ARMI ED ARMAMENTI | UN DIVIDENDO PER LA PACE
Redazione- Il costo della riconversione del sistema economico in chiave verde rischia di essere salato e soprattutto rischia di non trovare le risorse necessarie : 44mila miliardi di dollari entro il 2050 Questa somma che sembra stratosferica a prima vista in realtà circola nei bilanci e nei Pil dei vari paesi seppure messi assieme perchè comunque l’economia, in ripresa dopo la crisi da pandemia per il contagio da Covid 19 e varianti, seppure rallentata da varie ondate ,fa sperare in un avanzamento consistente da qui alla metà di questo secolo. Una cifra se vogliamo anche modesta nei confronti della massa di denaro circolante .
Ecco perchè alla ricerca di quella cifra, che ammonta alla somma occorrente per la riconversione del sistema economico sul versante verde , 50 scienziati e premi Nobel ,hanno proposto di prelevare un dividendo del 2% alle spese militari.
Prima di procedere nel ragionamento mi sembra utile chiarire che cosa si intende per riconversione verde del sistema economico .
Romualdo Gianoli in La svolta verde dell’economia: una scelta obbligata Secondo la definizione delle Nazioni Unite, un’economia verde è un tipo di economia
che mira ad aumentare il benessere dell’uomo riducendo, al tempo stesso, le disuguaglianze sul lungo termine e l’esposizione delle generazioni future a significativi rischi ambientali e scarsità di risorse naturali. È evidente, allora, che un approccio green all’economia può avere effetti benefici prima di tutto nei Paesi a basso reddito, in cui i beni e i servizi ricavati dall’ecosistema costituiscono la quasi totalità dei mezzi di sussistenza e in cui il benessere dell’ecosistema stesso finisce per rappresentare una rete di salvataggio contro i disastri naturali e le crisi economiche. Un’economia verde, dunque, si caratterizza per investimenti in attività finalizzate a costruire o aumentare il cosiddetto “capitale naturale2” del pianeta, ridurre la scarsità delle risorse o mitigare i rischi ambientali. I settori in cui trovano logica applicazione i principi della green economy includono le energie rinnovabili, le costruzioni ad
alta efficienza energetica, i trasporti a basso livello di emissioni di anidride carbonica,
le tecnologie pulite, la gestione ecocompatibile dei rifiuti, l’agricoltura e la pesca so-
stenibili e la corretta gestione delle foreste e della biodiversità. ( 1)
Ricordato in sostanza che cosa si intende per cambiamento verde non solo della nostra economia ma anche di tutto il nostro modo di vivere in presenza della necessità di far fronte proprio al cambiamento climatico che cerchiamo di ostacolare in ogni modo per evitare guai peggiori possiamo tornare al tema accennato all’inizio. Destinare il 2% della spesa militare globale come propongono scienziati e premi Nobel con la campagna per il “Dividendo della pace”: ovvero liberare risorse per combattere il cambiamento climatico, le pandemie e la povertà. Un fondo da 1.000 miliardi di dollari entro il 2030 .
L’emergenza Covid ha bruciato quasi 11mila miliardi di crescita, il 10,2 per cento del Pil internazionale. Ciononostante la spesa in armi prevista, al ribasso, fino alla metà del secolo ammonta a 58mila miliardi, intesi come proventi per la difesa militare, secondo le stime dello Stokholm international peace research institute (Sipri).Si spendono in armamenti nel mondo circa duemila miliardi l’anno, + 87 per cento rispetto al 2001. E il bilancio continua a lievitare. Sempre il Sipri documenta come i cento maggiori produttori di armamenti hanno fatturato 531 miliardi di dollari nel 2020, l’anno della pandemia, in cui il Pil globale è calato del 3,1 per cento.
Per questo , oltre cinquanta premi Nobel e presidenti di Accademie della scienza nazionali hanno lanciato la campagna per il “Dividendo della pace”. Una «semplice proposta per l’umanità», la definiscono gli studiosi, tra cui figurano, oltre agli organizzatori Carlo Rovelli e Matteo Smerlak, Carlo Rubbia, Giorgio Parisi, Roger Penrose, Steven Chu, mentre il Dalai Lama ha espresso il proprio sostegno all’iniziativa. I firmatari chiedono ai governi di tutti gli Stati Onu di «avviare trattative per una riduzione concordata della spesa militare del 2 per cento ogni anno, per cinque anni». In questo modo, «enormi risorse verranno liberate e rese disponibili, il cosiddetto “dividendo della pace”, pari a mille miliardi di dollari statunitensi entro il 2030». La metà dovrebbe essere impiegata per creare un fondo globale gestito dalle Nazioni Unite per lottare contro pandemie, cambiamento climatico e povertà. La metà restante, invece, resterebbe ai singoli Paesi. «In questo momento, il genere umano si trova ad affrontare pericoli e minacce che sarà possibile scongiurare solo tramite la collaborazione – concludono –. Cerchiamo di collaborare tutti insieme anziché combatterci».
L’appello è aperto all’adesione di tutte le cittadine e i cittadini del mondo . Nel periodo 2025-2030, il “dividendo di pace” generato dalla proposta dei premi Nobel supererebbe i mille miliardi di dollari – un importo paragonabile al totale degli investimenti in energia rinnovabile in tutto il mondo, e sei volte maggiore dei fondi disponibili per la ricerca e il trattamento di cancro, HIV/AIDS, TBC e malaria messi insieme. (2 )
Scienziati e premi Nobel dunque fortemente motivati nella proposta . Su Repubblica it si possono leggere, per esempio,,limitanndoci solo a questo esempio , le motivazioni relative all’adesione di Carlo Rovelli, fisico teorico autore di bestseller come Sette brevi lezioni di fisica, L’ordine del tempo o il recente Helgoland (tutti Adelphi) che lancia appunto insieme a cinquanta premi Nobel, e diversi presidenti di Accademie nazionali delle Scienze, un appello indirizzato a tutti i governi del mondo. “È una proposta molto concreta”, dice subito rispondendo a Repubblica via Zoom dalla sua casa nel sud della Francia, dove da venti anni insegna fisica teorica all’università di Aix-Marseille. La posta in gioco è il nostro futuro: “Chiediamo di negoziare una riduzione equilibrata della spesa militare globale da reinvestire per affrontare i problemi gravi dei nostri tempi: riscaldamento climatico, epidemie e povertà”. Nella lista dei firmatari compaiono anche i Nobel Giorgio Parisi e Olga Tokarczuk. E ci sono gli italiani Annibale Mottana (presidente Accademia Nazionale delle Scienze dei XL) e Roberto Antonelli (presidente Accademia dei Lincei).(3)
Rovelli poi spiega così il senso e il valore di questa iniziativa : “ “Alla base c’è un’idea semplice: l’umanità ha problemi comuni gravi, per affrontarli servono risorse, che sono difficili da trovare. Ma c’è un modo per reperirle: collaborare e negoziare una diminuzione comune delle spese militari, raddoppiate dal 2000 a oggi ovunque. Anche una piccola riduzione del 2% all’anno per cinque anni libererebbe un “dividendo di pace” enorme: mille miliardi di dollari da qui al 2030, una cifra molto superiore a quella che viene oggi destinata alla collaborazione internazionale. Sono rimasto sorpreso dall’adesione entusiasta di tanti Nobel, tra cui anche il Dalai Lama. E non le nascondo che mi piacerebbe il supporto di papa Francesco”.
La spesa per gli armamenti è in aumento in molti paesi e continenti .In Italia secondo l’Osservatorio Mil€x, il Bilancio del Ministero della Difesa per il 2022 è aumentato di 1,35 miliardi (+5,4%), portando il totale di fondi al di sopra dei 25 miliardi, un aumento del 3,4% rispetto al 2021 e del 20% in tre anni.
L’osservatorio Milex è promosso da Enrico Piovesana e Francesco Vignarca in collaborazione con il Movimento Nonviolento nell’ambito delle attività della Rete Italiana Pace e Disarmo. Il primo rapporto annuale sulle spese militari italiane è stato diffuso a inizio del 2017, e da allora le rilevazioni sono proseguite.
“Dall’analisi dei bilanci previsionali ministeriali allegati al disegno di Legge di Bilancio 2022 di Difesa, Ministero dello Sviluppo Economico (che sovvenziona i programmi nazionali di riarmo) e Ministro dell’Economia e delle Finanze (che finanzia le missioni all’estero) secondo l’osservatorio emerge che la spesa militare complessiva per l’Italia continua a crescere, soprattutto per l’acquisto di nuovi armamenti.” ( 4)
L’Osservatorio Milex afferma : “”Secondo la nostra metodologia di calcolo, che segue lo standard Sipri, il prossimo anno la spesa militare italiana sfiorerà i 26 miliardi di euro, con un aumento del 3,4% rispetto al 2021 e un balzo di quasi il 20% in tre anni – spiegano da Mil€x – A trainare la crescita, un miliardo in più destinato all’acquisto di nuovi armamenti: 8,3 miliardi complessivi, record storico, in aumento di quasi il 14% rispetto all’anno scorso e con un salto di quasi il 74% negli ultimi tre anni. Questo ultimo dato è conseguente alla quantità senza precedenti di nuovi programmi di riarmo che il Ministero della Difesa sta sottoponendo al Parlamento a ritmo serrato e che quindi saranno avviati il prossimo anno”.
L’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri, www.sipri.org.) nel suo rapporto annuale riporta: nel 2020 la spesa militare totale nel mondo è salita a 1.981 miliardi di dollari, con un aumento del 2,6% rispetto al 2019, malgrado una diminuzione del Pil globale del 4,4%. E per il 2021 è previsto un ulteriore aumento con il superamento della cifra di 2.000 miliardi di dollari. Questo avviene mentre la pandemia e la crisi climatica condannano milioni di persone alla povertà.
Scrive Giovanni Casciaro su Il Fatto quotidiano del 14 maggio 2021 : “gli Stati Uniti, al primo posto nel mondo per spese militari, hanno investito nel 2020 circa 778 miliardi di dollari, con un aumento del 4,4% rispetto al 2019, arrivando al 39% della spesa militare totale; la Cina, al secondo posto, ha impegnato circa 252 miliardi di dollari, con un aumento dell’1,9%; e la spesa militare della Russia si aggira intorno a 61,7 miliardi di dollari, con un aumento del 2,5%. Significative sono state le spese militari della Nato, che hanno raggiunto la cifra di 1.100 miliardi di dollari, con un aumento del 13,6% rispetto al 2019, rappresentando quasi il 56% del totale della spesa militare mondiale.
Si tratta di risorse pubbliche ingenti: sarebbero preziose se fossero utilizzate nella lotta alla povertà, nel potenziamento della sanità e della scuola. Tali enormi spese a favore dell’apparato bellico, con Stati Uniti e Nato in testa, decise dai governanti dei Paesi per “assicurare sicurezza e stabilità”, in realtà aggravano le contrapposizioni e la pericolosa escalation al riarmo. E, se si considerano anche le mega esercitazioni militari, la “guerra dei dazi”, le sanzioni economiche, le espulsioni, le ritorsioni, si avverte la dimensione della crescente tensione internazionale.”(5)
Sono cinque i paesi che spendono di più e insieme rappresentano il 62% della spesa militare globale: Stati Uniti, Cina, India, Russia e Gran Bretagna. Il riarmo dopo l’escalation del periodo della Guerra fredda e dopo una contrazione nel corso degli anni Novanta del secolo scorso ,è ripartito in Occidente dal 1999 (993 miliardi di dollari motivato ma non giustificato dalla necessità della guerra permanente al terrorismo, poi a causa del conflitto afghano, e a seguito di altri avvenimenti e turbolenze diplomatiche per così dire , con protagoniste Russia, Cina, Stati Uniti.Se ci spostiamo nell’area asiatica e nell’Oceania, troviamo pure qui altri paesi che hanno aumentato le loro spese: oltre la Cina, anche India (72,9 miliardi di dollari), Giappone (49,1 miliardi), Corea del Sud (45,7 miliardi) e Australia (27,5 miliardi).
Anche in Africa si registra una crescita: nei paesi dell’area subsahariana è stata del 3,4% (18,5 miliardi), in particolare presso Ciad (+31%), Mali (+22%), Mauritania (+23%) e Nigeria (+29%), tutti nella regione del Sahel, e Uganda (+46 per cento). (6)
Secondo il rapporto SIPRI, che ho citato prima, l’aumento delle esportazioni da parte di tre dei primi cinque esportatori di armi (USA, Francia e Germania) è stato ampiamente compensato dal calo delle esportazioni di armi cinesi e russe, suscitando presso Mosca e Pechino preoccupazioni per l’agguerrita concorrenza statunitense. In particolare le esportazioni verso il Medio Oriente sono aumentate del 25% nel periodo 2016-2020, ad opera soprattutto di Arabia Saudita (+61%), Egitto (+136%) e Qatar (+361%). L’Egitto ha aumentato il suo import del 136% tra il 2011-15 e il 2016-20, per investire soprattutto nelle sue forze navali in quanto coinvolto anche in controversie con la Turchia sulle risorse di idrocarburi nel Mediterraneo orientale (dove anche l’Italia ha dovuto subire più volte l’azione muscolare di Ankara).
In particolare, quasi la metà (47%) dell’export statunitense è andato verso il Medio Oriente, il 24% verso l’ Arabia Saudita. Washington si afferma decisamente come il maggiore esportatore ai danni della Russia, tradizionalmente al secondo posto mondiale.(7 )
Dalla Relazione governativa sull’export di materiali di armamento relativo al 2020, (8 ) anno della pandemia globale e di una dura crisi economica, presentata pochi giorni fa al Parlamento italiano, risulta che la cifra si aggira sui 4,647 miliardi di euro, cifra in calo rispetto all’anno precedente in cui si erano esportati materiali per 5,173 miliardi (-10,18%). Ciò non sorprende se consideriamo il quadro globale del settore, che, come abbiamo visto, ha avuto un analogo calo rispetto all’anno precedente (da 27 miliardi di dollari nel 2019 a 23 nel 2020).(9)
Dall’approvazione della legge 185 del 1990, testo che cerca di regolamentare il commercio di armi e munizioni di tipo militare evitando forniture a paesi in guerra o a dittature, l’export italiano per il primo quindicennio si è attestato mediamente su 1 miliardo annuo per poi cominciare a crescere nel quindicennio successivo arrivando ad una media di 5,4 miliardi annui, con una punta massima di 14,64 miliardi di euro nel 2016 (per vendite a paesi mediorientali come Arabia Saudita e Kuwait).
Ma lo scenario degli armamenti appare inquietante stando alle nuove armi in produzione.Siamo sempre più vicini a macchine con la capacità di decidere chi uccidere o cosa distruggere. E per una “macchina” non c’è differenza tra un “chi” e un “cosa”…
“Ciò equivale a dire che la decisione di dispiegare la forza letale sarebbe delegata a una macchina. Questo sviluppo di così vasta portata cambierebbe radicalmente il modo in cui la guerra viene condotta ed è stata chiamata la terza rivoluzione nell’ambito dei conflitti, dopo la polvere da sparo e la bomba atomica. La funzione di selezionare e attaccare autonomamente i bersagli potrebbe essere applicata a varie piattaforme, per esempio un carro armato, un jet da combattimento o una nave. Un altro termine usato per descrivere queste armi è un sistema di armi letali autonome (LAWS- lethal autonomus weapon systems). “( 10 )
I droni armati oggi hanno ancora un operatore umano che controlla il sistema di arma a distanza ed è responsabile per la selezione e l’identificazione degli obiettivi così come di tirare il grilletto. Il problema non riguarda i Terminator. È improbabile che questo concetto di fantascienza diventi una realtà nei prossimi decenni. Il problema riguarda la rimozione del controllo umano dalle funzioni critiche di selezione e attacco degli obiettivi; alcuni di questi sistemi potrebbero essere attualmente in fase di sviluppo e potrebbero diventare operativi nei prossimi anni.
Ma su questo tema mi riprometto a breve di proporre ai lettori una nuova riflessione .
( 1)https://www.arpa.umbria.it/resources/docs/micron%2017/micron_17_10.pdf
(2 )Per maggiori informazioni sul #GlobalPeaceDividend, visita www.peace-dividend.org o segui @GlobalPeaceDivd
(3)Si può leggere e firmare l’appello sul sito https://peace-dividend.org.https://peace-dividend.org.
(4)https://www.milex.org/
( 6 )https://sbilanciamoci.info/spese-militari-lobby-delle-armi-e-pnrr/
- SIPRI https://www.sipri.org/sites/default/files/2021-10/yb21_summary_ita.pd
- Presidenza del Consiglio dei Ministri
Relazione al Parlamento ai sensi dell’art. 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185
Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale è responsabile della
definizione degli indirizzi per le politiche degli scambi nel settore della Difesa, delle direttive
generali e delle attività di indirizzo, d’intesa con il Ministero della Difesa, con il Ministero dello
Sviluppo Economico e con la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
In particolare, l’Autorità Nazionale-UAMA (Unità per le autorizzazioni dei materiali di
armamento) è l’organismo competente al rilascio delle autorizzazioni per l’interscambio dei
materiali d’armamento, per il rilascio delle certificazioni alle imprese e per gli adempimenti
connessi alla materia di cui alla legge 9 luglio 1990, n. 185 e s.m.i., che consentono di
verificare se le operazioni soggette a tale normativa risultino conformi alla politica estera e di
difesa italiane - https://www.camera.it/leg18/491?idLegislatura=18&categoria=067&tipologiaDoc=documento&numero=004v01&doc=pdfel
COME INVENTAMMO LE ARMI
Quando, 150 mila anni fa, abbiamo dovuto attraversare un periodo caratterizzato da improvvisi cambiamenti climatici, esistevano almeno quattro specie umane, che abitavano diverse aree del pianeta: i nostri antenati sapiens vivevano in Africa, i Neanderthal in Europa e in Asia occidentale, i denisoviani nell’Asia nord-orientale, e i minuscoli uomini di Flores (i cosiddetti Hobbit) nel Sud Est Asiatico. Vivendo in aree lontane e separate fra loro non c’erano allora molte occasioni di conflitto tra specie diverse; né eravamo ancora un pericolo per gli altri animali o per l’ambiente. A un certo punto, in Eurasia, il freddo e i ghiacciai cominciarono a espandersi. I Neanderthal si spinsero così verso l’Italia meridionale e la Spagna. L’Africa era invece devastata da ondate di siccità, che rendevano la savana sempre più brulla e ampliavano le aree deserte. Anche noi sapiens cercammo quindi di porci in salvo. Gli studi genetici e archeologici mostrano che in quell’occasione, nel tentativo di lasciare l’Africa, ci riducemmo considerevolmente di numero.
Le ricerche svolte negli ultimi anni ci rivelano tuttavia che gli ambienti costieri dell’Africa costituirono la salvezza per i nostri diretti antenati. Essi erano ricchi di cibi succulenti, molluschi e altri prodotti acquatici. Il nostro cervello si era ingrandito enormemente nei precedenti due milioni di anni. Ora si potevano selezionare le connessioni neuronali giuste per adeguarci alle mutate condizioni ambientali. Per sopravvivere e prosperare serviva formare, per la prima volta, bande di difesa territoriale. Nell’entroterra non era particolarmente utile coordinarsi in grandi gruppi, poiché il cibo era sparso, mobile, e non prevedibile. Le alleanze si limitavano a certe occasioni di caccia grossa, mentre il costo di presidiare ampi territori per impedire l’accesso ad altri era elevato. Sulle coste avevamo trovato invece un nutrimento di alta qualità, concentrato su un territorio da difendere. Inoltre potevamo programmare lo sfruttamento di tali risorse, poiché eravamo già in grado di comprendere il collegamento tra la luna e le maree.
Si calcola che nella parte meridionale del continente un individuo poteva facilmente raccogliere in un’ora molluschi equivalenti a 5.000 calorie. In un periodo di crisi ambientale si trattava di una risorsa preziosa per la sopravvivenza. Essa costituiva però anche occasione di conflitto tra gruppi diversi. Nascevano così la prima proprietà privata, anche se di gruppo, e le prime guerre territoriali. In questo modo si sarebbero selezionati individui con geni e connessioni cerebrali favorevoli alla collaborazione fra membri del proprio gruppo e alla competizione con individui identificabili come appartenenti a gruppi diversi. Da qui l’ambivalenza della nostra attuale natura cooperativa e competitiva.
Questi caratteri non sarebbero fra loro in antitesi ma al contrario parti integranti di uno stesso comportamento. A un certo punto, circa 70 mila anni fa, in Sudafrica, abbiamo inventato armi da lancio con punte molto sofisticate, ottenute riscaldando particolari tipi di pietra. Noi sapiens potemmo così uscire dall’Africa, diventando una forza inarrestabile. In poche migliaia di anni riuscimmo a dominare il pianeta, causando l’estinzione di tutte le altre specie umane e di moltissimi grandi animali del Pleistocene. Le nostre capacità distruttive, enormemente aumentate, sono da allora rivolte contro altri gruppi della nostra stessa specie.
La guerra fa parte della natura dell’uomo di Patrizia Tiberi Vipraio e Claudio Tuniz – 06/03/2016
Fonte: Il Corriere della sera
