“C’ERA UNA VOLTA IL TEMPO” – DI VALTER MARCONE
Redazione- In questo nostro “ tempo” spesso a proposito e a sproposito non rimane che esclamare “ c’era una volta il tempo!” , perchè il nostro tempo non è più quello della campana che scandiva le azioni del giorno, della vita e della cultura contadina che rimane il nostro dna. Per la memoria di un passato che divenuto presente si avvia verso il futuro rimanendo sempre il nostro patrimonio essenziale : appunto di cultura e di saperi. .
E non è nemmeno il tempo di una certa fisica che ci ha affascinato un giorno ma che evolvendosi nella conoscenza forse ci inquieta . Non è nemmeno il tempo dei poeti. In un mondo che va velocissimo anche il tempo prende le sue rincorse. In verità non molte perchè comunque siamo rimasti a quello che diceva S. Agostino : “ io so che cos’è il tempo ma se qualcuno mi chiede di spiegare che cos’è , io non lo so più”.
Un tempo accellerato che però mostra la sua lentezza per esempio quando parliamo di fenomeni astrofisici come la scomparsa degli anelli di Saturno tra “cento milioni di anni “, cento milioni si legga bene, oppure per la durata di un viaggio interstellare ipotizzata in quatrrocento anni , quattro o cinque generazioni per raggiungere Alfa Centauri che è l’obiettivo del progetto Chrysalis , una nave spaziale generazionale lunga 58 km progettata per trasportare 2.400 persone in un viaggio di sola andata, coprendo 40 trilioni di chilometri in quattro secoli, creando un mondo autosufficiente in movimento per sostenere generazioni di esseri umani fino alla destinazione.
Ma quando diciamo c’era una volta il tempo di che tempo vogliamo parlare? Quello della nostra infanzia al quale siamo legati con ricordi intensi o con la voglia di un oblio che è poi rimozione magari di traumi che hanno influenzato la nostra vita. O vogliamo parlare del tempo che ricordiamo con nostalgia perchè è stato quello in cui la nostra vita ha subito una svolta o ha trovato punti di riferimento stabili o ci ha donato serenità e capacità di affrontare i problemi. Vogliamo forse parlare dei cosidetti “ tempi andati” in cui erano importantissimi alcuni valori e la nostra visione del mondo ci rendeva forti a differenza delle fragilità che viviamo nel tempo presente per il tempo che è passato e quindi per esempio a causa dell’invecchianeto.
Insomma del tempo possiamo parlarne in diversi modi .Ma possiamo anche parlare del tempo che ci rimane da vivere quando appunto invecchiamo o quando siamo affetti da una malattia o quando aspettiamo con ansia un evento per il quale abbiamo investito appunto risorse , forze e speranze.
Gli antropologi dicono che viviamo il tempo come fosse uno spazio. Ovvero noi rovistiamo in un cassetto che è uno spazio contenitore di altri spazi quelli occupati per esempio dai nostri ricordi .La scienza ha dimostrato che l’esperienza del tempo è creata dalla mente . I fisici dicono che il tempo non trascorre, il tempo semplicemente è.
Del tempo allora si può parlare in diversi modi . Si può parlare a lungo ascoltando la voce di uomini e donne che nel nostro lontano o recente passato hanno parlato del tempo. Compreso letterati e uomini di cultura che sul tempo ci hanno lasciato riflessioni che ancora oggi noi possiamo leggere e studiare e comunque ci coinvolgono perchè a volte ci emozionano.
Ma una voce davvero inconfondibile che fa parte del nostro presente che in questo caso ha “ cantato il tempo” è sicuramente quella di Francesco Guccini . Il poeta che ha raccontato il tempo e l’Italia che fu – e che è ancora, come allora.
Un poeta Francesco Guccini “ Figlio d’una casalinga e di un impiegato, / cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna / che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia […] Io, sempre un momento fa campagnolo inurbato, / due soldi d’elementari ed uno d’università, / ma sempre il pensiero a quel paese mai scordato / dove ritrovo anche oggi quattro soldi di civiltà…”
che ci ha lasciati in un giorno d’agosto di questa caldissima estate del 2026.
L’ultima volta in pubblico era apparso a maggio, ai Chiostri di San Pietro, a Reggio Emilia, per ‘Canterò soltanto il tempo’, la mostra allestita fino al 18 ottobre allo Spazio Gerra: un titolo tratto da un verso di ‘Il Tema’ (1970), che riassume uno dei nuclei della sua poetica, il rapporto tra parola, memoria e lo scorrere dei giorni. Guccini, ‘il Maestrone’ per le persone a lui più vicine, è morto nella sua Pavana, qualche giorno fa. Le esequie sono in programma a Pavana, la frazione di Sambuca Pistoiese dove viveva, in forma strettamente privata per volontà dello stesso artista e della sua famiglia. Il lutto cittadino sarà invece proclamato a Modena, dove Guccini era nato nel 1940, e a Bologna, la città adottiva, dove era arrivato a 21 anni.
Certo il tempo è uno dei temi più amati nella musica. Tra i brani italiani e internazionali più famosi che parlano dello scorrere dei giorni e degli anni ci sono “C’è tempo” di Ivano Fossati, “Il tempo se ne va” di Adriano Celentano, “Time” dei Pink Floyd e “Clocks” dei Coldplay.
Proprio al “ cantar del tempo” è dedicata la mostra “Francesco Guccini. Canterò soltanto il tempo, che srotola proprio il filo della vita del cantautore per 86 anni, l’età in cui ci ha lasciato qualche giorno fa., Un racconto ampio che usa proprio le sue parole che sono state tante per raccontare a modo suo la sua vita, quelladegli altri, di quelli che lo circondavano , degli ultimi, ma soprattutto del tempoin cui lui e gli altri erano immersi. Il tempo di un’Italia che lui ha descritto e cantato con i suoi versi, i suoi pensieri, gli argomenti delle sue idee politiche .
Una mostra che si articola dunque visivamente ; scene e paesaggi dell’anima di un luogo e della gente che lo vive accompagnate da un commento audio composto da estratti di lunghe conversazioni registrate con l’artista negli ultimi due anni: nove tracce che affrontano temi centrali della sua poetica, tra cui il tempo, le radici, l’amicizia e le relazioni.. Manoscritti originali, fotografie, video d’archivio, oggetti personali e materiali provenienti dagli archivi di Guccini, molti dei quali esposti per la prima volta compongono la parte visiva che si fonde e prende vita con gli audio. . Il percorso è arricchito anche da opere realizzate da artisti, fotografi e illustratori contemporanei ispirate ai brani e ai temi dell’autore, in dialogo con uno dei linguaggi visivi più amati da Guccini: l’illustrazione e il fumetto. Un incontro,quello con il Francesco Guccini della mostra che resta nel tempo appunto come dicono i curatori : “ Abbiamo costruito tutto a partire dai suoi racconti. La cosa più intensa è stata ascoltarlo, sedersi con lui, tra fotografie e ricordi, e lasciarsi trasportare dalle sue storie”
La mostra progetto dunque che prende il titolo dal verso Canterò soltanto il tempo del brano Il tema (1970), che riassume , come detto, uno dei nuclei della poetica di Francesco Guccini: il rapporto tra parola, memoria e lo scorrere del tempo resterà aperta fino al 18 ottobre.
Il tempo è stato il filo rosso della poetica di Francesco Guccini. Il tempo che passa, che cambia le persone, che scolora i ricordi senza riuscire a cancellarli del tutto. “E un giorno ti accorgi che non sei più tu il padrone del tempo, ma è il tempo che è padrone di te”,era il sunto di quello che Guccini pensava del tempo. Non un verso delle sue canzoni ma una riflessione ad alta voce che è lo spitiro delle sue canzoni, di parte della sua ispirazione .E proprio a quel tempo, quello che il cantautore ha osservato e trasformato in poesia per una vita intera,si è consegnato ,disarmato ma ricco della sua fede proprio nel tempo per una dimensione diversa e nuova che ognuno di noi è destinato a sperimentare con la certezza però, come è capitato a Guccini di farlo con la ricchezza di una memoria ,proprio del tempo di questa vita , irrinunciabile per sé e per gli altri.
L’ultima frase di Vorrei dice : «vorrei […] che l’oggi restasse oggi senza domani o il domani potesse tendere all’infinito». Ecco appunto proprio l’infinito una dimensione nuova in un tempo infinito che per comodità noi chiamiamo eternità.
Ma non solo ill tempo. Per dirla tutta nei suoi versi hanno trovato spazio gli ultimi, i sognatori, gli inquieti, quelli che viaggiano nel tempo anche con nostalgia e malinconia. E non è cosa da poco. Un racconto in cui il tempo che scorre e lascia che le persone vadano pur restando dentro chi rimane imitando le stagioni che finiscono. Ma poi ricominciano conun destino che forse è anche delle persone anche se non si sa da dove ricominciare . La sua scrittura, sospesa tra letteratura e vita vissuta, ha saputo trasformare una storia personale in una storia collettiva.
Tutti ricordano la Canzone dei dodici mesi che sembra essere l’emblema del tempo ciclico mentre in tutti gli altri brani, composti dopo i trentacinque anni, Guccini parla del passato come una linea retta che appunto avanza inesorabilmente , mai torna indietro, mai ricomincia e per questo è fonte di nostalgia e di rimpianto ,
«Il tempo andato non ritornerà» è la frase più emblematica della canzone Un altro giorno è andato, incentrata proprio sulla gioventù che vola via: «le porte dell’estate dall’inverno son bagnate, fugge un cane come la tua giovinezza».
La Canzone delle osterie di fuori porta parla dell’invecchiamento non tanto fisico quanto mentale e morale:
«qualcuno è andato per età,
qualcuno perché già dottore,
insegue una maturità,
si è sposato fa carriera ed è una morte un po’ peggiore».
Pubblicata nel 1974 nell’album Stanze di vita quotidiana, ci dice delle insoddisfazioni di un uomo ma anche di un artista e poeta che si dichiara insoddisfatto di alcune prove artistiche come lo stesso album Storie di vita quotidiane.
il giorno è sempre un po’ più oscuro
sarà forse perché è storia sarà forse perché invecchio,
[…]
ho quasi chiuso tutti gli usci all’avventura,
non perché metterò la testa a posto ma per noia o per paura»)
che gli impegni editoriali hanno reso famoso ma al tempo stesso lo hanno più soffocato che gratificato
[…]
sono più famoso di quel tempo quando tu mi conoscevi,
non più amici ma un pubblico che ascolta le canzoni in cui credevi
Poi c’è un tempo che è quello quotidiano che è fatto di gesti . Appunto sui gesti riflette il testo della canzone L’ultima volta, che ricorda o immagina, appunto, l’ultima volta che si è compiuto o che si compirà un gesto.
«Quando è stata quell’ultima volta
che ti han preso quei sandali nuovi
al mercato coi calzoni corti
[…]
fino agli ultimi gesti
quando il giorno dell’ultima volta
che vedrai il sole nell’albeggiare
e la pioggia ed il vento soffiare
ed il ritmo del tuo respirare
che pian piano si ferma e scompare.
Per Guccini il tempo è una musica, una sinfonia in cui le voci degli strumenti si fondono in un unico grande fiume sonoro che avanza disegnando un puzzle di storie che vivono nei giorni . Giorni che vanno dietro il sole che tramonta e che vengono dietro l’alba con un ritmo semplice ma costante che ha dato vita alla creazione “ e fu sera e fu mattino “
“Un altro giorno è andato dunque” è proprio la partitura di questo concerto del tempo :
E un altro giorno è andato, la sua musica ha finito,
quanto tempo è ormai passato e passerà?
Le orchestre di motori ne accompagnano i sospiri:
l’ oggi dove è andato l’ ieri se ne andrà.
Se guardi nelle tasche della sera
ritrovi le ore che conosci già,
ma il riso dei minuti cambia in pianto ormai
e il tempo andato non ritroverai…
[…]
E un altro giorno è andato, la sua musica ha finito,
quanto tempo è ormai passato e passerà!
Tu canti nella strada frasi a cui nessuno bada,
il domani come tutto se ne andrà:
ti guardi nelle mani e stringi il vuoto,
se guardi nelle tasche troverai
gli spiccioli che ieri non avevi, ma
il tempo andato non ritornerà,
il tempo andato non ritornerà,
il tempo andato non ritornerà...
Ecco. Il tempo andato non ritornerà. Malgrado resti nella mente, nel cuore, nei ricordi, nelle storie, nella Storia la realtà è dunque sempre la stessa :
Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
l’ arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?
Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo stringe la borsa
e c’è il sospetto che sia triviale l’ affanno e l’ ansimo dopo una corsa,
l’ ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa… che chiami… vita..
La vita e il suo lento scorrere che innesca un dubbio da sfatare : ha un senso la vita . Forse si o forse no proprio così ; poco senso e molto senso perchè? Perchè è proprio la vita .Anche quella di un poesta che con le sue parole e la sua musica ci hanno regalato la colonna sonora della nostra vita quella che abbiamo vissuta in anni difficili anche per il nostro paese e di quella che continueremo a vivere nella speranza di un mondo mogliore che malgrado i ripensamenti Francesco Guccini ha teswtimoniato con il “racconto poetico di un capitalismo ancora radicato in relazioni sociali dense, spesso a misura di luogo”.
Una testimonianza che però ci pone una domanda soprattutto a noi che abbiamo condiviso il mondo cantato da Guccini , a noi che abbiamo creduto proprio in quel capitalismo umano : quel mondo non esiste più ma che cosa lo ha sostituito , che cosa lo sta sostituendo, Una domanda a cui prima o poi dovremo dare una risposta , senza tenerla sotto il tappeto come la polvere e che di conseguenza ci dirà chi stiamo diventando e forse che cosa dobbiamo fare per non scambiare la nostalgia con la speranza . Forse con un poco di preoccupazione per un mondo nuovo che forse non vedremo mai
E non sapremo perchè e come
siamo di un’ era in transizione
fra una civiltà quasi finita
ed una nuova inconcepita.
Se quasi nessuno ormai più crede,
quale mai sarà la nuova fede,
quali mai saran le nuove mete
che spegneranno la nostra eterna sete
di poter essere sé…
Senza farsi prendere dalla disperazione perchè come in alcuni brani simbolo tra cui “Dio è morto “ la rinascita non arriva da entità astratte, ma rinasce «dai ihr, dai vostri occhi, dal vostro impegno» come nel richiamo alla sentinella di Shomér ma mi-llailah?, ( sentinella a che punto è la notte Isaia capitolo 21, versetto 11)l’uomo interroga la notte sapendo che il mattino arriverà, alternando attese e disillusioni senza mai smettere di credere nella forza dell’uomo.
