SQUARCI DI VITA INTELLETTUALE ITALIANA A FINE XIX SECOLO CON I ”CLERICI VAGANTES PER UN SELVATICO MAGGIO IN SARDEGNA”
Redazione- Gabriele d’Annunzio, pur continuando a mantenere rapporti epistolari con alcuni intellettuali dell’isola, suoi amici, e pur vaneggiando ulteriori viaggi, non torna più nell’isola, neppure quando Ferdinando Martini, allora Ministro della Pubblica Istruzione, vuole affidargli un incarico a scopo artistico nell’isola. Con il cuore e con la mente resta legato alla Sardegna, celebrando i “Dimonios”, così definiti dai nemici austro-ungarici, con l’ode dedicata all’antica virtù della gente sarda e le imprese eroiche compiute dal 151° e 152° Reggimento Fanteria della “Brigata Sassari” durante la Grande Guerra, la stessa virtù di Don Giovanni d’Austria nelle acque di Lepanto. Il Vate infatti commemora le imprese eroiche dei quattrocento archibugieri sardi, rievocando la battaglia del 7 ottobre1571:
“Don Giovanni nella battaglia aveva sul ponte quattrocento soldati del Terzo di Sardegna, che fecero miracoli contro i trecento giannizzeri e i cento arcieri di Alì… Anche la recondita Teulada ha il suo eroe nel cannoniere Michele Meloni di Francesco, ferito nella giornata del 23 ottobre a Homs”.
Nel 1911 compone per il soldato Pietro Aru di Cuglieri la poesia “Ari”:
“Non guarda il cielo Pietro Ari. Guarda
tra sacco e sacco. Pelle non scarseggia
Sceglie, tira, non falla…”.
Scrive anche versi in onore di Alberto Riva di Villa Santa, uno degli eroi sardi della Prima Guerra Mondiale. Alberto Riva Villa Santa è figlio di un’importante famiglia di tradizione militare. Muore a Paradiso (Udine), sul campo di battaglia, pochi momenti prima della cessazione delle ostilità, il 4 novembre 1918, contestualmente all’armistizio di Villa Giusti che pone fine alla Grande Guerra:
«Ecco un giovine italiano, ecco un adolescente, Alberto Riva, della casata di Villa Santa, un Italiano di Sardegna, diciottenne. Suo padre era caduto nella battaglia il 7 giugno 1916. Quattro de’ suoi consanguinei erano caduti nella battaglia. Al suo fianco un suo fratello era stato ferito. E non gli bastava. Stirpe più che ferrea, silenziosa sublimità sarda, eroismo delle labbra serrate, sacrifizio senza parola. L’isola non s’è rinsaldata al continente? C’è tuttavia il Tirreno tra noi e quel masso d’amore? Al passaggio del Piave, al passaggio della Livenza, questo fanciullo aveva operato prodigi, conducendo il reparto d’assalto dell’ottavo reggimento di bersaglieri. Il 4 novembre, all’ora precisa dell’armistizio, cadde anch’egli alla testa dei suoi arditi, colpito nell’atto del balzo, per spingere la vittoria più lontano, per più accostarsi a quelli che ci aspettavano, a quelli che ci aspettano”.
Emilio Lussu, capitano della “Brigata Sassari”, è una figura determinante nei combattimenti della Grande Guerra, raccontati in “Un anno sull’altopiano”. Dal 1920 al 1922, esattamente fra la fine dell’impresa di Fiume e la marcia su Roma, diverse sono le vicende che vedono il ‘politico’ d’Annunzio incontrarsi dapprima con i combattenti sardi e poi con i sardisti. Nel 1975 Paolo Pili, dapprima leader del combattentismo, poi del sardismo e infine federale nonché deputato fascista, così scrive:
“…In quello stesso periodo… era avvenuta l’avventura di Fiume; d’Annunzio vi era andato… in quell’epoca noi eravamo favorevoli a simili movimenti. Un simile atteggiamento… ci serviva anche per controbattere efficacemente all’accusa che di tanto in tanto ci lanciavano dall’altra sponda, dall’Italia, quella di separatismo; schierandoci in quel modo potevamo infatti dimostrare di essere collegati con l’unico movimento patriottico, nazionalista, che ci fosse allora vivo in Italia, il fiumenesimo; sicché sin dal congresso del 1920 a Macomer avevamo mandato una copia del nostro documento a d’Annunzio il quale subito fece scrivere da Alceste De Ambris una lettera a Emilio Lussu con cui esaltava il documento definendolo un monumento di organizzazione sociale… Nel 1922 si profilava la possibilità che d’Annunzio facesse, assieme ai legionari che erano stati con lui a Fiume, una marcia su Roma prima di Mussolini… si trattava di andare al governo prima del fascismo con la collaborazione del Duca D’Aosta… Noi eravamo assolutamente favorevoli, perciò mandammo a d’Annunzio un proclama del partito, dichiarandoci a sua disposizione”.
È proprio Pili, assieme ad Antonio Putzolu, a recarsi a Milano per concordare la collaborazione dei sardisti con lo stato maggiore dannunziano. Il leader del combattentismo sardo mette a disposizione 5.000 uomini, chiedendo in cambio armi e mezzi di trasporto. Di quegli accordi non se ne fa nulla poiché in quelle stesse ore i fascisti occupano Palazzo Marino a Milano. Il progetto sardista salta. Paolo Pili scrive:
“Noi volevamo fare la marcia su Roma prima dei fascisti, per bloccarli e fare un’amministrazione con lo Statuto fiumano che consentiva le autonomie regionali. Anzi d’Annunzio nella Carta del Carnaro parla di comuni autonomi…”.
Lorenzo Del Piano, storico dell’autonomia della Sardegna, ritiene che il rapporto sardismo-dannunzianesimo… contribuisce a togliere al movimento dei combattenti sardi e poi al Partito Sardo d’Azione del primo dopoguerra… ogni carattere provinciale, localistico e ad inserirlo nel flusso politico e culturale nazionale.
“La fine dell’impresa fiumana e la Marcia su Roma segnarono per la storia d’Italia l’inizio di una tragedia. Di quei giorni drammatici Emilio Lussu ricorda un particolare retroscena che avrebbe dovuto vedere il Vate protagonista di un’iniziativa organizzata dal Governo per cercare di ostacolare le intenzioni dei fascisti ma che non vide mai la luce”.
Emilio Lussu, fondatore del Partito Sardo d’Azione, è un ufficiale pluridecorato nella Grande Guerra, eroe della Resistenza, membro della Costituente e Ministro della Repubblica. Le sue imprese fanno di lui un vero e proprio “passe-partout” nella Storia d’Italia.
Il “Cavaliere dei Rossomori” dedica la propria esistenza per la giustizia e la libertà. È un uomo integerrimo, che vive le due guerre mondiali con ardimento, da tutti salutato come il “Capitano”. Il giovane Emilio Lussu, che ha il “battesimo del fuoco” sul Carso con la “Brigata Sassari” e che è un acceso interventista negli ultimi anni dell’Università, sul Carso comprende quale sia il vero volto della guerra, rischiando più volte la morte.
Come d’Annunzio e Lussu, anche Ungaretti, Gadda, Marinetti, Slataper e tanti altri scrivono e descrivono la loro guerra, i loro paesaggi durante le battaglie. Al di là del credo politico e/o religioso, se interventisti oppure neutralisti, tutti si trovano a vivere un’esperienza tragicamente totalizzante, che lacera l‘anima e lascia tracce indelebili nella loro memoria.
Lo scrittore austriaco Fritz Weber scrive:
“Le nostre anime sono ben più desolate e devastate del mucchio di rovine che dobbiamo difendere”.
Emilio Lussu, che combatte sull’altopiano di Asiago, in “Un anno sull’altipiano”, suo capolavoro letterario nonché manifesto politico, verga:
“La popolazione dei Sette Comuni si riversava sulla pianura, alla rinfusa, trascinando sui carri a buoi e sui muli, vecchi, donne e bambini, e quel poco di masserizie che avevano potuto salvare dalle case affrettatamente abbandonate al nemico. I contadini allontanati dalla loro terra, erano come dei naufraghi. Nessuno piangeva, ma i loro occhi guardavano assenti. Era il convoglio del dolore. I carri, lenti, sembravano un accompagnamento funebre”.
Mentre Carlo Emilio Gadda:
“Io vedo la divina città esposta alla bassezza del furore nemico come Ruggero vide Angelica bianca e nuda esposta alla fame dell’Orca, mentre il flutto dell’oceano artico le lambiva i piedi marmorei”.
Il Vate d’Annunzio ha il merito di introdurre il mito del sardo intrepido combattente nell’immaginario nazionale.
Nel 1893, scrivendo allo scrittore e giornalista Stanis Manca, rivela:
“Io spero di potere a ciascuno (Sebastiano Satta, Pompeo Calvia e Luigi Falchi, nda) stringere le mani, possibilmente, e di videni a Sassari luntanu. […] Ho la nostalgia della Sardegna, da dodici anni, come d’una patria già amata in una vita anteriore”.
Il Vate non torna in Sardegna, né riesce a scrivere sull’isola quel libro tante volte procrastinato. Dopo gli screzi con l’amico Scarfoglio e lo scandalo che coinvolge Sommaruga con la conseguente chiusura delle sue riviste, agli inizi del nuovo secolo d’Annunzio è costretto a riparare in Francia per sfuggire ai creditori, mentre in tutta Europa si avverte quel malessere profondo che prelude alla Grande Guerra nella quale il Vate si distinguerà per le imprese eroiche, dapprima come “il poeta-soldato”, poi come “il Comandante” con la presa di Fiume.
F.to Gabriella Toritto
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