“WINNIE-THE-POOH COMPIE CENTO ANNI: COSA CI INSEGNA ANCORA LA LETTERATURA DELL’INFANZIA ” – DOTT.SSA ROBERTA FAMELI

Redazione-  Nel 2026 Winnie-the-Pooh compie cento anni dalla pubblicazione del primo volume di A. A. Milne. Un anniversario che non chiede celebrazioni rituali, ma una rilettura attenta. Perché ciò che viene spesso archiviato come semplice letteratura per bambini continua a porre una domanda essenziale anche al presente: che rapporto abbiamo con il tempo, con gli altri, con noi stessi, in una società che misura il valore quasi esclusivamente in termini di prestazione.

Winnie-the-Pooh è diventato nel tempo molto più di un personaggio letterario. È un mito dell’infanzia, una figura che ha attraversato generazioni, linguaggi e media, entrando stabilmente nell’immaginario collettivo. La sua longevità non è solo il risultato di adattamenti e riscritture, ma il segno di una forza simbolica che resiste perché continua a intercettare nodi profondi dell’esperienza umana. La sua origine è intimamente legata a una dimensione storica e biografica. Milne iniziò a raccontare le prime storie dopo la Prima guerra mondiale, in un momento di isolamento e disincanto, cercando nel rapporto con il figlio Christopher Robin una forma di ricostruzione affettiva. Le avventure dell’orso di pezza nascono così da un gesto minimo e privato: il desiderio di abitare un tempo condiviso, non finalizzato, sottratto alla logica dell’efficienza. È una genesi che contiene già, in filigrana, il senso profondo dell’opera. Quando è autentica, la letteratura dell’infanzia non è mai un genere minore. Non semplifica il mondo e non lo rende innocuo. Lo osserva da una prospettiva essenziale, capace di cogliere ciò che spesso l’età adulta perde: il valore delle relazioni, il senso dell’attesa, la possibilità di esistere senza dover dimostrare continuamente qualcosa. La sua importanza non risiede solo nel fatto che “parla ai bambini”, ma nel modo in cui conserva e trasmette uno sguardo sul mondo che l’età adulta tende progressivamente a smarrire. È uno spazio narrativo in cui il tempo non è ancora completamente subordinato alla produttività e in cui l’esperienza ha valore prima ancora di essere valutata. Esiste una differenza sostanziale tra letteratura “per bambini” e letteratura dell’infanzia. La prima tende a educare e rassicurare, indicando comportamenti e risultati. La seconda conserva uno sguardo originario: non spiega il mondo, ma lo rende abitabile. Winnie-the-Pooh non è ingenuo. È essenziale. Non corre, non pianifica, non ottimizza. Vive in un tempo che oggi definiremmo improduttivo, ma che è, più semplicemente, tempo umano. Un tempo fatto di passeggiate senza meta, conversazioni non finalizzate, gesti che non chiedono una ricompensa.  Dal punto di vista pedagogico, il libro di Milne è significativo proprio perché non si presenta come un testo educativo. Non costruisce morali esplicite e non indirizza il lettore verso un esito previsto. La sua forza sta in una pedagogia implicita che attraversa il racconto: l’idea che il valore di una persona non dipenda da ciò che produce. Nel Bosco dei Cento Acri non esistono competizione né gerarchie. I personaggi non si distinguono per efficienza, ma per caratteristiche. Nessuno è migliore dell’altro, nessuno deve dimostrarlo. È una visione semplice, ma non superficiale, che entra in tensione con un modello educativo e culturale sempre più orientato alla valutazione precoce. L’infanzia contemporanea è spesso attraversata da aspettative adulte: competenze anticipate, obiettivi, risultati da mostrare. Il tempo non finalizzato tende a essere percepito come vuoto da colmare, l’errore come deviazione da correggere. In questo scenario, la letteratura dell’infanzia continua a svolgere una funzione critica silenziosa.

Non prepara al mondo così com’è, ma suggerisce che il mondo possa essere abitato in modo diverso. Non offre strategie di adattamento, ma modelli di presenza. Non invita a fare meglio, ma a stare. Rileggerlo oggi non significa rifugiarsi nel passato, ma usare un testo dell’infanzia come strumento critico per interrogare il presente. A cento anni dalla pubblicazione, il rischio maggiore non è l’oblio, ma la semplificazione. Ridurre Winnie-the-Pooh a un’icona rassicurante significa neutralizzarne la forza. Milne non costruisce un mondo perfetto, ma un mondo fragile e abitabile, dove l’imperfezione non è un difetto da correggere, ma una condizione condivisa. Come accade con tutti i classici autentici, il libro non offre risposte definitive. Offre modelli di relazione, forme di presenza, possibilità di senso. E lo fa con una scrittura che non alza mai la voce.

Rileggere Winnie-the-Pooh oggi non significa tornare all’infanzia. Significa recuperare uno sguardo capace di stare nel mondo senza ridurlo a prestazione. In un’epoca che chiede continuamente di dimostrare, il libro di Milne ricorda il valore del restare, del condividere, del non sapere subito cosa fare. Forse è per questo che, a cento anni dalla sua nascita editoriale, Winnie-the-Pooh continua a parlarci. Non perché consola, ma perché mette in discussione una delle convinzioni più radicate del nostro tempo: che valiamo solo nella misura in cui produciamo.

E la letteratura dell’infanzia, quando è vera, serve anche a questo: non a prepararci al mondo così com’è, ma a ricordarci che potrebbe essere diverso.

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