” LA MELANCOLIA SECONDO LA PSICHIATRIA FENOMENOLOGICA ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI
Redazione- La psichiatria fenomenologica è una corrente che intesse rapporti stretti con la filosofia, specialmente quella di Husserl e di Heidegger. I suoi massimi esponenti sono stati Karl Jaspers, Ludwig Binswanger, Eugène Minkowski, per citare solo i più noti.
La psichiatria organicistica enfatizza il ruolo di cause biologiche o organiche nel determinare i disturbi mentali. In altre parole, questa corrente di pensiero vede le malattie mentali come il risultato di lesioni, disfunzioni o alterazioni a livello cerebrale, sia macroscopiche che microscopiche, o biochimiche. Ad essa si oppose dai primi del Novecento lo psichiatra Jaspers, fondando la psichiatria fenomenologica. Egli scrisse la sua Psicopatologia Generale (1913) ispirandosi non ai grandi neurologi interessati anche alle malattie mentali, ma a due filosofi: Husserl e Dilthey.
La natura va spiegata con le cause, tuttavia ci sono cose che non possiamo spiegare con le cause, ma che dobbiamo comprendere, come la storia e la vita dell’anima. Jaspers non negò mai che nella malattia mentale ci possa essere una base organica, ma l’idea che nel malato mentale ci sia un apporto solo del sostrato neurologico, doveva essere superata. La psichiatria fenomenologica aprì la malattia mentale a orizzonti più ampi: non solo il cervello, ma anche tutto il corpo può essere collegato al disturbo, così come la malattia mentale in fondo non è una categoria nosologica ma riguarda l’intero vissuto soggettivo di una persona e il suo ambiente sociale. Ogni fenomeno dell’uomo, sia normale sia patologico, è sempre Erlebnis, cioè una esperienza vissuta. Il medico ha sempre a che fare con una persona, che si esprime in una maniera originale e unica anche nella malattia.
Uno dei maestri ispiratori di Jaspers è stato Brentano, il quale diceva che la coscienza è intenzionale. Per Cartesio la coscienza non pensa a niente (Cogito ergo sum): l’uomo si accorge di pensare e quindi crede di esistere. Invece Brentano rivoluzionò la filosofia: egli diceva che dove c’è un cogito c’è sempre un cogitatum, cioè un contenuto, vale a dire una intenzione, uno scopo. Jaspers quindi ebbe questa intuizione: anche i sintomi dei malati di mente sono delle esperienze sostenute da una coscienza intenzionale. Vale a dire un modo di essere e non una malattia, cioè una alterazione.
Dal punto di vista clinico, il medico deve approcciarsi al paziente non come un oggetto da spiegare con delle cause e inquadrare con categorie astratte, da contenere e a cui dare cure, bensì con empatia. Il malato è una persona con cui comunicare, sempre, anche nel delirio o nell’autismo schizofrenico più profondo, e non solo con le parole. Il medico deve intuire a fondo il vissuto soggettivo del paziente al quale si lega il sintomo e non invocare cause astratte e categorie classificatorie astratte. Non è come nella malattia organica dove ogni categoria nosografica ha sintomi specifici: l’onda Q dell’elettrocardiogramma è un sintomo dell’infarto del miocardio. Secondo la psichiatria fenomenologica, questo non esiste nella malattia mentale. Non esiste un vero sintomo caratteristico di una condizione mentale tale da creare elenchi di essi dai quali far derivare categorie nosografiche (schizofrenia, depressione, nevrosi, e così via). Non solo, ma la cosiddetta follia non è una malattia, una alterazione della norma, ma qualcosa che ogni uomo in qualche modo ha in sé: non c’è ragione senza follia.
Secondo la riflessione fenomenologica, la depressione più diffusa è la depressione melancolica. È oggi assodato in psicopatologia che non esiste un solo tipo di depressione, ma c’è tutto un ventaglio di forme tra di loro molto differenti. Se questo è vero, è diversa anche l’origine e persino la cura. La psichiatria fenomenologica non vede la depressione come una singola entità, ma come un insieme di esperienze soggettive e modi di essere nel mondo che possono manifestarsi in diverse forme. Non si parla di “tipi” di depressione come categorie diagnostiche fisse, ma piuttosto di diverse sfaccettature dell’esperienza depressiva, analizzate nel loro contesto specifico.
Il paziente melanconico appare al medico in una maniera molto diversa dalla persona “normale”, a patto che si possa dare una definizione di normalità. La psichiatria fenomenologica si pone come postulato fondamentale che la malattia mentale non è una deviazione qualitativa dalla norma, ma un modo di essere quantitativamente diverso dalla statistica. La malattia è un “essere nel mondo” non in sé erroneo bensì diverso dalla media.
La psichiatria fenomenologica vede l’emergere della malattia mentale, se si vuole usare questa terminologia, all’interno della storia del paziente, quindi il proprio approccio è multidisciplinare e non lineare. Questo perché il vissuto di una persona è formato da molte componenti, pertanto non si può dare un quadro oggettivamente efficace. Il paziente, detto in altre parole, non va “spiegato” ma “compreso” all’intero delle dinamiche psichiche, relazionali e ambientali. È sbagliato inquadrarlo in schemi nosografici a priori.
Di solito nelle depressioni lievi e allo stato iniziale si consiglia la sola psicoterapia, invece in quelle gravi e ad uno stadio avanzato è sempre necessario il supporto farmacologico. In ogni modo, lo psicofarmaco non deve essere l’unica soluzione a una forma di depressione: per trovare di nuovo lo stato di benessere, bisogna sempre analizzare il vissuto personale che la ha causata.
La psichiatria fenomenologica nota nel melancolico la pesantezza del corpo e la lentezza dei movimenti: spesso assume una posizione raggomitolata nel letto, dal quale si alza difficilmente oppure, se si reca dal medico, egli è caratterizzato da passività psico-fisica, cioè “è condotto” da un familiare alla visita, procede con passo lento, vuoto nello sguardo, che spesso è rivolto verso il basso.
Il paranoico si muove lento perché guardingo, invece il melanconico appare così perché “non ce la fa più”: la pesantezza corporea è espressione della pesantezza del vivere, egli non accetta più un modo di essere consueto. Arthur Tatossian notava come l’atteggiamento e il comportamento non sono altro che l’espressione dell’esperienza vissuta interiormente del paziente[1].
Egli è caratterizzato da silenzio e povertà di parole: ci accorgiamo che risponde di malavoglia agli input o non lo fa per niente. Lorenzo Calvi, neurologo, psichiatra e psicopatologo, fenomenologo di fama internazionale, visto che il suo paziente non rispondeva, gli donò la sua presenza accanto al letto, soltanto stando assieme a lui per quasi un’ora senza parlare: questa abitudine di stare affianco al letto del paziente, protratta in varie occasioni, è stata vissuta dal melancolico come un gesto di vicinanza, quindi quest’ultimo strinse la mano al medico, pur senza parlare.
Pierre Fedida indica che le metafore prodotte dai pazienti per immaginare la depressione evocano spesso il freddo, un silenzio di ghiaccio e la scomparsa di vita. I pazienti melancolici parlano di una solitudine assoluta, nella quale è scomparso ogni desiderio. Il paesaggio della glaciazione serve a esprimere una terra priva di viventi. Il paziente non riconosce nemmeno i propri sentimenti (depersonalizzazione)[2].
La melancolia si caratterizza, dalle altre forme di depressione, per via della terribile perdita dell’emozione. Il melancolico si sente di ghiaccio, non prova niente e per questo soffre enormemente.
Inoltre, si può parlare di depressione melancolica se concorrono questi tre elementi: perdita del corpo (cedimento del termine di contatto col mondo), scomparsa totale del fenomeno dell’avvenire, abbandono del ricorso a sé stessi e agli altri.
Il volto del melancolico è pallido, tratti cadenti e contratti, occhi senza sguardo, abbassamento degli angoli della bocca. Maschera caratteristica con espressione monotona e pietrificata. Il melancolico ha il corpo magro e rifinito. Fisionomia fissa e immobile. Si nota tristezza, paura, terrore. Sguardo obliquo e inquieto.
Il silenzio è una sorta di dialogo senza parole, ma se si aggiungono le parole, spesso il melancolico geme, si lamenta. Il lamento melancolico ha delle caratteristiche: il paziente di distanzia da sé stesso come se si stesse osservando da fuori; più che un dialogo è un monologo; la parola è più apostrofata che parlata, cioè è rivolta più a sé che agli altri, è una sorta di gemito e di grido.
Ma in ogni modo il melancolico sta comunicando, anche se non sembra, pure nel silenzio. È quindi diverso dallo schizofrenico, che si chiude ermeticamente nel proprio mondo. Per questo gli psichiatri fenomenologici consigliano di valorizzare anche il mutismo come segnale, le parole abbozzate, i gemiti, le allusioni, insomma il gioco di chiaro scuro che il paziente mette in atto per esprimere il proprio disagio profondo.
Oggi si abusa spesso della parola “depressione”, indicando come malattia ciò che non è. Bisogna porre molta attenzione a come il paziente si definisce “depresso”. Clinicamente si nota come tanto più egli descrive il proprio malessere con sintomi psichici anziché corporei (pesantezza, lentezza), e senza distorsioni del tempo, senza l’incapacità di raggiungere gli oggetti, tanto più non si tratta di depressione. Potrebbe essere semplicemente tristezza o scoramento dopo una grave prova o turbolenza emotiva.
C’è da dubitare di depressione quando il paziente nel riflettere su cosa pensa di sé e del proprio malessere, pone lo sguardo verso l’alto: invece il depresso si rivolge verso il terreno, spesso con la fronte corrugata e soffrendo.
Non bisogna confondere la depressione con la tristezza, anche se spesso la tristezza accompagna le forme depressive. La depressione è dell’ordine dell’umore, invece la tristezza all’ordine del sentimento. Una emozione (come lo spavento) è una reazione acuta a stimoli ambientali con una espressività preformata corporea (tachicardia, dispnea, aumento respirazione, tremore, sudorazione), difficile da controllare, simulare o dissimulare. Al contrario l’umore è un fondale sotterraneo non vissuto, una sorta di atmosfera emotiva che declina la modalità di contatto con sé stessi e il mondo: è un accordo affettivo con il mondo, modulando le risposte agli eventi e ai legami affettivamente più carichi. L’umore è vissuto come immotivato e non è mai intenzionale (al contrario dei sentimenti). Il sentimento è l’indice specifico della relazione che una persona ha con un oggetto o una persona. Il sentimento induce a fare o non fare delle cose e, a differenza della emozione, può essere simulato o dissimulato. A differenza dell’umore, il sentimento non è uno stato continuo: si è tristi per aver perso qualcosa, ma poi passa. La tristezza come sentimento si lega a un oggetto in particolare e non investe tutta la psiche, quindi quando la mente è occupata da altro la tristezza scompare, al contrario dell’umore depresso, che è persistente e investe tutta la psiche. La tristezza è psichica, l’umore depresso investe tutta la persona (mente e corpo).
Altra caratteristica della melancolia è la dimensione di perdita, smarrimento e impossibilità di poter rimediare a quanto è andato perduto. Ciò provoca diminuzione della vita di relazione e della propria espressione nel mondo, che scatena sofferenza psicologica e incapacità di vivere appieno. A differenza del pessimista il melancolico avverte la perdita nel futuro come se già accaduta, e questa perdita non ha il carattere della predizione bensì dell’evidenza.
La sofferenza del melancolico è decisa dal passato, è già stabilita in maniera irrimediabile. Il paziente si trova in uno pseudo-presente invaso continuamente dal passato, come rimpianti, scrupoli e rimorsi, che aprono la strada a diversi temi e deliri depressivi. Fenomenologicamente si parla di arresto del divenire, inibizione del movimento vissuto. Il tempo smette di essere creazione e diventa destino, cioè tutto è già avvenuto nel passato e si riverbera nel presente.
Il melancolico non utilizza le cose, si parla della perdita della vicinanza esistenziale con le cose, pertanto non le sa usare. Le cose sono isolate e lontane in senso esistenziale e non metrico: per il melancolico tutto è piatto, senza rilievi e fuori dalla portata. Le cose non sono interdipendenti. Il mondo non è una vasta distesa ma un vuoto.
L’altro è irraggiungibile, distante, non esiste neppure. L’augurio è di scomparire dallo sguardo, dalla mente e dalle cure degli altri.
Il livello di sofferenza è talmente radicale che appiatta e annulla il senso della vita, quindi la melancolia è diversa dalla “malattia creativa”, di cui ci parla Henri Ellenberger. La malattia creativa, come quella vissuta da Jung, lo ha spinto a scoprire alla fine il senso della propria vita ed è compatibile con la vita sociale, professionale e di famiglia[3]. Queste cose non accadono nel melancolico, che è svuotato di sé e degli altri, la sua intersoggettività è gravemente alterata e grandemente sofferta.
Inoltre, non c’è nessun punto di contatto tra la condizione degli artisti (così come da loro descritta quale funzionale alla creazione artistica) e la sofferenza del melancolico. Gli artisti, a causa della loro natura sensibile, potrebbero essere più inclini a sperimentare emozioni intense e sentimenti non ordinari, inclusi stati di notevole tristezza, abbandono del mondo, eccessiva trascuratezza. Questa sensibilità può tradursi in una maggiore consapevolezza dei conflitti interiori e delle contraddizioni della vita, portando a un’espressione artistica più profonda e intensa.
L’area borderline presenta una depressione atipica. Al ritiro sociale, alla chiusura affettiva e alla lentezza del melancolico, il borderline anche quando depresso si mostra aperto socialmente e prende in mano la propria situazione. Il borderline ha ancora emozioni ma sono spesso variabili, variegate, intense e turbolente, specie quando si sente toccato nel vivo da atteggiamenti anche larvatamente critici. Si tratta quindi più che altro di disforia. Nella disforia la persona reagisce in modo eccessivo agli stimoli, drammatizzando le relazioni e sentendosi facilmente frustrata, e questo influisce sulla sua autostima e sul suo modo di relazionarsi. Al contrario la melancolia è ineluttabile, ritmica e astorica, per questo si colloca al di fuori della storia psicologica del soggetto. La disforia del borderline causa sofferenza, ma non come quella del melancolico, il quale si spinge fino al suicidio.
Nel melancolico, così come nell’ossessivo, vi è una accentuazione della problematica del male, tema culturale tipico del mondo occidentale: l’analisi del sentimento di colpa rende comprensibile l’insieme delle condotte di questi due pazienti. La problematica melancolica rinvia al tema del peccato e della espiazione, invece il nevrotico ossessivo opera una ascesi purificatrice, esprimendo in un modo forte il problema della opposizione tra bene e male, puro e impuro.
La personalità del melancolico fuori dalla crisi ha delle caratteristiche salienti, relativamente omogenee. Hubertus Tellenbach[4] ha definito il Tipo Melancolico sulla scorta del concetto di endogenicità, basata su includenza (il problema del limite) e su rimanenza (dimensione della temporaneità).
Quando si considera il tipo melancolico per prima cosa urtiamo di fronte al momento del limite, nell’aspetto della ordinatezza: ogni cosa occupa una posizione precisa all’interno di un assetto prestabilito, egli agogna a un ruolo sociale per sé e per ogni individuo che incontra. È, questo, un tentativo per rifugiarsi dentro determinati limiti del proprio ordine che permette di inquadrarsi in uno stati di benessere contro le potenziali minacce del mondo. Rinchiudersi nell’ordine egli rende sicura l’esistenza, contro tutto ciò che potrebbe mettere in pericolo la propria vita, che è il caos e la colpa. Il soggetto è perfezionista, è rinchiuso in una costrizione indotta, ha paura della spontaneità e del disordine che ne può derivare.
La rimanenza rimanda all’idea che la relazione con l’avvenire è modificata. Il tipo melancolico vive nel terrore di rimanere indietro rispetto alle aspettative degli altri, vale a dire a doveri e obblighi, che derivano da impegni sociali che egli ha assunto per difendersi. La sua vita è uno scotto per pagare i propri debiti prima ancora di averli contratti (queste presunte aspettative da lui stesso contratte prima che si verificassero). Quindi deve essere iperattivo e sovra-impegnato. Il melancolico non può sopportare la propria incapacità di non essere in grado di compiere alla perfezione il compito che si è prefissato. Se non lo compie, non si sente appagato.
Nella crisi il melancolico si avverte sprofondare nel debito che non può pagare, la sua vita lo opprime mediante un senso di colpa terribile che lo annienta. La colpa, costantemente in agguato nella personalità, raggiunge il suo accesso nella crisi.
Il melancolico cerca di distruggersi procedendo in maniera crudele verso sé stesso: tenta di pagare una parte del debito attraverso il sacrifico della propria personalità.
Anche il nevrotico ossessivo è dilaniato dalla colpa: ma egli cerca di difendersi con dei riti purificatori (le ossessioni), invece il melancolico ci si dedica a proprio svantaggio. Il melancolico dedica buona parte di sé stesso al sentimento di colpa. Il melancolico rimugina costantemente rinchiudendosi nel mondo della propria coscienza, che è colpevole. Il melancolico non solo si sente ma si vuole colpevole.
Il dolore morale del melancolico è profondamente collegato alla coscienza della colpa. Questo orientamento della coscienza permette di comprendere meglio il suo vissuto, anche corporeo. Tutte le funzioni fisiologiche sono sconvolte dalla sofferenza, la sua energia si concentra su questa coscienza infelice e viene distratta dalla normale funzionalità.
Il melancolico riconosce nel suicidio la totale redenzione dalla colpa. Egli non si suicida ma si mette a morte, si offre al nostro sguardo come una vittima espiatoria immolandosi per esorcizzare tutto il male di cui si sente invaso. Rifiutando di proiettarsi nel mondo e sminuendosi con questo atteggiamento sacrificale, si abbandona in un modo compiacentemente masochistica ai tormenti della propria coscienza.
Il melancolico si dibatte tra due estremi: ciò che è e la maschera algida che mostra. Il melancolico è molto orgoglioso e aggressivo, esplosivo e rabbioso, ha necessità di affermarsi assieme al suo opposto, la passività e il bisogno della cura. Sono due facce di una stessa medaglia. Al solipsismo si accompagna il bisogno di avere qualcuno che lo pianga e per questo si mostra come vittima davanti al mondo, fino al suicidio, per attirare, fino alle estreme conseguenze, l’attenzione su di sé.
Nel corso della crisi melancolica, spesso ogni impulso aggressivo rimanda alla dimensione del crimine e alla dannazione: ogni trasgressione al desiderio rischia di avere a che fare con la problematica del peccato. Nel melancolico quindi vi è un insaziabile bisogno di tormenti e cerca di consegnarsi al castigo della giustizia. Anche la morte ha tali connotati, essa deve essere violenta e dolorosa: di solito il melancolico si spara, si strangola, si defenestra, si affoga. Questa morte crudele inaugura il tempo della dannazione eterna. La morte eterna è la intima essenza del melancolico: egli è morto continuamente nella interiorità. Nella sindrome di Cotard siffatto aspetto emerge prepotentemente: i deliranti si dicono morti viventi perché il loro corpo si è già svuotato in una morte eterna già realizzata.
Bruno Callieri osservava come nel soggetto normale la colpa trova un proprio spazio rispetto al tema della responsabilità: la colpa presuppone una consapevolezza di aver mancato verso qualcuno o verso una situazione. In questo modo la colpa viene vissuta dal soggetto, che si sente fattivamente colpevole. C’è un legame del soggetto con qualcuno o qualcosa, verso cui ha mancato. Invece nel melancolico la colpa esiste come consapevolezza di essere stato manchevole però in tutto il proprio essere, totalmente, cosa che lo stacca dal rapporto con qualcuno o qualcosa. Callieri fa riferimento al termine greco aitia che significa sia “causa” sia “colpa”: nel soggetto normale la colpa ha una causa ben precisa nel mondo esterno, invece la colpevolezza del melancolico è essere causa di un male in una condizione senza causa, cioè di irreparabilità, in una dimensione in cui la colpa fattuale si lega a quella ontologica, totalmente calata nel proprio essere, i valori, il mondo vitale[5].
Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 60 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.
[1] A. Tatossian, La fenomenologia delle psicosi, Giovanni Fioriti Editore, Roma 2016.
[2] P. Fedida, Il buon uso della depressione, Einaudi, Torino 2002.
[3] H. F. Ellenberger, La scoperta dell’inconscio, 2 voll., Bollati Boringhieri, Torino 1996.
[4] H. Tellenbach, Melancholie: Problemgeschichte Endogenität Typologie Pathogenese Klinik, Springer, Berlin 1976.
[5] B. Callieri, “Il senso di colpa. Aspetti di psicopatologia”. In: AA. VV.: La cura dell’infelicità, Theoria, Roma 1994.
