| Dal libro ‘SETTE SATANICHE E PSICOSETTE Dagli adoratori del diavolo ai “signori della mente” – di Gabriele Moroni (Ed. Diarkos 06/2022)
MIO FIGLIO “RAPITO” DA UNA SETTA |
Redazione- Sono uno dei tanti genitori che si è imbattuto in un mondo che, come la maggior parte degli italiani, riteneva lontano anni luce da sé, dalla propria vita, un mondo altro, sconosciuto ai più eppure, già allora, presente da decenni nella vita di molte decine di migliaia di famiglie italiane: il mondo di quelle organizzazioni abusanti e criminogene che chiamiamo comunemente sette e che, d’istinto, colleghiamo erroneamente al solo satanismo. Ma questo costituisce soltanto una parte di quel mondo multiforme e pernicioso. Agli occhi di un estraneo, quale ero io più di venticinque anni fa, all’oscuro delle metodiche di aggancio, di manipolazione e di condizionamento all’interno di gruppi ad alta pressione psicologica, risultava incredibile e inconcepibile il fatto di lasciarsi manipolare in quel modo, quasi colpevole, assurdo fino a rasentare il ridicolo. Ma di ridicolo non vi è nulla: per chi è all’interno di una organizzazione distruttiva dell’identità personale e degli affetti, dove tutta la vita e persino i pensieri, sono sotto il controllo del leader (maestro, santone, guru, reincarnazione, tramite e altro ancora) quella diventa l’unica realtà accessibile, l’unico punto di riferimento: quella è la verità. L’esperienza personale e familiare, che si protrae da oltre ventidue anni, l’augurerei solo al mio peggior nemico, se mai dovessi averne. Per un genitore privato della presenza del figlio e soprattutto del suo affetto, ripercorrere quegli avvenimenti non è semplice, non è indolore. Nulla e nessuno è riuscito a colmare quel vuoto. Riportare integralmente i fatti occuperebbe la metà delle pagine di questo libro. Cercherò di riassumere quanto più possibile gli avvenimenti principali che si sono succeduti in tutti questi anni, evitando di inserirvi le decine di storie di persone a vario titolo raggirate, truffate, coinvolte e travolte nel vortice creato da una mente malefica e perversa.
Paolo, mio figlio, era un ragazzo affettuoso, intelligente, allegro, dotato di simpatia naturale, con amici e amiche che lo stimavano, ragazze che lo cercavano sia per l’aspetto sia per il suo carattere. Aveva conseguito un diploma di perito tecnico. Non fumava, non beveva superalcolici, non aveva mai fatto uso di droghe. Non aveva mai dato problemi, tranne qualcuno per lo studio. Non gli era mai stato imposto nulla, era stato educato al rispetto degli altri, alla comprensione, a dare una mano a chi ne avesse avuto bisogno, chiunque fosse. Avevamo sbagliato? Avremmo dovuto spingerlo verso la furbizia, il tornaconto personale, l’indifferenza? Forse questo l’avrebbe potuto salvare dalle grinfie di quella prano-santona? Nella mente di genitori che vivono un’esperienza dolorosa come questa nasce il dubbio di non essere stati bravi educatori, di non essere stati capaci di proteggere il proprio figlio. Questi dubbi tormentano, scavano l’animo, così al dolore si aggiunge il peso dell’auto colpevolizzazione.
Ma i genitori non riescono a proteggere i figli da tutto ciò che la vita riserverà loro.
La mia ex moglie soffriva da anni per le gravi conseguenze causate da un incidente automobilistico. Un giorno ricevette la telefonata di un’amica che le parlò di una bravissima pranoterapeuta che avrebbe potuto alleviare i suoi dolori. Venne fissato un appuntamento e Paolo accompagnò la mamma in auto. Furono ricevuti nella cucina dove c’erano anche altre persone. La pranoterapeuta, seduta accanto alla mamma di Paolo, le imponeva le mani e intanto, pacatamente, faceva a mio figlio delle domande sulla vita trascorsa e sui progetti per il futuro. Venne a sapere, fra l’altro, del divorzio dei genitori (undici anni addietro), del suo desiderio di diventare psicologo, della sofferenza causata dall’abbandono da parte della sua ragazza. Dopo un iniziale riserbo si creò una certa cordialità e Paolo, dapprima scettico, fu incuriosito dal racconto che la prano-guaritrice faceva del vissuto doloroso che i suoi accompagnatori avevano alle spalle, un vissuto di abusi e di maltrattamenti, spesso subiti in ambito familiare. Con lei avevano ritrovato la voglia di vivere e la volontà di adoperarsi per il prossimo. Dichiarò di essere religiosa e cattolica, dissipando la diffidenza sulla natura dei sui scopi. Teneva con la mano il gomito dolorante della mamma di Paolo rassicurandola che le avrebbe lenito il dolore, ma dopo poco le disse che non ci sarebbe riuscita se avesse continuato a pensare ai suoi amici e parenti malati. Si parlò anche di una nostra cara amica, malata da tempo. La guaritrice disse che non si trattava di malattia, bensì di ‘possessione demoniaca’. Prima del congedo, prese da parte Paolo per circa quindici-venti minuti, in un’altra stanza. Non c’era un solo motivo per quell’appartarsi, anche perché mio figlio non lo aveva chiesto. Cosa avvenne durante quell’incontro non si è mai saputo perché mio figlio non ne ha mai fatto parola. Credo che la guaritrice abbia usato l’ipnosi. La praticava sui seguaci conviventi e su altri cui capitava di gravitare attorno a lei. Paolo lo ammise, in tempi successivi, in una telefonata alla mamma e risulta anche dalle denunce. Al momento di uscire la pranoterapeuta invitò Paolo e la mamma a ripresentarsi dopo cena per una preghiera liberatoria. Nonostante un certo scetticismo accettarono, ritenendo che una preghiera non avrebbe potuto nuocere. Quella sera fu un susseguirsi di fatti che poco avevano a che fare con la religione. I santini applicati ai vetri che saltavano staccandosi da soli, i fili delle collane di palline di nocciolo, benedette da un ‘grande esorcista’, messe al collo dei presenti dalla prano guaritrice, si annodavano da soli. La collana di Paolo e di una ragazzina, figlia di una signora presente, avevano formato due nodi. Le preghiere dell’esorcismo si erano protratte fino alle 4,30 di notte e solo allora la guaritrice prese a narrare, con voce calma e monotona, quella che sosteneva essere la sua vera storia. La scelta dell’ora non era casuale perché sfruttava la stanchezza per il prolungato e inusuale stato di veglia, così come non era casuale il suo tono di voce. Disse, tra le altre cose, che un incidente l’aveva portata in uno stato di premorte e che Dio l’aveva salvata e rimandata come angelo sulla terra con la missione di diffondere nell’umanità il messaggio di salvezza, curare il maggior numero di esseri umani, nel corpo e nello spirito, e prepararli al secondo avvento del Signore, la ormai imminente Apocalisse di cui nei mesi successivi si sarebbero visti i segni. Inoltre, aveva fatto voto di povertà e di castità. La verità sull’incidente: fu una scivolata in un fosso a lato di una strada, a causa del ghiaccio, che le procurò lo schiacciamento di una vertebra, problema risolto con un mese di busto ortopedico.
Durante il ritorno in auto Paolo e la mamma, tra incredulità e ilarità, ritennero di essere incappati in una mitomane. Almeno era quello che la mamma credeva. Invece, dopo quell’incontro, Paolo iniziò a frequentare spesso e di nascosto quella casa, dando modo alla guaritrice di condurre su di lui, indisturbata, la sua opera di fascinazione e irretimento, in un ambiente svuotato di ogni capacità critica. Questo si protrasse per circa due settimane, ma ne venimmo a conoscenza solo dopo la scomparsa di Paolo. La nostra amica, saputo che la prano guaritrice considerava la sua malattia come conseguenza della possessione diabolica, la volle incontrare. Invitarono anche me a partecipare all’incontro, pur essendo noto cosa pensassi sulla validità della pranoterapia, cioè una truffa. Alla fine accettai, nonostante la contrarietà da parte di mia moglie. Nel frattempo, prima dell’incontro, la guaritrice aveva raccomandato ai presenti di non guardare mai la nostra amica negli occhi per non cadere vittima dell’influenza del dèmone che era in lei. A un certo punto, fra la nostra amica e la guaritrice scaturì un dibattito sull’interpretazione di alcuni versetti biblici. La guaritrice sosteneva di non avere mai letto quei testi sacri e che la conoscenza perfetta dell’Antico e del Nuovo Testamento le veniva trasmessa dai suoi fratelli angeli, con i quali era in continuo contatto. La discussione non chiarì chi delle due dicesse il vero, ma ciò che era evidente per un estraneo non lo era agli occhi degli altri presenti.
Toccò anche a me essere oggetto dell’attenzione della guaritrice che, muovendo la sua mano in senso circolare di fronte al mio petto, esclamò di percepire che avevo un ‘bel plesso solare’, da cui deduceva che io fossi un brav’uomo. Tralascio le affermazioni sulla provenienza angelica dei suoi poteri di guarigione, la sua generosità e i riferimenti alla sua vera storia. Al termine, prese in disparte la mamma di Paolo per avvertirla che nei giorni successivi la nostra amica malata sarebbe stata preda di strani comportamenti e immotivati accessi d’ira, non per sua volontà ma per quella del demone che la possedeva. Le raccomandava di tenersi in contatto con lei e, a questo scopo, le aveva dato il suo numero di cellulare e l’indirizzo di un piccolo centro del nord Italia. Una volta usciti, l’amica ci fece notare che tutti i conviventi della pranoterapeuta avevano lo sguardo spento e le mani stranamente gonfie. Avevo notato anch’io la loro presenza poco partecipativa. Mi chiesi anche cosa mai c’entrasse il mio ‘plesso solare’ in quella strana riunione para terapeutica e para religiosa.
Da quell’incontro trascorsero due settimane, al termine delle quali Paolo, dopo avere telefonato e avere a sua volta ricevuto una telefonata, disse che doveva andare assolutamente da quelle persone e che sarebbe tornato dopo pochi giorni. I pochi giorni divennero invece due settimane nelle quali non ci fu possibile contattare né Paolo, né la guaritrice. Paolo telefonò alla mamma una sola volta e, per tranquillizzarla, diceva: “Qui va tutto bene, mamma, si tratta di persone squisite e amorevoli che vivono in perfetta serenità, fraternità e preghiera”. Aveva usato termini che non appartenevano al suo vocabolario usuale, si era espresso in maniera un po’ confusa, inframezzata da pause. Al suo ritorno mostrava serenità mista a una strana apatia e alla necessità di dormire oltre il solito. Nei giorni a seguire, vedendolo stranamente taciturno, la mamma gli chiese spiegazioni. La risposta fu: ‘Ho scoperto la verità sull’esistenza di Dio e delle presenze negative. Quelle persone mi stanno indottrinando su come elevarmi spiritualmente. Nel frattempo, per motivi che all’epoca ci erano sconosciuti, non frequentava più gli amici e le amiche di sempre. Paolo viveva con la mamma. Le sue assenze nei fine settimana si fecero frequenti. Alle domande dava risposte vaghe. Parlava di processioni per pregare per i bambini leucemici di un ospedale (ma non poteva rivelarne la località), di preghiere di fronte a basiliche di santi famosi, in varie regioni del settentrione. Attività tutte, stranamente, svolte di notte.
Ignari di quanto avvenisse realmente in quella comunità, seguendo anche il consiglio di amici e parenti, decidemmo di non opprimere Paolo, lasciandogli la libertà di muoversi. Del resto, era grande e non ci aveva mai dato pensieri riguardo al suo comportamento. Finché una sera, verso le dieci e mezzo, Paolo fu chiamato al telefono dal compagno della prano-guaritrice: gli diceva, allarmato, che con il suo ‘corpo esoterico’ era stata sul fronte di guerra ceceno per salvare i bambini ed era rimasta gravemente ferita. Era necessario l’aiuto di Paolo per andare a prelevarla vicino al confine svizzero e portarla in un ospedale per salvarle la vita. Mio figlio, incurante delle preoccupazioni della mamma, partì per Bellinzona promettendo di tenerla informata. La chiamò per dire che non avevano ancora trovato un ospedale specializzato e disposto a eseguire un’operazione così rischiosa. Con voce entusiasta, rivelò che la guaritrice aveva iniziato a piangere mentre raccontava che sua madre era morta e che, pochi minuti dopo, aveva ricevuto la notizia del decesso. ‘Vedi – esclamò -, che ha davvero dei poteri?’. Aggiunse che al ritorno avrebbero fatto tappa per un giorno anche a Lourdes per ringraziare la Madonna. Rientrò a casa in uno stato pietoso, sudicio, barba lunga, lo sguardo vacuo. Non faceva che raccontare di quanto loro lassù fossero buoni e poveri, che vivevano in un casolare senz’acqua corrente, costretti a lavarsi con l’acqua riscaldata al sole in bottiglie di plastica. Poi, come risollevato, disse: ‘Almeno, però, l’abbiamo salvata. E’ stata operata e ora sta molto meglio’. Dopo quel viaggio Paolo dormì per tre giorni consecutivi, distrutto nel corpo e nella mente, distante anni luce dalla famiglia, dagli amici di sempre, dai suoi interessi e dagli hobby preferiti. La sua vita, il suo mondo, non esistevano più, come svaniti in quel mondo parallelo creato dalla mente di quella prano-guaritrice malefica.
Più tardi venimmo a sapere la verità dalla mail del 30 marzo del 2000 scritta da Paolo a uno scrittore francese di una collana di libri sull’esoterismo templare, che si concludeva con il saluto ‘IS/IS’. Erano stati a Rennes-le-Château, un paesino nei Pirenei francesi noto ai cultori di esoterismo di tutto il mondo come il luogo in cui Maria Maddalena, dopo le nozze con Gesù, si sarebbe stabilita dando origine alla dinastia dei Merovingi. Ne avemmo la conferma nella chiamata che feci alla titolare della libreria esoterica di Rennes-le-Château. Ne ricordo ancora il nome: Sonia Moreau. Ricordava un gruppo di clienti italiani, tra i quali un bel ragazzo, molto alto. Era Paolo. Ormai ero certo che mio figlio, su ordine della santona, aveva imparato a mentire su cosa facessero veramente e quella non era di certo la prima volta. Quello che gli era stato fatto si può definire ‘stupro della mente’. A sua insaputa, aveva subito collaudate tecniche di condizionamento psico fisiologico, con la prospettiva di elevarsi spiritualmente, acquisire i poteri taumaturgici promessi dall’angelo incarnato’, diventare uno dei prescelti col potere di guarire le malattie e alleviare le sofferenze della gente, soprattutto dei bambini, e battersi contro i demoni. Così, ignaro degli effetti destabilizzanti sulla sua mente, si era sottoposto al rito della ‘purificazione’: cinque giorni di privazione del cibo e del sonno notturno (inversione del ritmo circadiano, l’orologio biologico nell’arco delle ventiquattr’ore), con a disposizione un solo litro d’acqua al giorno. Di notte, riti e battaglie estenuanti contro il Maligno. Pratica che, ripetuta ciclicamente, aveva causato la destabilizzazione della sua mente, un effetto che la santona sapeva bene come raggiungere. Mio figlio non poteva certo immaginare che sarebbe stato trasformato nella persona che, in stato di coscienza, non avrebbe mai voluto diventare. La santona si era impadronita anche di un’altra tecnica di manipolazione fisiologica, la sessione di iperventilazione, che consiste nel far inspirare ed espirare forzatamente grossi volumi d’aria, provocando la caduta del livello di biossido di carbonio nel sistema circolatorio con il conseguente aumento dell’alcalinità del sangue, definita ‘alcalosi respiratoria’. Un livello leggero di alcalosi produce vertigine e senso di stordimento, sensazione di testa leggera, perdita di pensiero e di giudizio critico. Un eccesso di iperventilazione produce intorpidimento e formicolio alle dita di mani e piedi e alle labbra, sudorazione, batticuore, sensazioni di panico e irrealtà. L’eccesso respiratorio ancora più prolungato e vigoroso causa crampi muscolari, forti dolori e tensione toracica, aritmie cardiache, tendenze convulsive e perdita di coscienza. La guaritrice aveva appreso le tecniche di condizionamento psico-fisico su testi appositi e le aveva sperimentate e praticate per anni in varie località del nord, compresa Milano, dove aveva anche seguito corsi di pranoterapia presso un’associazione per il benessere psico fisico, fondata da un parapsicologo.
A casa Paolo faceva frequenti digiuni di quattro giorni, cui si sottoponeva su ordine dell”angelica incarnazione’, come pure sessioni di meditazione in posizione yoga con vari ceri accesi su un tavolino a otto lati, e musica New Age di sottofondo (prima non la sopportava). Motivava quel suo sacrificio come l’unico sistema per sconfiggere i demoni di quella nostra amica malata, e per il bene del mondo. Preoccupati per la sua salute, riuscimmo a convincerlo a sottoporsi ad esami ematochimici che evidenziarono una grave carenza di trigliceridi, tanto che il medico di famiglia gli disse che non aveva bisogno di digiuni e lo avvisò di non farne senza consultarsi con lui. Gli spiegò che i trigliceridi erano basilari per il buon funzionamento del cuore, del cervello e di altri organi interni e che la carenza poteva comportare danni, anche seri.
All’ultimo rientro a casa Paolo fece affermazioni che suscitarono incredulità e ansia. Si reputava un ‘guerriero di luce’, un eletto di Dio-Io sono, la reincarnazione di un personaggio biblico, il discendente da un ramo templare scozzese. Sosteneva che occorreva sferrare l’attacco finale contro il ‘mekim’, lo spirito diabolico che si era insediato in quella nostra amica malata e che tutto ciò era vero, assolutamente vero, perché gli ordini di quella donna provenivano dal suo contatto con Dio-Io sono. Ogni tentativo della mamma di condurlo a una visione più realistica delle cose si rivelava inutile e riceveva questa risposta: ‘Per ora tu non puoi capire, ma ti sarà tutto chiaro quando, al momento giusto, riceverai l’istruzione’. Aggiungeva che non poteva dirle altro in quanto lo spirito del demone della nostra amica malata, transitato a lei, si sarebbe rafforzato con quelle informazioni.
Come avveniva da anni nel periodo pasquale, i nonni materni erano ospiti a casa di Paolo e mamma. Nei dopocena mio figlio si impegnava nel tentativo di indottrinarli sulla ‘verità’. Leggeva le pagine di un libro che trattava di angeli e Ufo e spiegava agli anziani nonni che quelli che chiamavano angeli erano creature extraterrestri che, di tanto in tanto, scendevano sulla terra per rivelarci la ‘verità’ e che quella pranoterapeuta non era una creatura umana ma un essere di luce, un angelo incarnato. La mamma fingeva di interessarsi a quelle lezioni per non contrariarlo. I nonni constatavano che le brutte notizie ricevute corrispondevano alla realtà e che qualcosa era cambiato, non poco, né in meglio, nel loro amato nipote.
Intanto, dal suo ennesimo viaggio di fine settimana nella comunità, Paolo era tornato stanco e apatico. Mostrava un eccessivo entusiasmo misto a nervosismo, pronto a inalberarsi al minimo accenno di critica alle sue parole. Arrivò un ordine della santona: Paolo doveva riportare i nonni a casa loro, a Piacenza, e stabilirsi con mamma nella comunità, perché il nonno sarebbe morto nel giro di pochi mesi e la nonna l’avrebbe seguito a breve. Se la mamma non avesse obbedito sarebbe stata dannata dal Signore, e avrebbe ricevuto un karma spaventoso in una sua prossima vita. La mamma si oppose fermamente a quella coercizione e Paolo, molto scosso, le rivelò piangendo di avere sofferto più di lei quando, per lo stesso ‘ordine divino’, aveva dovuto abbandonare tutto il suo mondo, gli amici e le amiche, il lavoro, gli hobby. La supplicò perciò di seguirlo. L’avrebbe portata in quella comunità dove l”angelo incarnato’ avrebbe guarita definitivamente dalla sua malattia invalidante. Una volta accompagnati i nonni e la mamma a Piacenza, raggiunse la località dove aveva sede la piccola comunità, portando con sé l’orsacchiotto (rimasto in casa dei nonni da quando Paolo era piccolo), regalo del suo primo compleanno, quello con cui giocava e che stringeva per addormentarsi nel suo lettino. Rivelò che gli era necessario per poter ritornare all’innocenza infantile’ e per elevarsi verso Dio, grazie a una particolare tecnica ipnotica praticata dall”angelo’. Era l”ipnosi regressiva all’infanzia’, pratica emersa anche dall’inchiesta sulle adozioni illecite di Bibbiano. Una pratica con la quale psicologi disonesti inducevano nei bambini falsi ricordi di maltrattamenti e di abusi subiti. Lo scopo era quello di costruire accuse false e infamanti contro i genitori per sottrarre loro i figli e darli in adozione.
Quello che, due settimane dopo, tornò a casa dei nonni non era più il nostro Paolo. Mostrava preoccupanti segni di squilibrio, aggrediva verbalmente la mamma, i nonni, sua zia e suo cugino, dicendo di avere ‘visto telepaticamente’, da dove si trovava, i loro comportamenti contrari agli insegnamenti di Dio, aggiungendo che erano tutti preda dello spirito demoniaco, li accusava di essere egoisti e sadici, minacciandoli di punizioni divine se non avessero obbedito agli ulteriori ordini dell”angelo’. La santona aveva applicato su Paolo le tecniche di manipolazione psichica distruttiva, disgregandone l’identità affettiva, culturale e sociale. Paolo era ridotto a mero portavoce di una ‘volontà superiore’ e come primo atto di obbedienza, chiese alla mamma di seguirlo nella sua comunità. Intuendo che quella poteva essere l’ultima occasione per non perderlo, decidemmo di approfittare dell’invito per riuscire e capire dove e come vivesse nostro figlio. Fu così che la mamma si trovò catapultata in un film dell’orrore, calato nella vita di persone reali e con un solo primo attore: quello che aveva irretito la mente di nostro figlio. Fu accolta calorosamente da tutti. Paolo appariva contento ed eccitato per la sua presenza nel casolare malmesso in cui vivevano. Le mostrò, entusiasta, il progetto per la ristrutturazione che avevano in mente, che comprendeva anche degli appartamenti, uno dei quali per loro due, se lei avesse voluto. ‘Mamma, disse, ora capisci com’è buona quella persona?’. La mamma avrebbe voluto stringerlo a sé con tutto l’amore per provare a risvegliare la sua coscienza e fargli scoprire in quale trappola era stato attirato. Era conscia che ormai non ci fosse più alcuna chiave per accedere alla sua ragione e che anche portargli le prove dell’inganno che gli era stato teso avrebbe sortito soltanto l’effetto contrario. Quella donna dalla mente diabolica aveva tramutato in Paolo il falso in verità, il buio in luce. Là tutto era regolato dalla guru, che disponeva in maniera incontrastata di ogni aspetto della vita di tutti. Quel pomeriggio la voce della santona, di solito pacata, esplose in un allarme repentino: ‘I demoni sono sul piede di guerra!’. Si precipitò a strappare dalle mani di un’esile ragazzina tredicenne la bicicletta con cui voleva semplicemente fare un giretto nel cortile. Dopo cena, si sarebbe celebrato un rituale per scacciare la presenza demoniaca dalla nostra amica malata. Paolo, la mamma, la guaritrice e una signora, madre di due figlie minorenni, si erano seduti al tavolo per accingersi alla battaglia finale contro il demone. A un certo punto la guru fece notare che gli altri della comunità si erano tutti addormentati e che ciò dipendeva dall’influsso del demone che la mamma di Paolo si era portata appresso da casa. Sei mesi di lavoro erano andati persi, ma sarebbe stata sufficiente una ‘spada di Mosè’ per cinque giorni. Alla mamma, dato il suo stato di salute, non fu permesso di parteciparvi. Su ordine della santona Paolo la portò in una camera al piano superiore, dove venne fatta stendere sul letto a fianco della ragazzina. Tentò di alzarsi per avvicinarsi alla porta e ascoltare cosa succedesse al piano di sotto, ma il corpo pareva come paralizzato, aveva capogiri, nausee e un forte dolore alle braccia e alle gambe. Si sentiva come fustigata dall’interno del suo stesso corpo. Dalle denunce e dagli atti processuali risulta che la prano-santona somministrava e faceva assumere Valium,- benzodiazepine-. Alle nove del mattino fu svegliata da grida, frasi concitate e imprecazioni rivolte a lei perché, a causa sua, tutti avevano rischiato la vita nella battaglia ingaggiata quella notte contro i demoni. La santona era stata massacrata di botte e il demone pretendeva anche la vita delle bambine! Nessuno poteva più uscire dall’area del casale o sarebbe stato ucciso. Anche Paolo confermava tutto, gridando contro sua madre quelle accuse folli con tale rabbia che, per la prima volta nella sua vita, ebbe paura di lui, suo figlio. A quel punto, nella stanza entrò lei, l”angelo incarnato’, a placare gli animi dei suoi seguaci, che uscirono insieme con Paolo. Si sedette sul bordo del letto. Poi, con lentezza estrema, si sollevò le maniche della maglia mostrando le braccia: erano ricoperte di enormi lividi, mentre profondi graffi giravano tutt’intorno, come anelli di sangue. Durante la battaglia era stata verosimilmente percossa mentre incarnava Satana e, nella bolgia dello scontro, si era auto inferta quei graffi. La mamma di Paolo era annichilita. La malefica la invitò a restare per un’altra settimana. Terrorizzata da quanto aveva visto, rifiutò. L’obiettivo, per nulla spirituale, della santona era quello di impadronirsi del cospicuo risarcimento che la mamma di Paolo attendeva per l’incidente subìto, assoggettandola alle medesime tecniche di condizionamento psico fisico applicate su Paolo. Questo per poi risucchiarla nella setta. L”angelica incarnazione’ era un’abile manipolatrice e dissimulatrice, dall’animo cattivo e dalla mente perversa, capace e desiderosa di fare del male, molto male, a chi aveva la sfortuna di incontrarla in un periodo di disagio della propria vita: quando si è più fragili, vulnerabili, facilmente influenzabili e condizionabili, proprio come i componenti di quella piccola comunità. Erano vittime e, allo stesso tempo, inconsapevoli complici della diabolica opera della loro guida. In quel casolare tutti erano anche altro da sé stessi. Nella santona si sarebbero manifestate varie entità spirituali, invisibili maestri di sapienza, Dio-Io sono, Sabaoth, la Vergine Maria, Melchisedech, Padre Pio, Ashtar Sheran, perfino Satana. Ai suoi seguaci aveva attribuito il ruolo di angeli e Paolo era considerato il figlio del dio Ormaurych.
ll condizionamento psicologico e fisiologico aveva avuto effetti devastanti sulla mente di mio figlio e degli altri. Quella donna era riuscita a instaurare in ogni suo adepto uno stato di obbedienza acritica e di asservimento totale, simile alle altre forme di dipendenza non da sostanze: la dipendenza da guru. Inoltre, per meritare la ‘salvezza finale’, i componenti della piccola comunità-setta dovevano ottemperare ai rigidi comportamenti di vita imposti: una dieta incongrua, ripetuti digiuni di quattro o cinque giorni (a base di pane azzimo e acqua) e nei risvegli notturni riti e battaglie contro Satana, lavori estenuanti, divieto di contatti con l’esterno, tranne quelli strettamente necessari, controllo reciproco tra seguaci, controllo della posta, dell’uso dei cellulari che la santona voleva sul tavolo della sala: ogni telefonata doveva essere messa in viva voce per ascoltare e le domande e suggerire le risposte.
Il giorno dopo, Paolo, su ordine della santona, accompagnato da altri due della comunità riportò a casa la mamma. Arrivarono alle 20,30 e ripartirono subito. Paolo richiamò la mamma alle due di notte per assicurarle di essere arrivato. Al mattino erano apparsi evidenti numerosi lividi su braccia e gambe, conseguenza di quel rito notturno.
La sera successiva, Paolo telefonò alla mamma, mentre era presente anche l’amica malata. Paolo volle parlare anche con lei e le disse che il demone che la possedeva era davanti a lui, seduto sul davanzale. Dondolava le gambe e mostrava un sorriso satanico. Era alto circa un metro e 60, tratti arabi, calvo, ventre prominente. Era barbuto e emanava un fetido odore di capra. Aggiunse che non lo temeva, anzi non vedeva l’ora di combattere contro di lui. Si trovava in un evidente stato allucinatorio e riprova ne era l’esaltazione con cui descriveva tutti i particolari del demone e la guerra esoterica in corso. Tre giorni dopo Paolo chiamò la mamma per dirle che la nostra amica era stata liberata dallo spirito maligno.
Da mesi avevamo intrapreso ricerche raccogliendo documentazioni e preso contatti con le rare associazioni che si occupavano del fenomeno settario abusante. Consultammo fuoriusciti dalle sette, psicologi, esperti. Alcuni consigliavano di rivelare a Paolo le metodiche di condizionamento cui era stato sottoposto, con il rischio, però, che tagliasse i contatti con noi. Altri suggerivano fosse meglio che almeno un familiare mantenesse vivo il contatto con lui. Dato che non rispondeva più alle telefonate di sua mamma, si decise che fossi io a svolgere quella funzione, fingendo di essere all’oscuro di tutto quanto accadeva. In dieci giorni gli telefonai per ventidue volte. Mi rispose poche volte, dicendomi che stava bene e che si preparava per gli esami universitari (che non sosterrà mai) e che se non mi rispondeva sempre dipendeva, a suo dire, della mancanza di campo, o dalla batteria scarica, o dall’esaurimento del credito nella scheda, oppure anche dal fatto che spesso teneva spento il cellulare per studiare. Ovviamente mentiva: la santona ascoltava tutto e decideva le risposte.
La situazione precipitò. Diciotto giorni dopo Paolo, o quello che restava di lui, telefonò alla mamma: era in stato confusionale, in preda a un odio incontenibile nei suoi confronti e di tutti i suoi cari. Ad alta voce, si proclamava omosessuale da sempre. Una telefonata estenuante di oltre quattro ore, durante la quale la mamma tentò di farlo ragionare, ora assecondandolo, ora mostrandogli le palesi incongruenze delle sue frasi. Gli disse che non importava se avesse scoperto di essere omosessuale, l’amore dei suoi genitori per lui rimaneva intatto e incondizionato. L’importante era il suo rientro a casa per poter parlare con serenità.
Poi, su indicazione di Paolo, la mamma telefonò alla santona-guaritrice che, stranamente, rispose per la prima volta. La mamma le intimò di rimandare immediatamente a casa Paolo ma la risposta testuale fu: ‘Paolo ha combattuto una eccellente guerra contro i demoni e quindi Dio lo ha baciato in fronte. L’amore cosmico non è come quello umano per cui, non sapendo gestirlo, il ragazzo lo ha riversato sulla prima persona che gli è capitata davanti, cioè Carlo. Se ci fosse stata un’altra persona, o un animale, lo avrebbe riversato su di essa. Tu resta serena perché tra due o tre giorni Paolo imparerà a gestire l’amore divino riversandolo su tutta l’umanità. Comunque, visto che esiste il libero arbitrio, io non posso obbligare tuo figlio a rientrare a casa, deve deciderlo lui. Dio stesso, in fondo, era anche omosessuale, perché amava uomini, donne e bambini’. Aggiunse che pure la nostra amica aveva una missione bellissima da compiere, quella di salvare i bambini dai pedofili. E chiuse la telefonata.
Paolo rientrò la settimana successiva. Rifiutò ogni tipo di cibo preparato in casa e si chiuse a chiave in camera sua. Uscì la sera tardi per rientrare il mattino dopo. Aveva dormito in macchina. La sera, dopo essersi accertato al telefono che io fossi lontano da casa (ero in vacanza con mia moglie nel sud Italia), mi disse che mi avrebbe aspettato per la festa del suo ventiquattresimo compleanno, quattro giorni dopo.
Invece, raccolte alcune sue cose, i libri sull’esoterismo, lo stereo portatile, sparì da casa per non fare più ritorno. La mamma, testimone diretta dei fatti, decise così di sporgere denuncia.
Se mai ce ne fosse stato bisogno, la conferma degli esiti della manipolazione psichica su Paolo è negli accertamenti eseguiti dalla polizia a seguito delle numerose denunce sporte contro la santona. Nel verbale delle sommarie informazioni della polizia è scritto che mio figlio ‘al personale operante appariva lucido nei ragionamenti ma insofferente ed evasivo nell’affrontare le argomentazioni appartenenti alla piccola comunità, palesando un sentimento di venerazione nei confronti della donna che guidava la comunità’. Pochi mesi dopo, tre persone riuscirono a fuggire da quello che definirono ‘girone infernale’. Erano la giovane signora con due figlie minori, una delle quali era l’esile ragazzina della bicicletta (1). Sporsero tre querele contro la santona guaritrice. La giustizia accertò che il reato di maltrattamenti era stato commesso. Sentenziò la Corte di Cassazione: ‘ La condotta illecita tenuta dall’imputata ha comunque senza dubbio cagionato alle parti offese dei danni di natura sia psicologica che materiale’. Ma i tempi eterni della non giustizia italiana andarono in soccorso della santona, procurando la prescrizione del reato. Per le vittime anche la profonda amarezza della beffa inflitta dalla elefantiaca macchina giudiziaria. Degli importi stabiliti a titolo provvisionale risarcitorio, la santona non ha versato un solo euro: risultava nullatenente.
Cosa fare? Dopo essermi accordato con sua mamma, andai da solo a trovare Paolo. Venne proprio lui ad aprire. Rimase un po’ perplesso, lanciò un’occhiata oltre la siepe sulla strada. Pareva come allarmato, non so per quale motivo. Aprì il cancello e mi fece entrare dicendosi sorpreso della visita. In casa c’erano solo lui e la madre di Carlo (quel ragazzo su cui Paolo aveva riversato il famoso amore cosmico). Mi fece accomodare in sala. Sulle pareti del corridoio e della sala erano appesi alcuni quadretti con strani disegni che cercai di imprimermi nella mente. La guru non c’era. Qualcuno suonò al campanello e mio figlio mi invitò a uscire in giardino, dove mi presentò un altro membro della comunità come il compagno della guaritrice. Al rientro notai che i quadretti erano spariti e questo mi suscitò interrogativi. Risultarono in seguito essere dei pentacoli, simboli dal preciso significato esoterico. Si era fatto mezzogiorno e uscimmo per pranzare E acquistare qualcosa per lui. Era senza cintura dei pantaloni e gli diedi la mia. Mentre attraversavamo la piazza centrale del paese, vedemmo la macchina della nostra amica con la mamma di Paolo a bordo, parcheggiata di fianco alla chiesa parrocchiale. Paolo ebbe un sussulto e, allarmato, mi accusò che la cosa era stata concordata e chissà per quale scopo. Ci volle oltre mezz’ora, fra domande e risposte, per dimostrargli che non sapevo assolutamente nulla del loro viaggio: era la verità. Paolo mi indicò un percorso da seguire e arrivammo in un altro paese dove pranzammo in un bar panineria. Si tranquillizzò e cominciammo a parlare. Giustificava la sua fuga da casa come reazione all’oppressione di sua mamma, addebitandole tutte le sofferenze che aveva provato nei vari traslochi, per avere dovuto abbandonare gli amici. Obiettai che questa volta era stato lui a voler chiudere con i suoi migliori amici per scappare a 250 chilometri di distanza. Avrebbe potuto parlarne con me e avremmo trovato una soluzione, senza arrivare a quella fuga. Allora mi confessò di essere omosessuale da sempre e di avere nascosto la sua diversità. Lì si sentiva tranquillo, felice di poter vivere la sua storia d’amore lontano dai pregiudizi, con la persona che amava, di costruirsi la vita come desiderava, proseguendo gli studi e laurearsi, con la prospettiva di un lavoro (la zona offriva molte possibilità). Gli dissi che della sua omosessualità non mi era accorto, perché delle tante ragazze che aveva avuto negli ultimi otto anni ne avevo conosciute sì e no la metà. Dalle foto e dai poster che teneva in mostra nella sua camera non trapelava di certo l’omosessualità. Gli ricordai anche la sua tristezza e la sofferenza dopo essere stato lasciato dall’ultima ragazza. Gli dissi sinceramente: ‘Il mio amore per te non cambia, sei mio figlio e ti amerò comunque’. La sera, dopo avere guardato un po’ la televisione, andammo a dormire insieme nel letto pieghevole che avevamo collocato in sala. La mattina dopo, verso le dieci, dopo avere ringraziato tutti per l’ospitalità, ripartii per fare ritorno a casa. La sera stessa, dopo le nove, Paolo mi chiamò. Pensavo che fosse per chiedermi del viaggio, ma quella telefonata tra figlio e padre si trasformò in un interrogatorio:
Paolo: Babbo, sei ancora qui o sei a casa?
Io: sono arrivato da due ore, sono a casa.
Paolo: sento delle voci, c’è qualcuno lì con te!’. (Era invece ciò che accadeva a lui, la malefica ascoltava tutto, gli suggeriva le domande e le risposte).
Io: Siamo in estate, le finestre sono aperte. Entrano le voci dei bagnanti, ci sono tre hotel vicini. Sei venuto qui centinaia di volte, te lo sei dimenticato?
Paolo: allora dimostrami che sei a casa!
Io: d’accordo, metto sul piatto del giradischi la musica che ascoltavi da bambino, quella del cartone animato Fantasy di Disney …. Sei convinto ora?
Paolo: ah… va bene … però tu di notte hai rovistato in giro e hai anche rotto il video registratore!
Io: ma che cosa dici Paolo? Mi sono alzato per andare in bagno e nel tornare, per colpa del buio, ho sbattuto col ginocchio contro il mobile della sala, mi sono pure fatto male.
Allora prese a farmi domande per sondare la mia conoscenza della realtà e io risposi in maniera semplice, così da non dare adito a sospetti. Non volevo che si spezzasse quell’unico residuo filo di contatto. Paolo disse di avermi telefonato dopo avere scoperto che la mamma e l’amica erano ancora là e pernottavano in un albergo del paese. Si era convinto che gli avevo detto il vero e soprattutto che ignoravo dove fosse sua madre. Quel filo di contatto era ancora intatto.
Pochi giorni dopo, a una mia telefonata rispose subito dicendomi che era presso amici (fece il nome di una località dell’Adriatico) assieme ad altri del gruppo. Avrebbe dovuto iniziare a lavorare in un bar di conoscenti, ma non era una cosa sicura. Venticinque giorni dopo, andai nuovamente a trovarlo, anche questa volta senza avvisarlo. Arrivai la mattina verso le 11. Paolo era in compagnia di Carlo (l’amico al quale diceva di essere legato) e della mamma di questi, con i quali scambiai alcune parole di convenevoli. La santona era ancora assente. Una volta seduti in sala, iniziammo una discussione perché mio figlio mi accusava di essere andato lì per indagare su di loro. Gli risposi che c’ero andato per tutte le bugie che mi aveva raccontato sugli studi universitari, sul lavoro, sul cellulare che non funzionava, sulla segretezza di quanto avveniva in quella comunità che, visti gli effetti su di lui, mi pareva più una setta. Dal momento che tutti avevano iniziato a negare e Paolo continuava a mentire, persi le staffe e gli diedi uno schiaffo. Fu uno sbaglio. Me ne andai e, dopo avere pranzato in una pizzeria, ripartii alle quattro del pomeriggio. Chiamai Paolo per dirgli del viaggio, ma il cellulare risultava ‘spento o irraggiungibile’.
Un mese dopo, andammo a trovarlo, nell’altra sede della comunità io, sua mamma e due amiche. Paolo era nell’aia del casolare. Rimase visibilmente sorpreso. Fu un incontro per noi scioccante. Ci chiese cosa facessimo lì. Gli risposi che eravamo preoccupati, che non sapevamo più nulla di lui, che gli volevamo sempre bene, che ci mancava. Nella vana speranza che potesse servire a qualcosa, gli dissi che quella donna che adorava non era stata inviata dal dio del bene e che lui era finito vittima in un raggiro. Parve accettare l’abbraccio della mamma, ma di colpo la respinse intimandoci con asprezza: ‘Andatevene via, non fatevi più vedere, non siete più nessuno. Questa è la mia famiglia!’. Nel viaggio di ritorno quasi non parlammo. Lo choc era stato terribile, erano andate distrutte le residue speranze di mantenere vivo il contatto con Paolo.
Era il 13 ottobre 2000. Fu l’ultima volta che riuscimmo a vederlo e a parlargli. Gli inviammo due scatoloni con l’abbigliamento invernale che aveva lasciato a casa. Gli scrissi delle lettere che credo non abbia mai potuto leggere per via del controllo esercitato dalla santona su tutto quanto arrivava dall’esterno: lo definiva ‘lavorato da Satana’. Nell’ultima lettera cercai di suscitare in lui il dubbio e queste sono alcune frasi: ‘Caro figlio mio, ti scrivo pur sapendo che non sarai tu il primo a leggere questa lettera, che sarà oggetto di controllo, di critiche, pubblicamente derisa e pure bruciata perché, come dice qualcuno, è lavorata da energie sataniche … Più nulla è tuo, nemmeno i tuoi pensieri. C’è un padrone nella tua vita, ma non sei tu: ti sta rubando gli anni e non te ne rendi conto … Se a dirti tutto quello che ha detto quel qualcuno, fossi stato io, mi avresti creduto? Certamente no, perché sai chi è tuo padre, e avresti pensato, logicamente preoccupato che, se non era uno scherzo, il tuo papà era uscito talmente fuori di testa da dover essere ricoverato al reparto neuro! … E se quel qualcuno, adducendo ordini divini superiori, ti chiedesse di eliminare un ostacolo alla sua missione e quell’ostacolo coincidesse con tuo padre e tua madre, saresti in grado di opporti?… Soprattutto per te ti auguro che non sia troppo lontano il giorno in cui saprai dirci: ero diventato cieco e sordo, ma ora il mio cuore è tornato a sentire e a vedere e nella mia mente è tornata la luce … Tu non sei stato abbandonato e l’amarti non è mai stato un dovere, ma un privilegio. Buon compleanno. Tuo papà’.
Dal giorno della sua sparizione iniziò un calvario di dolore, di ansie, di tante notti insonni, di senso di impotenza, di angoscia. Anni passati nell’attesa del suo ritorno, di una telefonata mai arrivata. Un’attesa che continua tutt’oggi. Da allora, i genitori per lui sono i persecutori della inviata di Dio-Io sono, il nemico della loro missione salvifica, quindi da cancellare dalla sua vita.
Quando, negli anni successivi, mancarono i nonni materni e mio padre, cui diceva di volere molto bene, l’avvisai con un telegramma (non avevamo e non abbiamo tuttora il suo numero di cellulare). La risposta fu un laconico telegramma di ‘Sentite condoglianze’, come si fosse trattato di lontani conoscenti. Non si presentò a nessuno dei funerali, nemmeno a quello dell’amata nonna materna.
Dieci anni dopo la sparizione di Paolo, i suoi genitori e altre sei persone ricevettero una citazione in giudizio presso il Tribunale civile di Xxx da parte della santona e del suo compagno, con una richiesta di risarcimento astronomico (1.800.000 euro) per danni morali e materiali. Le motivazioni erano: concorso in diffamazione per le dichiarazioni in alcuni programmi televisivi; attività persecutoria da parte del Favis, l’associazione Familiari delle vittime delle sette; diffamazione da parte delle due ragazze minorenni (maltrattate dalla santona) e della loro madre, che avrebbero sostenuto il falso; l’insorgere e\o l’aggravarsi di varie sue patologie; il forzato pensionamento del compagno per seguirla e sostenerla negli spostamenti per le terapie causate e aggravate, a suo dire, dalla presunta diffamazione; il perduto guadagno per la mancata vendita di una delle sedi della comunità. In cima alla lista dei testi a favore della santona c’era proprio Paolo, pronto a testimoniare il falso contro i suoi genitori: un’altra dimostrazione degli effetti devastanti prodotti sulla sua mente dalle tecniche di condizionamento psicologico e fisiologico che lo avevano trasformato in un altro Paolo. Se la causa per i pretesi danni fosse andata in porto, i genitori sarebbero finiti sul lastrico, ma per Paolo la loro condanna non sarebbe stata altro che la realizzazione del volere della sua guida. La sentenza della Sezione civile del Tribunale di Xxx respinse ogni pretesa della santona e del compagno, condannandoli in solido al pagamento delle spese legali e al risarcimento di 5.000 euro per ciascuna delle parti da loro citate. La Corte d’Appello di Xxx rigettò come ‘inammissibile’ il ricorso presentato dalla coppia. A oggi non è stato versato alcun risarcimento.
Nell’Ottobre 2015 una persona, che si qualificò come ex seguace della santona, mi telefonò dicendomi di avere saputo che l’anno prima mio figlio era stato sottoposto a un intervento chirurgico al cuore e che, dopo un periodo di riabilitazione, si era ristabilito bene. Ho cercato di ricontattare quella persona più volte in questi anni, anche poche settimane fa, ma quel cellulare risulta costantemente ‘irraggiungibile’. E dolore si aggiunge a dolore.
Il telegramma con cui, preoccupato, informavo Paolo che sua mamma aveva subito un pesante intervento chirurgico a causa di un tumore, ebbe come effetto la sua telefonata di due mesi dopo, nella quale mostrava più interesse per l’appartamento che per la salute della mamma.
Mio figlio non è morto e non è dall’altra parte del mondo. E’ da un’altra parte della vita, un luogo della mente in cui speriamo possa aprirsi uno spiraglio nella coscienza. Spero di esserci ancora quando riuscirà a liberarsi da quella gabbia invisibile perché avrà bisogno di tutto: accoglienza, affetto, amore, aiuto economico per vivere, perché non avrà maturato diritti a una pensione decente. Se invece non potessi più rivederlo, avrà un’eredità che gli auguro di non regalare alla santona, se questa dovesse essere ancora in vita.
Mi succede ancora di svegliarmi da sogni che sono incubi. Sento bussare alla porta, è mio figlio che chiama: papà sono tornato, sono qui, apri, papà, sono io! Mi precipito ad aprire ma dietro quella porta c’è solamente il buio delle scale. Mi sveglio di soprassalto con il cuore che vorrebbe scappare dalla gola e per non svegliare mia moglie vado in sala a sfogare il mio dolore. Torno a letto, ma il sonno non arriva e rimango sveglio fino al mattino.
- La ragazzina aveva affidato a mio figlio, di nascosto, una letterina dove gli confidava la domanda se lei servisse a Dio-Io sono, su chi fosse veramente lei stessa: un angelo? una che è utile solo per entrare in un buco dove i grandi non possono passare? un tramite per i maestri? un angelo nero? un cavaliere di Dio, o no? Si raccomandava di non riferirlo alla santona perché l’avrebbe punita, come spesso faceva. Nel periodo successivo alla fuga, scriveva nella sua querela che la santona ‘la costringeva a lavori estenuanti, la terrorizzava psicologicamente ogni giorno cercando anche di deviarne la sessualità, la obbligava a partecipare assieme alla sorella ad interminabili riti purificatori notturni, decidendo se e quando potevano andare a scuola. Come se non bastasse, la costringeva a nutrirsi fino alla nausea solo di pasta e verdure e un po’ d’acqua, a suo dire dotate di proprietà salvifiche, e costringendola la obbligava a rimangiare il cibo vomitato chiudendole il naso con le dita. La fece schiaffeggiare da tutti per la sua resistenza al cibo che le propinava. Alla comparsa di gravi disturbi allo stomaco, la guru ne aveva ritardato il ricovero ospedaliero, sostenendo che l’avrebbe curata lei’. Al momento del ricovero risultava “pallida, magra, occhi alonati, notevole calo ponderale di 6 kg; diagnosi di duodenite erosiva bulbare e malattia celiaca non curata e trattata incongruamente”. Non era quindi presente all’incontro origine di tutta la vicenda, era stata lasciata da sola in un letto di ospedale. Scrisse nella querela: … ‘però non ero sola perché lei diceva che mi era vicina col suo corpo esoterico’. L’expertise psicologica della lettera a Paolo evidenziò, tra l’altro, uno ‘sfondo depressivo su una situazione di depersonalizzazione e dissociativo dell’identità’. Non basterebbero dieci pagine di questo libro per riassumere gli abusi psichici e fisici e le vessazioni subite dalla sola ragazzina. Ancora oggi, donna di 37 anni, deve ricorrere periodicamente a trattamenti di psicoterapia.
E la santona prosegue la sua attività, impunita.