” IL VERO CIBO ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI
Redazione- Per comprendere a fondo il vangelo di Giovanni non possiamo non contemplare le feste ebraiche.Il capitolo 6 di Giovanni ha molte allusioni alla Pasqua ebraica e all’esodo. Prima di moltiplicare i pani, Gesù invita la folla a distendersi sull’erba, è un gesto della Pasqua ebraica, dove il segno degli uomini liberi è distendersi sul gomito. Sappiamo che al tempo di Cristo la Pasqua ebraica era celebrata in questa modo, che era anche l’usanza dei romani. Dopo la moltiplicazione dei pani, la gente dice che Cristo è il profeta che deve venire nel mondo: in Deuteronomio 18 Mosè annuncia l’avvento di un profeta pari a lui, è insomma l’annuncio messianico (per la tradizione ebraica il Messia è un nuovo Mosè). Compare poi il riferimento al mare e alla notte: l’ambientazione dell’esodo.
Leggiamo un brano del capitolo 6 di Giovanni:
22Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. 23Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. 24Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. 25Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: “Rabbì, quando sei venuto qua?”.
Gesù rispose loro: “In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo”. 28Gli dissero allora: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”. 29Gesù rispose loro: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato”.
Al v. 59 l’evangelista Giovanni dice che questo discorso è stato pronunciato nella sinagoga di Cafarnao. L’edificio è stato ritrovato nella seconda metà del Novecento: si tratta di una pianta del IV secolo, costruita però sopra un grande basamento di pietra basaltica nera, identificato con la sinagoga dei tempi di Cristo.
La folla cerca Gesù e non lo trova, quindi la gente va a Cafarnao, dove forse egli abitava nella casa di Pietro, e lo scopre nella sinagoga. Nella vita di oggi è facile perdere Cristo, bisogna trovarlo nei luoghi di culto.
Inoltre anche noi cerchiamo spesso Dio per avere il cibo materiale, per avere dei benefici, delle grazie materiali, ma anche oggi Cristo ci dice che bisogna darci da fare per il cibo che non muore, che è l’Eucaristia. Dovremmo sempre chiedere a Dio di infiammarci di amore per l’Eucaristia e anche di placarci la fame di mondo.
L’unica opera di Dio è la fede nella Eucaristia, che ci permette di mangiare di un pane che non conosciamo, come aveva detto in precedenza Cristo.
La fede è una luce che ci permette di entrare nella volontà di Dio nella nostra storia concreta. Dio ci parla con la sua Parola e dentro di noi e nei fatti della storia. Dio non vuole direttamente il dolore, ma lo permette per un bene più grande, come ha permesso la croce di Cristo: il dolore ci apre i Cieli, ci dà la vita eterna. “Ostia” deriva dal latino e significa “vittima”. Cristo è molto per noi, è un seme che è stato sepolto e così ha dato molto frutto. Anche la nostra croce quotidiana si apre a un senso più grande: la identificazione con Cristo. E come siamo morti con lui, con lui anche risorgeremo.
Esodo 16, 4: Dio ha sentito la mormorazione del suo popolo, esattamente come coloro che ascoltano le parole di Cristo, ieri come oggi. Davanti a tale mormorazione Dio dice: “Ecco io sto per far piovere pane dal cielo per voi”. Si tratta della manna: il popolo ne dovrà accogliere una razione per ogni giorno, nell’originale ebraico c’è l’espressione debar yom, letteralmente “parola del giorno”. La tradizione cristiana vede Cristo tanto nella Parola di Dio quanto nella Eucaristia.
Ma perché Dio vuole che il suo popolo prenda la manna una sola volta al giorno? il popolo deve pensare alle cose spirituali e non arricchirsi e pensare ai beni materiali. Il popolo di Dio non deve essere orientato nell’accumulo dei beni e, se li ha, non vi deve attaccare il cuore.
Se Dio permette le prove nella vita, pur non volendole per farci il male, le lascia venire per staccarci dalla dimensione terrena, per insegnarci a non affannarci per il domani, per spingerci a vivere alla giornata fidandoci costantemente di Dio. Mangiando ogni giorno di ciò che Egli ci dà e della sua Parola.
E anche per dirci di aprire il cuore al prossimo, e questo in due sensi. Fidandoci degli altri nelle nostre necessità e soccorrendoli nelle loro. Il termine “politica” deriva dal greco polis, “comunità dei concittadini”, quindi la vera politica è servire le esigenze altrui. Per questo Platone (Politico 276b) scriveva che la vera politica è “aver cura di tutti gli uomini” (epimeleisthai pantōn tōn anthrōpōn).
Ebrei 9, 4: l’Arca dell’Alleanza era tutta ricoperta di oro e aveva dentro la manna, la verga di Aronne che era fiorita e le Tavole della Legge. Infatti già Mosè ordinò che un pezzetto di manna fosse conservato. Giosuè 5: entrati nella Terra Promessa, gli israeliti si trovarono privati della manna. La manna, infatti, serviva da sostegno durante la traversata del deserto, pertanto finito l’esodo, con l’avvento nella Terra dove scorrono latte e miele, Dio cessa di farla piovere dal cielo.
Salmo 78, 25: la manna è “il pane dei potenti” (o anche “forti”), lechem ‘abbirim, dice letteralmente il testo ebraico, che si può intendere come “il pane degli angeli”.
Il termine ebraico ‘abbir designa innanzitutto i soldati valorosi (Giudici 5, 22): Israele sta marciando nel deserto e ha bisogno di un cibo che lo fortifichi nelle fatiche. Ma il sostantivo ebraico ha anche un’altra accezione, infatti nella Bibbia Dio è il Forte (‘abbir) di Giacobbe (Genesi 49, 24). Quindi non è improbabile la resa della LXX, della Vulgata, della Peshitta e del Targum quale “pane degli angeli”: i “forti” sarebbero gli angeli, coloro che stanno alla corte di Dio. Non per nulla, il Salmo 102, 20 li definisce: “potenti” esecutori della parola di Dio, espressione che nell’originale ebraico suona ghibbore koach, una forma intensiva che alla lettera significa “forti di vigore”. Pertanto la manna sarebbe il cibo celeste, la ambrosia divina, come suppone Sapienza 16, 20-21: “Invece hai sfamato il tuo popolo con il cibo degli angeli, dal cielo hai offerto loro un pane pronto senza fatica, capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto. Questo tuo alimento manifestava la tua dolcezza verso i figli, si adattava al gusto di chi ne mangiava, si trasformava in ciò che ognuno desiderava”.
Nella tradizione ebraica si rimarca come il Messia o Dio dovrà di nuovo ripetere il segno della manna durante i tempi messianici. Per gli ebrei il Messia quindi dovrà rifare le gesta di Mosè. Filone alessandrino dice che la manna è la più universale di tutte le cose, corrisponde alla “parola di Dio”.
La manna di Mosè è figura della Eucaristia. Come la manna saziò la fame corporale, così l’Eucaristia sazia la nostra fame spirituale. Per non abbandonarci nel viaggio della vita, Cristo ci ha lasciato tutto sé stesso come Pane.
La Parola di Dio e i santi rivelano che la Eucaristia serba in sé sette benefici:
- Nutre la nostra anima. Esiste l’anoressia fisica, ma anche l’anoressia spirituale, cioè quei cattolici che non si nutrono della Santa Eucaristia, almeno ogni domenica.
- Ci consola e ci conforta. Nella calura del giorno, quando siamo stanchi, frustrati e perfino desolati, il conforto della Santissima Eucaristia ci consola. Leggiamo Matteo 11, 28-30: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò …”
- Rafforza le nostre virtù e indebolisce peccati e vizi. Ogni volta che riceviamo la Comunione riceviamo il “Cristo totale”: il corpo, il sangue, l’anima e la divinità di Gesù. Una sorta di trapianto di mente e di cuore. San Paolo dice: “Ora noi abbiamo il pensiero di Cristo”. Dopo aver ricevuto la Santa Comunione, noi in effetti abbiamo la mente di Cristo.
- Prepara per il martirio. Uno studio è stato fatto sui martiri del Messico – e ciò accadde con quasi tutti i martiri – approfondiva il loro grande amore per la Santa Messa e l’accoglienza verso la Santa Eucaristia.
- Energia. La Santa Eucaristia fornisce all’anima e al corpo l’energia necessaria per svolgere anche quei compiti che appaiono sovrumani. L’Eucarestia è la nostra benzina!
- Guarigione. Un effetto secondario della santissima Eucaristia è la guarigione dalle nostre infermità quotidiane. Il Concilio di Trento disse in tal senso: la santa comunione è l’antidoto alle nostre infermità quotidiane. Santa Faustina soffriva di terribili problemi polmonari, ricevette la Santa Comunione e sentì come una corrente elettrica spirituale stesse attraversando il suo corpo, sperimentando in questo una vera guarigione!
- Salvezza. Gesù promette: “Io sono il pane della vita, chiunque mangia il mio corpo e beva dal mio Sangue avrà vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Giovanni 6) Ciò significa che coloro che ricevono l’Eucarestia con fede viva, frequentemente (si spera ogni giorno se possibile) con fervore ardente e con amore sarà salvato!
Possa la Madonna, che diede forma al Sacro Cuore di Gesù nel suo seno intercedere per noi e farci giungere la grazia di innamorarci della Messa, della Santa Comunione, magari quotidiana. Allora sì che potremo diventare veri cristiani!
Gesù non disprezza i peccatori, e come Cristo si è comportato anche papa Francesco con la sua pastorale attenta alle periferie e la sua chiesa in uscita! Gesù è il medico che è venuto per curare i malati, e siamo tutti peccatori, tutti meritevoli di condanna per natura, ma Dio ci offre gratuitamente la salvezza, a patto che lo riconosciamo unico Salvatore della nostra vita e della nostra storia. Per questo Dio ci offre l’Eucaristia: affinché riconosciamo in Gesù la Via, la Verità e la Vita (Giovanni 14, 6).
Cosa c’è di più povero e sofferente di un peccatore? Santa Caterina da Siena considerava i peccatori “martiri di satana”, in quanto il diavolo toglie loro quanto di più prezioso ci sia su questa terra, che è sentire l’amore di Dio e conformarsi alla sua volontà.
Leggiamo dal libro del Siracide (35,15b-17.20-22°):
Il Signore è giudice
e per lui non c’è preferenza di persone.
Non è parziale a danno del povero
e ascolta la preghiera dell’oppresso.
Non trascura la supplica dell’orfano,
né la vedova, quando si sfoga nel lamento.
Chi la soccorre è accolto con benevolenza,
la sua preghiera arriva fino alle nubi.
La preghiera del povero attraversa le nubi
né si quieta finché non sia arrivata;
non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto
e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità.
San Paolo si trovava accusato e solo, ma Dio lo ha liberato. Leggiamo dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo (4,6-8.16-18):
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.
Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Paradossalmente ogni peccatore vive la situazione di san Paolo, anche se questi era un giusto. Il peccatore crede di essere solo perché non crede in Dio ed è accusato dalle spire del male. “Satana” deriva da un verbo ebraico che significa “accusare”, mentre “diavolo” da un verbo greco che significa “dividere”. Ma se il peccatore confida in Dio, si confessa e va alla mensa della Eucaristia, trova la forze per superare tutto quanto!
Leggiamo dal Vangelo secondo Luca (18,9-14):
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
Sant’Agostino, commentando questo brano evangelico, paragonava il fariseo a un malato che ha vergogna di mostrare le proprie piaghe al medico, mentre il pubblicano non ha timore di far vedere la propria condizione miserevole al terapeuta. I pubblicani erano esattori delle tasse verso i palestinesi per conto dei dominatori romani. I pubblicani, esercitando l’appalto della riscossione, ne traevano anche lauti vantaggi. Erano quindi considerati molto male dagli ebrei. Ma, come diceva il Santo di Ippona, il pubblicano, proprio perché manifesta al medico le sue ferite purulente, se ne ritorna guarito!
Il tempo presente è inserito nella storia che ha Dio e l’uomo come protagonisti (cfr. Atti 1, 7). È stato inaugurato dalla morte e risurrezione di Cristo ed è “momento favorevole” (2Corinzi 6, 2), di cui occorre prendere piena coscienza (cfr. Romani 13, 11).
Dio vuole salvare tutti gli uomini e per questo ha inviato suo Figlio a morire in croce e risorgere: il corpo risorto di Cristo sta in ogni Eucaristia e ha il potere di salvarci dalle opere del male. ma Dio ci lascia liberi di scegliere, fino alle estreme conseguenze delle nostre scelte, in quanto Dio ha rispetto della nostra libertà. Dio prende terribilmente sul serio la nostra libertà: egli non vuole degli automi da delle persone che lo scelgano con tutto loro stesse. Allora, dopo che egli ci ha creato e ha fondato la chiesa, vuole che noi lo amiamo a nostra volta, scegliendo il battesimo e una vita rinnovata dai sacramenti.
Questo tempo, benché di durata incerta (cfr. 1Tessalonicesi 5, 1), è considerato sapientemente breve (cfr. Apocalisse 10, 6), carico di prove (cfr. Efesini 5, 6) e di sofferenze (cfr. 2Corinzi 4, 17). Ma tutto questo prepara alla gloria futura (cfr. Romani 8, 11; 1Pietro 1, 4-5).
Il cristiano, liberato dal mondo perverso (cfr. Galati 1, 4) e dal dominio delle tenebre (cfr. 1Tessalonicesi 5, 4), partecipa al regno di Dio e del suo Figlio (cfr. Matteo 4, 17) mediante “un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito” (Tito 3, 5).
Nela Lettera a Diogneto (5) è scritto riguardo ai cristiani:
… amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati; sono uccisi, e tuttavia riprendono a vivere. Sono poveri, e arricchiscono molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, ma nei disprezzi trovano gloria. Vengono calunniati e al tempo stesso si rende testimonianza alla loro giustizia. Sono insultati e benedicono; sono oltraggiati e rendono onore. Nonostante facciano il bene, vengono puniti come malfattori; benché condannati, gioiscono come se ricevessero la vita.
Questo perché i cristiani sono chiamati a rivivere quanto successo a Cristo duemila anni fa. L’Eucaristia ci trasforma in Gesù. I cristiani sono ostie viventi, sacrificio vivente a Dio Padre.
In Atti 13, 2 parla lo Spirito Santo in prima persona e dice: “Mettetemi da parte Barnaba e Saulo per l’opera a cui li ho destinati”. Secondo la retta dottrina, lo Spirito Santo è una persona divina, non è semplicemente l’azione di Dio o la sua forza. Lo Spirito Santo è la terza Persona della Trinità.
È questa Persona che chiama i cristiani a una missione. È anche significativo che lo Spirito Santo chiama i due durante la celebrazione liturgica. “Mentre essi prestavano servizio cultuale al Signore e facevano digiuni …” (v. 2). Dopo le parole dello Spirito, Luca aggiunge: “Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono”.
La chiesa non è un optional, ma è la sede privilegiata della manifestazione di Dio. Saulo (Paolo) non era un battitore libero, ma era incardinato nella chiesa. Paolo aveva bisogno della chiesa che facesse anch’essa quest’opera di santificazione.
Lo Spirito certamente santifica ma ha deciso di coinvolgere la chiesa per estendere la sua opera. La chiesa sta qui per santificare e fare la volontà di Dio.
Anche la tradizione ebraica dice che Dio ha dato agli ebrei la Torah e adesso sono gli ebrei che devono gestirla, senza chiedere segni.
I cristiani trovano la forza di fare la volontà di Dio nel battesimo e nella Eucaristia. Ciò che è successo nella chiesa di Paolo di Atti 13 succede in ogni chiesa del mondo. La chiesa è inviata a evangelizzare e a santificare.
Il regno di Dio si attua ogni volta che la chiesa annuncia la Parola e santifica con i sacramenti le persone bisognose di Dio.
Il Salmo 96 celebra l’avvento del regno di Dio con queste parole:
1 Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore da tutta la terra.
2 Cantate al Signore, benedite il suo nome,
annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.
3 In mezzo ai popoli raccontate la sua gloria,
a tutte le nazioni dite i suoi prodigi.
4 Grande è il Signore e degno di ogni lode,
terribile sopra tutti gli dei.
5 Tutti gli dei delle nazioni sono un nulla,
ma il Signore ha fatto i cieli.
6 Maestà e bellezza sono davanti a lui,
potenza e splendore nel suo santuario.
7 Date al Signore, o famiglie dei popoli,
date al Signore gloria e potenza,
8 date al Signore la gloria del suo nome.
Portate offerte ed entrate nei suoi atri,
9 prostratevi al Signore in sacri ornamenti.
Tremi davanti a lui tutta la terra.
10 Dite tra i popoli: «Il Signore regna!».
Sorregge il mondo, perché non vacilli;
giudica le nazioni con rettitudine.
11 Gioiscano i cieli, esulti la terra,
frema il mare e quanto racchiude;
12 esultino i campi e quanto contengono,
si rallegrino gli alberi della foresta
13 davanti al Signore che viene,
perché viene a giudicare la terra.
Giudicherà il mondo con giustizia
e con verità tutte le genti.
Il Signore regna su tutta la terra. Dio governa ogni cosa e regge il suo popolo. Esodo 15, 18: “Il Signore regna in eterno e per sempre”.
Dio costituisce il suo popolo come “regno di sacerdoti” (Esodo 19, 6). Ogni cristiano è come Cristo: re, sacerdote e profeta. I sacerdoti ministeriali hanno il compito di spezzare il pane, ma ogni cristiano partecipa del sacerdozio battesimale.
Il regno di Dio, annunciato dai profeti, viene nella persona di Gesù Cristo. Origene diceva che Gesù è Auto-Basileia, cioè Egli stesso è il regno di Dio.
Chi vuole vedere Dio non deve fare altro che guardare l’Eucaristia. In essa abbiamo il cibo per il viaggio e nella Parola di Dio abbiamo la luce. Non ci serve altro che questi due elementi: cibo e luce.
Su questa terra dobbiamo combattere la buona battaglia, che ci condurrà fino a Dio nei Cieli. Ma già qui è presente il regno di Dio e si trova nella sua chiesa.
Cosa può offrirci il mondo? Sant’Agostino diceva che il mondo è “massa damnationis”. Il cristiano infatti è cittadino del Cielo, come rivelava san Paolo.
Il senso del cristianesimo sta nel lasciare progressivamente questo mondo e nell’inoltrarci in Dio sempre di più. È l’Eucaristia che compie questo miracolo! Con il pane eucaristico Dio viene in noi e la sua vita si fonde con la nostra! È ciò che i santi chiamano “transustanziazione mistica”.
Nella Messa ci sono due invocazioni (epiclesi) allo Spirito: la prima quando il sacerdote consacra il pane e il vino, la seconda quando lo Spirito trasforma i cristiani nell’unico corpo di Cristo:
Ti preghiamo umilmente: per la comunione al corpo e al sangue di Cristo
lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo.
Il cristianesimo è una Persona, è Gesù Cristo, che ci chiama a partecipare della sua vita, donandoci il suo corpo, sangue, anima e divinità.
Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 61 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.
