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” LA PSICOLOGIA DELLA GESTALT ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI

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Redazione-  La Gestalt o Psicologia della Forma costituisce una delle massime scuole di riferimento per la psicologia del Novecento. Essa è alternativa sia allo strutturalismo (Wundt: scompone il tutto nelle sue parti) sia al comportamentismo (la Gestalt parla sempre di coscienza mentre esso si rifà solo al comportamento osservabile).

          Per la Gestalt ogni elemento della mente non deriva semplicemente dall’unione di singole parti: la somma di queste parti non crea l’elemento mentale in quanto il tutto è più della somma di esse. Smontando il fenomeno mentale nelle singole parti esso si perde. La Gestalt pensa che non riceviamo il mondo ma lo costruiamo. Il nostro rapporto con il mondo è un atto intenzionale, cioè non semplice registrazione denotativa ma una attribuzione di senso connotativa (cognitio rei + cognitio circa rem). Si rifà molto alla tradizione scientifica tedesca tra Ottocento e Novecento.

          La Gestalt usa molto i termini della fisica dell’elettricità per parlare della mente. Ma non lo fa in chiave materialista: si occupa molto della coscienza, come abbiamo detto, vale a dire della percezione. Quando percepiamo della musica, essa è un tutto superiore alle singole parti perché le note prese singolarmente non creano quella musica così piacevole all’udito. Non solo, ma la melodia resta equivalente anche se si cambiano le note (segno che il tutto, cioè la melodia, è diversa dalla somma delle singole parti, cioè le note). Famoso anche l’Effetto Phi. Uno dei contributi più noti della Gestalt è costituito dalle leggi della percezione, desunte da rigorosi e numerosi esperimenti, per esempio figura/sfondo (ogni atto percettivo è costituito da una figura emergente da uno sfondo indeterminato), legge della costanza (le forme tendono ad essere le stesse al variare della loro presentazione), legge della pregnanza (tutti gli oggetti esterni tendono a strutturarsi in forme più armoniose e perfette), e così via. Importante anche il postulato dell’isomorfismo, per il quale il mondo esterno (campo fenomenico) è strutturato in parallelo con il mondo interno del soggetto (campo fisiologico). L’idea della Gestalt nasce con l’Analisi delle sensazioni, 1886, di Mach. Si sviluppa come costrutto filosofico con la fenomenologia di Husserl e di von Ehrenfels. Ha come maestro indiscusso Brentano. È suddivisa in due scuole: quella di Berlino (ci studiarono gli autori più importanti: Wertheimer, Koffka, Köhler) e quella di Graz (ci insegnò Benussi, il più importante psicologo della Gestalt italiano).

         Con Adattamento Creativo la Gestalt si riferisce a quel continuo processo per il quale l’individuo si differenzia dal sistema sociale cui è parte ma allo stesso tempo vi rimane inserito completamente. Questa idea si distingue dal pensiero della psicoanalisi, per il quale il soggetto deve adattarsi alla società, quindi il conflitto inconscio va portato alla coscienza per reintegrare il paziente nel mondo reale, invece la Gestalt nel secondo dopoguerra rende quel clima creativo e fa capire come portare le persone a far parte di quella società che stava cambiando.

          Ogni comportamento umano è un Adattamento Creativo: le persone fanno quel che possono nel momento in cui vivono, sfruttando le risorse che hanno a disposizione, ma allo stesso tempo tentano di estraniarsi dal mondo per far emergere quel tanto di individualità e creatività che si portano dentro.

            Il sintomo, in questa chiave di lettura, non è un corpo estraneo da eliminare ma un cambiamento continuo che permette di vivere nel mondo senza essere sovrastati dalla contingenza. Tenendo conto di questo, nella Gestalt si parla di Assenza come incapacità di essere presenti a sé e a gli altri in un preciso momento: allora la terapia porta alla Presenza, quindi a dare valore al sintomo come parte integrante dell’individuo. La terapia è arte della Presenza: la questione della sofferenza psichica è vista in termini reazionari, per via della difficoltà della società di oggi, fatta di grandi solitudini. La terapia della Gestalt allora nasce per colmare il vuoto e l’Assenza continui che la società determina in ognuno di noi, specie nel sofferente.

            Il concetto di aggressività ha permesso alla Gestalt di prendere le distanze dalla psicoanalisi. Secondo la psicoanalisi l’aggressività è il quantum di distruttività che l’individuo si porta dentro, invece i teorici ella Gestalt vedono nella aggressività la potenzialità interna di muoversi verso l’ambiente e di adattarsi ad esso. L’etimologia latina significa: “camminare” (gradi) “verso” (ad), cioè incontrare creativamente l’ambiente per strutturare e destrutturare il mondo al fine di renderlo adatto a sé stessi e alle proprie esigenze. È un processo fondamentale per la crescita. È connessa alla possibilità di farsi aggredire, cioè trasformare sé stessi dagli altri. Da queste due tensioni (aggredire e essere aggrediti), nell’incontro tra individuo e ambiente, si struttura qualcosa di nuovo, che è l’individuo inserito nella società.

           Il bambino morde ciò che lo circonda, cioè lo aggredisce e in ciò l’ambiente diventa funzionale all’incontro e al soddisfacimento delle necessità secondo un principio di autoregolazione. Secondo la Gestalt, la concezione dell’uomo è quella di un individuo che può aggredire l’ambiente, muoversi verso la società per soddisfare le proprie necessità in prima persona. Il movimento di differenziazione  e destrutturazione permette di prendere le distanze dall’ambiente quando è percepito come nocivo, per crearne un altro più congeniale alle proprie esigenze.

         La società di oggi delega alle istituzioni il soddisfacimento delle nostre esigenze: questo crea sempre più un individuo non più capace di usare la capacità aggressività per vivere in sintonia con ciò e chi lo circonda. Questa capacità si atrofizza e determina individui svuotati di sé. Questa società non ci permette di autoregolarci non facendoci scegliere autonomamente i nostri bisogni. Una situazione del genere provoca infelicità, anestesia dei propri bisogni (non sappiamo più riconoscerli), esplosioni incontrollate di violenza, che non lasciano poi spazio a momenti di ristrutturazione e quindi di crescita.

             La Gestalt non è solamente una teoria psicologica bensì anche sociale e politica, le cui basi poggiano sul marxismo. Sia nella terapia sia nella società deve esserci una sostituzione di idee e teorie, espresse da molto tempo, in idee e teorie innovative. Da secoli si dice ai singoli di non manifestare aggressività, così come questo ordine etico si impone nella società. Ma teorici come Marx, Reich, Marcuse e altri vedono nel conflitto non solo qualcosa di potenzialmente deleterio bensì soprattutto una modalità per ristabilire l’autoregolazione della interazione di gruppo. Il conflitto deve essere portato in una sua esecuzione, ma non in modo arbitrario, quando un soggetto esercita un potere oppressivo sull’altro: lo scontro e il conflitto non devono essere repressi prematuramente. Infatti nella prematura repressione del conflitto si crea un modo disfunzionale, un proietto. Se un bambino non impara a confliggere accetta in modo passivo le regole altrui e ciò va contro la sua capacità aggressiva di regolazione nel mondo. Nella società accade qualcosa di analogo.

               La teoria del Campo, sviluppata principalmente da Lewin, estende i principi della Gestalt, inizialmente focalizzati sulla percezione, ai processi sociali e di gruppo. Questa teoria considera l’individuo come parte di un Campo dinamico, dove il comportamento è influenzato dall’interazione con l’ambiente e da forze interne ed esterne. Il concetto di Campo muove dal concetto di sé come sviluppato dai teorici della Gestalt. Il sé non esiste a priori o dentro la psiche dell’individuo, invece esso è un fenomeno emergente nel confine di contatto tra organismo e ambiente. La differenziazione avviene nel confine di contatto tra i due. Il comportamento di un individuo non è mai isolato dall’ambiente, ma è una funzione della personalità in contatto con l’ambiente.  Gli oggetti che sono all’interno di un Campo sono definiti dal Campo ma identificano anche il Campo stesso. Essi stessi sono il loro proprio Campo. Il Campo percettivo non si riduce mai a un percetto o a un oggetto, ma esso è sempre nella dinamica tra figura e sfondo. Il Campo pone la indissolubilità ontologica tra io e mondo, che determina il sé. Non ha molto senso chiedersi se esista prima il mondo o l’io o se sono insieme. L’esperienza infatti è sempre esperienza di qualcosa e mai esiste una esperienza senza un oggetto. Allora il Campo non è né il soggetto né l’oggetto bensì lo sfondo del noi creato al confine di contatto. Il Campo è una quasi cosa, un dominio del reale non classificabile ma comunque esperibile. È quasi cosa in quanto deriva dalla nostra percezione. È come la musica: possiamo classificare le note ma la bellezza della musica deriva dalla nostra percezione, non riducibile alle note stesse.

          Francesetti opera questa distinzione :

  • Campo fenomenico: è l’orizzonte di senso attraverso cui derivano le esperienze possibili. Lo scorrere del tempo esperito è diverso se ci divertiamo o se stiamo a un funerale, dipende da noi, anche se esso può essere oggettivabile mediante le lancette dell’orologio.

  • Campo fenomenologico: è l’effetto di un atteggiamento di curiosità verso l’emergere dell’esperienza, lasciandola emergere per come ci arriva senza giudicarla. È il primo livello della epoché fenomenologica descritta da Husserl: siamo con ciò che c’è senza interpretarlo. Conserviamo le potenzialità che il Campo stesso ha in modo che le cose possano emergere.

  • Campo psicopatologico: è un Campo fenomenologico da cui emerge una presenza dal suo essere assente. La psicopatologia è l’emergere di una assenza al confine di contatto che si manifesta attraverso una sofferenza.

         Il rapporto Figura-Sfondo è il processo da cui emergere il senso della esperienza. La psicoterapia della Gestalt porta il concetto di percezione nei rapporti interpersonali. La percezione è un processo attivo e creativo. Ogni Figura emerge da uno Sfondo e nello Sfondo ritorna: senza uno Sfondo non possiamo avere figure. Questo principio di alternanza prende senso soprattutto oggi all’interno di una società che parla di persone fragili, che fanno fatica a creare relazioni, che hanno avuto relazioni significative poco sostenenti e quindi attivano molte solitudini.  Quindi nella società del passato il focus era sulla Figura, oggi si guardano di più gli Sfondi. L’individuo è legato al contesto in cui vive, cioè agli Sfondi. Il compito del terapeuta della Gestalt è di tessere gli Sfondi, cioè fare in modo che siano sostenenti per l’individuo. Ciò si attua mediante una buona relazione con la società di modo che l’individuo possa emergere come Figura idonea e felice.

         Il concetto di confine di Contatto è fondamentale nella psicoterapia della Gestalt. Il confine è un luogo di incontro e separazione (dal latino cum + finis). Il contatto indica una interazione tra due entità (da cum + tangere). Il contatto è il luogo dove organismo e ambiente si incontrano. Nella salute psicologica è fondamentale il contatto autentico e le interruzioni di contatto (proiezione, depressione, e così via) possono portare a disturbi psicologici (Perls). Goodman ampliò il concetto di confine di contatto enfatizzando la natura situazionale e contestuale del contatto. Da Heidegger provengono alla Gestalt le idee che per noi è possibile vedere i confini di contatto come l’essere del mondo, dove l’individuo esiste in relazione con l’altro; l’essere umano è intrinsecamente legato al mondo e alla sua interazione; l’autenticità può essere raggiunta attraverso un contatto genuino col mondo e ciò si manifesta nel confine di contatto. Da Merleau-Ponty i teorici della Gestalt mutuano l’idea che il confine di contatto si estrinseca nel corpo.

         Secondo la Gestalt l’esperienza accade nell’intermezzo, cioè nel confine di contatto, tra io e mondo, così come succede in terapia terapia, dove il paziente e il terapeuta sono tra di loro nel confine di contatto. Se ci approcciamo alla patologia come emergente dal Campo, possiamo dire che essa appartiene all’intermezzo, dove si situa il confine di contatto. È il luogo dove l’io incontra l’altro e dove avvengono gli scambi e le esperienze significative. L’esperienza non appartiene solo all’individuo né solo all’altro, ma emerge dal confine di contatto come una figura dallo sfondo. Nella terapia la sofferenza emerge dal confine di contatto nella relazione tra io e mondo. Il terapeuta deve essere contaminato da questa sofferenza del Campo, deve sentirla e contenerla senza proiettare la propria definizione di realtà. Egli infatti deve essere facilitatore di quanto emerge dal Campo, espresso col paziente in terapia, per poi viverlo assieme al paziente nella presa di consapevolezza.

Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 61 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.

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