IL TERREMOTO DELL’AQUILA: QUANDO LA TERRA TREMA E L’ANIMA RICORDA
Ci sono eventi che appartengono alla cronaca e altri che, con il passare degli anni, entrano nella memoria collettiva fino a diventare parte della storia di un territorio. Il terremoto che colpì L’Aquila appartiene certamente a questa seconda dimensione. Oltre alle conseguenze visibili, esistono quelle più silenziose: il ricordo di una notte, il vuoto lasciato da chi non c’è più, la paura che può riaffiorare e il difficile percorso verso una nuova quotidianità. La ricostruzione, infatti, non riguarda soltanto edifici e strade, ma anche persone e comunità.
L’Aquila- Ci sono eventi che appartengono alla cronaca e altri che, con il passare degli anni, entrano nella memoria collettiva fino a diventare parte della storia di un territorio. Il terremoto che colpì L’Aquila appartiene certamente a questa seconda dimensione.
Oltre alle conseguenze visibili, esistono quelle più silenziose: il ricordo di una notte, il vuoto lasciato da chi non c’è più, la paura che può riaffiorare e il difficile percorso verso una nuova quotidianità. La ricostruzione, infatti, non riguarda soltanto edifici e strade, ma anche persone e comunità.
Per comprendere quanto una tragedia possa lasciare nel tempo e quanto sia importante custodirne la memoria, abbiamo incontrato il Prof. Gabriele Gaudieri, pedagogista, didatta, formatore, con il quale abbiamo affrontato il tema del terremoto attraverso uno sguardo che intreccia medicina, memoria, fragilità umana e speranza.
Un dialogo per ricordare che dietro ogni ferita visibile ce n’è spesso una più profonda, custodita nel silenzio dell’anima.
Oggi abbiamo intervistato il Prof. Gabriele Gaudieri , al quale abbiamo rivolto alcune domande sul terremoto che colpì e devastò il territorio aquilano, lasciando segni profondi non soltanto nei luoghi, ma soprattutto nella memoria e nell’anima di chi lo ha vissuto.
Quella notte la terra sembrò perdere il proprio equilibrio e, in pochi istanti, case, certezze e vite furono travolte. Ma quando le macerie vengono rimosse, ciò che resta non è sempre visibile agli occhi: rimangono ricordi, assenze, paure e domande che il tempo non riesce completamente a cancellare.
Professore, che cosa rimane, a distanza di anni, di un terremoto come quello che ha colpito L’Aquila?
Rimane innanzitutto la memoria. Rimangono i volti, le storie, le persone che non ci sono più e quelle che hanno dovuto ricostruire la propria esistenza. Un terremoto non distrugge soltanto edifici: può spezzare punti di riferimento, generare paura e lasciare una traccia profonda nella dimensione emotiva dell’essere umano. La terra può smettere di tremare, ma dentro una persona il terremoto può continuare a vivere per molto tempo.
Quanto è importante, oltre alla ricostruzione materiale, occuparsi delle ferite interiori?
È fondamentale. Ricostruire una città significa anche ricostruire una comunità. La medicina, la psicologia, la pedagogia e tutte le professionalità che si occupano della persona hanno il compito di accompagnare chi ha vissuto un trauma, perché alcune ferite non sono visibili e proprio per questo possono essere più difficili da riconoscere.
Possiamo dire che il terremoto continua a vivere nella memoria di chi lo ha attraversato?
Certamente. La memoria non segue necessariamente il calendario. Ci sono persone che, anche dopo molti anni, possono rivivere emozioni, immagini e sensazioni legate a quella notte. Tuttavia, la memoria può diventare anche uno strumento di consapevolezza: ricordare significa non dimenticare le vittime e, allo stesso tempo, imparare dal passato.
Professore, esiste una differenza tra la ricostruzione di una casa e quella di una persona?
Sì. Una casa può essere ricostruita attraverso pietre, progetti, materiali e competenze. Una persona, invece, deve ritrovare dentro di sé un nuovo equilibrio. La ricostruzione dell’essere umano è più silenziosa e spesso non ha una data di conclusione. Richiede tempo, ascolto, presenza e soprattutto la possibilità di sentirsi nuovamente al sicuro.
Quando la terra trema, che cosa accade alle nostre certezze?
Forse comprendiamo improvvisamente quanto siano fragili. Viviamo spesso pensando che ciò che ci circonda sia immutabile, ma un terremoto ci ricorda che la vita è movimento. La fragilità non è necessariamente una debolezza: può diventare la consapevolezza del valore immenso di ciò che abbiamo.
Il dolore può insegnare qualcosa oppure questa domanda rischia di essere troppo difficile per chi soffre?
Bisogna avere grande rispetto del dolore. Non dobbiamo mai pretendere che una persona trasformi immediatamente una tragedia in una lezione. Con il tempo, però, può accadere che anche una ferita diventi consapevolezza. Non perché il dolore sia necessario, ma perché l’essere umano possiede una straordinaria capacità di cercare un significato anche nelle esperienze più difficili.
Che cosa significa, secondo Lei, ricordare le vittime?
Significa impedire che il tempo trasformi le persone in semplici numeri. Dietro ogni nome c’è una vita, una famiglia, dei sogni, degli affetti, una storia irripetibile. Ricordare significa continuare a pronunciare quei nomi con rispetto e permettere che la loro memoria diventi parte della coscienza collettiva.
Esiste una forma di guarigione anche nella memoria?
Sì, quando la memoria non diventa soltanto il luogo della sofferenza, ma anche quello dell’amore. Ricordare qualcuno che abbiamo perduto significa, in fondo, riconoscere che quella persona ha lasciato qualcosa di noi dentro di noi. Il ricordo può fare male, ma può anche essere una forma di presenza.
Che cosa può insegnare un terremoto alle generazioni che non lo hanno vissuto?
Può insegnare che nulla deve essere dato per scontato. Può insegnare il valore della prevenzione, della solidarietà e della responsabilità. Ma soprattutto può insegnare che nelle grandi emergenze l’uomo scopre quanto abbia bisogno dell’altro. Quando tutto crolla, spesso ciò che resta in piedi è la capacità di tendere una mano.
Dopo una tragedia, che significato assume la parola “rinascita”?
Rinascere non significa dimenticare ciò che è accaduto. Significa imparare a convivere con ciò che è stato e trovare la forza per guardare ancora avanti. La vera rinascita non cancella le cicatrici: le trasforma in testimonianza. Una città che torna a vivere porta dentro di sé la memoria di ciò che ha perduto e, proprio per questo, il suo futuro assume un valore ancora più grande.
Professore, secondo Lei perché l’uomo ha così tanto bisogno di ricostruire?
Perché ricostruire è una dichiarazione di fiducia nella vita. Quando una persona ricostruisce una casa, una relazione, un progetto o semplicemente la propria quotidianità, sta dicendo al dolore: “Non avrai l’ultima parola”. È forse questa una delle forme più profonde di coraggio.
E quando le macerie diventano ricordi?
Le macerie appartengono alla materia, i ricordi all’anima. Le prime possono essere rimosse, i secondi no. Ma forse non è necessario cancellarli. Alcuni ricordi devono essere custoditi, perché raccontano chi siamo stati e ci ricordano quanto sia preziosa ogni giornata.
La medicina può curare anche ciò che non si vede?
La medicina può prendersi cura della persona nella sua complessità, ma nessuna cura può prescindere dall’ascolto. Il corpo e la mente non sono mondi separati. Prendersi cura significa guardare l’essere umano nella sua interezza, comprendendo anche le sue paure, le sue fragilità e le sue speranze.
Che cosa significa oggi parlare di speranza dopo una tragedia?
Significa avere il coraggio di guardare oltre senza tradire il passato. La speranza non è dimenticare ciò che è successo: è scegliere di continuare a vivere nonostante ciò che è successo. È una luce discreta, che spesso nasce proprio nei momenti in cui tutto sembra essere diventato buio.
Se dovesse lasciare una sola parola a chi porta ancora dentro di sé le conseguenze di quella notte, quale sceglierebbe?
“Resistere”. Non nel senso di combattere continuamente contro il dolore, ma nel senso più profondo di rimanere fedeli alla vita. Ci sono momenti in cui andare avanti è già un atto di straordinario coraggio.
E quale parola affiderebbe invece alla città dell’Aquila?
“Memoria”. Perché una città non è soltanto fatta di pietre e strade. È fatta delle persone che l’hanno abitata, amata, sofferta e ricostruita. L’Aquila continuerà a vivere davvero finché saprà custodire la propria memoria trasformandola in futuro.
Forse è proprio questo il senso più profondo di una ferita: non quello di ricordarci soltanto ciò che abbiamo perduto, ma anche ciò che abbiamo avuto la forza di ricostruire?
Sì. Le cicatrici raccontano che qualcosa è accaduto, ma raccontano anche che siamo sopravvissuti a ciò che è accaduto. E forse l’essere umano è proprio questo: una creatura fragile capace, nonostante tutto, di rialzarsi.
Il terremoto può cambiare il volto di una città, può spezzare il silenzio della notte e lasciare ferite profonde. Ma non può cancellare ciò che l’uomo riesce a costruire dentro di sé: la memoria, la solidarietà, la dignità e quella misteriosa forza che chiamiamo speranza.
Perché alcune ferite non si vedono, ma continuano a parlare. E talvolta è proprio ascoltandole che impariamo a comprendere il valore della vita.
A conclusione di questo incontro con il Prof. Gabriele Gaudieri, resta una riflessione che va oltre la medicina e oltre il racconto di una tragedia.
Il terremoto dell’Aquila ha lasciato ferite nelle pietre, ma soprattutto nella memoria di una comunità. Alcune scosse finiscono in pochi interminabili secondi; altre, invece, continuano a vibrare nel cuore per anni. Eppure, proprio dalla fragilità può nascere una nuova consapevolezza: quella del valore della vita, della solidarietà e della capacità dell’essere umano di rialzarsi.
Ricordare non significa rimanere prigionieri del dolore. Significa dare un senso alla memoria, custodire chi non c’è più e trasformare ciò che è accaduto in un monito per il futuro.
Perché le città possono essere ricostruite pietra dopo pietra, ma la vera rinascita avviene quando anche l’anima ritrova, lentamente, la forza di tornare a sperare.
E forse è proprio questa la lezione più profonda che ci consegna una tragedia: la terra può tremare, le certezze possono crollare, ma la speranza, quando viene custodita insieme, può diventare più forte delle macerie.
Una comunità, dichiara il Prof. Gabriele Gaudieri, che subisce un evento traumatico, attraversa un periodo di disintegrazione per poi riorganizzarsi in un ordine nuovo, volto a ricreare la “normalità”. Il livello di vulnerabilità sociale è determinato in larga misura proprio da fenomeni di mutamento sociale non correttamente pianificato, quali ad esempio la mancanza di progetti rivolti alla prevenzione dei disastri naturali o tecnologici, che amplificano gli effetti fisici di un agente distruttivo. I sistemi sociali hanno capacità di “ammortizzare” simili variabili fisiche in modo molto diverso a seconda delle reazioni sociali che si attivano durante e dopo la crisi, in funzione del tipo di cultura specifico posseduto da ciascun sistema sociale nei confronti di un determinato evento.La comprensione dell’impatto di un evento fisico richiede l’analisi di una modellistica teorica “raffinata”, che analizzi l’ordine socio-economico, al fine di far comprendere le possibilità effettive, a breve termine, di recupero nel periodo post-impatto. Il Prof. Gaudieri ricorda di essere stato il 23 ottobre 2010 relatore del progetto “ Ambiente terra. Ambiente bambino” il cui direttore scientifico era l’Ill. Prof. Enzo Sechi nel seminario organizzato dal Dip. Protezione Civile, Presidenza del Consiglio dei Ministri insieme al Dip. di Medicina Interna e Sanità Pubblica dell’Università degli Studi dell’Aquila. Il Prof. Gaudieri ricorda che, nel triste momento del movimento tellurico, gli tornò in mente, mentre fuggiva, il “De Terrae Motu” di Seneca il quale , per descrivere la violenza del terremoto, usa la seguente espressione: “ quassa quatiebat”, ossia il susseguirsi dei terremoti, agitava ciò che era già scosso. Ringrazio di cuore gentile Dott.ssa Ilaria Solazzo, per avermi dato la possibilità di riflettere, ancora una volta, sugli effetti psico-sociologici del terremoto e del suo condizionamento in una dimensione diacronica.
Prof.Gabriele Gaudieri
Pedagogista, Didatta e formatore.
Direttore editoriale di Anankenews



