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“STORIA E PREISTORIA” PROF.SSA GABRIELLA TORITTO

La radice delle due parole si trova in una parola greca: εἶδον, “io vidi”, che sta ad indicare “io so in quanto ho veduto”. Pertanto storia è il racconto di fatti esposti da colui che ne fu testimone oculare. Storico dovrebbe chiamarsi colui che racconta gli avvenimenti da lui stesso veduti o a lui raccontati o descritti a voce o per iscritto da chi ne è stato diretto testimone.

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Le fonti documentali

Redazione-  La radice delle due parole si trova in una parola greca: εἶδον, “io vidi”, che sta ad indicare “io so in quanto ho veduto”. Pertanto storia è il racconto di fatti esposti da colui che ne fu testimone oculare. Storico dovrebbe chiamarsi colui che racconta gli avvenimenti da lui stesso veduti o a lui raccontati o descritti a voce o per iscritto da chi ne è stato diretto testimone. Se manca il testimone oculare degli avvenimenti, la sua documentazione scritta oppure la sua narrazione a chi avrebbe dovuto scriverli allora non c’è più la storia e si entra nel campo della preistoria che coincide generalmente con il periodo in cui la scrittura non ancora esisteva, sebbene oggi le scoperte archeologiche hanno modificato il range temporale dei due intervalli di tempo.

Il campo della storia risale nel tempo fino a quando per iscritto sono narrati avvenimenti, ricordi o racconti dai contemporanei ai fatti stessi o tramandati per iscritto ai posteri.

La preistoria invece è tutto ciò che si racconta di tempi anteriori a quelli di cui possediamo relazioni, testimonianze scritte.

Fino a un paio di secoli fa la preistoria si fondava quasi esclusivamente sulla tradizione orale, la quale naturalmente è fallace tanto più lungo è l’intervallo fra il tempo a cui tale tradizione risale e il momento in cui essa è trascritta.

Da un secolo e mezzo ad oggi però la nostra conoscenza della Preistoria poggia su basi più larghe e più sicure grazie al formarsi e al progredire della scienza archeologica, tanto che oggi, attraverso la ricerca sistematica dello studio e dell’interpretazione delle reliquie del passato, siamo divenuti man mano testimoni oculari di gran parte della Preistoria. Infatti intere epoche preistoriche, come ad esempio la civiltà cretese-micenea, sono state ricostruite in base ai soli elementi forniti dai resti archeologici.

La conoscenza di tali epoche lontane che l’indagine archeologica procura, sebbene vasta e sicura, non ci permette tuttavia di trasferirle dal campo della preistoria a quello della storia poiché i monumenti e i resti del passato possono certamente illuminarci sulle condizioni di esistenza e sul grado di civiltà di un popolo ma non ci raccontano gli avvenimenti di ordine sociale e politico, la vita spirituale, la nazionalità e il linguaggio di quel popolo.

È indubbio che ad oggi i risultati conseguiti dai recenti studi archeologici ci obbligano ad assegnare, fra le varie fonti storiche, un ruolo importante alle fonti monumentali accanto alle fonti letterarie. Le prime, ovvero le fonti monumentali, valgono in genere come illustrazione e complemento delle seconde, ossia delle fonti letterarie, e laddove queste ultime manchino le si usa addirittura in sostituzione di esse.

Anche le epigrafi e le monete rivestono un ruolo importante. Ogni trascrizione è di per se stessa un’espressione letteraria. Lo straordinario valore delle epigrafi e delle monete come fonte storica è data dall’immediatezza con cui in esse si riflette un avvenimento al quale  si riferiscono, sebbene esse da sole non possano sostituire il racconto, la relazione dello storico. L’epigrafe infatti fissa il momento di un determinato sviluppo storico ma non riferisce nulla dei fatti precedenti, delle ragioni che hanno determinato quel momento e/o delle conseguenze da esso scaturite. Quando però le epigrafi sono abbondanti si può anche e solo con esse fare storia soprattutto perché l’antichità fece delle iscrizioni un uso molto più esteso rispetto alle età successive e fra i Greci il documento ufficiale fu per molto tempo esclusivamente epigrafico. Testi di legge, deliberazioni delle assemblee popolari, trattati diplomatici o commerciali, convenzioni, regolamenti, rendiconti finanziari furono incisi dai Greci antichi su lapidi che si custodivano e si andavano a consultare in appositi edifici, corrispondenti ai nostri attuali archivi.

Soltanto dal VI secolo a. C. in poi le fonti letterarie divengono abbondanti e continue, sostituendo così quelle monumentali.

Fra le fonti letterarie e quelle monumentali le epigrafi e le monete hanno un rilievo di mezzo. Ogni iscrizione è di per se stessa un’espressione letteraria e il suo valore come fonte storica deriva dall’immediatezza con cui in essa si riflette il fatto al quale l’epigrafe si riferisce. Tuttavia l’epigrafe oppure una serie di epigrafi non può sostituire il racconto o la relazione dello storico poiché, come già scritto, essa fissa il momento di un determinato sviluppo storico ma non dice nulla dei fatti che lo hanno preceduto, delle ragioni che l’hanno determinato e delle conseguenze che ha provocato.

Anche le monete contribuiscono, assieme al monumento e all’epigrafe, a fare la storia. La moneta è un prodotto artistico che racconta da sé qualcosa del tempo in cui è stata prodotta, dell’ambiente storico, dell’evento che l’ha determinata. La moneta non ci “parla” soltanto con l’iscrizione che riporta incisa ma anche con il metallo con cui è stata coniata, con il modello del conio, con le sue dimensioni e peso.

Anche le fonti numismatiche rappresentano dunque un ottimo complemento delle fonti letterarie e vi sono casi in cui esse hanno fornito alla scienza storica moderna il più prezioso materiale da costruzione. Infatti non sarebbe stato possibile ricostruire la storia della Magna Grecia fra il 550 e il 450 a. C. se non avessimo posseduto le belle e numerose monete di quelle città.

Al pari delle epigrafi e delle monete sono i papiri, strumento di lavoro molto importante per lo storico. I papiri da oltre un secolo hanno contribuito a scrivere la storia della grande civiltà egizia. Infatti se una parte di essi si classifica come letteraria, poiché consta di testi o parte di testi, di autori greci e latini, una parte ben più cospicua evidenzia un carattere documentario, ossia contiene atti amministrativi, testi di decreti e di leggi, conti, lettere, circolari scritte da enti pubblici o da privati. Grazie ai papiri oggi possediamo una conoscenza particolareggiata e precisa della vita pubblica e privata dell’Egitto durante i periodi tolemaico e romano, come non l’abbiamo di alcun altro paese del mondo antico, conoscenza superiore persino a quella che, grazie alle epigrafi attiche, ci sono giunte della vita ateniese nel V e nel IV secolo avanti Cristo.

Dal punto di vista metodologico occorre operare un’ulteriore distinzione delle fonti. Oltre alle fonti monumentali e letterarie bisogna distinguere le fonti primarie e le fonti secondarie.

Parliamo di fonti primarie quando ci riferiamo a tutti quegli scritti relativi a un prodotto immediato, un riflesso, una conseguenza, un’espressione o una manifestazione diretta del fatto storico da essi contemplato; mentre classifichiamo come fonti secondarie tutti gli altri scritti nei quali il fatto storico si manifesta a noi attraverso il ripensamento dello scrittore ovvero attraverso la sua mente, la sua condizione, il suo abito critico, le sue passioni. Di tale specie sono tutte le opere storiche sia le antiche sia le moderne.

Sono fonti primarie gli atti pubblici, i documenti in genere, le orazioni, le lettere, le memorie, i diari. Costituiscono le fonti secondarie le opere storiche propriamente dette, le monografie, gli scritti biografici, oltre alle narrazioni pseudostoriche di vario genere, come ad esempio l’epopea.

Va precisato che lo storico non è un meccanico strumento riproduttore della verità. Egli narra la storia “interpretandola” in base al proprio temperamento, alla propria sensibilità. Ne consegue che ogni storico valuta certi aspetti piuttosto che altri di un certo periodo o contesto storico.

F.to Gabriella Toritto

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