STRESS LAVORO-CORRELATO: QUANDO IL LAVORO DIVENTA MALATTIA INVISIBILE

Redazione-  Negli ultimi anni lo stress correlato al lavoro è emerso con forza come una delle principali cause di sofferenza psicofisica nella popolazione adulta. Non si tratta di un semplice affaticamento o di un momento di difficoltà passeggera, ma di una condizione complessa e progressiva, che può condurre a vere e proprie patologie, talvolta gravi e invalidanti.

Parlo di questo tema come educatrice, pedagogista e psicologa, ma soprattutto come professionista che ha avuto il privilegio e la responsabilità di ascoltare gruppi di persone, lavoratori e lavoratrici, che vivevano il contesto professionale come uno spazio di oppressione, svalutazione e perdita di senso.

Molti di loro non parlavano più di “lavoro”, ma di sopravvivenza quotidiana.

Quando il lavoro logora l’identità

In numerosi percorsi di ascolto e di gruppo ho incontrato persone che, nel tempo, avevano smesso di riconoscersi:

professionisti competenti, responsabili, motivati, lentamente consumati da ritmi disumani, pressioni continue, mancanza di riconoscimento, precarietà, conflitti irrisolti, paura costante di perdere il posto.

Il corpo, in questi casi, diventa il primo linguaggio della sofferenza:

insonnia, disturbi gastrointestinali, tachicardia, cefalee, attacchi d’ansia, depressione, fino a patologie psicosomatiche importanti e, in alcuni casi, a vere e proprie malattie invalidanti.

Lo stress lavoro-correlato non nasce all’improvviso.
È il risultato di un accumulo silenzioso, spesso negato, normalizzato, minimizzato.

Una questione educativa, oltre che sanitaria

Ridurre lo stress lavoro-correlato a un problema esclusivamente clinico è un errore.
Si tratta anche – e soprattutto – di una questione educativa, culturale e sociale.

Educare al lavoro significa educare:

  • al rispetto dei tempi umani
  • al valore della dignità professionale
  • alla comunicazione sana
  • al riconoscimento delle competenze
  • alla possibilità di chiedere aiuto senza sentirsi deboli

Come pedagogista, osservo quanto spesso manchi una educazione emotiva nei contesti lavorativi: non si insegna a gestire il conflitto, a riconoscere il limite, a prevenire il burnout, a prendersi cura delle persone prima che si ammalino.

L’ascolto come primo atto di cura

Nei gruppi che ho accompagnato, il primo passo non è mai stato “aggiustare” le persone, ma ascoltarle.

Dare nome alla fatica, legittimare il dolore, restituire dignità a emozioni troppo a lungo represse.

Molti raccontavano di essersi sentiti invisibili, colpevolizzati, non creduti.
Eppure, dietro ogni storia, c’era un essere umano che aveva semplicemente superato il proprio limite.

Lo stress lavoro-correlato non è fragilità individuale:
è spesso il sintomo di sistemi disfunzionali che non tengono conto della persona.

Una responsabilità collettiva

Parlare oggi di stress lavoro-correlato significa assumersi una responsabilità collettiva.
Significa ripensare i modelli organizzativi, ma anche rimettere al centro la persona, la sua salute, la sua vita emotiva.

Prevenire è possibile.
Ma richiede ascolto, formazione, cultura del benessere e spazi reali di parola.

Come educatrice, pedagogista e psicologa, continuerò a dare voce a queste storie, perché la salute non può essere il prezzo da pagare per lavorare.

Dott.ssa Assunta Di Basilico

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