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” IL SERVIZIO DISINTERESSATO ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI

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Redazione-  I primi versi della Commedia di Dante sono questi:

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.

Dante si trova in una vera e propria crisi esistenziale, passa per la via della prova. Ma è nella prova stessa che c’è la liberazione, infatti egli scorge del bene, vi trova del bene. È significativo che in cinese il carattere della “crisi” veicola anche l’idea della “opportunità”.

Quando soffriamo, siamo in tensione, vediamo tutto nero significa che abbiamo carenza di informazioni. Non abbiamo mezzi per dare risposte diverse, per questo per ricevere nuovi mezzi dobbiamo rivolgerci ad altre fonti. Nella tradizioni la fonte per eccellenza è la scrittura sapienziale, che per opera dei maestri ha passato i millenni e giunge fino a noi. Ma per approcciarsi alla conoscenza superiore bisogna approcciarla in umiltà. “O Eterno, tu dai ascolto al desiderio degli umili; tu rafforzi il loro cuore, le tue orecchie sono attente” (Salmo 10, 17). “Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili” (1Pietro 5, 5).

Ma qualora l’uomo attinga alla conoscenza dei maestri, i maestri esigono anche un impegno. Costoro desiderano che il discepolo si metta poi a servizio di coloro che sono nell’ignoranza. È il concetto sanscrito di seva.

La parola sanscrita “seva” significa servizio, ma con una connotazione di attività disinteressata e incondizionata, spesso svolta per il bene della comunità o per un ideale più elevato, senza aspettativa di ricompensa. In pratica, è un termine che indica l’azione di aiutare gli altri, sia materialmente che spiritualmente, senza fini personali. “Seva” deriva dalla radice sanscrita “sev”, che significa servire, assistere, onorare. Il termine è ampiamente utilizzato nella filosofia e nella spiritualità indiana, in particolare nell’Induismo e nel buddhismo, per descrivere il servizio come un mezzo per raggiungere la crescita spirituale. Nella tradizione yogica, il “seva” è considerato un importante strumento per la purificazione interiore e per la realizzazione del Sé. L’idea di “seva” è presente anche in altri contesti, come il lavoro sociale e la cura degli altri, dove il termine viene usato per descrivere un servizio svolto con altruismo e dedizione.

Seva, in qualche maniera, somiglia leggermente al concetto cinese di kung fu. L’espressione cinese vuol dire: “uomo (fu) che consegue meriti (kung) dopo un lungo e faticoso lavoro”. I cinesi non usano questo sintagma solo per le arti marziali, ma in genere per indicare un “duro lavoro” protratto nel tempo. In Occidente passa a significare quell’insieme di combattimento, danza e esoterismo che vediamo nei film di Bruce Lee. Ma nelle tradizioni di tutto il mondo il vero guerriero è colui che mette il proprio impegno a servizio degli altri. Nella storia dell’umanità i guerrieri non sono cani sciolti, mercenari, se non raramente, ma personaggi che difendono il proprio paese anche a rischio della vita. Solo così, operando per gli altri, si può raggiungere il “merito”, che consiste in ultima analisi nello sviluppo delle qualità morali, pertanto anche spirituali.

È il passaggio da conoscenza teoria a conoscenza pratica. La vera conoscenza on sta nelle torri di avorio ma deve calarsi giocoforza nella realtà. Patañjali nel II secolo d.C. scrive un celebre trattato sullo yoga e lo fa iniziare con la parola sanscrita atha, che vuol dire “adesso” (atha yoganushasanam). Adesso inizia l’insegnamento sullo yoga. Lo possiamo intendere in molti modi, ma vogliamo privilegiare questo: adesso che abbiamo compreso che non ci sono risposte certe, ma vogliamo aderire a una conoscenza per trarne vantaggio, è il caso di abbandonare le illusioni, le soluzioni false e di attingere alla scienza autentica impegnandoci con coerenza nel percorso.

Oggi lo yoga viene associato a una sorta di ginnastica con esercizi di respirazione. Si tratta certamente di tappe preliminari, solo propedeutiche al vero obiettivo di tale antica pratica indiana.

Yoga deriva dalla radice sanscrita yuj-, “riconnettere, ricongiungere”, quindi lo yoga è la disciplina che ci permette di unirci di nuovo alla nostra identità più profonda, costituita da:

  • sat, “essere”: consapevolezza dell’eternità del nostro essere (siamo temporaneamente incarnati in una struttura fisica ma siamo immortali e eterni, cioè esseri spirituali)
  • cit: “consapevolezza”, la quale è già dentro di noi, ma dormiente, e che lo yoga fa emergere
  • ananda: “beatitudine”, scopo finale dello yoga.

La beatitudine non coincide con i piaceri del corpo, ma si tratta di una gioia profonda legata alla nostra natura divina, ma dormiente.

In questo modo, lo yoga non vuole creare degli asceti nascosti nei boschi ma persone altamente individualizzate, che siano in grado di stare in armonia allo stesso tempo con:

  • prakṛti: termine che deriva dalla radice “kṛ”, “fare”, presente anche nel latino creāre, quindi si tratta della creazione, della natura, che si identifica con il corpo e con la mente razionale
  • puruṣa: la nostra natura spirituale, l’anima, il Sé superiore
  • Brahman: l’Assoluto, Dio.

È la ricerca di equilibrio tra le nostre istanze materiali e le nostre istanze spirituali. L’uomo non è uno spiritello astratto ma allo stesso tempo non di solo pane vive l’uomo. Per questo la sapienza rosacrociana vuole congiungere la materia con lo spirito e esprime questo mistero con la Stella di Davide: questo glifo è formato dalla unione di triangolo con la punta rivolta verso il basso (materia) e uno con la punta verso l’alto (spirito).

Per tale ragione il saggio non vive isolato nel proprio mondo, ma in varie maniere è aperto all’aiuto verso tutti.

Questo è il significato autentico della espressione cinese wei wu wei, “azione della non azione”. Si tratta non di non fare niente incrociando le braccia, bensì di agire in conformità alla natura. Qualcosa di analogo al principio cinese tzu-jan, “essere così come si è”, “spontaneità”. Ma in che senso?

Per cercare di decifrare l’insegnamento cinese del wei wu wei bisogna risalire al testo nel quale compare per la prima volta. Si tratta del Tao Te Ching, un’opera scritta da Laozi forse nel VI secolo a.C. con la quale il filosofo cinese fonda il taoismo. Il testo è suddiviso in ottantuno capitoli o “stanze” di lunghezza diversa, all’interno dei quali si ritrovano numerosi passaggi in rima, costituiti da veri e propri versi ritmati.

Prima di riflettere sulla filosofia, bisogna guardare il testo. La filologia deve sempre venire prima della filosofia. Prima di ragionare sui concetti veicolati dalle parole bisogna risalire al contesto vitale nel quale quelle parole sono inserite.

Un testo cinese afferma: “Quando il Cielo (Tian) si manifesta (You), un decreto (Ming) si accompagna. Quando le cose si manifestano, i nomi (Ming) vi si accompagnano”.

Le cose si manifestano e solo allora diventano nominabili, cioè disponibili ad essere categorizzate secondo il linguaggio. Solo quando il Cielo, la massima autorità cui sono sottoposte tutte le cose e gli uomini, decide di manifestare le cose, esse diventano appannaggio degli uomini.

In un dizionario antico (Shuowen, I secolo) il termine Ming, “nome, parola”, era etimologizzato come “dichiarare la propria identità”. Il dizionario faceva derivare Ming da Bocca e da Imbrunire. All’imbrunire calano le tenebre e non è più possibile vedersi, allora si dichiara il proprio nome. All’imbrunire le cose non sono più conoscibili per via dell’oscurità, allora il nome serve a dichiararne l’identità. Un altro dizionario antico (Shi ming, III secolo) faceva derivare Ming da Rischiarare, portare alla luce. Si nominano le cose affinché siano distinguibili. Possiamo dire che le parole servono a dare identità alle cose. Le cose, quando si trovavano nell’Uno primigenio del Cielo, erano una accozzaglia indistinta. Poi il Cielo decreta che si manifestano e solo allora l’uomo le nomina: egli nominandole le rischiara, le porta alla luce, dà loro la piena identità.

Per questa ragione, prima di fare filosofia bisogna fare filologia: si devono capire prima di tutto le parole, per capire poi le cose o i concetti a cui esse si riferiscono.

Pertanto vale la pena ricordare qualcosa relativa al Tao Te Ching:

  • Il Tao Te Ching non è un libro come lo intendiamo noi oggi: non era destinato alla lettura, ma ad essere recitato da coloro che lo consultavano. I primi manoscritti del testo, che sono in nostro possesso, sono vergati su bambù o seta e erano stati disposti in tombe. Lì evidentemente non venivano letti da coloro che li studiavano ma erano segni sacrali, nel mondo cinese antico la parola era sacra e utile per il passaggio nel mondo degli antenati, pertanto il Tao Te Ching aveva innanzitutto un uso rituale, e nell’antica Cina il rito più importante era quello funebre
  • Il Tao Te Ching non circolava al di fuori del rito, cioè nel quotidiano, per essere studiato come un libro o un manuale di filosofia per preparare un esame. Indizi linguistici e testuali fanno supporre che, nella quotidianità, il Tao Te Ching era diffuso oralmente e imparato a memoria
  • La filosofia cinese antica non cercava la differenza tra vero e falso bensì quella tra ordine (zhi) e disordine (luan) e quindi come contribuire all’ordine. Il taglio di quei testi antichi era pratico e non ontologico. I cinesi si servivano dei testi filosofici per capire il proprio posto all’interno del cosmo e quindi capire come agire convenientemente in conformità alla natura (al Tao)
  • Il Tao Te Ching non ha un autore preciso, probabilmente Laozi non è mai esistito (lo stesso grande storico cinese Sima Qian non era certo del personaggio) e nel testo non si evince un soggetto unico che esprima idee personali. L’ “io” che troviamo di tanto in tanto non indica una individualità ma segna la differenza tra il maestro e l’uditorio oppure è un soggetto sul quale si possa identificare ogni taoista che fruisce dell’opera
  • Il Tao Te Ching non ha una tematica particolare da sviluppare. Si tratta di aforismi sparsi, con un certo alone di coerenza, ma senza lo sviluppo di una linea di pensiero. I più antichi manoscritti rinvenuti fanno pensare che i materiali contenuti nel Tao Te Ching facessero parte di raccolte più brevi (come dimostrano i testi di Guodian) e che fossero disposti in un ordine diverso (come risulta sia dai manoscritti di Guodian sia da quelli di Mawangdui)
  • A tutto ciò si aggiunga che la lingua cinese antica non è del tutto evidente, che gli aforismi del testo sono talvolta (volutamente?) criptici e persino contraddittori; oltretutto rimandano a una serie di richiami testuali e extratestuali che noi non conosciamo con esattezza, quindi che gli studiosi possono solo ipotizzare.

Facciamo quindi un esempio di duplice interpretazione di un passo del Tao Te Ching a causa della ambiguità del cinese antico. Proviene dalla riga 3 del capitolo 1. Inizia con i caratteri wu ming, che significano rispettivamente “non avere” e “nome”. Insieme, possono essere tradotti come “senza nome”. Quindi, l’intera riga significa “Il senza nome è l’origine del Cielo e della Terra”. Questa è l’interpretazione classica.

Un’altra scuola di pensiero sostiene che dovrebbe esserci una pausa dopo wu, rendendolo così un sostantivo anziché un aggettivo. La traduzione diventa quindi “Lo stato di non esistenza è il nome per

l’origine del Cielo e della Terra” o “La non esistenza è chiamata l’origine del Cielo e della Terra”. Gli studiosi che sostengono questa nuova interpretazione ritengono che abbia più senso.

Il concetto di segni di punteggiatura è sconosciuto nell’antico cinese, quindi potrebbe esserci o meno una pausa dopo wu. Se non possiamo dire in un modo o nell’altro, significa che entrambe le interpretazioni sono ugualmente valide? Non necessariamente. Possiamo distinguere tra le due consultando altri capitoli del Tao Te Ching. Se wu ming è chiaramente usato per dire “senza nome” in altri capitoli, allora è più probabile che l’interpretazione classica sia corretta. D’altra parte, se altri capitoli mostrano che ming è usato nello stesso modo della seconda interpretazione, allora ciò darebbe credenza alla nuova interpretazione. I capitoli 32, 37 e 41 sono tutti importanti per l’uso di wu ming. In questi capitoli, wu ming può essere tradotto solo come “senza nome”, a causa del contesto inequivocabile. Questa è una forte conferma dell’interpretazione classica. Il capitolo 14 dimostra che quando il testo usa ming nel modo suggerito dalla seconda interpretazione, aggiunge il carattere yue per rimuovere l’ambiguità. Poiché il carattere yue non si trova da nessuna parte nel capitolo 1, questo diventa una prova contro la seconda interpretazione.

Ebbene, adesso torniamo a noi. A fronte di quanto detto, il concetto di wei wu wei ha a che fare con il posto che il taoista ha nell’universo, cioè, se egli vuole agire rettamente, di essere sottoposto alle leggi del Tao, della natura, dell’universo. Il titolo dell’opera vuol dire: “Classico (ching) del Tao e della virtù (te)”. Per i cinesi antichi la virtù era squisitamente agire in sintonia con le leggi della natura.

Il concetto filosofico di armonia con l’universo ha un risvolto eminentemente pratico: ha a che fare con la retta azione politica. Infatti sappiamo con certezza che nel IV-III a.C. il Tao Te Ching era fruito da elites interessate ad avere un prontuario per l’esercizio del potere (ma anche per lo sviluppo personale).

Alcuni studiosi collocano l’opera al Periodo degli Stati Combattenti (dal 453 a.C. al 221 a.C.), torno di tempo dilaniato da tremende lotte intestine. In un contesto storico assai violento, con superpotenze che si distruggono a vicenda, vi sono due proposte politiche che vanno per la maggiore: il moralismo confuciano e l’attivismo moista.

Con il wei wu wei il Tao Te Ching rifiuta entrambe le soluzioni e propone un’altra via, quella del “non agire”. La nota metafora dell’acqua è molto diffusa all’epoca e costituisce una simbolica assai articolata per quei pensatori antichi. Come il Tao, l’acqua è ai margini tra il “non c’è” (wu) e il “c’è” (you), è quindi ineffabile e labile, quindi procede per infinite trasformazioni. L’acqua è l’elemento femminile, Yin, cedevole, al contrario di quello maschile, forte, Yang. Dice Laozi che l’acqua è cedevole ma nulla è più potente dell’acqua per vincere. Allora il principio del wei wu wei sta a significare che nella azione politica bisogna fare di evitare lo scontro armato, diretto (Yang) e portare avanti un modello cedevole per cui il debole vince sul forte. In altre parole occorre non incrociare le braccia ma lasciare agire la potenza invisibile del Tao in ogni situazione politica. Il paradosso Azione/Non Azione è radicato nel pensiero cinese dove gli opposti non si escludono in maniera assoluta ma sono complementari. In questo senso bisogna agire (Azione) sì ma non in maniera Yang bensì in maniera Yin, questa è la Non Azione. Compiere una azione senza appropriarsene, agire senza prevalere in una battaglia campale, compiere la propria opera senza attaccarvisi. Abbiamo a che fare con un altro modello di vittoria e di predominio politico, basato più sulla diplomazia e sulla visione a lungo raggio che su un attacco duro e improvviso, Yang, un colpo di stato.

Yin corrisponde a basare le proprie azioni sulle situazioni che cambiano, come fa il saggio taoista che si adatta alle circostanze senza ricorrere a dei fissi principi; invece wei invece corrisponde ad agire secondo principi inflessibili. Quest’ultimo termine è lo stesso che troviamo nella formula wei wu wei. Quando un uomo aderisce fermamente alle proprie asserzioni, nonostante le situazioni cambino, e insiste sulla loro assoluta validità scontrandosi con quelle degli altri, cade nell’errore di attenersi al wei-shih; ma se cambia le sue opinioni con il mutare delle circostanze e comprende che queste possono essere ugualmente valide come non valide, pratica lo yin-shih. Quest’ultima è l’attitudine propria del taoista, che nell’azione non distingue le alternative considerandole alla stregua di mete, non progetta il modo di conseguirle, ma reagisce di volta in volta nella piena consapevolezza della situazione, come l’ombra segue la forma e l’eco il suono.

Fare una guerra mal si adatta alle circostanze sfavorevoli, che, se ci sono, devono essere accettate con flessibilità, cambiando strategia, senza mete fisse e inalterabili. Non sembra anche il principio del trasformismo politico italiano contemplato da Andreotti?

Se il Tao Te Ching non fosse il prodotto di un autore identificabile, come ne spieghiamo l’esistenza? La risposta a questa domanda è piuttosto semplice: il Tao Te Ching è il risultato di un periodo di composizione orale durato circa tre secoli (dal 650 al 350 a.C. circa). Durante questo periodo, era comune per i filosofi viaggiare di stato in stato all’interno dell’impero cinese in disgregazione, alla ricerca di un re che mettesse in pratica le loro idee. Inizialmente le loro dottrine venivano formulate oralmente e trasmesse allo stesso modo di generazione in generazione tra i loro seguaci. Infine, uno dei seguaci si assumeva la responsabilità di registrare gli insegnamenti del suo maestro o della sua scuola in brevi, concise affermazioni in cinese classico. In seguito, altri potevano apportare aggiunte o correzioni. Quindi il Tao Te Ching nacque come risultato di un processo editoriale e di commento che è ancora in corso oggi. Ma fu sostanzialmente completato entro la fine del III secolo a.C. con alcune significative revisioni e “miglioramenti” circa 500 anni dopo.

Nel Tao Te Ching rimangono numerose tracce di composizione orale, che rientrano in diverse categorie. Una delle caratteristiche più sorprendenti del Tao Te Ching è che, nonostante la sua brevità, include numerose ripetizioni. La ripetizione di passaggi simili o identici potrebbe essere il risultato di un tentativo consapevole di enfatizzare alcune dottrine importanti, ma l’analisi testuale rivela che tale ripetitività è in realtà endemica nelle recitazioni orali. Vedi 19.6-9 e 48.5-8.

Un esame dettagliato dei manoscritti in seta Mawangdwi del Tao Te Ching, risalenti all’inizio del II secolo a.C. circa, mostra che sono pieni di evidenti errori di scrittura. Questa è un’ulteriore indicazione del fatto che si fossero evoluti solo di recente da una tradizione orale. Gli scribi che li copiavano spesso non erano sicuri di come scrivere una determinata espressione, e molti degli errori rivelano chiaramente che erano ancora fortemente influenzati dai suoni delle parole che cercavano di registrare, anziché solo dal loro significato. Entro il III secolo d.C., con la stabilizzazione del testo ricevuto, tutti gli errori di scrittura vengono “corretti”. Sfortunatamente le “correzioni” stesse sono spesso errate, causando notevoli difficoltà.

Il Tao Te Ching è ricco di altri esempi che dimostrano come si tratti di una raccolta di saggezza proverbiale che in precedenza doveva essere circolata oralmente. Da un lato, incontriamo detti del tutto isolati: “Il debole e il molle conquistano il forte” (80. 10). Dall’altro, ci imbattiamo in citazioni palesi.

In diversi casi, tracce di attività editoriale sono evidenti. Il capitolo 67, ad esempio, è costituito da due tipi di materiale molto diversi: proverbi e commenti editoriali. Il capitolo inizia: “Se è piegato, sarà conservato intatto…”. Le righe 28-29 dello stesso capitolo identificano questa affermazione come un “vecchio detto” e dichiarano che è del tutto vera. Non è sempre facile identificare i commenti editoriali in altri capitoli perché raramente sono così chiaramente evidenziati. Ciononostante, le prove di manomissione editoriale abbondano. Il più delle volte, si manifestano nella stridente giustapposizione di spiegazioni noiose e saggezza poetica.

Un’ulteriore prova delle origini orali del Tao Te Ching è l’uso di espedienti mnemonici e di un linguaggio formulaico. Sono reliquie di un periodo in cui i detti dell’Antico Maestro venivano tramandati oralmente, piuttosto che con pennello e inchiostro. Spesso lo stesso schema grammaticale ricorre più e più volte in versi successivi. Si privilegiano argomentazioni a catena, in modo che un’intera serie di proposizioni sia collegata tra loro in questo modo: se A è così, allora procede B, se B allora C, se C… Vi è, inoltre, un ampio utilizzo di strutture grammaticali e sintattiche parallele. Tutti questi espedienti aiutavano le persone a ricordare e ripetere gli adagi che furono successivamente incorporati nel Tao Te Ching.

Numerosi altri problemi sorgono quando si legge un’opera da una lingua scritta, come il cinese antico, all’italiano del XXI secolo.

Uno di questi problemi è la differenza tra le forme scritte delle due lingue, un altro è la differenza tra le due culture (che non hanno solamente parole con significati diversi, ma anche strutture di pensiero totalmente divergenti), e un terzo è il tempo trascorso tra la stesura dell’opera originale, in questo caso tra VI-III a.C, e la compilazione dell’ordinamento testuale di Wang Bih, risalente al III secolo d.C., oggi in uso.

Ci sono tuttavia altri problemi per qualsiasi traduttore/interprete/lettore del Tao Te Ching.

Il primo è il numero di cambiamenti nella forma dei caratteri cinesi scritti dalla stesura dell’opera originale. Almeno uno di questi cambiamenti si è verificato prima dell’ordinamento del testo di Wang Bih, e almeno altri tre sono stati implementati dopo di lui.

Un altro problema è l’ignoranza degli scribi che portavano continuamente alla luce forme errate che venivano riprodotte dai posteri.

Un terzo problema correlato a quelli menzionati immediatamente sopra è il cambiamento negli strumenti di scrittura

utilizzati dagli scribi cinesi. Con l’invenzione del pennello, l’efficiente “penna con punta in fibra” (realizzata con fibre vegetali imbevute di inchiostro e contenuta in un tubo di bambù cavo) cadde in disuso. Il conseguente cambiamento nello stile di scrittura fu dovuto al fatto che lo scrittore aveva meno controllo sul tratto di un pennello rispetto a uno strumento con una punta fine e solida. Nonostante questa difficoltà, il pennello poteva essere utilizzato per dipingere sulla seta ed era considerato in grado di produrre una forma di calligrafia più “artistica” rispetto allo strumento precedente. Inoltre, scrivere in uno stile libero, fluido e praticamente illeggibile divenne quasi un segno distintivo di un gentiluomo. Non c’è dubbio che questa sia stata la causa di molti errori commessi e successivamente aggravati.

Per chiunque legga attualmente un’opera in genere è difficile, se non impossibile, non essere influenzato dalla filosofia, dalle credenze, dalla cultura e dalla politica della propria società, del proprio periodo storico e del proprio sistema educativo. I cinesi di millenni fa non pensavano certamente come noi!

Pertanto, oggi possiamo capire pienamente cosa si intendeva con: wei wu wei? Della storia in genere non esistono più i fatti ma solo gli eventi, cioè le interpretazioni.

Qualcosa del genere traspare anche nel famoso Yi Ching, Classico dei Mutamenti, considerato già da Confucio (VI a.C.) come un libro di saggezza. Si tratta di un celebre libro “oracolare”, basato sulla interpretazione di trigrammi e di esagrammi. L’antico carattere cinese Yi deriva dalla stilizzazione della figura di un camaleonte nell’atto di cambiare pelle.

La più antica pratica divinatoria in Cina è la interpretazione di piccole fessure sulle ossa degli animali e sul guscio delle tartarughe, che venivano bruciati in sacrificio. Gli antichi cinesi sono passati dall’idea di scrutare le fessure naturalmente prodotte su ossa fino a produrle mediante il sacrificio. Confrontando le fessure, i cinesi riuscivano a interpretare le linee di forza che fanno evolvere la situazione attuale. Non si trattava di ottenere risposte alle domande ma di capire come gli spiriti avrebbero potuto reagire e gli antichi cinesi lo facevano osservando le fessure. Si tratta di percepire l’indicazione delle incidenze che erano contenute nell’atto che pensavano di portare avanti. Rivelazione della struttura stessa dell’evento. Le fessure sono il diagramma delle forze intrinseche all’atto, che ha un proseguo nel tempo: dal passato si riverbera nel futuro mediante una struttura unitaria che trova espressione nelle fessure.

All’inizio della storia della scrittura cinese non c’è testo: ma un tratto orizzontale schiacciato che poi si decompone in due pezzi. Il primo (tratto unitario) è Yang e il secondo (tratto diviso in due) è Yin. Questo tratto deriva dalla fessura oracolare (anche se non è un vero oracolo con domanda e risposta).

Ai primordi in Cina non ci sono parole, non c’è oracolo né rivelazione. Tutto è in quel piccolo trattino orizzontale che poi si divide in due. La unione di tre tratti (unitari e spezzati) crea trigrammi. Se sono sei, si formano gli esagrammi. Scrivere e dipingere derivano dalla evoluzione dei trigrammi (a loro volta derivati da questo piccolo tratto).

Nel Yi Ching ci sono otto trigrammi e sessantaquattro esagrammi. La loro combinazione crea i prospetti di un evento. Come le ossa oracolari, trigrammi e esagrammi indicano la evoluzione di una situazione. Trigrammi e esagrammi sono un momento della situazione, un pezzo del diagramma dell’evento e si strutturano nella polarità Yin e Yang.

All’inizio l’Yi Ching non ha un testo, ma è formato solo da trigrammi e esagrammi (il commento con testo verrà prodotto solo in seguito).

Se all’inizio c’è questa polarità di Yin e Yang, i cinesi antichi non hanno sviluppato una storia del cosmo, una teogonia, una genesi dell’universo: all’inizio tutto è bipolare e da questa coppia di opposti si sviluppa ogni evento. Non è che l’evento si “crea”. Si tratta di eventi che si producono spontaneamente fino al loro declino. Yin e Yang sono il prospetto dell’evento.

Anche nella filosofia del Yi Ching, non si tratta di speculazione, non sono idee astratte, bensì un mezzo per capire come comportarsi in relazione all’evento. Lo sviluppo è la unione tra gli opposti, il declino è la separazione degli opposti. L’uomo sta in mezzo a questa tensione di opposti e i trigrammi e gli esagrammi hanno la funzione di fotografare in che modo l’uomo può interagire con gli opposti. Non si tratta di una azione volontaria bensì di sapere come aderire al processo spontaneamente, come se l’uomo fosse un tutto unico con il processo in questione.

La filosofia cinese è all’insegna del servizio agli uomini e al cosmo, perpetuato mediante la adesione perfetta alle leggi della natura. Cioè il Tao.

Ma cosa è il Tao? La pronuncia arcaica di Tao suonava approssimativamente come drog o dorg. Questo lo collega alla radice protoindoeuropea drogh (correre) e all’indoeuropeo dhorg (via, movimento). Parole correlate in alcune lingue indoeuropee moderne sono il russo doroga (via, strada), il polacco droga (via, strada), il ceco draha (via, sentiero), il serbocroato draga ([sentiero attraverso una] valle) e il dialetto norvegese drog (pista di animali; valle). Gli ultimi due esempi contribuiscono a spiegare la frequente e memorabile immagine di valle del Tao Te Ching: vie e valli, a quanto pare, sono legate tra loro nella nostra coscienza.

I termini sanscriti più vicini a Tao (drog) sono dhrajas (corso, movimento) e dhraj (corso). Le parole inglesi più strettamente correlate sono “track” (traccia) e “trek”, mentre “trail” (traccia) e “tract” (tratto) derivano da altre radici indoeuropee affini. In latino abbiamo “directio”, donde l’italiano “direzione”. Seguire la Via, quindi, è come intraprendere un trekking cosmico, dirigendosi verso l’Assoluto. Ancora più inaspettata della gamma di termini indoeuropei affini a Tao (drog) è la radice ebraica d-r-g per la stessa parola e l’arabo t-r-q, che produce parole che significano “traccia, sentiero, via, modo di fare le cose” ed è importante nel discorso filosofico islamico.

Il Tao è per i cinesi, taoisti e non taoisti, ciò che tutto pervade, esistente in sé, che costituisce l’ordine dell’universo, uomo compreso. Questa descrizione potrebbe essere altrettanto valida per Brahman, il principio centrale della filosofia e della religione indiana. Proprio come il Tao esiste nelle miriadi di creature, così Brahman è presente in tutti gli esseri viventi. Brahman, come il Tao, è non-nato o senza nascita (sanscrito aja, mandarino standard moderno wu-sheng) e senza inizio (anadi; wushih), entrambi concetti importanti nel Tao Te Ching e nel taoismo successivo. Wu-sheng, in particolare, diventa un epiteto standard per la Regina Madre dell’Occidente, la principale divinità femminile del taoismo.

Un’immagine frequente nelle religioni indiane è quella di una via che conduce all’unificazione con Brahman, ovvero Brahma-patha (patha è affine a “via”). I buddhisti lo tradussero in cinese come Fan-tao, letteralmente “Via del Brahman”, un’espressione sorprendente che unisce queste due manifestazioni di unità cosmica. Lo yoga è spesso considerato una disciplina che funge da via verso Brahman. Nella Bhagavad Gita, Krishna (che è una emanazione del Brahman) incoraggia ripetutamente l’eroe Arjuna a seguire la sua via (vartman, reso anche come Tao nel cinese buddista). Un termine ancora più comune per la Via nelle religioni indiane è marga. Nel buddhismo, ad esempio, era pensato come il mezzo per sfuggire alla miseria dell’esistenza mondana. Tra le numerose traduzioni di marga in cinese c’erano le seguenti: Tao, Sheng-tao (saggiamente “via”), Cheng-tao (via corretta), Sheng-tao (via della vittoria), Chin-tao (via del progresso) e così via. Questi e altri usi chiariscono la corrispondenza del Tao con i concetti religiosi indiani, incluso il Brahman.

Il Brahman è impersonale: dato che si manifesta negli esseri, equivale grossomodo a un insieme di leggi di natura che regolano tutto quanto, come una ruota che gira da sola. D’altra parte, il Brahman può avere qualche aspetto che lo fa assomigliare, da soltanto, al Dio cristiano.

Una delle ragioni per cui il taoismo ha una così lunga durata nella storia è, paradossalmente, la sua natura flessibile e inclusiva. Quando lo sentono per la prima volta, molti pensano che la parola Tao sia un termine specifico del taoismo. Nella cultura cinese, tuttavia, è sempre stato un termine generico applicabile a ogni aspetto della vita, inclusa ogni religione concepibile, perché ogni sistema di credenze ha il suo “modo” particolare, è in un qualche senso una “via”. Gli antichi saggi cinesi che hanno inventato il termine sono stati forse i primi a praticare l’approccio interreligioso alla spiritualità. Seguendo il loro esempio, i cinesi nel corso della storia hanno applicato il termine a ogni scuola di pensiero e a ogni disciplina, comprese le arti marziali.

La concezione originale del Tao era semplicemente l’osservazione che la realtà ha un certo modo di essere. Questa “via” comprende tutta l’esistenza: la vita, l’universo e ogni cosa. Un cristiano può chiamarla volontà di Dio; un ateo può chiamarla leggi della natura. Queste sono etichette che indicano la stessa cosa, e il Tao è semplicemente l’etichetta più generalizzata immaginabile, applicabile a entrambe le prospettive.

A causa della natura inclusiva del Tao, quando il buddismo entrò in Cina, trovò facile accettazione nonostante le sue differenze con il taoismo. Il buddismo vedeva la vita come ku hai, l’oceano amaro, e si concentrava sulla sofferenza. Nonostante ciò, i cinesi consideravano gli insegnamenti buddisti semplicemente come un altro modo per esprimere il Tao, preparando così il terreno per l’interazione e l’influenza reciproca tra taoismo e buddhismo. Dall’incontro tra questi due sistemi nacque in seguito il buddismo Zen, il quale fece propri principi fondamentali taoisti come quello del wei wu wei.

Bibliografia

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  • Y. Raguin, Il tao della mistica. Le vie della contemplazione tra Oriente e Occidente, Roma 2013;
  • Tao Te Ching, translation and annotation by D. Lin, Woodstock 2009.

Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 59 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.

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