Redazione- Ogni fine anno il discorso pubblico si rimette in moto secondo uno schema ormai prevedibile: nomi, volti, classifiche. Le donne che “hanno segnato” l’anno diventano titoli, immagini, simboli. È un rituale riconoscibile, efficace, facilmente spendibile. Nei contesti educativi, però, lascia sempre una frizione.
Non perché sia inutile, ma perché semplifica. E la semplificazione, in educazione, è sempre un rischio. Mentre celebriamo l’eccezione, rischiamo infatti di perdere di vista ciò che rende possibile la vita quotidiana: le pratiche, le presenze, la continuità. Chi lavora nella scuola o nel sociale lo sa bene. I modelli non restano confinati nei media: entrano nei linguaggi, nelle aspettative, nelle rappresentazioni di ciò che vale. Il racconto pubblico educa anche quando non lo dichiara. Orienta lo sguardo, stabilisce gerarchie implicite, rende alcune esperienze degne di attenzione e altre marginali. Quando insiste sull’eroismo e sulla visibilità, ciò che è ordinario, faticoso, silenzioso finisce per apparire secondario. E invece è proprio lì che si costruiscono i processi educativi più duraturi. Nei gesti ripetuti, nelle relazioni che resistono nel tempo, nella capacità di restare anche quando non c’è un riconoscimento immediato.Il 2025, osservato con uno sguardo pedagogico, restituisce un dato significativo proprio per sottrazione. Non emerge una figura femminile capace di incarnare da sola il senso dell’anno. Non c’è un’icona dominante. Al suo posto appare una trama di presenze. Donne che operano in ambiti diversi – educativo, sociale, culturale, scientifico – senza cercare centralità simbolica. Non modelli da imitare, ma pratiche che tengono insieme i contesti e ne garantiscono la continuità.
Questo spostamento non segnala una mancanza di leadership. Indica piuttosto una trasformazione del suo significato. La leadership, oggi, sembra giocarsi meno nella visibilità individuale e più nella capacità di reggere i legami, attraversare la complessità, assumersi responsabilità nel tempo. È una leadership diffusa, spesso poco riconosciuta, che abita i servizi, le scuole, i territori. Non produce narrazioni eroiche, ma consente ai sistemi di funzionare. Dal punto di vista educativo, questa presenza è decisiva perché non chiede identificazione, ma partecipazione. Non invita a “diventare come”, ma a fare parte. È una differenza sottile, ma sostanziale, perché sposta l’attenzione dall’eccezione alla possibilità condivisa. Anche il modo in cui il racconto mediatico accosta figure provenienti da mondi diversi può essere letto in questa chiave. Non come una confusione di piani, ma come il segnale di un cambiamento dello sguardo. Oggi l’impatto sociale non si misura solo in termini di notorietà, ma di incidenza: cosa cambia nei contesti, quali possibilità diventano praticabili, quali spazi si aprono per altri. È un criterio profondamente educativo. Sposta l’attenzione dal successo individuale al valore collettivo, dalla prestazione al processo.
Nel contesto italiano questo sguardo rende visibili esperienze che raramente occupano il centro della scena. Percorsi di lavoro educativo, sociale e culturale che non producono figure simboliche, ma garantiscono tenuta. Donne che restano nei luoghi difficili, che costruiscono reti, che attraversano la fatica senza trasformarla in racconto esemplare. Chi lavora ogni giorno nei servizi educativi riconosce bene questo tipo di presenza: non fa rumore, ma senza di essa il sistema si inceppa. Da insegnante, so quanto questa dimensione sia difficile da raccontare. A scuola l’educazione non si fonda sull’eccezione, ma sulla continuità. Non sulla performance, ma sulla responsabilità. Educare significa spesso restare: restare accanto, restare nel tempo, restare anche quando i risultati non sono immediatamente visibili e il lavoro sembra non lasciare traccia. Nella quotidianità scolastica questo si traduce in scelte minute e ripetute: tenere aperto uno spazio di ascolto, riformulare una consegna perché sia davvero accessibile, non rinunciare a un percorso solo perché richiede più tempo del previsto. Sono azioni che raramente diventano racconto pubblico, ma che costruiscono fiducia, possibilità, apprendimento. È in questa trama di decisioni silenziose che l’educazione prende forma e continua a esercitare il suo effetto, anche quando non è immediatamente riconoscibile. È una pedagogia della durata, poco celebrata ma essenziale. È significativo che questo cambiamento attraversi anche ambiti tradizionalmente percepiti come lontani dalla pedagogia. Settori produttivi, scientifici e culturali mostrano una crescente attenzione a criteri come sostenibilità, accessibilità, impatto sociale. Quando questi criteri entrano nei processi, producono un effetto educativo diffuso: modificano l’immaginario, influenzano le pratiche, orientano le scelte. Lo stesso vale per il sapere. Sempre più spesso la competenza si misura nella capacità di dialogare con la realtà, di assumersi una responsabilità pubblica, di rendere il sapere praticabile. È un passaggio che interroga anche la scuola, chiamata non solo a trasmettere conoscenze, ma a formare sguardi capaci di leggere il mondo e riconoscerne le interdipendenze. Nel campo della cultura e della tutela del patrimonio, infine, il 2025 conferma un doppio movimento educativo: il riconoscimento del lavoro delle professioniste contemporanee e la riemersione di genealogie femminili a lungo rimosse. Rendere visibile ciò che è stato escluso non è un gesto neutro. È una scelta pedagogica, perché ridefinisce l’immaginario e apre possibilità per chi verrà dopo.
Il 2025 non ci consegna un’icona da celebrare. Ci consegna una responsabilità: imparare a riconoscere queste presenze, a nominarle senza semplificarle, a farne materia viva dell’educazione quotidiana. Non per trasformarle in modelli, ma per imparare a stare, insieme, nei territori del reale.
