente scandalizzato Momi.
-E voi, voi sareste l’anima buona e l’anima generosa, il santo che fa felici tutti i bambini?-
-Ma vedi Momi, S.Nicholaus è chiamato a far felici i bambini e non le volpi che rubano dalla sua dispensa- disse Hans, rincarando la dose dello scherzo.
-E già- commentò via via più seriamente il Santo.
La cosa non piaque a Momi che non capì lo scherzo e si arrabbiò e protestò immediatamente dicendo:
-Aveva ragione la volpe argentata a non fidarsi di voi!-
-Ma aspetta, aspetta, tu non ci avevi detto che stavamo parlando di una volpe argentata.-
-Beh, allora la storia è tutta diversa- soggiunse Hans.
-Infatti, potremmo usarla come pelliccia per il nostro grande mantello…e…-
-E finalmente si potrebbe vedere su di voi tutta la vostra crudeltà!!- commentò sibillino il gatto che si girò pronto per andarsene, tutto arrabbiato ed offeso, ma S.Nicholaus lo fermò e gli disse:
-Ehi Momi, vieni qui, stavamo scherzando! Credimi, stavamo solamente cercando di scherzare un po’ con te.-
-E’ vero, amico mio- confermò Hans a sua volta, sorridendo.
Il gatto li guardò in faccia entrambi e vedendoli sorridere si convinse che lo stavano prendendo in giro. Perciò senza perdere altro tempo, cambiando espressione esclamò
-Allora posso andare a darle la buona notizia?-
-Si certo, anzi no, aspetta un momento- aggiunse S. Nicholaus.
-Prima che tu vada da lei dovremmo trovare una soluzione per far uscire la volpe dalla casa senza farla rincorrere dagli Gnomi.-
-E’ vero, non ci avevo pensato- commentò il gatto.
-Dov’è la volpe?-
-In camera sua.-
-La volpe ha una camera?-
-Ma no, che ha capito, la volpe è nella sua camera.-
-Appunto!?-
-Lei mi confonde, e mi fa dire ciò che non voglio dire, la volpe è in camera da letto.-
-Meglio ancora!-
-Insomma è nella camera di S.Nicholaus.-
-E come vi è entrata?-
-Ha trovato la porta socchiusa e vi è entrata, sfuggendo agli Gnomi.-
-Allora basterebbe aprirle la finestra, e come è venuta così se ne potrebbe andare- sugerì Hans.
-Si, questo è vero, ma prima vorrei poterle parlare, affinchè ci si possa accordare sul fatto che lei non può venire qui a rubare il nostro cibo dalla dispensa e poi essere graziata ogni volta che va a piangere da qualche nostro ospite.-
-Perchè, lo ha già fatto?- chiese Momi incuriosito.
-Oh si, e più di una volta- confermò S.Nicholaus.
-Allora è vero che fa la furba!- commentò il gatto rosso.
-Beh, che cosa si può pretendere da una volpe?-
-Anche lei deve pur sopravvivere- affermò il gatto.
-Si, può farlo, ma non prendendoci per il naso ogni volta- concluse S.Nicholaus.
-Ben detto!- esclamò il signor Melchior.
Patti Chiari, Amicizia Lunga
Quando entrarono nella stanza di S.Nicholaus essa sembrava vuota, ma il gatto, essendo più piccolo degli uomini, vide la volpe argentata che si nascondeva sotto il letto e perciò la invitò ad uscire.
-Ehi amica, vieni fuori dal tuo nascondiglio.-
– No, non vengo, ci sono troppi piedi davanti al caminetto, di chi sono quei quattro piedi?-
-Sono del mio amico Hans e di S.Nicholaus.-
-Non mi fido!-
-Bell’amica che ti sei trovato, non ha neppure fiducia in te- commentò Hans.
-Devi capirla, c’è sempre qualcuno che tenta di prenderla e quindi farle del male.-
A quel punto S. Nicholaus disse:
-E ‘ giusto lasciarla in pace e se non vuole uscire che rimanga lì, tanto ora verranno gli Gnomi a fare le pulizie e quindi è assolutamente inutile infastidirla o spaventarla.-
Udite queste ultime parole la volpe mise immediatamente la testa fuori dal suo nascondiglio e, guardandosi attorno, chiese:
-Voi state scherzando non è vero?-
-No, perchè dovrei farlo?-
-Perchè voi sapete che gli Gnomi mi darebbero la caccia.-
-Certo che lo so, ma devi spiegarmi come possiamo soccorrerti se ti nascondi e non vuoi essere
aiutata, neppure da chi viene da te con le miglioi intenzioni.
A quel punto la volpe si girò verso Momi, e guardando con timore il secondo uomo, disse:
-E lui chi è?-
-Te l’ho detto prima chi è lui- rispose il gatto- Lui è Hans, il mio amico, è quello che è andato a perorare la tua causa.-
-Insomma siete qui per aiutarmi?-
-Ma certo che siamo qui per aiutarti- disse Hans che capiva il timore della volpe.
-Però ti aiuteremo solo ad una precisa condizione – agiunse S.Nicholaus.
-E quale sarebbe?-
-Devi prometterci che non ruberai più dalla nostra dispensa.-
La volpe era pronta a mentire spudoratamente pur di levarsi da quella difficile situazione e stava per dare la sua risposta quando il gatto rosso ebbe un’ idea.
-Scusatemi se m’intrometto nel vostro dialogo, ma avrei una proposta: per esperienza personale so che certe promesse non si possono mantenere quando lo stomaco è vuoto, perciò suggerirei di trovare un’altra soluzione forse un po’ più impegnativa, ma allo stesso tempo più pratica.-
-Parla pure- incalzò S.Nicholaus.
-Dato che qui mangiano regolarmente tante creature e le più strane, perchè non ne aggiungete una?-
S.Nicholaus si mise a sorridere e lo stesso fece Hans, che disse:
-E` un’idea semplice ma efficace!-
Il gatto si mise al fianco della volpe e le chiese:
-E a te che te ne pare?-
-Sarebbe troppo bello- rispose sottovoce la volpe.
-L’idea è buona- continuo` S.Nicholaus, -ma dobbiamo essere sicuri che ognuno di noi rispetterà i patti. Per prima cosa credo che la volpe si sentirebbe più tranquilla se il cibo le fosse lasciato all’esterno della casa, in modo tale che lei possa venire indisturbata senza incappare nella presenza non troppo sicura degli Gnomi, e poi bisognerebbe che la volpe mantenesse la sua parola e quindi non toccasse la nostra dispensa. Se non lo farà non avrà più alcun aiuto da parte mia.-
Hans si avvicinò alIa volpe, che nel frattempo era uscita da sotto il letto, e fece per accarezzarla, ma lei si ritirò immediatamente con timore.
-Su, abbi fede almeno in chi ti sta aiutando- miagolò Momi.
La volpe abbassò le orecchie ed il ventre per il timore ma si lasciò accarezzare da Hans, che tutto felice affermò:
-Grazie alla bontà di Momi ed alla sua amicizia, come vedi, siamo riusciti a trovare una soluzione anche per te.-
-Grazie- disse timidamente la volpe.
-Allora, siamo d’accordo?- chiese S.Nicholaus.
-Si! – rispose con un filo di voce la volpe.
-Aprite la finestra Hans e lasciate che la volpe se ne vada libera. Penserò io stesso ad informare la Fata Lianas.-
L’animale non si fece pregare più di tanto anzi, con un bel balzo fu fuori dalla stanza, mentre in quell’istante stava ritornando nei corridoi Taiatabari con alcuni dei suoi Gnomi.
L’Interludio a Vienna
Ma ora proviamo a tornare alle origini della storia.
Tutto era iniziato nel lontano 1852, in un paesino della Carinzia chiamato Haimburg, a pochi kilometri da Klagenfurt, dove viveva il signor Hans Melchior con l’unica compagnia di un gatto chiamato Momi, e dove il nostro amico era diventato popolare a causa di un suo curioso passatempo. Egli faceva degli ornamenti in legno che poi finiva per donare ai suoi amici ed ai suoi compaesani nel periodo natalizio. Lavorava sempre con entusiasmo e tanta volontà, poichè era convinto che così facendo avrebbe portato uno spirito positivo in mezzo a quella gente. Hans aveva avuto come amico e sostenitore delle sue idee il giovane Conte Peter von Haimburg, figlio della Contessa di Haimburg, a sua volta dama di compagnia dell’Arciduchessa Sofia d’Asburgo, madre dell’Imperatore Francesco Giuseppe e Madre dell’ Arciduca Massimiliano Ferdinando, nonchè amico personale del giovane conte. Dopo alcune vicissitudini che ora non sto qui a ripetere, il signor Melchior divenne popolare alla corte di Vienna, poichè finì per coinvolgere lo stesso imperatore con la storia dei suoi ornamenti natalizi. Purtroppo, il suo felice momento fu interrotto bruscamente da un incidente che gli costò la vita ed ora, quasi dieci anni dopo la sua morte, lo abbiamo ritrovato in compagnia del suo gatto Momi in un’altra dimensione, in un altro mondo. Ma nel frattempo che cosa era accaduto ad Haimburg ed a Vienna? Il Conte, che a quel tempo aveva soltanto nove anni, ormai era diventato un giovane uomo e l’imperatore Francesco Giuseppe, Franz, si era sposato con una delle sue cugine, Elisabeth Wittelsbach, pi ù comunemente conosciuta come Sissi. L’altro fratello, l’Arciduca Massimiliano Ferdinando, il primo dei fratelli dell’Imperatore, si era sposato con l’ambiziosa Carlotta, figlia del Re Leopoldo I del Belgio. Il 1862 non fu un anno tranquillo per la corte degli Asburgo. Nello stesso anno in Austria si ebbe lo straripamento del Danubio, ci fu un crollo in borsa, e nel giugno dello stesso anno scoppiò un’epidemia di colera. Ad Haimburg poca gente ricordava il signor Melchior, ma in compenso tutti ricordavano i suoi ornamenti natalizi, poichè la tradizione voleva che quando il giovane conte Peter von Haimburg adornava l’abete principale del castello di Haimburg, questi ornamenti fatti dal signor Melchior rifIettessero ancora una loro luce particolare.
Era tornato nuovamente il periodo natalizio ed ognuno si stava preparando a stupire i propri cari con delle sorprese e dei doni a loro graditi. Ma facciamo un passo per volta e ritorniamo a vedere che cosa stesse accadendo nel 1862 nell’altro regno, quello di Babbo Natale, che a quel tempo era chiamato S.Nicholaus ed ancora per molto tempo continuerà ad essere chiamato così.
La Spiegazione
Avevamo lasciato i nostri amici in buona armonia nella stanza di S.Nicholaus dove avevano appena compiuto una buona azione, assicurando alla volpe la possibilità di ritornare alla sua vita nella foresta incantata. Ci eravamo fermati nel preciso istante in cui la volpe stava riacquistando la sua libertà, mentre nei corridoi della casa stavano giungendo Taiatabari con gli altri Gnomi.
-Dove state correndo?- chiese S.Nicholaus a Taiatabari.
-Stiamo dando la caccia alla volpe.-
– A quale volpe?-
-Quella che è venuta a rubare nella nostra dispensa.-
-Vi ringrazio per la vostra solerzia ed il vostro aiuto, ma credo che sia venuto il momento di fermarsi e di parlarne tutti assieme.-
-E perchè dovremmo fermarci, proprio ora che l’abbiamo quasi presa?-
-Perchè il vostro “quasi presa” adesso ha assunto un significato diverso.-
-Che cosa intendete dire per significato diverso?- chiese sospettoso Taiatabari.
-Intendo dire quello che stavate dicendo voi: cioè che non avete catturato la volpe e che non ce ne sarà più bisogno.-
-E perchè?- si informò uno degli altri Gnomi.
-Per prima cosa, perchè la volpe non è più nella casa, e poi perchè ci ha promesso che non verrà più a rubare nella nostra dispensa.-
-Bella questa! E` l’ultima storiella che ho sentito sulle volpi. Poi chi può credere alle parole di una volpe?- commentò Taiatabari rivolgendosi verso i suoi amici che annuirono, dando ad intendere di avere la stessa opinione.
Ma il gatto rosso si sentì chiamato in causa e come a voler dare un suo personale contributo alla storia disse:
-Voi Gnomi non avete fiducia nelle parole date dagli animali, ma nel frattempo dimenticate che anche voi non date dei buoni esempi.-
Taiatabari e gli altri Gnomi si sentirono immediatamente offesi, ed erano pronti a rispondere in malo modo al gatto, quando S.Nicholaus allungò la mano e con un gesto di calma invitò i presenti ad ascoltare le sue parole.
-Quando vi ho chiesto di fermarvi per parlare fra di noi e quindi rinunciare alla caccia della volpe, era evidente che avrei avuto la cortesia di darvi maggiori dettagli su ciò che era accaduto.-
– Abbiamo capito, in verità, che ve la siete lasciata scappare!- gridò uno degli Gnomi.
Intervenne Hans, che senza battere ciglio rimproverò:
-Come vi permettete di mettere in dubbio le parole, la sincerità, e l’onestà di S.Nicholaus?-
-Si, come osate dire delle simili idiozie.- aggiunse Momi.
-Un momento, vi prego di ascoltarmi solo un momento, prima che le parole assumano un’ importanza maggiore di quello che in vero dovrebbero avere. Come ben sapete non ho mai ingannato nessuno e tanto meno mi sono preso la libertà di giudicare nessuno di voi prima di avervi ascoltato personalmente. Mi sono sempre assicurato che ognuno di voi potesse avere il meglio da sé stesso e dagli altri, e se per caso uno di voi o me stesso fossimo incappati in un errore, ho fatto in modo che ci fosse data un’altra opportunità, affinchè quell’errore potesse essere rimediato. Ora, perchè non dare la stessa opportunità alla volpe?-
-Perchè lei è bugiarda e non mantiene la sua parola!- risposero in coro alcuni Gnomi.
-Qui ci è venuto in aiuto il nostro amico gatto, spiegandoci un’antica verità, che poi è anche la più semplice da capire, cioè che è impossibile mantenere la parola data a stomaco vuoto! Ora, tutto ciò può sembrarvi una banale scusa ma non lo è. Infatti, vorrei vedere voi, amici miei, come vi comportereste. Educatamente, mentre i morsi della fame si trasformano in spasimi e poi in dolore? Chi di voi è così onesto da voler provare su sé stesso se ho ragione o torto?-
Nessuno si offrì come volontario. Gli Gnomi si guardarono l’un l’altro, borbottarono fra di loro, poi Taiatabari prese la parola:
-Ma allora, a quale soluzione siete arrivati?-
-Ancora una volta il gatto rosso ci ha dato un’idea e ci ha detto quello che tutti noi uomini siamo usi a dire: “Dove mangiano più persone, non fa grande differenza se ce n’e` una in più o una in meno”, e così ci siamo impegnati a mettere a disposizione della volpe del cibo, in cambio della promessa di non venire più a rubare nella nostra dispensa.-
-E voi le avete creduto? E cosa averrà se lei non rispettasse queste regole?-
-La volpe è un animale astuto ed intelligente e sa benissimo che le conviene mantenere la parola, prima di tutto perchè così facendo avrebbe a sua disposizione del cibo, e poi non dovrebbe più temere di essere cacciata. Come conclusione lei sa benissimo che se non manterrà la sua parola, in quel caso non mi riterrò più il garante della sua stessa incolumità.-
Poco convinti ma rassegnati, gli Gnomi si allontanarono ritornando verso le loro stanze. Qualcuno di loro si espresse così:
-Ma guarda un po’, ci mancava anche la presenza di un gatto per insegnarci a vivere. Onestamente, credo che siamo arrivati al massimo del ridicolo.-
La Pasticceria Demel
A Vienna nel 1862 c’era una pasticceria dove il preparare i dolci era un’arte. In questa pasticceria potevano accedere soltanto i migliori artigiani, e l’essere uno di loro era un onore riservato ai pochi. Franz Joseph Benedikter era uno di loro. Sua Maestà, l’ Imperatrice Sissi, scelse personalmente la pasticceria Demel affinchè l’Hofburg, ovvero il palazzo imperiale, potesse avere il supporto e l’arte del pasticcere più famoso di Vienna. Il caso volle che un mattino l’imperatrice Sissi, accompagnata dalle sue dame di compagnia, Marianne von Meissl e Ida Ferenczy, entrassero nella pasticceria mentre il giovane Conte Peter von Haimburg stava comperando una confezione della Weihnachts mousse, un dolce natalizio.
All’arrivo dell’ Imperatrice tutto il personale della pasticceria e lo stesso giovane Conte
s’inchinarono in segno di rispetto e saluto verso l’Imperatrice e le sue dame.
-Vi prego, continuate come se non ci fossi- disse con un sorriso sua Maestà e poi, rivolta verso il giovane Conte mentre gli concedeva di farle il baciamano, continuò dicendo:
-Conte Haimburg, anche voi qui?-
-Maestà, per me è un onore incontravi.-
-Vedo che vi piacciono le raffinatezze di casa Demel.-
-In verità non sono per me, vostra altezza.-
-Ah no? Ed è lecito chiedervi a chi state dedicando le vostre attenzioni?-
-Solamente se mi promettete che non ne farete parola a mia madre.-
-Vi prometto che serberò il vostro segreto gelosamente- rispose sorridendo l’Imperatrice.
– E` per la Contessina Gisella.-
-Complimenti, è una bellissima ragazza e di ottima famiglia!-
-Purtroppo, non piace a mia madre e soprattutto non piace all’Arciduchessa Sofia.-
-Mia suocera, l’ Arciduchessa Sofia?-
-Come ben sapete, mia madre è la dama di compagnia dell’ Arciduchessa, e naturalmente lei non desidera metterla in imbarazzo.-
-E perchè dovrebbe sentirsi in imbrazzo?-
-Perchè la Contessina Gisella è ungherese.-
-Ungherese! Non vedo che ci sia di male in ciò. E` un popolo intelligente e pieno di voglia di vivere.-
-Vostra Mestà mi scuserà se mi permetto di ricordarvi che è dal lontano 1848 che l’Arciduchessa Sofia non vuole più aver a che fare con gli ungheresi.- le ricordò la Contessa sua compagna.
-Grazie Contessa Ferenczy, come potete constatare mia suocera è ancora lì a rimuginare su quelle vecchie storie. E poi, rivolta verso il giovane Conte, l’Imperatrice continuò dicendo:
-Terrò il vostro segreto per me e se posso aiutarvi contateci pure; amo le storie romantiche. Ed ora vi do il permesso di congedarvi, a presto Conte.-
-Vostra Maestà,vi ringrazio di cuore- e senza dire altro s’inchinò salutando le dame.
La Scelta
Intanto, nella grande casa della foresta incantata, i preparativi per le prossime feste natalizie erano arrivate a buon punto, e come se fosse stata una fabbrica con tanto di catena di montaggio ogni azione ed ogni preparativo era stato progettato, seguito, ed approvato. Ognuno svolgeva il proprio incarico con attenzione e con lo spirito adatto al lavoro che stava svolgendo. S.Nicholaus decise a quel punto di riunire i capi anziani e quando tutti furono entrati nel salone delle riunioni, disse:
-Vi ho riunito qui poichè desidero farvi partecipi dei buoni risultati che stiamo ottenendo con il nostro lavoro e perciò ringrazio ognuno di voi per il suo impegno, la serieta`, e la professionalità
condivisa .Voglio anche usare questo tempo per chiedervi di esprimere i vostri suggerimenti, oppure i vostri dubbi, dopodichè confido che potremo trovare delle soluzioni di comune accordo e proseguire il nostro lavoro concludendo anche questa stagione nel migliore dei modi.-
-Come parla bene il nostro S.Nicholaus- commentò la Fata Tacaboton tutta sorridente, rivolta verso Tacadiz che la spinse con il gomito ed aggiunse brontolando:
-Si, parla come un padrone.-
Lo zittì lo Gnomo dispettoso chiamato Krono mentre l’anziano Vick, il capo degli Elfi, chiese la parola, si alzò e disse:
-Vorrei chiedere a voi ed a questa assemblea di capi anziani, che cosa si è deciso di fare con gli ospiti che sono qui nella nostra casa e quale sarà il loro futuro?-
-Bravo, avete fatto una buona domanda!- affermò Taiatabari.
-Sono contento che finalmente ne possiamo parlare- si affrettò a dire il mago Taccagno.
-Si, è una cosa buona parlarne assieme- confermò l’Elfo biondo.
-Non dimenticatevi di me, avrei da dire anch’io qualche cosa a riguardo- concluse la fatina della foresta incantata, la bella Lianas.
-Sono sinceramente grato all’anziano capo degli Elfi di aver portato alla nostra attenzione questo argomento. E` un argomento importante del quale avevo bisogno di parlarvi e riguardo al quale non volevo prendere una decisione senza aver avuto modo di sentire la vostra opinione. Come voi avete avuto occasione di vedere, il Signor Hans Melchior è un buon uomo, sempre pronto ad aiutare ognuno ed è capace di lavorare il legno come e meglio di ognuno di noi. Ora, come voi sapete, egli è uno dei pochi uomini che siano arrivati qui, in questo nostro mondo, e a nessuno di loro è stato mai concesso di rimanervi, ma in questo caso io vorrei proporvi un’eccezione.-
-E quale sarebbe?- chiese incuriosito Taiatabari.
-Vorrei invitarlo a rimanere con noi.-
-Perchè?- fu la domanda spontanea di alcuni dei capi.
-Perchè egli è un uomo che per tutta la vita ha desiderato condividere lo spirito del Natale, e non solo, egli è anche colui il quale per tutta la vita ha lavorato e preparato degli ornamenti natalizi affinchè ognuno potesse sentire e gioire il più a lungo possibile di questo nostro spirito cristiano.-
-Molto lodevole da parte vostra, S.Nicholaus, ma siete sicuro che quest’uomo rimarrà al suo posto e non diventerà ambizioso e pieno di richieste assurde, com’è già accaduto con qualche altro ospite? In altre parole, non vorremmo avere un altro capo che invece di aiutarci ci creasse solo dei problemi.-
-Avete tutte le ragioni ad esprimere i vostri dubbi e le vostre perplessità. E` decisamente meglio parlarne prima che dopo. Naturalmente, la mia proposta non è nata dal nulla. Come ben sapete il nostro Signore mi ha sempre guidato ed ispirato nelle scelte e non ho mai preso nessuna decisione che non fosse conforme alla sua volontà. Vorrei ricordarvi che lo stesso Signore è il padrone e salvatore delle nostre anime, ed è Lui, e solamente Lui, che può concedere la presenza in questa dimensione agli uomini, dopo la loro esperienza terrena. La nostra non è una decisione, ma soltanto una proposta , e starà a Lui convalidarla o meno. Che ne pensate?-
I primi a sostenere con simpatia la presenza del signor Hans Melchior quale nuovo collaboratore furono il capo degli Elfi, l’anziano Vick, ed il capo delle spedizioni, Elky, l’Elfo biondo. Ci fu un parlottare fra il resto degli Gnomi e delle Fate, ma poi la Fata Tacaboton si espresse in questo modo:
-Credo che tutti noi possiamo dire che il signor Hans è una persona a modo, che è stato gentile con noi, ma non possiamo dire altrettatanto del suo amico, il gatto rosso.
-Voi dimenticate che è stato proprio il gatto rosso a cercare e a trovare la vostra gazza ladra- le ricordò S.Nicholaus.
-Posso dire anch’io una parola?- chiese gentilmente la fatina della foresta incantata.
-Certo Lianas, voi avete tutto il tempo che volete per dirci ciò che pensate.-
-Sono anch’io dell’idea che il signor Hans è un buon uomo che merita tutto il nostro supporto e
rispetto, ma sono altressì convinta che questo non sia il luogo adatto per un gatto, perchè l’istinto del suo amico a quattro zampe è vivo più che mai, ed ha tanta difficoltà a trattenersi che lo fa solamente perchè c’è il suo padrone a controllarlo.-
-E` assolutamente vero- commentò la Fata dei fiocchi Tacaboton.
-E` vero, è vero- ripeterono in coro gli altri Elfi all’unisono con gli Gnomi.
-Va bene, ho capito, parlerò con il signor Melchior, ma vi prego di lasciarmi gestire il fatto con un po’ di delicatezza e comprensione. Non sarà facile per il signor Hans separarsi dal suo amico senza soffrirne.-
-D’accordo!- confermarono in coro gli Gnomi, le Fate, e gli Elfi.
-Sia fatto ciò che è giusto fare- concluse serenamente S.Nicholaus.
Un Vecchio Amico
La stanza di S. Nicholaus era illuminata dalla luce del caminetto. Seduto comodamente sulla sua poltrona il vegliardo padrone di casa stava accarezzando con le sue ruvide dita la gola soffice e morbida dell’amico a quattro zampe del signor Hans, il gatto Momi.
Qualcuno bussò alla porta ed il sant’uomo invitò il visitatore ad entrare.
-Venite, venite mio buon amico.-
Il gatto si alzò di scatto guardando verso la porta. Era chiaro che aveva riconosciuto il suo amico ancor prima che egli dicesse una sola parola. La sua coda si muoveva a scatti come per dire:
-Stai attento, sta per arrivare qualcuno che io conosco.-
L’uomo che entrò si tolse il cappello ed in segno di rispetto s’inchinò leggermente verso colui che lo riceveva con tanta bonarietà. Salutò il suo amico Momi con una carezza dicendo:
-Buona sera S.Nicholaus, grazie di avermi ricevuto. E poi rivolto verso il gatto:
-Ah, eccoti, dov’eri finito, brigante. Perdonatelo delle sue intrusioni, ma come sapete i gatti amano il calore dei caminetti.-
-Vi prego Hans, accomodatevi pure, prendete una poltrona e mettetevi accanto a me.-
-Grazie, voi siete sempre molto gentile.-
-Volevo parlarvi un po’ in privato, e qui nessuno ci disturberà.-
-Di che cosa volevate parlarmi?-
-Di voi due, della vostra presenza qui nella nostra casa, nel nostro strano mondo, e delle cose che vorremmo poter fare con il vostro permesso.-
-Vi prego diteci: siamo onorati di potervi ascoltare.-
-Quello che sto per dirvi forse non vi sembrerà la cosa migliore in primo momento, ma dopo un po’ sono sicuro che capirete le motivazioni delle scelte che oggi abbiamo deciso di mettere in pratica.-
-Voi avete detto “abbiamo deciso”: ciò sta a significare che questa non è una vostra scelta individuale.-
-No, non lo è stata, essa è la conseguenza di una riunione, di una scelta fatta da tutta la nostra comunità.-
-A questo punto, penso che la nostra opinione non verrà presa in considerazione.-
Il gatto rosso stava ascoltando attentamente la conversazione dei due uomini; capiva le parole, ma non il senso del discorso che gli risultava poco chiaro e perciò commentò:
– Credo che stia per dirti qualche cosa che non ci piacerà.-
-Lo credo anch’io- rispose Hans accarezzando la testa di Momi.
-Non abbiate fretta e lasciatemi finire di esporre i fatti, poi avrete l’opportunità di scegliere ciò che credete sia la miglior cosa da fare. Nessuno può obbligarvi ad accettare una decisione che non ritenete sia quella giusta.-
-Va bene!- risposero entrambi Hans e Momi, guardandosi l’un l’altro a sottolineare la loro perfetta intesa.-
-Nella riunione che abbiamo avuto con i capi degli Elfi, degli Gnomi, e delle Fate, la volontà comune è stata quella di chiedere a voi, signor Hans, di rimanere con noi in questa nostra dimensione ed in questo nostro mondo, in qualità di aiutante personale di ognuno di noi.-
-Molto gentili. Voi mi state concedendo un grande onore.-
-Prima di ringraziarmi, vi prego di lasciarmi spiegare che il tutto è condizionato da una vostra precisa scelta.-
-E qual’è?- chiese il gatto rosso, intuendo che non tutto stava andando liscio come l’olio.-
-Voi, signor Hans siete il benvenuto, ma purtroppo non lo è altrettanto il vostro amico Momi.-
-Allora non se ne parla proprio!- rispose senza indugio Hans.
-Aspettate, aspettate prima di giungere a delle conclusioni affrettate. Anche tu, amico a quattro zampe, ascoltami! Prima di decidere o di prendere una qualsiasi deliberazione, riflettete attentamente su quello che sto per dirvi.-
-Va bene, ascoltiamo- rispose Momi, saltando sulle ginocchia di Hans.
Hans e Momi si guardarono come per rafforzare la loro intesa e si apprestarono ad ascoltare le parole di S.Nicholas.
-La realta è che voi ora non siete più nel vostro mondo antico, e in questo luogo non possono rimanere coloro che sono destinati a rinascere. Voi Hans non avete alcuna possibilità di ritornare in quel mondo, mentre il vostro amico gatto ce l’ha.-
-Perchè esistono queste diversità fra di noi?- chiese Momi.
-Perchè l’uomo ha un diverso tipo di progressione spirituale e perciò ha delle mete diverse da raggiungere, mentre gli animali hanno un altro rapporto e perciò altre responsabilità davanti al nostro Signore. Non per questo sono responsabilità meno importanti, ma di certo molto diverse da quelle che sono richieste abitualmente agli uomini. Per quanto forte sia la vostra amicizia, dovete riconoscere che siete diversi e che le leggi universali non possono cambiare secondo i sentimenti individuali.-
-Avete ragione- commentò il gatto rosso.
-Si, lui ha ragione, ma non voglio rimanere qui, come se fosse un premio per me, per poi avere sulla coscienza il peso della tua cacciata, perchè l’unico tuo torto era quello di essere un un gatto.-
-Già, sembra anche a me un’ingiustizia!-
-No signori non lo è, e vi spiego il perchè. Oltre alle leggi che ho citato prima, ci sono anche gli aspetti positivi. Mentre voi, Hans, non potete tornare nel mondo da cui siete venuto poichè l’uomo ha solo una vita a disposizione, il vostro amico gatto può tornare, poichè tutti i gatti sono dotati di più di una vita, e poi c’è un piccolo particolare importantissimo: Momi potrà scegliere il luogo, il tempo, e con chi stare senza dimenticare il passato.-
-Beh, almeno quello- mormorò a bassa voce il gatto rosso.
-Ma ancora devo dire che non mi sento di voler abbandonare un amico così al caso; mi sembra sempre una costrizione.-
-Dovete pensare che non avete altre possibilità. O rimanete con noi in questo mondo a fare ciò che avete da sempre desiderato Hans, oppure dovete seguire la strada di tutte le altre anime, comformandovi a ciò che il Signore vi indicherà.-
-E che cosa accadrebbe a Momi se scegliessi l’altra via?-
-Comunque non potrebbe seguirvi e non avrebbe un futuro.-
-Non mi piace quest’ultima affermazione- commentò il gatto.
-Non piace neppure a me- affermò Hans.
-E allora perchè non scegliere la soluzione più ragionevole, quella più adatta alla vostra situazione?-
-Cioè?-
-Far ritornare Momi in vita e scegliere per lui la casa di un vostro buon amico.-
-Potrebbe essere un’idea- commentò il felino.
-Non cercate di scaricare su di me questa responsabilità, poichè questa è una scelta che spetta a voi-disse S.Nicholaus.
-E` vero, spetta a noi, e specialmente a Momi scegliere ciò che crede sia meglio per lui. Come hai capito amico, a questo punto non ho molte opportunità: o rimango qui, oppure dovrò seguire ciò che è la via naturale di tutte le altre anime.-
-Non voglio deludere il tuo sogno di tutta una vita. Hans, lo so che desideri lavorare come l’aiutante di S.Nicholaus, ed ora proprio quando sei lì sul punto di raggiungere questa meta, vorresti che fossi proprio io, un semplice gatto, a distruggere ogni tua speranza ed ogni opportunità? Non posso farlo Hans, mi sentirei a disagio, mi sentirei di tradire la nostra lunga amicizia, quindi accetterò il suggerimento di S.Nicholaus di andarmene e forse avrei persino un’idea di dove poter rinascere.-
-Momi, tu non sei per me solamente un gatto, sei molto di più, sei stato da sempre un amico, un amico vero e speciale!-
-Avete ragione Hans, questo gatto è più in gamba di quello che potevo immaginare; ha saputo cogliere l’aspetto positivo della situazione, ed ha saputo capire i sentimenti e la realtà dei fatti. Bravo! Stai dimostrando di essere un vero amico!-
-Si, Momi è un’anima generosa ed altruista.-
-Anche tu, Hans, sei stato gentile ed affettuoso nei miei confronti, e meriti di veder realizzato il tuo sogno di rimanere con S.Nicholaus.-
-Ottimo, avete reagito nella maniera giusta!-
-Non avevamo altra scelta- concluse il gatto rosso.
-E` vero, ma sono certo che alla fine potrete dire che il Signore ha pensato a voi con generosità.-
-Ora se non ti dispiace, signor gatto, vorresti farci partecipi della tua idea del luogo dove vorresti rinascere?-
-Non ho alcun dubbio in merito: vorrei poter rinascere in Austria e, se fosse possibile, mi piacerebbe poter ritornare a casa del conte Peter von Haimburg.-
-Bella scelta Momi!- affermò con entusiasmo il signor Melchior.
-Il giovane Conte è stato un buon amico. Quando sei stato ricoverato in ospedale ricordo bene che egli si era offerto di ospitarmi.-
-C’è una cosa che devo dirvi, prima che sia troppo tardi, in quel mondo gli animali non hanno lo stesso modo di comunicare di questo regno, perciò tu, signor gatto, non potrai raccontare le cose che hai visto qui, e voi, signor Hans, non avrete modo di comunicare con l’altro mondo: tutto ritornerà com’era allora. Perciò Momi tornerà a miagolare e gli uomini parleranno senza sapere che ci sono altri mondi ed altre dimensioni. Quello che è stato possibile in un mondo non sarà possibile nell’altro e viceversa. Questa è una legge.-
-Volete dire che quando ci saremo salutati non ci ricorderemo neppure di essere stati amici?-
-Non ho detto questo, ho detto semplicemente che non avrete modo di comunicare nello stesso modo. I vostri spiriti hanno poteri più importanti, e sta a voi scoprirli.-
-Tutto diventa più difficile e faticoso, S.Nicholaus.-
-Non dite così Hans, vi aiuterò come sempre, ma a modo mio. Abbiate un po’ di fiducia in me.-
– Ho dimenticato di chiedervi la cosa più importante!- aggiunse Momi.
-Non chiederlo, so già cosa vuoi dirmi: vuoi sapere se per rinascere devi morire.-
-Si, è vero che stavo per chiedervelo….-
-In un certo qual modo si, ma allo stesso tempo no.-
-Più chiaro di così Momi, non poteva essere- commentò Hans.
-Non l’ho capito, ma forse volevate fare una battuta di spirito. Ebbene, in quel caso non ho colto il senso dell’umorismo, ma se per caso voleste renderci partecipi di questo vostro enigma, ne sarei profondamente onorato. Alla fine vorrei ricordarvi che sono solamente un gatto.-
-Volevo semplicemente dire che basterà un po’ della nostra arte e del nostro amore per rimettere le cose come dovrebbero essere, nel luogo e nel tempo più appropriato. Siete pronti?-
-Credo di si!- confermò l’amico a quattro zampe con un grande sospiro.
-Anch’io- affermò Hans, accarezzando il micio.
S. Nicholaus soffiò leggermente sul musetto del gatto e in quello stesso istante Momi ritornò ad essere una piccola palla di peli rossi, raggomitolato su sé stesso.
-Santo cielo Momi! Momi!- esclamò Hans vedendo ciò che stava accadendo in quell’istante davanti ai suoi occhi.
-Troppo tardi- disse S.Nicholaus- il vostro amico si è sacrificato per voi, ma andrà là dove aveva chiesto di andare.-
Hans rimase stupito e scioccato per la perdita dell’amico. Il tutto lo colse così di sorpresa che non riuscì ad esprimere ciò che provava dentro di sé, ma la magia di S.Nicholaus funzionò ancora una volta e quando egli pose la mano sulla spalla di Hans, l’animo suo si quietò e la mente sua si rasserenò, dimenticando la forte emozione, e commentò tranquillamente:
-Che bello è questo gattino!-
-Si è bello, ma sta per partire. Sarà un dono speciale per il Conte Peter von Haimburg.-
Nelle Scuderie di Schöbrunn
L’aria fresca del mattino era uno stimolo per la giovane Imperatrice a fare delle lunghe e piacevoli cavalcate. Queste la facevano sentire viva e libera da tutto quel protocollo ossessivo che le veniva imposto dal suo rango e dalla onnipresente suocera, sempre attenta a far rispettare l’etichetta di corte. Elisabeth, che in cuor suo era rimasta la ragazzina piena di vita che tutti conoscevano con il sopranome di Sissi, amava quel tempo tutto suo che le dava l’opportunità di godersi un po’ di quella riservatezza che aveva perduto da quando si era straferita dalla sua amata Baviera. Così, anche in quel giorno pieno di neve fresca e di un cielo grigio plumbeo che prometteva di lasciar imbiancare tutto il parco ed i tetti del castello di Schönbrunn Sissi, vestita di tutto punto, andò nelle scuderie per prendere il suo cavallo preferito, ma quando si avvicinò per agguantare le briglie notò che là, nella paglia fresca, c’era un qualche cosa che attirava la sua attenzione. Era un batuffolo di peli color carota, con due zampine bianche che si muovevano alla ricerca di qualcosa o di qualcuno. La sorpresa fu più evidente quando potè individuare il musetto dell’inconsueto ospite in quella che era la più controllata e pulita delle stalle imperiali. Il gattino sembrava avere pochi giorni. Era così bello e così carino che l’Imperatrice lo prese nelle sue mani per accarezzarlo.
-Dio mio, quanto sei carino!-
Il piccolo animale, per nulla spaventato, si lasciò accarezzare e si girò con molta grazia per poter dormire più comodamente.
-Sei proprio un amore, piccolino!-
L’Imperatrice lo ripose nella paglia e chiamò uno dei suoi scudieri che, giunto davanti a lei, s’inchinò e disse:
-Comandi vostra Maestà.-
-Lo vedete questo gattino?-
-Sì, vostra Maestà., ma vi assicuro che ieri non c’era, ho pulito la stalla per bene mi credetemi…..-
-D’accordo, non importa, ciò che desidero ora è che voi provvediate affinchè questo gattino possa avere ciò di cui ha bisogno, e soprattutto desidero che questo rimanga fra me e voi, poichè mi è venuta un’idea, e quando sarà il momento giusto gli troveremo una casa dove poter essere ospitato. Ma mi raccomando, è una cosa fra me e voi e nessun altro.-
-Non dubitate Maestà, sarà fatto.-
Dette quest’ultime parole, l’Imperatrice raccolse le redini ed il frustino salutando con un gesto della mano lo scudiero e fece per uscire dalla stalla quando intravvide una gatta avvicinarsi a quel batuffolo color carota. Decise allora di proseguire in quello che era il suo abituale giro mattutino, sorridendo. L’Imperatrice se ne tornò al castello e chiamò la sua dama di compagnia, la contessa Ida Ferenczy.
-Entrate pure Contessa, vi ho fatta chiamare perchè ho un’ idea che mi frulla per la testa e vorrei sapere che cosa ne pensate.-
-Dite pure, Maestà –
-Ma prima di dirvi che cosa ho per la mente desidero assicurarmi che nessuno verrà a sapere del nostro colloquio.-
-Vostra Maestà, voi sapete bene che ciò che mi confidate è cosa che rimane fra di noi.-
-Non ho dubbi su di voi, Contessa. La ragione per cui desidero che il nostro colloquio non sia divulgato è perchè vorrei che questa fosse una sorpresa per il nostro giovane Conte Peter von Haimburg.-
-Bene Maestà, sarà come voi desiderate, ma a questo punto vi prego di non farmi attendere oltre.-
-Avete ragione Contessa Ferenczy, ecco la mia idea; come voi sapete mia suocera non vede di buon occhio la storia fra la Contessina Gisella ed il nostro giovane amico, il Conte Peter von Haimburg.-
– Si, è vero, ebbene?-
-Ho deciso di aiutare questi due giovani invitandoli entrambi.-
-E quando?-
-Al ballo della vigilia di Natale! Ho deciso di farlo mandando degli inviti personali, cosicchè mia suocera l’Arciduchessa Sofia non possa ignorare che si tratti di una richiesta ufficiale.-
-Ma la Contessina Gisella è un’ungherese, e vostra suocera non ama gli ungheresi.-
-Ed è proprio per questo che ho deciso di fare degli inviti personali. Non si potrà fingere che l’Imperatrice d’Austria non abbia in considerazione il popolo ungherese.-
-La mia non è solamente una scelta di favore verso due giovani e la loro storia d’amore, ma è una scelta politica.-
-Vostra Maestà ha avuto una bella idea, ma non vorrei essere presente quando lo verrà a sapere l’Arciduchessa.-
-Sarà più interessante vedere il comportamento del figlio, l’Imperatore Franz Joseph.-
A quel punto dovrà scegliere se seguire la politica della madre o quella della sua legittima sposa, L’Imperatrice d’Austria.-
-Maestà, vostro marito vi ama.-
-Non ne ho dubbi, ma mia suocera ha un forte ascendente su di lui e su tutta la politica che viene decisa in questo palazzo. Comunque sia, ho un’altra piccola sorpresa che vorrei fare al Conte Peter von Haimburg.
-E che cos’è?-
-Oggi, quando sono andata nelle scuderie, ho trovato un gattino fra la paglia; era così carino e così paffutello, insomma un vero amore, credetemi. Allora mi sono ricordata che mio marito mi aveva raccontato la storia di un amico del giovane Conte che alcuni anni fa era deceduto a causa di un incidente. Questi aveva lasciato come eredità dei ciondoli natalizi fatti a mano ed un gatto rosso. Il giovane Conte aveva tentato di tenerlo con sé, ma il gatto se ne era scappato a casa del suo vecchio padrone. Così, quando ho veduto quel batuffolo di peli color carota, ho pensato immediatamente che sarebbe stato un dono ben gradito al giovane Conte, ed ancor di più se questo dono si fosse trasformato in un simbolo, ovvero in un segno d’amore.-
-Non ho capito, Maestà, voi forse….?-
-Ma certo che no, non sto parlando di me, Contessa. Non mi sono innamorata del Conte. Sto pensando alla Contessina Gisella ed a farle donare il gattino come se fosse un simbolo ed
un pegno d’amore.-
-L’idea è decisamente carina, ma posso immaginarmi la faccia dell’Arciduchessa quando si vedrà venire a corte una ungherese e quello che è peggio, che porta in dono un gatto.-
-Ma non trovate che tutto ciò sia così romantico e piacevole?-
-Maestà, voi sapete quanto vi sia affezionata e quante battaglie abbiamo condiviso assieme, ma credo che questa volta vostra suocera, l’Arciduchessa Sofia, andrà su tutte le furie.-
-Che vada pure dove vuole, a me sta a cuore la felicità dei giovani innamorati. E spero che la Contessina Gisella sarà lieta di questa nostra idea.-
-D’accordo Maestà, ma vi suggerisco di parlarne con vostro marito prima del ballo. La sorpresa deve averla solo il giovane Conte, altrimenti lo stesso Imperatore potrebbe avere una reazione non consona alle vostre aspettative, e sono certa che se gliene parlerete prima egli sarà felice di acconsentire a questo vostro piccolo desiderio.-
-Contessa Ferenczy ora potete andare, vi prego di far venire la pettinatrice di corte, e mi raccomando non una parola con gli altri.-
-Non dubitate Maestà.-
-Ed ora a noi, caro Franz.-
L’imperatore
Francesco Giuseppe era stato da sempre ligio ai suoi doveri di stato. Aveva lavorato tutti i santi giorni dalle quindici alle sedici ore al giorno, sacrificando la stessa vita familare pur di seguire con attenzione tutti i suoi doveri di capo di una nazione che aveva in sé una moltitudine di etnie diverse. Egli era metodico, scrupoloso, ed attento alle formalità. Affrontare tutto ciò che era nuovo e inaspettato senza alcun preavviso era un dramma per un uomo abitudinario come lui. L’Austria aveva in lui la figura dello statista a tempo pieno. Ogni situazione, ogni documento, ogni fatto doveva essere presentato all’Imperatore, che era il comandante, giudice, e padre della patria.
Erano passati quattordici anni da quando era salito al trono, e da quattordici anni egli era stato da sempre attento e puntuale alla sua scrivania. Nessuno si sentiva più impegnato a far rispettare le regole. Era lui il miglior impiegato dello stato in assoluto.
L’Imperatore era stato un figlio facile da guidare e da plasmare secondo la volontà ferrea dell’Arciduchessa Sofia. Infatti, al palazzo Imperiale circolava una frase che si faceva risalire al Principe Klemens Metternich che definiva l’Arciduchessa Sofia “l’uomo più forte della casa d’Asburgo.” Era stata lei ad istruire e guidare i passi del giovane Franzi, come lo chiamava lei. L’unica ribellione che il giovane si era permesso era stata la scelta della sposa. Egli aveva scelto la bella Sissi al posto della di lei sorella maggiore Elena, detta Nenè. Per amore, Franzi continuava a mediare fra una moglie bella e desiderosa di libertà ed una madre che non voleva abbandonare il comando della gestione del palazzo di un regno per cui lei aveva sacrificato tutta la sua ambizione e gioventù. Insomma, per concludere dovremmo dire, come citava il popolino di una volta: “Povero Franz.” Infatti, l’Imperatore non era diverso dagli altri uomini e, come tutti gli altri, anche lui dovette cedere davanti alle insistenze della bella Sissi che andò a trovarlo nello studio con la precisa intenzione di ottenere ciò che le stava più a cuore.
-Mio caro angelo, qual buon vento ti porta qui?-
-Ho bisogno di parlarti di una cosa molto importante e bella.-
-Ti prego Sissi, parla pure.-
-Ti ricordi di avermi parlato di quell’uomo che fece gli ornamenti natalizi in legno?-
-Certo che me lo ricordo, era il povero signor Melchior, ma ciò accadde tanti anni fa.-
-Non era lui l’amico del giovane Conte Peter von Haimburg?-
-Si, era lui, perchè?-
-L’altro giorno me ne stavo per andare a fare una cavalcata con il mio lipizzano. Ero alle scuderie quando ho visto qualche cosa che mi ha fatto pensare a quell’uomo.-
-E` curioso il fatto, poichè tu non l’hai mai conosciuto.-
– E` vero, ma se mi ricordo bene, quel signore di cui mi sfugge il nome, aveva un amico.-
-Si, quell’ uomo il signor Hans, era diventato l’amico del giovane Conte Peter von Haimburg.-
-Si, me l’hai detto.-
-Ma se ricordo bene mi avevi parlato anche di un’altro suo amico, uno molto particolare che gli era molto fedele.-
-Stai parlando del signor Richard Müller, il propietario della segheria?-
-No, sto parlando di un gatto.-
-Di un gatto?-
-Si, di quello che pur di stare accanto a lui si è lasciato morire in casa sua.-
-Ah si, fu una triste storia, ora ricordo. Ne avevamo parlato perchè l’allora giovanissimo Conte avrebbe voluto tenerlo con sé.-
-Era un gatto rosso non è vero?-
-Si, ma perchè fai tutte queste domande su questa storia? E` così vecchia che nessuno la ricorderà più. Perchè, in verità c’è qualcuno che amerebbe ricordarla?-
-Ah, si!-
-E chi sarebbe?-
-Il giovane Conte.-
-Non ci credo, sono sicuro che ora stia pensando a tutt’altro genere di cose; mi hanno detto che si è innamorato.-
-Hai detto tu stesso che il giovane Conte si è innamorato.-
-Si è vero, ma non mi risulta che si sia innamorato di un gatto!-
-Appunto!-
-Come sarebbe dire appunto? Che cosa intendi dire con questo?-
-Mio caro Franz, il gatto sarà solo un mezzo.-
-Mi stai prendendo in giro, o che cosa?-
-Sto cercando di farti capire che se useremo il gatto, avremmo aiutato il nostro giovane a rafforzare il suo amore.-
-Sissi ti prego di spiegarti meglio, mi stai facendo diventare matto con questa storia del gatto.-
-Ascoltami Franz, ho un’idea meravigliosa! Fra pochi giorni sarà la vigilia di Natale e come al solito noi daremo una grande festa alla Hofburg. Quest’anno, come tutti gli altri anni, avremo i nostri cari con noi ma, potremmo invitare anche i giovani innamorati, e quando sarà il momento dei regali potremmo far regalare al giovane Conte il gattino. Sarà un segno di stima ed affetto da parte nostra e da parte del suo amico Hans, che sarà così ricordato una volta di più da tutti noi.-
– Sissi, vorrei farti presente che un’Imperatrice non va in giro a regalare gatti.-
-E` vero, ma qui si tratta di fare una buona azione, e questo tu non puoi impedirmelo.-
-Di quale buona azione stai parlando?-
-Il nostro giovane Conte non può frequentare la giovane Contessina Gisella, perchè sua madre ha timore di offendere tua madre, l’Arciduchessa Sofia.-
-Di cosa stai parlando?-
-Sto parlando del fatto che tua madre non vuole aver a che fare con gli ungheresi.-
-E che cosa c’entrano ora gli ungheresi in questa storia?-
-La contessina Gisella è ungherese.-
-Forse ho capito Sissi, e tu hai pensato di aiutare quei due giovani.-
-Si, mio caro, così quando ho visto quel gattino ho pensato: “ecco qui, è stato il cielo a mandarci la soluzione.” Un innocente gattino che può diventare il simbolo di un’unione duratura e felice.-
-E` proprio vero che c’è sempre qualcuno che le pensa di notte per poi metterle in pratica durante il giorno.-
-Che cosa vuoi dire, Franz?-
-Voglio dire, che se non inviterò i tuoi giovani innamorati alla festa, te ne andrai in qualche tuo strano viaggio e poi chissà quando ti rivedrei ancora. Allo stesso tempo, se inviterò il giovane Peter e la sua Contessina avrò i commenti ed i lamenti di mia madre che mi perseguiteranno per tutta la sera…-
– Povero Franz, lo so e ti capisco, ma devi ricordarti che tutto ciò è per una buona azione.-
-Speriamo che sia così.-
– A domani Franz, e grazie.-
-Ciao, angelo mio, sei sicura che nessuno sia allergico ai peli dei gatti?-
– Non credo, perchè?-
-Credo d’ora in poi mia madre lo diverrà.-
– Ma il gatto non è ungherese!-
-Lo so, mia cara.-
-Ciao. Franz.-
Dal Prater alle Stalle Imperiali
A Vienna le giornate di dicembre erano fredde ed il bel tempo si alternava alle giornate grigie e cupe. L’aria era fresca e frizzante, ma le signorine che accudivano i bambini continuavano ad andare al Prater, perchè là, nel grande parco della capitale austriaca, esse potevano far giocare i bambini. Allo stesso tempo, quello era un punto di convegno dove i giovani s’incontravano con le ragazze e dove gli anziani potevano rilassarsi parlando dei loro ricordi. Il Prater era stato da sempre il salotto verde di Vienna, con i suoi sentieri, i giardini ben curati, le fontane, e le loggie. Quello era il luogo perfetto per ognuno che volesse essere informato sulle più recenti chiacchiere sussurrate fra i corridoi del palazzo imperiale o semplicemente passeggiare e trovare forse anche l’anima gemella. Era il luogo dove tanti cadetti della scuola ufficiali andavano a passare il loro tempo libero fra una lezione e l’altra.
Il Conte Peter von Haimburg ora era uno dei cadetti della scuola ufficiali del 19° reggimento di fanteria. Stava passeggiando con un suo commilitone, quando si avvicinò a loro una giovane zingara che, sorridendo, chiese di poter leggere loro la mano. Il Conte, il quale non era un giovane che prendesse seriamente quel genere di cose, cercò di evitare l’invito, ma la zingara insistette ed il suo commilitone lo invitò ad accettare la cosa come un gioco senza importanza. La giovane magiara chiese allora di poter vedere la mano destra e poi disse:
-Questa è la mano del destino, vi prego lasciatemi un po’ vedere nel vostro futuro.-
Il Conte si sentì un leggermente a disagio, ma accontentò la zingara.
-E` curiosa questa vostra linea, e qui, dice che nella vostra vita c’è stato un uomo molto importante per voi, forse era un amico, anzi forse era un padre o un uomo anziano, e lui vi ha lasciato in dono qualche cosa di speciale, di vivo, ma che non conoscete ancora, sebbene l’avete conosciuto prima.—Che cos’è?-
-Non lo so.-
-Curiosa questa linea, voi siete un uomo fortunato. E qui c’è la storia del vostro amore, un amore ostacolato da una donna potente, e chi sarà quest’altra dama che lotterà per voi? Ella porta un diadema imperiale. La cosa che vedo nella linea della vostra mano è una cosa viva, buffa, forse potrebbe essere un piccolo animale che diventerà per voi un regalo prezioso.-
-Ditemi bel giovane, voi andate a caccia?-
-Si, ma non credo che c’entri con il mio destino.-
-Eppure sarà quest’animale a portare gioia nella vostra vita.-
-Credo che voi vi stiate burlando di me, signora.-
-Non credo proprio, voi avete un destino curioso.-
-Arrivederci.-
-A voi, bell’ufficiale.-
Là nel palazzo di Shönbrunn, all’insaputa del giovane Conte, il destino stava tessendo le sue trame e mentre la Contessa di Haimburg, stava parlando con l’Arciduchessa Sofia, l’Imperatrice Sissi aveva già parlato con suo marito, l’Imperatore Francesco Giuseppe, per poter organizzare una serata speciale alla quale lei aveva deciso di far partecipare anche i due giovani innamorati.
Intanto, nelle scuderie dell’imperatrice, il gattino stava esplorando l’attuale dimora sotto gli occhi attenti di una gatta che lo aveva notato senza essere capace di capire da dove fosse arrivato. Comunque fosse, lei decise di seguire l’istinto di tutte le gatte e quindi si prese cura di lui, leccandogli il pelo con molta cura ed offrendogli le mammelle affinchè potesse nutrirsi. Momi, che era appena arrivato dal mondo di S.Nicholaus, era ancora un po’ stordito per l’esperienza avuta e per il cambiamento istantaneo, ma scoprì con piacere che ricordava vagamente qualche cosa, anche se non tutto gli sembrava chiaro come prima. Più che una vera memoria potremmo dire che aveva delle sensazioni, un po’ come se potesse avere dentro di sé delle immagini già viste che non riusciva a collegare con quelle attuali.-
Provò a condividere i suoi pensieri con la gatta e disse:
-Guarda un po’ dove sono finito, e lei signora gatta da dove viene?-
Ma con sua grande sorpresa la gatta non rispose, anzi fu proprio chiaro che non l’aveva capito, e così egli decise di ripeterle la domanda:
-Scusi signora gatta, ma potrebbe dirmi dove siamo, e chi è lei?-
La gatta continuò a leccarlo come se fosse un gelato, ma non diede segno di aver sentito una sola parola. Momi pensò che forse era incappato in una gatta sorda e perciò, vedendo vicino a loro il cavallo dell’Imperatrice, un fiero lipizzano bianco, chiese:
-Scusi se la disturbo signor cavallo, ma forse lei potrebbe aiutarmi ed essere così gentile da dirmi dove mi trovo?-
Il cavallo scuotè la testa, nitrì e, come al suo solito, masticò un po’ della sua biada, ma non disse una parola a Momi.
-O questi sono sordi, oppure sono arrivato in un paese di maleducati!-
Mentre stava parlando, eccoti sbucare fuori dalla paglia un topolino con il musetto appuntito. Momi lo notò e fece la stessa domanda che aveva fatto alla gatta ed al cavallo. Il topolino si mosse come se stesse per dire qualche cosa, ma la gatta fu più veloce di lui e lo catturò senza alcuna esitazione, andandosene con lo stesso tra le fauci.
-Ehi che modi! Stavo solo chiedendogli delle informazioni.-
Ma la gatta se n’era andata in un angolo della stalla, mangiando l’incauto topolino.
Il bel lipizzano bianco non reagì, non nitrì, e non disse una sola parola.
Momi capì che ritornando sulla terra non era più capace di comunicare con gli altri animali nello stesso modo, e capì anche che gli animali non parlavano fra di loro. Ognuno viveva secondo la propria specie, in un modo tutto particolare, ed allora egli stesso miagolò e la gatta ritornò a leccarlo come se fosse stato un gattino qualunque.
Al Castello di Haimburg
In quei giorni prima del santo Natale in tutte le case della cattolicissima Austria ci si stava preparando a festeggiare la nascita del nostro Salvatore e così ognuno, a modo su, cercava di preparare qualche piccola sorpresa per le persone a cui era più affezionato.
La Contessa di Haimburg stava preparando delle sorprese per la sua inserviente Magdala, per Erwin, il suo servitore, per la signorina Katharina che era stata la tata del giovane Conte, per
la signora L’Arciduchessa Sofia, e naturalmente, per il suo amato figlio, il Conte Peter von Haimbug.
Per ognuno aveva trovato qualche cosa di diverso, bello ed unico. Lei amava quel tempo dell’anno durante il quale si poteva sbizzarrire nel piacere di sorprendere le persone che amava con dei doni a loro graditi. La Contessa di Haimburg si pregiava di non scegliere i regali secondo i suoi gusti personali, al contrario, cercava di capire e di soddisfare i desideri altrui, rara virtù, poichè abitualmente accadeva giusto l’opposto: chi donava qualche cosa, quasi sempre soddisfaceva un suo capriccio o una sua piccola vanità. Così la signora Magdala avrebbe avuto il tanto desiderato scialle, Erwin una tuba nuova ed un bel paio di stivali, la signorina Katharina un manicotto e del profumo di lavanda ,e per l’Arciduchessa Sofia un bel ritratto fotografico dei due suoi nipotini, Gisella e Rodolfo. Ma il regalo che le era costato di più in tutto il significato della parola fu la nuova uniforme di gala della scuola ufficiali del 19° reggimento di Fanteria.
Suo figlio sarebbe stato bello ed elegante, e lei sarebbe stata fiera di presentarlo a corte come il suo gioiello più prezioso.
Per il giovane Conte lei fece fare dei gemelli d’oro con lo stemma della loro casata, e per l’occasione volle che il giovane potesse venir in possesso dell’anello che fu già di suo padre, il Conte Johann von Haimburg. Suo figlio, il giovane Conte, aveva desiderato poter vivere quel momento da lungo tempo, poichè con quel gesto egli sarebbe entrato a far parte della ristretta cerchia di ufficiali che componevano la scorta personale dell’Imperatore. Infatti, sarebbe stato lo stesso Imperatore a riconoscere la sua nobiltà con il giuramento di fedeltà all’Impero, e da quel momento egli avrebbe ricevuto l’anello di famiglia e sarebbe entrato a far parte dei consiglieri di stato di sua Maestà, l’Imperatore Francesco Giuseppe. Per lui si stava prospettando un avvenire felice ed operoso. Da parte sua, la stessa Arciduchessa Sofia aveva sempre avuto simpatia per il giovane Conte in quanto lo aveva visto crescere e conosceva la sua nobiltà d’animo e quella di sua madre, una dama di compagnia fedele e capace. L’unica cosa di cui lei non era proprio contenta erano state le chiacchiere che si erano fatte sul conto del giovane quando venne a sapere che stava frequentando una giovane ungherese. Lei non aveva mai amato gli ungheresi, e ricordava sempre con un certo fastidio il 1848 quando i rivoluzionari cercarono di abbattere la monarchia Austriaca. Da quella volta per lei gli ungheresi erano dei nemici da tenere alla larga dalla sua famiglia. Nessuno aveva avuto il coraggio di dire all’Arciduchessa Sofia che il giovane Conte sarebbe stato invitato a Corte con la sua nuova fidanzata ungherese, la Contessina Gisella. Ma come sempre, l’Imperatrice aveva pensato ad ogni cosa, e dopo aver parlato e convinto suo marito l’Imperatore, aveva fatto partecipe del suo piano la Contessa di Haimburg e le sue dame di compagnia, le Contesse Marianne von Meissl e la Contessa Ida Ferenczy.
Fu la signora Magdala, inserviente della Contessa di Haimburg, ad informare involontariamente
l’Arciduchessa Sofia della partecipazione alla festa del giovane Conte, quando lei chiese alla
Contessa, in presenza dell’Archiduchessa Sofia:
-Signora, devo preparare l’uniforme del 19° reggimento per il Conte?-
-Si, certo.-
-Contessa, come mai il giovane Conte deve indossare l’uniforme?- chiese l’Archiduchessa Sofia.
-E`per la cerimonia della restituzione dell’anello di famiglia che si terrà a palazzo imperiale.-
-E quando dovrebbe avvenire ciò?-
-Al ballo che si terrà prima di Natale.-
-E come mai non ne sono stata informata?-
-Non lo so, vostra Altezza.
-Chi vi ha comunicato che si terrà questa cerimonia?-
-Un messo dello stesso Imperatore che ci ha portato l’invito personale.-
-L’invito personale di chi?-
-Delle loro graziosissime Maestà.-
La Contessa di Haimburg si stava rendendo conto che l’animo dell’Arciduchessa Sofia stava cambiando d’umore e che stava via via diventando sempre più sospettosa ed insofferente. L’innocente domanda della sua inserviente Magdala aveva riaperto una controversia su chi avesse l’autorità fra le donne in seno alla famiglia Imperiale, e quindi la domanda dell’Arciduchessa che ne seguì fu la più logica e naturale che la Contessa si potesse aspettare:
-L’invito che avete ricevuto, è sottoscritto da entrambi le loro Serenissime Altezze Imperiali?-
-Si, vostra Altezza.-
-Dunque, alla corte di Vienna siamo arrivati al punto di tramare contro gli stessi componenti della famiglia Imperiale!-
-Ma Altezza, forse non è così, forse c’è stato solamente un malinteso, o un contrattempo.-
-Non credo proprio che sia così. Quando c’è di mezzo Sissi, c’è sempre d’aspettarsi qualche sorpresa e non sempre delle più felici.-
-Ma non lo so se l’Imperatrice ne sia informata.-
-L’Imperatore mio figlio non fa nulla senza che le persone citate nei suoi documenti siano
state informate.-
-Mi dispiace di questo contrattempo.-
-Non me ne parlate più, voi stessa siete una complice involontaria.-
-Ma Altezza, non ho mai avuto l’intenzione di mancarvi di rispetto o di essere complice di qualche cosa che vi potesse dispiacere.-
-Lo so Contessa e vi credo, ma è chiaro l’intento di qualcun’altro nel volermi allontanare da questa cerimonia, cerimonia che condivido e che avrei voluto onorare con la mia presenza, e voi sapete quanto io stessa sia affezionata al giovane Conte.-
-Si, è vero Altezza.-
-Ora basta parlarne fra di noi, sono sicura che l’Imperatore mio figlio mi spiegherà che cosa sia realmente accaduto.-
-Sia come voi desiderate, e tu Magdala vai a preparare l’uniforme, credo che per oggi tu abbia già fatto la tua parte.-
-Vado signora.-
-Non è colpa sua se ho capito che qualcuno mi stava preparando una sorpresa.-
-Altezza credetemi, non ne ho parlato perchè volevo che fosse una piacevole sorpresa per mio figlio.-
-Vi capisco, ma ora non preoccupatevi, è mio figlio che mi deve delle spiegazioni, non voi.-
-Non vorrei essere la causa di un nuovo problema.-
-Non lo siete Contessa, ed ora se non vi dispiace vorrei ritornare alla Hofburg.-
-Sempre al vostro servizio, Arciduchessa- e senza aggiungere altro la dama s’inchinò, salutò la gradita ospite, e poi si ritirò.
L’Invito
Quando il messo imperiale bussò alla porta della casa della Contessina Gisella, egli si trovò davanti ad un cameriere, con tanto di livrea, che parlava in una strana lingua. Questi era ungherese, così come lo erano le stampe, i quadri e la ricca cristalleria esposta nella grande sala. La Contessina non era in casa in quel momento, era andata a far visita a delle signorine di una certa età. Per loro era un momento piacevole di mondanità, poichè potevano sentirsi ancora partecipi della vita culturale e sociale in una capitale di 50 diverse etnie.Vienna stava così vivendo il suo progresso ed il suo momento di sfarzo, con una storia ricca di avvenimenti, così come lo era stata la loro bella gioventù. La Contessina visitava regolarmente le ragazze del lontano 1792 e regolarmente preparava dei biscotti al rosolio, affinchè quelle che venivano chiamate con un eufemismo “signorine d’altri tempi”, potessero sentire l’amicizia e la stima che essa provava per entrambe.
Il messo porse l’invito personale dell’Imperatore al cameriere e si raccomandò che fosse inoltrato quanto prima a sua grazia,la Contessina Gisella, rimarcandone l’importanza.
Il cameriere lo guardò stupito ed un po’ seccato, come a voler intendere che non era uno sprovveduto e che non era meno attento al suo lavoro di un messo di corte. Accettò l’invito, salutò con un inchino il messo imperiale, chiuse la porta ,ed appoggiò l’invito su di un vassoio d’argento che stava proprio lì, davanti ad uno specchio con la cornice dorata.
Al suo rientro la Contessina Gisella stava togliendosi il cappellino con la veletta quando notò sul vassoio la busta con il sigillo imperiale. Un batticuore improvviso s’impadronì di lei e con spontanea curiosità ed emozione cercò un tagliacarte per poter aprire la busta sigillata. Mille pensieri le passarono per la mente, le domande più assurde ed i timori più irreali. Con le mani tremanti cercò il tagliacarte; lo ricevette dalle mani attente e premurose del suo fedele cameriere.
-Grazie.- sussurrò quasi senza fiato la Contessina, mentre stava staccando con cura la cera lacca con lo stemma dell’Aquila bicipite, simbolo della casata imperiale. Era la prima volta in assoluto che una missiva dell’Imperatore d’Austria entrava in casa di una ungherese. Dopo i fatti del 1848, l’Arciduchessa Sofia aveva suggerito a suo figlio di mantenere le distanze da tutti coloro che lei considerava sovversivi e rivoluzionari. Per l’Arciduchessa Sofia gli ungheresi erano tutti sovversivi e rivoluzionari, ma così non la pensava sua nuora Sissi, moglie dell’Imperatore. Quest’ultima era convinta che gli ungheresi fossero un popolo fiero, intelligente, degno di tutta la stima e la considerazione dovute ad una nazione ricca di tradizioni. Ne era così convinta che stava spingendo suo marito, l’imperatore, ad appoggiare l’incontro fra il Conte Peter von Haimburg e la Contessina Gisella.
Ma ritorniamo al messaggio portato a mano dal messo imperiale. Era stampato su di una carta intestata con lo stemma degli Asburgo in oro zecchino: era l’invito per una festa che si sarebbe tenuta alla vigilia di Natale nel complesso del palazzo imperiale della Hofburg.
L’invito riportava scritto quanto segue: “Le loro Serenissime Maestà nelle persone dell’Augusto Imperatore Franz Joseph e la graziosa Maestà l’Imperatrice Elisabeth d’Asburgo si pregiano di aver l’onore d’ invitare personalmente la Contessina Gisella Toth alla cena con ballo che si terrà alla sera del 24 dicembre 1862 nella residenza Imperiale della Hofburg, in Vienna.”
La Contessina rilesse parola per parola quello che aveva letto qualche istante prima, poi per la gioia allargò le braccia ed abbracciò e baciò il suo cameriere, che rimase immobile come una statua. Lei si girò su sé stessa, accennando alle prime note di un noto valzer del famoso maestro Johann Strauss figlio e disse:
-Non ci posso credere!! Mi hanno invitato a corte per il ballo e la cena della vigilia di Natale! Sembra incredibile, una giovane donna ungherese, alla corte della più importante casa regnante d’Europa. Santo cielo, sembra quasi un miracolo!-
Il cameriere la guardò sorridendo e scuotendo la testa sussurrò:
-Questi giovani sono tutti un po’ matti- e se ne andò in cucina a cercare la cuoca per portarle la bella notizia.
Intanto nel palazzo imperiale di Shönbrunn, alla periferia di Vienna, l’Arciduchessa Sofia decise di affrontare l’argomento della festa con suo figlio, l’Imperatore Franz Joseph, e senza girare troppo con le parole venne al punto essenziale dell’argomento chiedendogli il motivo per cui lei non fosse stata informata.
-Vedete voi stessa Maman, quanto questo argomento vi abbia infastidito.-
-Si, decisamente avete ragione voi Franz, è un argomento che mi ha infastidito profondamente.-
-Come ben sapete Maman, fra pochi giorni sarà la vigilia di Natale e come ogni anno noi la festeggeremo con le persone a noi più care e Sissi mi ha pregato d’includere il giovane Conte Peter von Haimburg e la sua ragazza.-
-La sua ragazza?-
-Si, la Contessina Gisella Toth.-
-Non mi risulta nè che lei sia la sua fidanzata, nè tanto meno che questa corte abbia dimenticato i torti che abbiamo dovuto subire dagli ungheresi. Quindi credo il vostro invito, Franz, sia fuori luogo ed alquanto inopportuno.-
-Maman, vi prego di considerare che i tempi sono cambiati, e che Sissi ha desiderato solamente favorire i sentimenti del giovane Conte e quindi dargli l’opportunità di poter condividere con noi una serata speciale. Alla fine, la Contessa di Haimburg sua madre è sempre stata fedele a noi ed agli Asburgo e lo stesso dicasi del giovane Conte. Egli è cresciuto assieme a noi ed ora fa parte dei cadetti del 19° reggimento di Fanteria. Il gesto di cortesia ed attenzione dimostrata a lui ed alla sua famiglia da parte nostra non può essere interpretato da voi, Maman, come una mancanza di rispetto nei vostri confronti e tanto meno come un gesto politico.-
-Forse ai vostri occhi Franz, tutto ciò è normale, ma non lo è per chi è un po’ più lungimirante.-
-Che cosa vi fa pensare che questo semplice invito nasconda dei secondi fini?-
-Il fatto che non avete avuto il coraggio di parlarmene prima di prendere una decisione.-
-Ma Maman, voi dimenticate che non sono più il ragazzo di una volta, ora sono adulto, sono sposato e sono l’Imperatore.-
-L’Imperatore lo eravate anche prima di sposarvi!-
-Maman, con il vostro permesso vorrei poter concludere la nostra conversazione. Come sapete, ora devo incontrare l’ambasciatore spagnolo. Scusatemi, ma devo proprio andare.-
L’Arciduchessa rimase da sola nel salone e guardando attraverso la finestra vide la nuora che passeggiava nel parco con le sue dame di compagnia e le venne spontaneo commentare:
-Avete giocato bene le vostre carte, Sissi- e girandosi verso il lungo corridoio decise di incamminarsi verso le proprie stanze.
La Festa alla Hofburg
Finalmente era arrivato il momento tanto atteso.Vienna sembrava una città magica sotto la coltre di neve spessa alcuni centimetri. Le luci alle finestre delle case riflettevano le candeline accese degli abeti di Natale. Per le strade le carrozze scivolavano lente, guidate da infreddoliti cocchieri a cassetta, mentre dalle calde narici dei cavalli l’aria usciva a sbuffi come se essi stessi fossero stati dei draghi incantati. La gente si salutava amichevolmente andando di fretta e, con grande cortesia, ognuno augurava al suo prossimo prosperità e felicità, cercando poi di raggiungere quei negozi dove poter comperare gli ultimi addobbi per il Santo Natale. A Vienna erano stati installati i nuovi lampioni a gas i quali illuminavano le strade creando una particolare atmosfera di festa. Alcuni bambini, incuranti del freddo, si rincorrevano felici proprio là, nel piazzale dove troneggiava il grande monumento all’imperatrice Maria Theresa d’Austria, che era stata madre di ben sedici figli.
La Contessa di Haimburg era arrivata al palazzo Imperiale prima del suo amato figlio poichè , essendo la Dama di Compagnia dell’Arciduchessa Sofia, aveva anche l’incarico di sorvegliare che le donne predisposte al servizio dell’Arciduchessa avessero preparato tutto ciò di cui la nobildonna avrebbe avuto bisogno in quella serata speciale. Quando arrivò nelle stanze riservate alla madre dell’Imperatore, si sentì salutare cordialmente:
-Mia cara, sono così felice di vedervi! Lo so che per voi è una serata speciale, così come lo sarà per il nostro amato Peter. Mi sembra ancora ieri quando lo vedevamo correre con Max o quando era diventato amico di quello strano uomo che faceva gli ornamenti di Natale in legno.-
-Si, mi ricordo bene di quel periodo e di quell’uomo: era il signor Melchior.-
-Peter ne aveva parlato tanto che tutti ne eravamo rimasti ammaliati, persino l’Imperatore.-
-Peccato, povero uomo, è morto a causa di quello strano incidente. Era una brava persona- commentò la Contessa.
-Eh si, quelli erano bei tempi, ma quanti anni sono passati?-
-Dieci anni, vostra Altezza. Il tempo se n’è proprio volato.-
-Eh si, se n’è andato, ma ora dobbiamo pensare a questa sera.-
-Avete ragione Arciduchessa, questa sera Peter riceverà dalle mani dell’Imperatore l’anello di famiglia degli Haimburg e da quel momento egli sarà a tutti gli effetti parte della scorta personale dell’Imperatore, un onore concesso a pochi.-
-E` vero, ma il giovane Conte è cresciuto con i miei figli ed è degno di tale onore.-
-Vi ringrazio Altezza.-
-Su, non perdiamo tempo, ora andiamo, ci stanno aspettando.-
La Restituzione dell’Anello
Il salone delle feste era già gremito dagli invitati e gli ufficiali del 19° Reggimento di
Fanteria. Erano schierati al lato destro della sala. Là, in mezzo a loro, c’era il giovane Conte Peter von Haimburg nella sua nuova uniforme. Quel giorno sua madre la Contessa gli aveva donato i gemelli d’oro con lo stemma della famiglia ed ora fra poco avrebbe avuto il grande onore di
ricevere dalle mani dell’Imperatore Franz Joseph l’anello con il sigillo della sua casata, e con questo atto sarebbe entrato a far parte della scorta personale dell’Imperatore. Il cuore gli batteva e si sentiva emozionato, ma la sua emozione divenne più forte quando sentì annunciare il nome della Contessina Gisella Toth, e la sorpresa divenne gioia quando lei apparve in tutto lo splendore della sua giovane età. In quel preciso istante il maestro di corte annunciò l’entrata delle loro Graziose Maestà, l’Imperatore Franz Joesph e la sua amatissima consorte Elisabeth, l’Imperatrice d’Austria. Gli ambasciatori, i rappresentanti del governo, e le dame si inchinarono in segno di rispetto e saluto, mentre gli ufficiali scattarono sull’attenti. Dietro alle loro graziose Maestà c’erano l’Arciduchessa Sofia ed i fratelli dell’Imperatore, gli Arciduchi Massimiliano Ferdinando con sua moglie Carlotta, l’Arciduca Carlo Lodovico, e l’Arciduca Lodovico Vittorio. Poi seguiva il corteo delle dame di compagnia e fra queste naturalmente c’era anche la madre del Conte Peter von Haimburg che cercò con lo sguardo il suo amato figliolo. Ognuno andò a mettersi in piedi accanto alla posizione a loro assegnata, le loro Maestà, al centro dove c’erano i due troni e poi via via seguendo, secondo un preciso cerimoniale, in accordo con il titolo e l’importanza della loro presenza in seno alla casa Imperiale. La Contessina Gisella era quasi in fondo al salone e non aveva ancora visto Peter von Haimburg nella sua nuova uniforme. In verità, lei non sapeva cosa sarebbe accaduto in quella sala; il suo invito parlava di una cena e di un ballo a corte e nient’altro. Quando tutti furono al loro posto e l’Imperatore diede il benvenuto dichiarando la serata aperta, due squilli di tromba richiamarono l’attenzione di ognuno e misero sull’attenti gli ufficiali presenti che si radunarono in mezzo alla sala, davanti alle loro Maestà. L’Imperatore invitò i suoi ospiti a prestare attenzione a ciò che sarebbe accaduto in quel momento e disse:
-Ho il gradito compito e l’onore di rinnovare una tradizionale usanza delle nostre famiglie.
Come Imperatore e come Monarca di un’antica dinastia è Nostro privilegio individuare fra le famiglie di nobili natali colui che farà parte della Nostra scorta personale e quindi sarà di diritto uno dei più fidati collaboratori. Nel fare ciò ci siamo avvalsi di due opportunità a Noi concesse; per prima la lunga conoscenza personale che abbiamo della famiglia scelta, e poi l’opportunità di consacrare con questo Nostro atto l’eredità materiale e spirituale di un amico di vecchia data. Ci riferiamo al Conte Johann von Haimburg, che purtroppo non è più qui fra di noi, perciò invitiamo a venire qui davanti il suo erede legittimo, il Conte Peter von Haimburg, e pregherei di avvicinarsi anche la sua gentile genitrice, la Contessa di Haimburg, la quale assieme a tutti voi sarà la testimone della restituzione dell’anello alla famiglia da parte della casa regnante d’Austria.Vi prego, avvicinatevi.
La Contessa e suo figlio si presentarono davanti alle loro Maestà e con un leggero inchino del capo salutarono l’Imperatore e la sua gentile consorte, che a loro volta contraccambiarono con un sorriso appena accennato.
L’imperatore si fece consegnare dal maestro di corte una pergamena ed una piccola scatola ovale coperta da un velluto rosso, invitò al suo fianco l’Imperatrice, e disse:
-Noi, Franz Joseph d’Asburgo Imperatore d’Austria, restituiamo l’anello della casata dei Conti di Haimburg per confermare con esso tutta l’autorità nobiliare e materiale che tale titolo comporta. Noi abbiamo deciso di conferire a voi, Peter von Haimburg, l’eredità di vostro padre, il Conte Johann von Haimburg, perciò da ora in poi e davanti a tutti questi testimoni voi sarete conosciuto ufficialmente con il titolo di Conte e con il nome di Peter von Haimburg, uniti agli onori che vi aspettano quale unico erede. Eccovi dunque la pergamena che sigilla e comprova il vostro titolo ed eccovi l’anello con lo stemma della vostra casata.
Un’applauso confermò il gesto dell’Imperatore, seguito da un coro improvvisato dagli ufficiali che intonarano: Serbi Dio l’Austriaco Regno.
A quel punto l’Imperatrice avanzò verso il giovane e gli disse:
-Siate ancora il bevenuto fra noi e spero che ora avremo l’opportunità di vederci più spesso.-
E poi rivolto verso la Contessa aggiunse:
-Siete una madre fortunata.-
-Vi ringrazio, vostra Maestà.-
-Conte, ho pensato ad una piccola sorpresa che spero vi sarà cosa gradita. Con la mano fece cenno al maestro delle cerimonie d’invitare la Contessina Gisella.
Gli occhi del giovane s’illuminarono ed il sorriso gli venne spontaneo sulle labbra ed esclamò:
-Maestà non vale, voi mi leggete nel cuore!-
-E` vero, ma io sono l’Imperatrice ed è mio compito di vegliare sulla felicità dei miei sudditi.-
-Scusatemi- aggiunse l’Imperatore:
-Se siete d’accordo Sissi, noi potremmo aprire le danze, e quindi lasciare liberi i nostri ospiti di muoversi come meglio essi credano.-
-Certamente caro, penso che sia una buona idea, vi prego di scusarci.-
La Contessina salutò le loro Maestà e gli altri ospiti, e poi rivolta verso al Conte disse:
-Conte, non sapevo nulla di questa cerimonia e dell’importanza che essa avrebbe avuto nella vostra famiglia e sopratutto per voi stesso.-
-Neppure io sapevo che sareste venuta, ma devo dirvi che mi ha fatto un’immenso piacere vedervi.-
-Grazie, siete gentile.-
-Ora permettetemi di presentarvi all’Arciduchessa Sofia e poi a mia Madre la Contessa.-
La giovane s’inchinò profondamente ed attese che il giovane la presentasse. L’Arciduchessa
la squadrò per bene e poi disse:
-Spero che voi non turberete il cuore del nostro giovane cavaliere.-
-Non oso tanto, vostra Altezza- rispose la Contessina.
Intervenne la madre di lui con un sorriso dicendo:
-Sono solo dei buoni amici, non è vero?-
-Certamente si- rispose prontamente Peter e poi aggiunse:
-Scusateci Altezza e voi Maman, ma questo valzer è troppo invitante. Gisella, mi concedete l’onore di questo ballo?-
-Naturalmente.-
E così, con molta felicità nel cuore, entrambi si unirono agli altri invitati nel vortice della danza.
-Siete stato bravissimo Conte, senza il vostro aiuto non avrei saputo come cavarmela.-
-Vi prego, chiamatemi Peter.
-Se così vi piace, sarò lieta di chiamarvi per nome.
Il salone era colmo di invitati e la musica del maestro Johann Strauss figlio creava delle piacevolissime sensazioni nella danza. Le dame avevano degli abiti bellissimi ed erano ornate di gioielli preziosi e raffinati mentre gli ufficiali, con le loro belle uniformi, erano quanto di più elegante e sobrio si avesse mai visto a Vienna. Ma nessuna delle dame avrebbero potuto competere con l’immagine e la bellezza dell’Imperatrice. Lei aveva i capelli neri intrecciati a corona sul capo, adornati da gioielli a forma di stella che scendevano elegantemente con cura sulle spalle. Il vestito era semplice, bianco fatto di pizzi lavorati a mano, ma così bello e ricco nella sua maestosità che nessuna dama poteva vantare di aver mai avuto un abito più bello.
L’Imperatrice strinse a sé il suo giovane sposo e disse:
-Franz, è meglio che andiamo a sederci, il valzer è bello ma mi fa girare la testa.-
-Sissi, tu non sai quante volte ho desiderato essere come il valzer.-
-Non essere sciocco, Franz, tu mi hai già fatto girare la testa più di una volta.-
-Va bene angelo mio, allora andiamo a raggiungere i nostri ospiti.-
Nella Sala da Pranzo
La festa alla Hofburg procedeva nel migliore dei modi. Persino l’Arciduchessa Sofia non sembrava molto preoccupata che fra di loro ci fosse una Contessina ungherese: alla fine per lei era soltanto una ragazzina. Ma chi non la pensava così era la Contessa di Haimburg, la quale aveva coperto la Contessina dicendo che lei era soltanto un’amica per suo figlio. Alla fine in verità ella stessa non ne era troppo sicura. La gioia che aveva letto negli occhi di Peter la facevano preoccupare per il prossimo futuro.
Cercò di distrarsi e di non mettere il carro davanti ai buoi, ovvero di non crearsi delle preoccupazioni impossibili da risolvere in quei momenti di serenità. Così accettò di buon grado l’invito del Barone Karl Ludvig von Bruck di andare con lui a vedere il grande abete che era stato preparato nella sala da pranzo. Quando entrarono e videro le tavole imbandite e l’enorme abete decorato con i più curiosi e raffinati addobbi, la Contessa di Haimburg rimase sorpresa di tanta bellezza. Le tavole erano imbandite con i servizi di cristallo di Bohemia, la posateria d’oro, e le porcellane di Meissen, mentre al centro dei lunghi tavoli c’erano dei bellissimi antichi vassoi d’argento colmi di frutta. Il Barone Karl Ludvig von Bruck notò che sotto l’albero di Natale c’erano tantissimi regali, ma lo colpì uno in particolare che sembrava muoversi ed emettere dei timidi miagolii, così lo fece notare alla Contessa che sorridendo disse:
-Barone, penso che voi abbiate ragione, in questo pacco ci dev’essere un gattino, ma non tocchiamo nulla, poichè sarà più interessante vedere a chi verrà dato e che faccia farà colui o colei che si ritroverà un gattino come dono di Natale.
-Vi faccio notare che hanno fatto un buon lavoro, vedete questi buchi?-
-Si, li vedo.-
-Così l’animale non soffrirà per mancanza d’aria.-
-No, ma poverino si sente solo, ascoltate come miagola delicatamente.-
-Si, ma fra poco avrà un nuovo padrone o una nuova padroncina.-
Ora ritorniamo di là con gli altri ospiti altrimenti l’Arciduchessa penserà che l’ho abbandonata.
-Voi però Contessa, non mi avete concesso neppure un ballo.-
-Lo farò Barone, ma prima ritorniamo nel salone delle feste, altrimenti qualcuno potrebbe pensare che abbiamo dei segreti da confidarci.-
-Beh, se devo essere onesto la cosa non mi dispiacerebbe.-
-Barone, vorrei ricordarvi che siete un gentiluomo.-
-Certamente madam, ma sono anche un’estimatore delle belle donne.-
-Suvvia Karl, non fate il ragazzino.-
-Entrambi ritornarono nel salone delle feste sorridendo e furono notati dall’Imperatrice che si avvicinò a loro dicendo:
-Mi raccomando, fate che rimanga una sorpresa ciò che avete visto nel salone da pranzo.-
-Ma naturalmente Maestà- risposero ad una voce il Barone e la Contessa inchinandosi rispettosamente e sorridendo con complicità.
L’Imperatore Franz Joseph, vedendo sua moglie parlare con la Contessa, pensò che forse avrebbe gradito il suo sostegno e così avvicinandosi a lei chiese:
-Va tutto bene angelo mio?-
-Credo di si, volevo solamente accertarmi che la sorpresa preparata per il nostro amico non venisse sciupata da una banale casualità.
-E lo è stata?-
-No, per il momento tutto sta procedendo secondo i piani prestabiliti.-
-Ne sono lieto, forse allora sarà il caso di procedere con il programma della serata ed invitare i nostri ospiti a prendere posto nell’altro salone.-
-Sono perfettamente d’accordo.-
Il maestro di cerimonie fu avvertito e poco dopo fu fatto l’annuncio che la cena sarebbe stata servita nel salone accanto.
Quando gli ospiti entrarono nel grande salone, trovarono le candeline dell’abete tutte accese e tutti i candelabri del salone che riflettevano le loro luci negli specchi delle pareti. L’effetto delle luci ed i riflessi delle stesse creavano un’atmofera magica. Sotto l’albero c’erano tantissimi regali ed ognuno in cuor suo era curioso di sapere quale sarebbe stato il proprio. I pacchi erano confezionati con delle carte coloratissime, adornate da sontuosi fiocchi che li rendevano ancora più invitanti.
I bambini presenti, il piccolo Principe ereditario Rodolfo e Gisella la prima figlia della coppia Imperiale, furono messi ad un tavolo a parte con le tate. Gli altri ospiti, non meno curiosi dei bambini, furono pregati di prendere posto secondo le indicazioni già presenti sui segnaposti ai diversi tavoli. Fu così che il Conte Peter von Haimburg e la Contessina Gisella Toht si ritrovarono di nuovo l’uno di fronte all’altra.
-Sono felice che siamo ancora vicini- commentò con un sorriso il giovane Conte.
-Anch’io- rispose timidamente la Contessina.
-Chi non si sentiva per nulla contento della situazione era il povero Momi che, chiuso nella gabbia incartata nei migliori dei modi, si sentiva come se il mondo lo avesse punito per qualche cosa di cui lui non riusciva a capirne assolutamente il motivo e di cui non poteva sentirsi minimamente colpevole. Miagolò delicatamente, quasi per intenerire chi lo avrebbe potuto sentire, ma con tutta quella gente presente nel salone la probabilità di essere sentito era ridotta al minimo. Il chiacchierio ed il brusio che facevano tutte quelle persone incuriosite dalle tante sorprese, dalla bellezza delle decorazioni, e dalla opulenza dei regali, rendevano nulli i miagolii.
Durante la cena gli ospiti continuarono a scambiarsi le loro opinioni, coprendo così il timido lamento del povero gatto.
Momi era stato prelevato dalle scuderie dell’Imperatrice al mattino presto, spazzolato e profumato, e poi con delicatezza messo in quella terribile gabbia che lui non amava. I valletti dell’Imperatrice lo avevano separato da quei suoi nuovi amici, i cavalli Lipizzani e quella gatta che si era presa cura di lui, senza lasciargli il tempo neppure di salutarli e poi, per peggiorare la storia, dopo averlo messo in gabbia l’avevano pure incartata. Per fortuna qualcuno pensò a fare dei fori nella carta, altrimenti avrebbe potuto soffocare. Ora era lì da alcune ore, aspettando non si sapeva chi o che cosa.
Ripensò al tempo in cui era stato con il suo amico Hans, e quanto gli mancasse la sua presenza. Gli tornò alla mente l’incontro con S.Nicholaus e tutti quei dispettosi Gnomi. Ricordò con piacere la bella Olyn, il giovane Elky, quella strana Fata Tacaboton, accompagnata sempre da quella isterica gazza, gli Gnomi dai nomi ridicoli quali Tacadiz, Taiatabari e l’incapace mago Taccagno. Gli venne una tristezza così profonda che desiderò poter dormire per dimenticare. Si guardò attorno un’ultima volta e pensò:
-Ma cosa avrò fatto di male per meritarmi tutto questo? Si raggomitolò lentamente e cercò di dormire.
Intanto nel salone gli ospiti si scambiavano le loro impressioni e parlavano di come ognuno avesse cercato di preparare un dono per quell’occasione, un opportunità veramente speciale. In Austria, così come in tutte le parti dell’Impero, i doni venivano portati da S.Nicholaus il 6 dicembre, ma per l’occasione del Santo Natale all’Hofburg avevano deciso di raccogliere tutti i doni e distribuirli alla sera della Vigilia. La cena era sul finire quando l’Imperatrice suggerì allo sposo che forse avrebbe fatto bene a procedere con la distribuzione dei regali, prima ai bambini e poi via via a tutti gli adulti.
L’imperatrice stessa aveva organizzato quel particolare momento invitando degli attori a recitare la parte del Diavolo e poi quella di S.Nicholaus.
Così la coreografia della recita ebbe inizio e con un grande rumore di catene trascinate ed un fumo rossastro che usciva da un’altra stanza eccolo lì, vestito di raso rosso, con il mantello nero e sopra il capo due piccole corna, saltellando come un grillo impazzito: il Diavolo era entrato e correva per il salone spaventando i piccoli ospiti e facendo sorridere i più adulti.
Gisella, la figlia dell’Imperatore, abbracciò il piccolo Rodolfo che spaventato guardava dove stesse correndo il Diavolo, il quale si fermò e chiese:
-Tu! Rodolfo, sei stato buono?-
-Si,si,si!!- rispose tremante il bambino di solo quattro anni.
-E tu Gisella, hai le mani pulite?-
-Oh si,- confermò tutta orgogliosa la bambina.
-Mostramele!- ordinò il Diavolo.
Ciò fece sorridere tutti gli ospiti, ma lei non si perse d’animo e con semplicità allungò le mani proprio davanti alla faccia dell’attore, quindi aprì le palme di scatto dicendo:
-Eccole qui!-
Visto ciò, il Diavolo fece un salto all’indietro e se ne andò dopo aver agitato davanti a tutti il suo terribile forcone.
In quel momento i musici presenti intonarono una dolce melodia che preannunciava l’entrata di
S. Nicholaus. Sarebbe stato lui quello che avrebbe consegnato i regali e perciò tutti lo attendevano con maggior curiosità ed interesse.
Quando arrivò sulla porta l’attore che era vestito da vescovo, come avrebbe dovuto vestire il vero S.Nicholaus, venne salutato da un grande applauso e dalle grida di gioia dei bambini.
L’Imperatrice fece un cenno di benvenuto al nuovo ospite e disse a gran voce:
-Siate il benvenuto S.Nicholaus, vi prego di entrare.-
I bambini guardarono con attenzione l’uomo che era entrato e nessuno osò spostarsi dal proprio posto. Accadde un fatto curioso, un colpo di vento aprì le finestre del salone e tutte le fiammelle tremolarono quasi a spegnersi totalmente. La stanza rimase al buio per un istante e ci fu un fremito fra tutti i presenti, un curioso timore reverenziale che s’ impadronì di loro. Quando le finestre furono richiuse e la luce delle fiammelle ritornò alla normalità, il Conte Peter von Haimburg
esclamò:
-E` accaduto qualche cosa, non so cosa, ma è accaduto qualche cosa di speciale.-
-L’Imperatrice si mise le mani davanti alle labbra ed affermò:
-Quello, quello non è lo stesso uomo che è entrato prima!-
Tutti si girarono verso l’uomo vestito da vescovo e, con grande meraviglia, si ritrovarono davanti ad un uomo diverso. Questo aveva una barba bianca vera, ed aveva nelle mani un bastone pastorale prezioso. Sembrava anche più alto e grosso.
L’Imperatore, a sua volta sorpreso, chiese con autorità:
-E voi chi siete?-
-Sono colui che avete invitato. Sono Nicholaus.-
-Vi prego di non scherzare con noi, siamo degli adulti.-
-Oh, lo vedo benissimo e anche vedo che avete spaventato inutilmente questi poveri bambini.-
-Non dite sciocchezze, ed ora vi prego di andarvene.-
– Me ne andrò, ma prima se mi permettete, vorrei darvi qualche cosa che un vostro amico mi ha pregato di consegnarvi e poi potrò anche andarmene. E così dicendo fece il gesto di voler levare fuori da un sacco qualcosa.
Le guardie dell’Imperatore lo circodarono minacciosamente, ma l’Imperatore le fermò e disse:
-Lasciatelo fare.-
L’uomo con la barba bianca tirò fuori dal sacco un piccolo Gnomo di legno che s’illuminò nelle sue mani, lo consegnò all’Imperatore e poi ne estrasse uno per l’Arciduca Massimiliano ed infine un’altro per il giovane Conte Peter von Haimburg, aggiungendo:
-Questo è stato fatto proprio per voi, da un vostro caro amico.-
A quel punto tutti tre gli uomini avevano percepito il messaggio.
-Quell’uomo li stava riportando con la memoria a dieci anni prima, quando il signor Hans Melchior aveva dato ad ognuno di loro uno Gnomo.
-Capisco dai vostri sguardi e dalla sorpresa che provate che avete intuito chi vi ha mandato questi Gnomi. Ora vorrei dirvi che quell’ uomo ha coronato il suo sogno, e che c’è un’altra piccola sorpresa per voi, mio giovane Peter. E se voi mi permettete, graziosissima Imperatrice,vorrei poterlo consegnare io il vostro dono, poichè in realtà quello è il frutto di un sacrificio di un vero amico per il giovane Conte.-
L’imperatrice, che sino a quel momento era rimasta zitta, chiese:
-Ma di che cosa state parlando?-
-Sto parlando di quel bel pacco che voi avete fatto preparare questa mattina.-
-E allora?-
-Lasciatemi fare e capirete.-
-Vi prego, se ritenete che ciò lo farà più felice, perchè no?-
Senza muoversi da dov’era S.Nicholaus aprì le palme delle mani ed il pacco con il gattino cominciò a librarsi nell’aria e poi a muoversi fino a giungere nelle mani del giovane Peter.
Il Conte chiese il permesso all’Imperatrice di aprire il pacco la quale, un po’ sorpresa ed un po’ divertita, diede il consenso senza alcun indugio.
Peter strappò la carta che copriva la gabbia e si trovò davanti a sé un graziosissimo musetto che miagolando lo implorava di farlo uscire. Tutti furono commossi e stupiti, così fu spontaneo l’applauso liberatorio che diede il benvenuto in società al gatto.
-Ma è bellissimo! Grazie.-
L’Arciduchessa Sofia disse:
-Ora dovreste dargli un nome. Che ve ne pare di Fufi?-
-Il gattino si passò la zampa sul musetto sino all’orecchio come per voler dire:
-Ma che nome disgraziato!-
A salvarlo da quel nomignolo senza fantasia fu l’Arciduca Massimiliano, grande amico del giovane Conte e testimone della storia trascorsa.-
-Peter, non vi pare che questo gattino assomigli tanto a quello che aveva il signor Melchior?-
-Si, avete ragione Arciduca, ha gli stessi colori.-
-E allora perchè non dargli anche lo stesso nome, sarà un modo per ricordarlo e per onorare l’amicizia che avete avuto con il signor Melchior. Se non sbaglio si chiamava Momi il gatto del signor Hans, non è vero?-
-Si, avete ragione, si chiamava proprio Momi.-
-Un momento! Dovete controllare che sia un maschietto- commentò la Contessina.
-Lo è, ve lo assicuro- confermò l’Imperatrice.
-Allora Momi sarà il suo nome- sentenziò l’Imperatore. E con lui si unirono tutti gli ospiti che applaudirono nuovamente come se tutto ciò fosse stato solo un piacevolo gioco.
Di nuovo un forte colpo di vento riaprì le finestre del salone e tutte le fiammelle delle candele traballarono a tal punto che fu quasi buio.
Quando richiusero le finestre e la luce tornò a risplendere negli specchi del salone l’uomo che si presentò come S.Nicholaus non c’era più ed al suo posto c’era l’attore scritturato a fare la sua parte. L’Imperatrice lo notò immediatamente e chiese:
-Dov’è sparito S.Nicholaus?-
-Sono qui!- rispose l’attore, ma nessuno ora sembrava più prestargli attenzione.
La festa finì da lì a poco ed ognuno se ne ritornò verso casa sua serenamente con in mano i propri regali, felici di aver avuto una piacevole ed inusuale esperienza.
La contessina era stata alla sua prima festa di corte ed era felice di aver avuto le attenzioni del giovane Conte, l’Arciduchessa Sofia era lieta per i doni che aveva ricevuto da sua nuora Sissi, e la stessa Imperatrice era rimasta affascinata dall’evento curioso e dal buon risultato della festa.
L’Imperatore stava ancora guardando con curiosità lo Gnomo ricevuto da S.Nicholaus, quando
l’Imperatrice gli si avvicinò e gli disse:
-Spero che ora mi racconterai la storia di questo signor Melchior, mi sono prorio incuriosita.-
Offrendole cavallerescamente il braccio, Franz Joseph la invitò a seguirlo e poi sorridendo disse:
-Certo Angelo mio, che ti racconterò ogni più piccolo particolare.-
Ma spero che a questo punto, non vi siate dimenticati dei nostri altri amici, il giovane Conte Peter von Haimburg ed il gatto. Spero proprio di no, perchè mentre tutti se ne ritornavano a casa tranquilli nelle loro stanze, loro due che avevano preso la carrozza per poter ritornare ad Haimburg, erano accompagnati da uno stuolo di Gnomi, Fate, ed Elfi, invisibili per il Conte, ma molto reali per Momi che cercava in tutti i modi di poter catturare una volta per tutte la fastidiosissima e dispettosa gazza, mentre la sua amica, la Fata Tacaboton, cercava di colpirlo con una fatiscente scopa fantasma.
Nevicava sulle strade di Klagenfurt; il freddo umido e gelido penetrava nelle ossa. La carrozza arrivò ad Haimburg che era notte avanzata. Il silenzio per le strade era profondo e la neve aveva coperto ogni casa, ogni stalla. Lo stesso castello sembrava coperto da un soffice manto gelato. Il Conte si radrizzò e si scuotè la neve dal mantello, poi prese nelle braccia il piccolo gatto e s’incamminò per entrare nel castello quando vide un uomo vicino alla fontana gelata.
-Buon Natale signor Conte- salutò l’uomo che era circa a venti passi da lui.
-Buon Natale- rispose educatamente Peter cercando di capire chi fosse il suo interlocutore.
Ma l’uomo si girò e cominciò ad andarsene nella direzione opposta.
Allora, incuriosito più che mai, il giovane Conte con il gattino nelle braccia si chiese: “Con chi avrò parlato?”-
E mentre la neve stava continuando a cadere, vide l’uomo che scomparirva nel candore della valle verso la grande foresta.
Peter era infreddolito, stanco, e gli parve di sentire il gatto emettere uno strano suono gutturale, come se dicesse:
– Sai, quello era Hans.-
-No…. non può essere! Su, ora andiamo al castello, qui si gela!-
