Redazione- Il Trecento in Italia fu contraddistinto da crisi, epidemie, come la peste nera del 1347, da rivolte nelle città e nelle campagne. Il movimento dei Turchini in Piemonte e altre insurrezioni in altre zone della penisola, persino nel profondo sud della Calabria, furono emblematici.
Nonostante Firenze fosse storicamente guelfa, nel 1375 scatenò una guerra contro il papa, la “guerra degli Otto Santi”, poiché Gregorio XI provò a riconquistare influenza sull’Italia centrale dopo la cattività avignonese. L’élite del governo fiorentino si divise tra la parte guelfa, contraria al conflitto, e i sostenitori dei cosiddetti “Otto Santi”, una magistratura straordinaria creata per sovrintendere le operazioni militari, composta da esponenti delle Arti.
Il successivo interdetto pontificio contro Firenze provocò gravi ripercussioni politiche ed economiche alla città, colpendo soprattutto le classi più umili, come i salariati, i quali videro il proprio potere d’acquisto diminuire a causa della svalutazione del fiorino.
Alcuni anni dopo, nel 1378, sempre a Firenze scoppiò il tumulto dei Ciompi: una vera e propria insurrezione caratterizzata da una determinazione politica che, sebbene priva di consapevolezza di coscienza di classe, si rivelò superiore alle manifestazioni di altri operai italiani e di molte zone dell’Occidente europeo.
Nella Firenze medievale con il termine “Ciompi” si indicavano i salariati, cioè i lavoratori sottoposti al settore della lavorazione della lana. Gli addetti al settore però, ritenendolo un termine dispregiativo, preferivano definirsi “il Popolo di Dio“.
Il tumulto dei Ciompi consistette nella richiesta di un aumento di salario, di riforme mirate a migliorare in maniera definitiva le condizioni di vita e di lavoro della corporazione all’interno di Firenze. Dopo il tumulto, però, la città si avviò verso forme di governo oligarchico e autoritario e le insurrezioni determinarono una più aspra divisione fra ricchi e poveri. I governi cittadini divennero sospettosi e intensificarono i controlli polizieschi mentre i nobili implementarono stratagemmi per rafforzare le proprie posizioni contro le masse dei lavoratori.
A Firenze cercarono di imparentarsi tra loro e/o di dividersi a seconda dei casi, mirando sempre ad acquisire maggiore potere. La famiglia fiorentina dei Tornabuoni, costituitasi nel 1393, come emanazione del potente casato dei Tornaquinci, si staccò dal ceppo originario allo scopo di accedere alle cariche politiche fiorentine, dato che gli ultracentenari ordinamenti di Giustizia di Giano Della Bella, risalenti al 1293 ma ancora in vigore, escludevano i Magnati dalla vita pubblica, riservata invece alle famiglie del popolo.
Simone di Tieri Tornaquinci diede così vita ad una nuova compagine familiare che mantenne nel nome il ricordo della famiglia d’origine ed ebbe modo di inserirsi nel sistema politico fiorentino con il nuovo nome “Tornabuoni”.
Francesco, figlio di Simone, concretizzò i progetti paterni agendo su vari fronti. Progettò un’accorta politica matrimoniale che consentì la costituzione di una fitta rete di rapporti parentali di prestigio. Si sposò in prime nozze con Selvaggia degli Alessandri e, dopo la di lei morte, con Marianna Guicciardini.
Dalla seconda moglie Francesco Tornabuoni ebbe otto figli, fra loro la penultima, Lucrezia, assunse grande importanza sia per la famiglia sia per la storia della città di Firenze. Favorì anche gli interessi di famiglia grazie alla solida e lunga amicizia con Cosimo il Vecchio de’ Medici, il quale in quel momento storico (1400) ascendeva agli onori della storia politica, economica ed artistica della città di Firenze e d’Europa.
Dalla storica vicinanza e dal sostegno alla famiglia dei Medici scaturì il matrimonio fra Lucrezia Tornabuoni e Piero di Cosimo de’ Medici, successore del padre. Nel 1443 l’unione fu ufficializzata con una sontuosa cerimonia: la sposa aveva diciassette anni, il marito ventisette.
Lucrezia fu educata in modo raffinato, come tutte le fanciulle delle nobili famiglie fiorentine dell’epoca. Fu autrice persino di componimenti poetici di ispirazione religiosa e fu attratta dai vivissimi fermenti intellettuali che fecero di Firenze la culla della cultura umanistica e rinascimentale. Si inserì molto bene nella famiglia del marito che del Mecenatismo artistico fu promotrice.
Dal matrimonio fra Piero, detto il Gottoso, e Lucrezia nacque Lorenzo il Magnifico a Firenze nel 1449, oltre ad altri figli: Maria, forse figlia naturale di Piero, quindi Bianca, Lucrezia e Giuliano. Lucrezia e Bianca sposarono Bernardo Rucellai e Guglielmo de Pazzi. Giuliano, il più giovane dei fratelli, morì tragicamente anzitempo nella Congiura dei Pazzi il 26 aprile 1478. Lorenzo fu educato e destinato a raccogliere l’eredità paterna, trascorrendo la gli anni giovanili tra il Palazzo di via Larga, l’attuale palazzo Medici Riccardi, e le ville di famiglia nella campagna fiorentina, luoghi tradizionalmente dedicati dai Medici al riposo e alle passioni personali.
I Medici, ricchissimi mercanti e banchieri, erano in quel periodo una potenza finanziaria a livello europeo e, grazie alla concessione di re Luigi XI apposero sullo stemma di famiglia il giglio di Francia, dando così alla famiglia un riconoscimento di nobiltà.
Piero volle crescere i propri figli maschi come eredi della fortunata stirpe e avviò Lorenzo alla vita politica in un tempo, il XV secolo, in cui in Italia si verificò una vera e propria svolta della civiltà: cambiarono la visione del mondo, le espressioni letterarie ed artistiche, nonché gli studi scientifici. Ebbe inizio una nuova era che nella tradizionale periodizzazione storica viene definita Umanesimo-Rinascimento.
In tale svolta l’Italia fu all’avanguardia e anticipò di molto gli altri paesi europei. Infatti quando la penisola era già tutto un fermentare di nuove esperienze rinascimentali, gli altri paesi europei, come la Francia, la Germania, l’Inghilterra, erano ancora in pieno Medioevo.
All’interno dello stesso Rinascimento esistettero due fasi di periodizzazione da distinguere: la prima fase, detta dell’Umanesimo, coincise all’incirca con il 1400 e fu l’epoca della rinascita dell’ interesse per l’antichità, della riscoperta dei classici e della filologia, degli studia humanitatis, dell’imitazione; la seconda fase, con il Rinascimento vero e proprio, occupò i primi decenni del 1500 in cui vi fu il consolidamento della nuova civiltà, del trionfo del classicismo e della cultura cortigiana, della piena maturità espressiva nella letteratura e nelle arti. Si trattò di un periodo unico, con tratti comuni in tutte le sue espressioni e senza fratture al suo interno.
Allo splendore intellettuale dell’Umanesimo e del Rinascimento si contrappose tuttavia lo spegnimento della dialettica politica e della vita civile dell’età comunale. Il cittadino divenne un suddito. Venne meno la partecipazione dei cittadini alla conduzione del potere politico. Ne scaturì una fisionomia politica degli Stati con una netta divisione fra il palazzo del potere e la vita dei cittadini. Il Signore viveva in una dimensione separata e distante dal corpo della società.
Anche Firenze, da sempre orgogliosa della fiorentina libertatis e critica nei confronti delle “tirannidi” di città come Milano, alla fine assistette all’affermazione della Signoria dei Medici, alla scomparsa del fervore repubblicano, sopraffatta dallo spirito cortigiano del tempo.
Sotto le Signorie i territori cittadini si estesero a discapito delle città più vicine, andando incontro a inevitabili guerre. Solo nel 1454 con la pace di Lodi iniziò un periodo di stabilità che durò fino al 1494.
Durante l’Umanesimo e il Rinascimento si diffuse uno stile di vita edonistico, volto alla ricerca del piacere, del godimento squisito, della gioia di vivere, del lusso esteriore. Vi fu un’elite che trascorreva gli ozi in feste – secondo boccaccesca memoria del Decameron – che sapeva vivere in ambienti splendidi, circondati da opere d’arte, mentre la grande massa della popolazione, quella degli strati sociali più bassi, rimase estranea a tanto fervore e benessere e visse nelle stesse misere condizioni esistenziali del 1200, con credenze religiose e superstiziose tipicamente medievali.
Centro propulsore dell’Umanesimo e del Rinascimento in Italia e in Europa fu proprio Firenze dove i Medici, Signori della città, promossero le arti in ogni espressione. Anche altri centri italiani, come Milano, Venezia, Roma e Napoli, ebbero un ruolo determinante per lo sviluppo dei nuovi ideali intellettuali e filosofici, stimoli per un’attività culturale e letteraria del tutto rinnovata.
Nacque in questo periodo, proprio grazie ai Medici il fenomeno così detto del mecenatismo, da Mecenate, il ministro dell’imperatore Augusto che proteggeva i letterati e dirigeva la politica culturale dell’impero. Il mecenatismo fu il fenomeno più tipico della società e della cultura rinascimentale.
Tra la fine del 1400 e i primi anni del 1500 in Europa vi furono eventi storici risolutivi: la grande crisi politica e la perdita dell’indipendenza da parte degli Stati italiani; le scoperte geografiche con le inevitabili conseguenze economiche e culturali; l’affermarsi delle armi da fuoco e la rivoluzione delle tecniche militari con inevitabili esiti per la società; la diffusione della stampa a caratteri mobili e la successiva rivoluzione nei mezzi di comunicazione culturale; la Riforma protestante.
L’Italia eccelse nelle arti e nella cultura ma diversamente dagli altri Stati europei realizzò l’unità statale/nazionale molti secoli dopo.
Nacquero i Cenacoli e le Accademie che trassero ispirazione dall’ antica Accademia Platonica, come dimostrò il nome della più celebre associazione del tempo, la fiorentina Accademia Neoplatonica, fondata da Marsilio Ficino nel 1462 su incarico di Cosimo de’ Medici, che rimase attiva fino al 1523. Essa ebbe grande prestigio, annoverando tra i suoi membri Lorenzo de’ Medici, Pico della Mirandola e persino Niccolò Machiavelli.
Nel 1466, giovanissimo e per volontà del padre, Lorenzo entrò a far parte della Balìa e del Consiglio dei Cento. Nel 1469 sposò la nobile Clarice Orsini. Morto il padre, a fine 1469, accettò “la cura della città e dello stato”, pur restando ufficialmente privato cittadino: da quel momento però divenne il vero Signore di Firenze.
Modificati in parte gli ordinamenti di Firenze al fine di acquisire un potere più saldo e legale, divenne membro a vita del potenziato Consiglio dei Cento. Ebbe così inizio per lui una vita di rapporti politici e diplomatici molto intensa. Venne ricevuto nelle corti più importanti. Nel 1471, in qualità di ambasciatore ufficiale della Repubblica fiorentina, andò personalmente a Roma per rendere omaggio al nuovo pontefice Sisto IV della Rovere.
Per Lorenzo, salito al potere appena ventenne, la madre Lucrezia fu un punto di riferimento importante. Lui fu per la madre “unico rifugio di molti … fastidi et sublevamento di molte fatiche.” Fra loro vi fu un profondo legame affettivo che traspare dalla corrispondenza epistolare, dove però non si ravvedono riferimenti a questioni politiche, forse perché, morto il marito Piero, Lucrezia recuperò il proprio ruolo domestico e si disinteressò delle vicende cittadine, oppure, data la forte personalità, fu il figlio stesso ad allontanarla.
L’ultimo intervento pubblico di Lucrezia coincise con le trattative intercorse con l’influente cardinale Latino Orsini per il matrimonio fra Lorenzo e Clarice Orsini, nipote del cardinale, trattative favorite dalla presenza in Roma di Giovanni Tornabuoni, fratello di Lucrezia e zio di Lorenzo, direttore di una filiale locale del banco mediceo, all’epoca anche banco papale. Fu quello il tentativo di stabilire rapporti con Roma anche al fine di creare un vincolo parentale con una delle famiglie più blasonate, di combinare un titolo nobiliare di antico retaggio, quello degli Orsini, con una ricchezza creata di recente, quella dei Medici, e di porre un giorno sul soglio pontificio un membro della propria famiglia. I Medici erano influenti e godevano di un crescente prestigio ma fino ad allora avevano avuto difficoltà a creare legami con la Città Eterna.
Durante le trattative il compito di Lucrezia fu delicato e difficile, dovendo soppesare i pro e i contro di quella futura unione. Studiò attentamente Clarice, che sposò Lorenzo nel 1469.
Sei mesi dopo, con la morte del padre Piero, ebbe inizio l’età del Magnifico.
La moglie romana di Lorenzo, Clarice, appartenne a una delle più prestigiose casate dell’Urbe, dal plurisecolare ed intaccabile retaggio. Da Roma, dove era cresciuta e vissuta, Clarice andò sposa a Lorenzo in Firenze, importante città culturale, economica e politica, culla dell’Umanesimo e del Rinascimento, grazie alla famiglia de’ Medici di cui entrò a fare parte.
Il matrimonio fra Clarice e Lorenzo sancì per i Medici la “conquista” della Città Eterna e della Chiesa e per gli Orsini il conseguimento di una liquidità finanziaria che potenziò i loro interessi all’interno della Curia romana.
La suocera, Lucrezia Tornabuoni, conobbe Clarice ancora tredicenne durante la celebrazione di una messa nella Basilica di San Pietro, accompagnata dalla madre. La descrisse come più alta della media, con un volto delicato e gentile adornato da capelli rossi, con il collo sottile ed elegante e le mani affusolate, sebbene non la trovasse più bella delle fiorentine.
Clarice portò in dote gioielli, abiti dedicati alle diverse occasioni, seimila fiorini e in cambio ricevette in dono cinquanta anelli preziosi, drappi di broccato, argenti e cristalli finemente lavorati.
Gli sposi, secondo la tradizione del tempo, si conobbero il giorno stesso delle nozze. Durante il fidanzamento ebbero modo di scambiarsi solo pochi messaggi.
La scelta di quell’unione, ambiziosa ed esogamica, tradì però le aspettative di molte altolocate famiglie fiorentine, alleate dei Medici, che videro allentarsi i tradizionali legami di consenso con il casato mediceo, da sempre amato e rispettato. Mentre i denigratori e gli avversari temettero eventuali cambiamenti nell’ordinamento repubblicano delle magistrature fiorentine.
I timori si rivelarono infondati, poiché da quel matrimonio non derivò alcun vantaggio per i Medici. Lorenzo non riuscì ad ottenere neppure il titolo cardinalizio per il fratello Giuliano. Solo nel 1513 sul soglio pontificio salì un esponente dei Medici: Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo e di Clarice, il quale il 19 marzo 1513 fu incoronato papa, con il nome di Leone X, portando alla corte pontificia lo splendore e i fasti della cultura e delle corti rinascimentali.
L’unione di Lorenzo e Clarice non fu felice e solido come quello di Piero e di Lucrezia, nonostante la Orsini facesse di tutto per essere una buona moglie. Clarice era molto diversa da Lorenzo per educazione e formazione. Non amò le feste, gli incontri conviviali, i balli, né fu amante della letteratura o mecenate di artisti come il marito e la suocera.
Si racconta persino di un duro scontro fra i due coniugi quando Lorenzo scelse, come precettore dei propri figli, Poliziano che Clarice volle allontanare poiché, a suo dire, attraverso lo studio dei classici antichi il poeta umanista inculcava nei figli idee pagane, allontanandoli dalla dottrina cristiana e dalle Sacre Scritture.
Le diverse estrazione e formazione dei coniugi non impedirono tuttavia di mettere al mondo nove figli, di cui due morti prematuri. Al primogenito Piero fu affidata la guida della città di Firenze; il secondogenito, Giovanni, fu avviato alla carriera ecclesiastica, divenendo poi Leone X; le figlie Lucrezia, Maddalena e Contessina andarono spose a giovani rampolli delle famiglie più blasonate. Maddalena sposò addirittura Franceschetto Cybo, figlio naturale di papa Innocenzo VIII. Luisa morì prematura a undici anni, arrecando grande dolore a Clarice che fu un’ottima madre, sempre attenta e premurosa nei confronti dei figli.
Diversamente dalla suocera, Clarice, pur provenendo da una delle famiglie più antiche e nobili di Roma e pur essendo la moglie di uno degli uomini più importanti del Rinascimento, non amò la vita pubblica; non si interessò agli affari di Stato; né fu consigliera e confidente del marito. Di Clarice Orsini si potrebbe affermare che fu una donna di cornice per la facoltosa famiglia de’ Medici. Rimase nell’ombra ma merita di essere annoverata fra le grandi, in quanto la sua discendenza comunque segnò la storia della città fiorentina e della nostra penisola. Non sappiamo come Clarice visse le sventure della famiglia Medici: la morte del suocero Piero e l’assassinio di Giuliano. Insignificante è la corrispondenza con il marito Lorenzo, spesso assente per lunghi periodi da casa. Morì giovanissima, a trentacinque anni, di tubercolosi, male allora incurabile, nel palazzo de’ Medici di via Larga a Firenze, alla presenza dei figli che le furono vicini durante il trapasso. Lorenzo si trovava alle terme di Filetta a causa di un attacco di gotta e non rientrò in città neppure per presenziare alle esequie.
In generale le relazioni dei Medici con la Chiesa furono buone. E così rimasero col papa Sisto IV fino al 1472 quando si incrinarono a causa delle mire di Girolamo Riario, nipote del papa, su Imola. A quel punto i Pazzi, rivali dei Medici anche negli affari, malgrado il matrimonio fra i rampolli delle due casate, d’accordo con l’ambizioso Francesco Salviati, arcivescovo di Pisa, ordirono una congiura, con l’assenso del papa, e uccisero in S. Maria del Fiore il 26 aprile 1478 Giuliano de’ Medici, mentre Lorenzo riuscì a porsi in salvo. Un primo tentativo di eliminazione fisica dei due giovani Medici fu fatto il giorno prima, il 25 aprile, quando Jacopo de’ Pazzi pensò di avvelenare le pietanze riservate a Lorenzo e Giuliano. Giuliano però ebbe un’indisposizione che non gli consentì di partecipare al ricevimento, costringendo i congiurati a cambiare il piano.
Alla congiura fece seguito la reazione violenta della famiglia de’ Medici e papa Sisto IV, sdegnato dal trattamento riservato ai congiurati e dall’impiccagione di un ecclesiastico, intraprese rappresaglie contro Lorenzo. Lo scomunicò assieme ai maggiorenti della Repubblica; arrestò i membri del banco mediceo romano; si alleò con Ferrante di Napoli, Siena, Lucca e Urbino; infine dichiarò guerra a Firenze, alleata di Milano e di Venezia.
La risposta dei Fiorentini contro papa Sisto IV, che lanciò la scomunica a Lorenzo e l’interdetto alla città, e contro il suo alleato Ferdinando di Napoli, si tramutò in guerra con l’appoggio di Venezia e di Milano.
Lorenzo, sostenuto dai cittadini e dal clero toscano, che a sua volta scomunicò il papa, si accinse alla preparazione della difesa militare. Su consiglio di Ludovico il Moro e col consenso della Signoria Lorenzo lasciò di nascosto Firenze il 6 dicembre 1478 dopo avere affidato al gonfaloniere Tommaso Soderini il governo dello Stato in sua assenza. Salpò di nascosto dal porto di Vada e si recò coraggiosamente a Napoli per trattare con re Ferrante, consapevole che il re di Napoli aveva avuto parte nella congiura.
Lorenzo partì dopo aver ricevuto dal Moro e da Ippolita Maria Sforza l’assicurazione che Ferrante non lo avrebbe incarcerato e ucciso, così com’era solito fare con gli ospiti suoi nemici, tuttavia, dato il cinismo del re, nessun salvacondotto gli avrebbe mai fornito una vera garanzia: si trattava di un salto nel vuoto.
Ferrante trattenne onorevolmente per tre mesi l’illustre ospite fiorentino, sperando che Firenze, davanti alla prolungata assenza di Lorenzo, si ribellasse e passasse dalla parte del Papa.
Dopo mesi di lotte estenuanti, in cui la debole Firenze ricevette scarsi aiuti da parte degli alleati e vide la defezione di alcuni capitani di ventura assoldati, la guerra ebbe una svolta nel 1479, quando la coalizione antifiorentina prese Colle di Val d’Elsa, nei pressi di Poggibonsi. Nel frattempo però Lorenzo era riuscito a staccare il re Ferdinando dalla lega nemica, costringendo il papa alla pace del 1479-1480.
Tornato a Firenze dopo un breve periodo di interdizione, Lorenzo consolidò la propria posizione, si dedicò al mantenimento dell’equilibrio fra gli Stati italiani, accrebbe la sua potenza, modificò gli statuti.
Iniziò allora, capo assoluto dello Stato fiorentino, una politica di alleanze, di accordi, di equilibrio, rafforzando la propria posizione, facendosi amiche Lucca, Siena, Perugia e Bologna, acquistando Pietrasanta nel 1484, Sarzana nel 1487 e Piancaldoli nel 1488, ristabilendo una normalità di rapporti con Forlì e Faenza, dopo che ne erano stati uccisi i signori Girolamo Riario e Galeotto Manfredi. In particolare coltivò l’amicizia con Napoli.
Nella guerra di Ferrara del 1482-84 Lorenzo si alleò con Ercole d’Este, il duca di Milano e il re Ferdinandoper frenare le mire espansionistiche del papa e dei Veneziani. Partecipò, come oratore ufficiale di Firenze, alla dieta di Cremona nel febbraio del 1483. Quando poi Innocenzo VIII, succeduto a Sisto IV nel 1484, mosse guerra al re di Napoli, concorse a salvarlo alleandosi con lui.
La pace instaurata nel 1486 fu riconosciuta merito di Lorenzo, il quale costituì “l’ago della bilancia d’Italia”, essendo ormai il politico più potente della penisola. A quel punto si impegnò a rendere potenti i membri della sua famiglia.
La salute malferma, l’impegno politico, la cura continua degli affari del casato non gli impedirono di partecipare con fervore alla vita rinascimentale di cultura, di splendori e di feste di cui fu animatore in Firenze. Intorno a lui si formò un circolo di poeti, di artisti, di filosofi che egli aiutava e di cui era amico: i fratelli Pulci, soprattutto il maggiore Luigi, Poliziano, Verrocchio, Pollaiolo, Giuliano da Sangallo, Filippo e Filippino Lippi, Sandro Botticelli, Ficino, Landino, Pico della Mirandola, Benozzo Gozzoli, Benedetto da Maiano, Mino da Fiesole, per ricordare solo alcuni.
Il mecenatismo fu per Lorenzo anche arte di governo, oltre che sincero bisogno della sua anima. Ricche la sua biblioteca e la collezione di gemme, cammei, bronzi, statue. Per lui Giuliano da Sangallo costruì la villa di Poggio a Caiano e il castello di Poggio Imperiale. Da lui furono chiamati allo studio di Firenze e di Pisa i più famosi maestri di filologia, filosofia, diritto. Mai Firenze era apparsa così fervida di operosità di studi e di arti come al suo tempo.
Come riferì Machiavelli, la sua intensa attività letteraria non fu subordinata ma congiunta con l’attività politica. Nel 1476 raccolse antiche rime, specie stilnovistiche, e le inviò in omaggio a Federico d’Aragona con una lettera critica, quasi certamente opera del Poliziano.
Negli anni successivi, tra il 1482 e il 1484, raccolse 41 dei suoi sonetti, legandoli insieme con un ”Comento” in prosa, a somiglianza di Vita Nova, in cui narrò come alla vista di una bellissima donna morta (Simonetta Cattaneo) gli si accendesse in cuore il desiderio di un altissimo amore e come dopo qualche tempo si innamorasse di una donna ancor più bella e gentile dell’altra, Lucrezia Donati. Rime e Comento sono ispirati alle idee dell’amor platonico filtrate attraverso Petrarca, Landino, Ficino.
Non mancano notazioni psicologiche e motivi poetici originali. Una disputa filosofica con Ficino sul sommo bene sono i 6 faticosi capitoli dell’Altercazione, scritta intorno al 1473-74. Il concetto platonico dell’amore è anche alla base delle due vivaci Selve d’amore composte dopo il 1486.
Lo stile letterario di Lorenzo è di ispirazione classica, come il ”Corinto”, anch’esso scritto intorno al 1486, lamento rusticano in terzine in cui il pastore Corinto invita la riluttante Galatea ad amare, perché la giovinezza presto fugge. Nella chiusa è famosa la descrizione di un roseto in fiore. Idillio rusticano è la ”Nencia da Barberino” scritta quasi certamente prima del 1470, di cui gli è stata negata la paternità: nell’opera il modello non è più letterario e classico, ma popolaresco.
Ricca di scenette e figure dal vero è “Uccellagione di starne”, composta forse nella prima giovinezza, nota col titolo di ”Caccia col falcone”. Altra opera giovanile è ”Simposio”, una rassegna dei più famosi bevitori fiorentini del tempo (il titolo I beoni, o più esattamente Capitoli d’una historia di beoni, sembra dovuto a un copista), dove l’arguzia caricaturale è in generale riuscita.
Fresche e vive per leggerezza sono le ”Canzoni a ballo”. Tra i ”Canti carnascialeschi” il ”Trionfo di Bacco e Arianna” del 1490 è un capolavoro: perfetta è la fusione tra gli elementi culturali e il sentimento vivo della vita che fugge.
Lorenzo il Magnifico morì l’8 aprile del 1492 nella Villa di Careggi, dove amava riunire la sua Accademia Neoplatonica. Il corpo fu esposto nella chiesa di San Marco e poi trasportato nella basilica di San Lorenzo dove vennero celebrate le esequie. Ora è sepolto nella Sagrestia Nuova di Michelangelo.
Lorenzo il Magnifico fu uno dei protagonisti della cultura fiorentina quattrocentesca come committente, scrittore e poeta. Si circondò di un ambiente colto ed elegante composto da consulenti, maestri, letterati, architetti e artisti. Segnò la cultura e l’arte del proprio tempo promuovendo le arti figurative, letterarie e musicali nel quadro di un disegno politico che orbitava attorno al potere personale e familiare.
F.to Gabriella Toritto